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Il Libano è tornato all’attenzione dell’opinione pubblica in seguito all’esplosione di 2750 tonnellate di nitrato d’ammonio nel porto di Beirut, il 4 agosto 2020. Esplosione che ha provocato 217 morti, oltre 7000 feriti e 300mila sfollati, segnando una delle pagine più drammatiche della storia recente del Paese. Secondo la Banca Mondiale, l’esplosione ha causato danni per circa quattro miliardi di dollari. Infatti, il 90% delle importazioni del Paese, avveniva attraverso il porto di Beirut, snodo economico cruciale del Libano. La maggior parte delle riserve alimentari sono state distrutte ed ancora oggi più di un milione di persone sul territorio libanese si trova in una condizione di povertà assoluta e incertezza alimentare. Le disuguaglianze sociali sono tangibili ed evidentissime e di conseguenza, a fronte di pochi cittadini che possono permettersi di scappare o andarsene, ce ne sono tantissimi intrappolati in un luogo che li costringe a condizioni di vita estremamente misere. Nel Paese ci sono inoltre più di due milioni di rifugiati, in particolare siriani e palestinesi. 

Chiaramente, la gestione dell’emergenza ha portato alla luce con maggiore forza una crisi economica che già da anni incombe sul Libano, che già altre volte aveva versato in condizioni di dissesto finanziario.  Il debito pubblico del Paese supera il 100% del PIL da decenni, e oggi sfiora il 180%. E dal 2018 Beirut attraversa una recessione che in tre anni ha spazzato via il 40% del reddito pro capite e la valuta locale ha subito una svalutazione del 90% nei confronti del dollaro.

Quello che era uno dei Paesi più ricchi del Medio Oriente, pur con tanti problemi, a marzo dell’anno scorso ha dichiarato bancarotta per la prima volta nella sua storia. 

La situazione, a due anni da questo accadimento disastroso, è tutt’altro che in ripresa. Il Paese è al collasso politico ed economico. La principale forza politico-militare libanese resta Hezbollah, organizzazione sciita e filo iraniana. Mancano le risorse per far fronte alle esigenze primarie degli abitanti, come i farmaci o la corrente elettrica, che in molte città o quartieri non è ancora stata ripristinata. Così, le strade sono al buio, negli ospedali non è possibile operare, nelle case non si può utilizzare alcun elettrodomestico, la conservazione dei cibi non è quasi più possibile, gli ascensori non funzionano. Le condizioni sanitarie sono drammatiche. I medici scappano altrove, quelli che rimangono devono trovare carburante di contrabbando per poter operare o tenere accesi i macchinari per analisi ed esami. 

La situazione in Libano non accenna a migliorare. Nelle ultime ore, durante un incontro con il sottosegretario generale delle Nazioni Unite, Amina Mohammad, Il primo ministro libanese, Najib Miqati, ha chiesto il sostegno delle Nazioni Unite alla sicurezza alimentare del Libano, secondo il piano Onu per far fronte alle ripercussioni della la guerra in Ucraina. Infatti, la guerra tra Ucraina e Russia, sta avendo conseguenze devastanti in Libano aumentando la situazione di povertà estrema in cui versa la popolazione. Nell’incontro con il sottosegretario generale dell’Onu, Miqati ha anche invitato le Nazioni Unite a “sostenere il Libano nell’affrontare le molteplici sfide derivanti dalla crisi degli sfollati siriani”, una crisi che ha colpito il Paese dall’inizio della guerra in Siria nel 2011 in tutti i settori: sociale, economico, sicurezza e politico.

1) Per approfondire, “Hezbollah in Libano: tra politica e lotta armata”, pubblicato sempre su questa pagina il 4 Marzo 2021.

Fonti consultate

Florence Mediterranean Mayor’s Forum 

Noi crediamo che il Mediterraneo sia ancora oggi ciò che era in passato: una fonte inesauribile di creatività, un vivace e universale focolaio che irradia l’umanità con la luce della conoscenza, la grazia della bellezza e il calore della fraternità(Giorgio La Pira, “Congresso Mediterraneo della Cultura”, 19 febbraio 1960).

È con queste parole che, la mattina del 25 febbraio, presso il Salone dei Cinquecento, ha inizio il Convegno dei sindaci del Mediterraneo, voluto dal sindaco Nardella, nel segno dei Colloqui del Mediterraneo di Giorgio La Pira, in contemporanea ai lavori del Convegno dei Vescovi del Mediterraneo.

Ho avuto la grande opportunità di poter partecipare alle tre giornate di lavori che si sono svolte in alcuni dei luoghi più significativi della città, Palazzo Vecchio, Teatro del Maggio Musicale e Chiesa di Santa Croce, grazie all’Università di Firenze che ha deciso di selezionare 25 studenti ai quali dare la possibilità di fare un’importante esperienza di citizen political inclusion. In particolare, ho avuto il piacere di svolgere attività di supporto e orientamento per la sindaca della città di Sarajevo, Benjamina Karic, avendo così l’occasione di testimoniare l’impegno e la dedizione che ognuno dei sindaci ha dimostrato durante i lavori. 

Ancora di più, questi sono stati giorni speciali per me, poiché vissuti nello spirito dell’Opera.

L’obiettivo della Conferenza è stato quello di favorire una nuova attenzione verso il Mediterraneo, attraverso il dialogo tra le sue città principali, promuovendo e accogliendo azioni che incoraggino e diano un supporto alla cooperazione e alla pace. 

Proprio il sindaco Nardella, in apertura dell’evento, ha voluto rendere omaggio a La Pira, invitando i sindaci a cooperare per la pace, nella consapevolezza delle diversità che caratterizzano i popoli del Mediterraneo, ma sottolineando le comuni radici che questi condividono. Radici in virtù delle quali i sindaci delle città mediterranee si sentano chiamati a collaborare, riconoscendo l’importanza fondamentale delle città come attrici politiche ed istituzionali sulla scena internazionale, soprattutto in un periodo storico in cui i governi nazionali dimostrano difficoltà nel comprendere la complessità delle problematiche che interessano più direttamente i cittadini.  

La prima giornata di lavori si è articolata in quattro sessioni, ognuna delle quali dedicata ad una questione di attualità la cui discussione si rende necessaria per poter creare un’azione comune e concreta da parte delle città: sviluppo culturale e cooperazione; sanità pubblica e protezione sociale; ambiente e sviluppo economico sostenibile; migrazioni attraverso il Mediterraneo. A partire dall’intervento di un ospite e tramite la presenza di un moderatore, si sono tenuti i “dialoghi urbani”, ovvero sessioni di dialogo tra i sindaci, che hanno potuto così presentare e discutere problematiche che affliggono le realtà cittadine. I temi affrontati sono stati molti, gli interventi e il confronto interessanti e, soprattutto, sono state proposte soluzioni concrete alla necessità di raggiungere la stabilità, la coesistenza pacifica e lo sviluppo economico-sociale nella regione mediterranea attraverso lo sviluppo culturale, alla base del miglioramento.

In particolare, mi hanno colpito le parole del professore Romano Prodi che, citando Giorgio La Pira, ha affermato che il dialogo è possibile, la pace non è un’utopia ma un obiettivo concreto e, proprio al fine di raggiungerlo è necessario partire dalla cultura e dalla formazione, proponendo così l’idea di un’Università del Mediterraneo. Un sistema di università paritarie, con doppia sede una al nord e una al sud, con numero uguale di professori e studenti del nord e del sud, cosicché dopo qualche anno si costituirebbe una comunità di migliaia di ragazzi che studiano insieme e si confrontano, che sono capaci di contribuire in modo concreto al futuro del Mediterraneo, oggi fortemente frammentato e in conflitto. 

Inoltre, durante la sessione dedicata alla questione dei flussi migratori che interessano il Mediterraneo, si sono susseguiti interventi da parte di importanti figure, quali Filippo Grandi, alto commissario ONU per i rifugiati, e Antonio Vitorino, direttore generale dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni. Tuttavia, personalmente, ritengo che sia stato di impatto ancora maggiore lo spazio di dibattitto e confronto apertosi successivamente, quando molti sindaci hanno preso la parola per affrontare  il problema della gestione degli ingenti flussi migratori attraverso il Mediterraneo, proponendo possibili soluzioni concrete, attraverso l’implementazione di nuove politiche pubbliche, sottolineando come l’azione delle città e dei sindaci ricopra un ruolo primario nell’ambito dell’accoglienza e dell’integrazione. In particolare, ho reputato interessanti e significative le parole del primo cittadino di Pozzallo, Roberto Ammatuna, che citando La Pira, originario proprio di questo comune in provincia di Ragusa, ha rilanciato l’idea della necessità di una politica euro-mediterranea, poiché “il concetto di Europa, altrimenti, non produce niente di soddisfacente se non è arricchito dal concetto di Mediterraneo”.

Il 26 febbraio, secondo giorno di lavori, sindaci e vescovi si sono riuniti, prima nel Salone dei Cinquecento e poi presso il Teatro del Maggio Musicale, in un incontro simbolico ma non solo, poiché ha rappresentato una fondamentale occasione di dialogo tra religione e politica per la collaborazione volta alla costruzione della Pace.

Da un lato è di rilievo storico che le Chiese mediterranee si siano incontrate, a prescindere dalle loro diversità, forti del fatto che la dimensione religiosa può svolgere un ruolo di primaria importanza per la cultura della solidarietà e di conseguenze per la politica della pace. Dall’altro lato, questo evento rappresenta la possibilità per la politica di assumere nuovamente la componente spirituale che nel corso del tempo è andata perdendo. L’incontro avvenuto tra religione e politica può essere un evento utile per superare la perdita di una visione unitaria, integrale della vita umana, in cui la politica è illuminata dal Vangelo ed è il più grande atto di carità, come sosteneva La Pira.  

A tal proposito, la giornata è stata ricca di interventi, a partire da quello del Cardinale Bassetti e di Monsignor Raspanti che hanno aperto lo spazio di incontro tra sindaci e vescovi, i quali hanno partecipato attivamente alla presentazione di idee e proposte concrete per la realizzazione di un rapporto e dialogo interculturale e interreligioso. 

Tra questi, ricordo con piacere Monsignor Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme, il quale ha ribadito quanto sia necessario lavorare ancora affinché venga raggiunto un buon grado di dialogo tra attori istituzionali ed ecclesiastici.

Alla fine della mattina, a conclusione del dialogo intercorso tra sindaci e vescovi è stata presentata e firmata la Dichiarazione di Firenze, ovvero una carta che si presenta simbolicamente come un ponte tra Europa e Mediterraneo, sottoscritta dai partecipanti ai due convegni, in cui sono suggellati valori e ideali quali la pace, sviluppo sociale ed economico, cultura e relazione tra i popoli, dei quali è auspicabile che i primi cittadini e i rappresentanti religiosi si facciano portatori. 

Successivamente, presso il Teatro del Maggio Musicale, si è tenuta una tavola rotonda che ha visto il coinvolgimento di Giampiero Massolo, presidente ISPI, Jean-Marc Aveline, vescovo di Marsiglia, la sindaca di Sarajevo, la vicesindaca di Tel Aviv e il sindaco di Izmir, con la partecipazione di Rondine Cittadella della Pace. È stato un momento di confronto, ma non solo, in quanto ha rappresentato anche l’occasione per denunciare ad una voce sola la guerra in Ucraina, chiedendo che Kiev non fosse sottoposta allo stesso destino a cui Sarajevo è stata sottoposta trent’anni fa.  

Infine, il cardinale Bassetti ha voluto concludere regalando un discorso, a mio parare, pregno di significato. Infatti, ha sottolineato che i giovani sono “rondini che volano verso la primavera” – come ripeteva La Pira, e verso l’orizzonte della Pace, della Giustizia e dell’Amore, che sono i valori presenti nella Carta di Firenze; però, i giovani hanno necessariamente bisogno di punti di appoggio, dove risposare, e questi devono essere gli adulti, che quindi hanno il compito di dare loro sostegno restando umili e, soprattutto, con la consapevolezza che sono i giovani ad indicare la strada e a farsi portatori dei valori necessari. Infine, ha aggiunto che questo è anche proprio il significato della città che è unica, irripetibile, viva; la città non ha la struttura dello Stato, non ha le armi e quindi deve essere pacifica, nella città si vedono i problemi della gente.

A conclusione dell’evento, domenica mattina 27 febbraio, si è tenuto un ultimo grande momento storico: il dialogo tra la città di Istanbul, Atene e Gerusalemme. I sindaci di queste città, dall’importante portato storico, artistico e culturale, si sono confrontate per la prima volta, lanciando un ulteriore messaggio di apertura alla cooperazione, al dialogo interculturale e interreligioso per il raggiungimento della pace tra i popoli. 

A distanza di alcune settimane, soffermandomi a guardare ciò che è stato il Convegno dei Sindaci, e dei Vescovi, del Mediterraneo, capisco quanto sia stato un evento epocale, nel segno profetico di La Pira, per effetto del quale l’Europa non potrà più far finta di nulla e ignorare i problemi del Mediterraneo. Inoltre, l’incontro dei sindaci assume e attualizza uno dei capisaldi del pensiero lapiriano: le città sono il nesso attraverso cui passa la storia e hanno una concreta vocazione internazionale. Quindi, ecco, costruire il futuro, costruire le città, abbattere i muri e costruire ponti e fidarsi dei giovani, perché noi siamo le rondini che volano verso la primavera e gli adulti hanno il compito di seguire il nostro volo e volare con noi.   

Rachele Vannini

Le Chiese del Mediterraneo si incontrano a Firenze

Tra mercoledì 23 e domenica 27 dello scorso mese, si è tenuto a Firenze il forum ecclesiale “Mediterraneo frontiera di pace” che ha coinvolto sessanta cardinali, patriarchi e vescovi di trenta paesi del Mediterraneo, in tandem con l’analogo incontro pensato per i sindaci di sessantacinque città di questi Paesi. L’appuntamento, naturale proseguimento dei lavori avviati a Bari nel 2020, è stato pensato dalla CEI e organizzato insieme con l’amministrazione del comune di Firenze.

Scopo di questi colloqui è quello di avvicinare realtà apparentemente lontane, costruire una rete di relazioni all’interno della chiesa cattolica tutta e rinvigorire l’azione di testimonianza nelle comunità locali, con la ricchezza acquisita dall’ascolto dell’altrui esperienza. Tuttavia, i vescovi hanno ritenuto importante che all’incontro e al dialogo seguisse l’azione: l’idea è quella di un’«opera segno» che dia continuità alle parole. È così che, come da Bari2020 è nato il progetto con i giovani di Rondine – cittadella della Pace, nella fase preparatoria dell’appuntamento fiorentino l’Opera per la gioventù Giorgio La Pira assieme alla Fondazione Giovanni Paolo II, alla Fondazione Giorgio La Pira e al Centro Internazionale La Pira ha presentato alla CEI un progetto, poi approvato, che consentisse la creazione di un “Consiglio dei giovani cattolici del Mediterraneo”.

Insieme a Tina Hamalaya, referente per la Fondazione Giovanni Paolo II, il mio compito, come referente per l’Opera, era quello di presentare ai vescovi delle altre conferenze episcopali e dei numerosi sinodi presenti tale progetto: è così che ho avuto l’occasione di conoscere alcune figure di rilievo del mondo della Chiesa cattolica, anche nelle loro espressioni più umane. È stato inevitabile, stando a stretto contatto con il gruppo per cinque giorni, notare gli aspetti caratteristici di coloro con i quali ho condiviso un pasto, spesso e volentieri l’occasione nella quale trovavo più spazio per costruire relazioni genuine e private di tanti filtri, o magari un viaggio in taxi o in autobus.

Al pranzo del mercoledì Tina, di origine libanese, mi ha detto che eravamo in compagnia “del suo amico vescovo”, che poi ho conosciuto come Vicario apostolico di Beirut in Libano, Sua Eccellenza Mons. Cesar Essayan. Fuori dal ristorante ci siamo poi imbattuti in S.E.R. Mons. Ilario Antoniazzi, Arcivescovo di Tunisi e S.E.R. Mons. Stanislav Hocevar, sloveno, Arcivescovo di Belgrado, Segretario Generale della Conferenza episcopale internazionale dei Santi Cirillo e Metodio, invitandoli dunque a pranzo con noi. Con Monsignor Hocevar, il quale si è affidato a noi per l’ordinazione di una buona carbonara, ho potuto dialogare a lungo sulle difficoltà di una Chiesa che raccoglie dentro di sé numerose anime, etnie e culture, spesso e volentieri in aperto contrasto tra loro: basti pensare che nella stessa Conferenza episcopale troviamo serbi, montenegrini, kosovari e macedoni del nord.

Mons. Cesar, col quale mi sono trovato a condividere molti momenti in quei giorni, è un amico della Fondazione Giovanni Paolo II, che infatti ha molti progetti attivi in Libano; ho scoperto in lui una persona ricca di esperienza e di profondità, che dietro un’apparenza di placida e bonaria pacatezza, nasconde un’astuzia vigile e sottile.

Nel pomeriggio il presidente del consiglio, Mario Draghi, è passato a salutare l’assemblea che cominciava a preparare i lavori; non nascondo di aver provato una certa, reverenziale, emozione nell’averlo visto passare proprio di fronte a me. Tra i tanti spunti, il presidente nel suo discorso ha ricordato i Colloqui mediterranei voluti da La Pira tra il 1958 e il 1964, sottolineando il ruolo del dialogo interreligioso nella costruzione della pace, e ha voluto dedicare parole particolarmente calcate all’esigenza di guardare ai giovani, affinché non siano lasciati ai margini, ma anzi siano protagonisti. Poi il saluto di Bassetti, Presidente della CEI, il quale ha ribadito la missione delle Chiese nel Mediterraneo, ricordando spesso la figura di La Pira: lo ha fatto anche citando David Sassoli.

Giovedì mattina il risveglio è stato tetro e greve: la notizia dell’invasione russa in Ucraina ha sconvolto il mondo. Già durante la celebrazione eucaristica delle 7:30 l’intenzione di pregare per la pace si è sentita forte. Bassetti ha riferito di essere in contatto con l’arcivescovo di Kyiv, Mons. Svjatoslav Ševčuk, rifugiatosi con molti fedeli nei locali sotterranei della cattedrale.

La mattina ha visto quindi iniziare i lavori di gruppo, in sette tavoli, dopodiché i vescovi si sono nuovamente riuniti in plenaria nel pomeriggio. Nel confronto sono emerse sovente molte delle difficoltà che le Chiese più periferiche si trovano ad affrontare quotidianamente; tra tutte, si rammentavano spesso la mancanza di risorse e la convivenza, non sempre pacifica, con altre confessioni e culture. In Grecia, per esempio, è difficilissimo parlare di ecumenismo, poiché da molti è considerato come una “paneresia”. Durante l’assemblea, in un momento di silenzio, è squillato un telefono; mentre mi chiedevo chi avesse dimenticato la suoneria accesa, non senza uno sguardo indagatore, vedo che si alza Bassetti a rispondere: era Mattarella che ci teneva a confermare la sua presenza alla messa di domenica, nonostante e anzi ancor più voluta dopo l’annuncio della mancata presenza del Santo Padre, riferita la mattina, per motivi di salute. Più tardi, ci siamo spostati nella Basilica di Santo Spirito per un momento di approfondimento sul dialogo interreligioso. Insieme alla Pastora della Chiesa Valdese Letizia Tomassone e al neo-rabbino capo di Firenze, Gadi Piperno, ho ritrovato Izzedin Elzir, imam di Firenze e amico di lunga data dell’Opera, presente in molti degli ultimi Campi Internazionali al Villaggio La Vela. Firenze è in qualche modo la culla del dialogo interreligioso, come era chiaro a La Pira, e oggi esiste una forte collaborazione e una bella rete di relazioni tra le numerose comunità religiose che la città accoglie: molti vescovi presenti sono rimasti stupiti e si sono chiesti se qualcosa del genere potesse mai accadere nei loro luoghi.

Al pranzo di venerdì, che al solito ho passato in compagnia di Mons. Cesar, ho potuto godere anche della presenza di padre Francesco Patton, Custode di Terra Santa, S.E.R. Mons. Petros Stefanou, Vescovo di Syros, Milos e Santorini e da pochi mesi presidente del Santo Sinodo dei vescovi cattolici di Grecia, e S. Em. Card. Leonardo Sandri, Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali presso la Santa Sede, il cui segretario, don Flavio, si è mostrato molto interessato alle attività dell’Opera. Al momento del dolce, ho assistito ad un momento che non dimenticherò, non tanto per la sua importanza, relativamente trascurabile, quanto piuttosto perché, ancora una volta, mi ha dato la possibilità di vedere eminenze, beatitudini ed eccellenze affrancarsi dai volti austeri e severi per vivere un sereno momento di convivialità, cantando insieme “tanti auguri” al Card. Betori per il suo settantacinquesimo compleanno, canto che ha accompagnato Bassetti che portava in mano una torta con una candelina, sulla quale ha poi voluto fare anche una battuta.

La domenica mattina, in Palazzo Vecchio, vescovi e sindaci si sono riuniti insieme per firmare il documento redatto alla fine dei lavori, la “Carta di Firenze”. Hanno parlato, tra gli altri, i sindaci delle città di Atene, Istambul e Gerusalemme, accolti con entusiasmo dall’omologo Nardella. Dopo la messa, presieduta da Bassetti e che ha visto la partecipazione del Presidente della Repubblica, ci siamo trattenuti per pranzo presso il convento di Santa Croce, e ho potuto ancora scambiare due parole con il Patriarca di Gerusalemme, Sua Beatitudine Pierbattista Pizzaballa e con il sindaco Nardella, che ha ricordato con grande piacere le sue presenze al Campo Internazionale. 

Una volta conclusi i lavori ho accompagnato alla stazione l’amico Mons. Giovanni Nerbini, col quale ho condiviso tante delle esperienze che l’Opera mi ha regalato, non ultimo il viaggio che l’associazione organizzò in Russia nel 2018 per un gruppo di giovani. Prima di salutarci alla stazione, parlando con lui ripercorrevo le emozioni di quei giorni, che mi avevano mostrato una Chiesa fatta di uomini, fatta di carne; seria, ma capace di leggerezza, accogliente, ma non esente dalle debolezze che gli uomini portano con loro, umana come forse mai avevo avuto l’occasione di vedere. In questi pensieri, che nella mia mente hanno avvicinato le figure istituzionali alla quotidianità, ho realizzato ancora di più quanto la figura del laico sia più che mai importante e affatto secondaria, come dimostrano Pino e il professor La Pira, insieme a tanti altri; la Chiesa è una e non può prescindere dalle persone che la abitano, ha bisogno di loro perché le parole dei vescovi possano farsi opera, ha la necessità che le relazioni fioriscano tra coloro che si sentono diversi e divisi gli uni dagli altri, perché camminiamo insieme sul sentiero della pace indicato dal Signore.

Tommaso Righi

L’onda lunga della crisi Afghana

L’Organizzazione delle Nazioni Unite nel 2000 statuì che doveva essere considerato povero chiunque vivesse con un reddito giornaliero inferiore ad un dollaro, soglia poi portata ad un dollaro e venticinque centesimi dalla Banca Mondiale nel 2008.

Sempre secondo l’Onu, nella persona del Sottosegretario Generale Martin Griffiths, ad oggi la quota dei cittadini Afghani sotto tale soglia potrebbe arrivare alla paurosa cifra del 97% e sono già 23 milioni le persone in quella terra che soffrono la fame. La situazione economica è disastrosa: un terzo del PIL Afghano è stato spazzato via dalle conseguenze della guerra e dalla riconquista talebana del Paese, comportando conseguenze gravissime sulle infrastrutture essenziali dello Stato come scuola e ospedali. Inoltre, il Paese affronta da anni una gravissima siccità che quest’anno ha distrutto il 40% dei raccolti. L’HDI (Human Development Index) delle Nazioni Unite sullo sviluppo del Paese, rimane uno dei più bassi del mondo: 169° su 188. 

Parte importante del Pil perso era costituita dalla grande quantità di aiuti internazionali che giungevano dagli stati esteri. Fondi che coprivano tre quarti della spesa pubblica, bloccati  in seguito al ritorno al potere dei talebani. Il governo americano, sia direttamente che tramite le istituzioni del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, ha inoltre congelato le riserve di denaro della banca Afghana che si trovavano all’estero, circa 9.5 miliardi di dollari. Funzionari americani hanno infatti affermato che “sbloccare le riserve di denaro non garantisce che i taliban le utilizzeranno per risolvere i problemi dell’Afghanistan”, confermando che l’idea americana sembra essere quella che il nuovo governo Afghano non goda di credibilità sufficiente per ricevere tale cifra senza rischio che almeno una parte venga dirottata su attività pericolose.

Le immagini dei ponti aerei organizzati dalle nazioni occidentali per mettere in salvo la popolazione, spesso personale che li aveva aiutati durante la permanenza, per quanto efficaci, non sono state seguite da politiche effettive di migliorata accoglienza: più dell’ottanta per cento dei profughi afghani sono adesso fermi in Pakistan e Iran al confine con i quali la Turchia, per evitare che questi entrino nel suo territorio, ha costruito 280 km di muro alto tre metri. 

I Paesi europei hanno mostrato la stessa esitazione che fu di scena durante la crisi siriana del 2015 e si richiamano a numeri che sembrano avere poco a che fare con la realtà della crisi. Il ponte aereo organizzato dagli Stati membri ha portato in Europa circa ventimila persone ma l’Unhcr ha chiesto di intervenire fornendo asilo a circa ulteriori quarantamila persone, ricevendo però una risposta negativa dalla Commissione Europea, non avendo questa riscontrato disponibilità degli stati membri. 

L’Italia si è impegnata autonomamente ad accogliere circa mille persone entro due anni, mediante l’intervento di Caritas, CEI, Comunità di Sant’Egidio e altre associazioni. 

Inoltre, diversi paesi fra cui Olanda, Grecia, Germania e Austria, hanno chiesto la possibilità di rimpatriare coloro cui fosse rifiutato il permesso di soggiorno. Secondo questi Paesi, senza un’effettiva politica di rimpatri, sempre più persone sarebbero spinte a lasciare il proprio paese. Tutto questo mentre continuano a giungere notizie di respingimenti operati illegalmente, e spesso purtroppo con la forza, in Croazia, Grecia, Romania ma anche al confine Italiano con la Slovenia.

È doveroso spendere una parola anche per chi non riesce ad abbandonare il Paese. Come detto, è costoso ottenere documenti validi e senza i quali è impossibile espatriare. Ottenere i documenti in un Paese in guerra è molto difficile, motivo per cui molte persone sono costrette ad affidarsi a trafficanti per poter fuggire dal paese. I costi per potersi garantire la fuga sono spesso molto ingenti e solo poche persone riescono a permetterselo. 

Ad oggi sono ancora in corso ad Oslo i negoziati fra gli Stati Europei e i taliban: in cambio dello sblocco delle riserve auree, questi ultimi si impegnano a garantire il rispetto dei diritti fondamentali della persona. Tra i quali permettere a bambine e ragazze di tornare a scuola nel prossimo futuro. L’attuale situazione delle donne nel Paese è poco chiara, ma certamente critica. Certo, il punto di partenza non era particolarmente roseo: nonostante dopo la caduta del primo regime talebano il Paese avesse aderito alla Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (CEDAW), nel 2003 era comunque al 171° posto su 187 in termini di parità di genere, per quanto nelle città con più presenza occidentale il livello fosse spesso migliore. 

Al momento sono molteplici le situazioni che vedono divieti e proibizioni per le donne. Ad esempio, secondo il ministero afghano per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio, le donne che compiono viaggi sopra i 72 km devono essere in compagnia di un parente uomo e sono vietate pubblicità in cui appaiano le donne. Inoltre, non è prevista per le donne la possibilità di studiare sopra i 12 anni, benché fossero stati promessi corsi universitari separati che non sono mai ripartiti, anche perché necessiterebbero di insegnanti donne, e l’esercizio di questa professione è malvisto e fortemente penalizzato. Le parole del 14 dicembre 2021 di Nada al-Nashif, vice alto commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, possono dare un’idea di quanto lacunose siano le informazioni che ci giungono dalle città dell’Afghanistan:

“While the Taliban takeover has brought an uneasy end to fighting against Governmental forces in the country, the current situation leaves the population with little protection in terms of human rights. Women and girls in particular face great uncertainty with respect to the rights to education, to livelihoods and to participation, in which they had made important gains in the past two decades. The decree on women’s rights issued by the de facto authorities on 3 December represents an important signal but leaves many questions unanswered. For instance, it does not make clear a minimum age for marriage, nor refer to any wider women and girls’ rights to education, to work, to freedom of movement, or to participate in public life”.

Note a piè di pagina
  1. Approfondimento Internazionale.it –> Afghanistan e congelamento fondi
  2. Sebbene l’acquisizione del potere dei talebani abbia posto fine alla lotta contro le forze governative nel paese, l’attuale situazione lascia alla popolazione scarsa protezione in termini di diritti umani. Donne e ragazze in particolare affrontano una grande incertezza riguardo ai diritti all’istruzione, ai mezzi di sussistenza e alla partecipazione, in cui avevano ottenuto importanti guadagni negli ultimi due decenni. Il decreto sui diritti delle donne emanato dalle autorità di fatto il 3 dicembre rappresenta un segnale importante ma lascia senza risposta molti interrogativi. Ad esempio, non chiarisce un’età minima per il matrimonio, né fa riferimento a diritti più ampi delle donne e delle ragazze all’istruzione, al lavoro, alla libertà di movimento o alla partecipazione alla vita pubblica.

ARTICOLI PER APPROFONDIRE

https://www.agenpress.it/afghanistan-24-milioni-di-persone-in-poverta-assoluta-una-mamma-i-miei-figli-cercano-cibo-porta-a-porta/#:~:text=Afghanistan.-,24%20milioni%20di%20persone%20in%20povert%C3%A0%20assoluta.,cercano%20cibo%20porta%20a%20porta%E2%80%9D&text=AgenPress%20%E2%80%93%20Il%20World%20Food%20Programme,un%20attuale%20stato%20di%20emergenza.

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/ispitel-afghanistan-la-crisi-gia-dimenticata-32397

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/afghanistan-ritorno-allancien-regime-32793

https://www.rainews.it/articoli/2022/01/cinque-miliardi-di-dollari-per-lafghanistan-lappello-dellonu-per-salvare-il-paese-991c6960-d659-45f3-9c5c-a924d47a9520.html

https://sicurezzainternazionale.luiss.it/2021/11/18/afghanistan-dalla-russia-aiuti-umanitari-380-evacuati/

https://www.internazionale.it/notizie/annalisa-camilli/2021/10/28/accoglienza-afgani-europa

https://www.openpolis.it/laccoglienza-dei-profughi-afghani-in-europa/

http://www.hdr.undp.org/en/countries/profiles/AFG

https://www.santegidio.org/pageID/30284/langID/it/itemID/45021/Al-via-il-protocollo-per-l-arrivo-di-1200-profughi-afghani-Marco-Impagliazzo-Accoglienza-e-integrazione-con-i-corridoi-umanitari-un-modello-per-l-Europa.html

http://www.genderconcerns.org/country-in-focus/afghanistan/the-situation-of-women-in-afghanistan

https://www.ilsole24ore.com/art/afghanistan-tutti-diritti-negati-donne-AEDgIhh

Dal 23 al 27 febbraio sarà Firenze ad ospitare la 2° edizione di “Mediterraneo frontiera di pace”, convegno che tra pochi giorni richiamerà nel capoluogo toscano molti dei vescovi del Mediterraneo. È un incontro fortemente voluto e promosso dalla Conferenza Episcopale Italiana a due anni dal consesso di Bari, il primo ad aprire la strada a questa peculiare occasione di approfondimento. 

La novità di questa edizione è invece rappresentata dal contemporaneo invito rivolto dal sindaco Dario Nardella ai colleghi mediterranei. Una proposta raccolta da molti dei primi cittadini del “mare nostrum” che confluiranno negli stessi giorni a Firenze. La loro presenza in città darà vita ad una conferenza dei sindaci dell’intera regione, un vero e proprio summit internazionale che affiancherà l’evento voluto dalla CEI. 

Entrambe le iniziative sono  fortemente ispirate al pensiero e dall’azione del prof. Giorgio La Pira, con uno spirito che si richiama direttamente ai “Colloqui Mediterranei” e che proprio l’allora sindaco di Firenze ebbe l’intuizione di convocare.  I Congressi internazionali che, a partire dal 1958, ospitarono a Palazzo Vecchio molti uomini politici della regione, furono un canale diplomatico non ufficiale del quale Firenze, in quegli anni, fu il motore.

Oggi come allora la città è chiamata a partecipare consapevolmente a questo processo così importante, a partire dagli enti e dalle associazioni che si richiamano esplicitamente all’eredità politica e spirituale del sindaco santo. Aggregazioni e realtà laicali sono in fermento, consci della crucialità di un tale evento, capace di richiamare decine di vescovi e sindaci: provenienti dai Paesi mediterranei, tutti insieme sotto lo stesso auspicio, parte di un cammino comune. Un sentiero che inevitabilmente richiama la visione profetica di Isaia, tanto cara al Professore.

Ecco perché, in vista del duplice evento ormai prossimo, è stato pensato un momento di riflessione dal titolo “Di pace, di guerra. Il Mediterraneo oggi tra politica e fedi”. Un incontro online, svoltosi in data 5 febbraio, patrocinato da Fondazione La Pira, Centro Internazionale studenti e Opera per la gioventù, con la collaborazione di “Argomenti 2000”, associazione di amicizia politica. L’evento è stato trasmesso in diretta dal canale Youtube del Cerses – Centro di Ricerca e Studi Storici e Sociali. Una preziosa tavola rotonda che ha messo insieme vari interventi di prestigiosi relatori sul tema. Introdotti dal Prof. Riccardo Saccenti si sono susseguiti: Marco Pietro Giovannoni, Gian Maria Piccinelli, Simone Tholens, Carlo Cefaloni e Michele Zanzucchi che hanno affrontato  la situazione del Mediterraneo oggi, sotto vari aspetti.

Le riflessioni hanno aiutato ad inquadrare più chiaramente l’urgenza e la necessità di convocare un sinodo sul Mediterraneo. Uno spazio – è stato ribadito – nel quale abitare con gli altri, non loro malgrado. Un filo rosso che costituisce un orientamento preciso a cui fanno eco le tre parole di incoraggiamento che papa Francesco ha voluto rivolgere ai sindaci dell’Anci, ricevuti in udienza lo stesso 5 febbraio: paternità (maternità), periferia e pace. 

Dopo una breve introduzione, Riccardo Saccenti ha lasciato la parola a Mons. Giuseppe Betori. Nel salutare i presenti in collegamento, l’Arcivescovo di Firenze ha esortato tutti a non far cadere nel vuoto iniziative come queste, sottolineando l’importanza, invece, di riportare tutto ciò che la riflessione produce. Una fecondità – ha continuato – da condividere col Comune di Firenze e la stessa Conferenza episcopale. Senza dimenticare di attingere forza  e ispirazione nel proprio impegno dalla presenza del Signore. Puntuale, a proposito, il richiamo ad In aedificationem corporis Christi, il libretto, recuperato recentemente da alcuni scritti inediti di La Pira e pubblicato in occasione dell’anniversario della morte del “sindaco santo”.

Al prof. Marco Giovannoni, membro del comitato preparatorio del convegno, è stato affidato il compito di ripercorrere storicamente l’importanza dei “Colloqui del Mediterraneo di La Pira”. Un’eredità che vive ancora oggi: deve essere “lucerna ai nostri passi”, nel solco di quanto queste occasioni hanno saputo ispirare in passato – ha chiosato il docente presso l’Istituto di scienze religiose di Arezzo.

La Prof. Simone Tholens, docente di sicurezza internazionale presso la Cardiff University, ha presentato un’analisi approfondita, dal titolo: “Geopolitics and Governance in the Mediterranean”. Tholens, visiting professor della “European University Institute”, ha paragonato i Paesi del Mediterraneo a terre di confine geopolitiche, da intendere, cioè, come faglie in movimento che interagiscono tra loro, non soltanto nello scontro, quanto piuttosto nell’incontro. “La politica del dialogo interreligioso nel Mediterraneo” è il titolo dell’intervento a cura del prof. Gian Maria Piccinelli. Il Mediterraneo – ha spiegato l’ordinario di diritto comparato presso l’Università della Campania – è un paradigma fondamentale che trova la sua radice nel progetto umanitario di pace della famiglia di Abramo. Nel solco del sentiero di Isaia che per La Pira è una visione storica, non soltanto escatologica. 

Gli interventi finali hanno permesso di approfondire alcune tematiche concrete, prima tra tutte il ruolo dell’Italia nel Mediterraneo: “Tra ponte di pace e piattaforma per la guerra”. Carlo Cefaloni, redattore di Città Nuova, ha evidenziato le contraddizioni interne al nostro Paese, in prima linea nella cooperazione internazionale e allo stesso tempo parte attiva dell’industria delle armi. Così come Michele Zanzucchi, già direttore di Città Nuova, ha offerto una testimonianza concreta della situazione e del contesto libanesi, l’esperienza della realtà, calata nel corpo vivo di un popolo ferito, ma allo stesso tempo capace di fraternità. “Il Libano – ha spiegato – è la cartina di tornasole del dialogo mediterraneo”. Una terra di frontiera, da sempre confine di popoli e culture.  

Paolo Poggianti

Articolo originariamente pubblicato su Toscana Oggi, n° 6 del 13/02/2022

LINK -> Rivedi la registrazione dell’incontro su YouTube

Prospettive 178 – Editoriale di Marco Pietro Giovannoni

L’isola di Cipro è attraversata da una crisi politica e sociale molto particolare, le cui motivazioni sono radicate nel tempo e nelle generazioni. Nei secoli, il territorio è passato di mano in mano, dalla divisione dell’Impero Romano, che l’ha lasciato in mano bizantina, da cui la presenza greca, fino al dominio ottomano tra il sedicesimo e il diciannovesimo secolo, al quale invece si deve la presenza turca, per poi finire sotto il controllo inglese. Questo è un contesto di cui non si sente spesso parlare in Italia, nonostante la sua importanza geostrategica e il complesso rapporto presente tra le sue due “anime” contrapposte. La presenza di una doppia etnia (78% greca, 18% turca) ha fatto sì che si creasse una condizione politica particolare, vissuta spesso in sordina tra avvenimenti che hanno visto casi di pulizia etnica, fratture internazionali evitate all’ultimo momento e minacce militari delinearsi e a volte concretizzarsi con violenza (cfr. questo documento).

Cipro è la terza isola del mar Mediterraneo per estensione. Il 59% della sua superficie si trova sotto il controllo della Repubblica di Cipro, mentre la zona turco-cipriota a nord copre circa il 36% del territorio; il 5% è ancora sotto il controllo inglese. Per comprendere meglio la situazione attuale che caratterizza l’isola di Cipro è necessario tornare all’origine di quella che viene definita la “questione di Cipro”.

Nel 1960 l’isola raggiunse l’indipendenza dalla potenza coloniale britannica. L’accordo coinvolgeva Turchia, Grecia e Regno Unito e prevedeva la collaborazione tra la comunità turca e la comunità greca, che coabitavano nella stessa realtà, affiancando a un presidente greco-cipriota un vicepresidente turco-cipriota. Le frizioni tra le due etnie hanno portato, negli anni, alla formazione di due visioni contrapposte: quella dei greco-ciprioti di “ènosis”, ossia la riunificazione con la Grecia, e quella dei turco-ciprioti di “taksim”, che indica la separazione in due entità statali distinte. Queste tensioni sfociarono nel 1974 in un colpo di stato per mano della potenza greca, al quale seguì la risposta della Turchia, che inviò soldati dall’Anatolia nella parte nord dell’isola, tutt’oggi occupata. Le forze armate turche, dunque, sbarcarono per impedire la conquista e l’annessione alla Grecia e per tutelare i concittadini presenti sull’isola. Così nel 1979 la Turchia proclamò la nascita dello “Stato federato turco-cipriota”, attuale Repubblica turca di Cipro del Nord, riconosciuta a livello internazionale come stato a tutti gli effetti solo dalla Turchia. Tutti gli altri paesi membri delle Nazioni Unite non l’hanno riconosciuta, poiché è nata con l’uso della forza armata e della minaccia, violando il diritto internazionale. Al contrario, la Repubblica di Cipro (del Sud) è riconosciuta a livello internazionale e fa parte dell’Ue, oltre che del Commonwealth.

Le continue difficoltà nell’individuazione di un accordo hanno presentato un ostacolo potenziale all’entrata di Cipro nell’Unione europea, a cui il governo si era applicato dal 1997. Nel dicembre 2002, l’UE ha invitato formalmente Cipro ad associarsi dal 2004, insistendo che la partecipazione alla UE si sarebbe applicata all’isola intera, sperando che ciò fornisse un incentivo significativo per la riunificazione. Un piano delle Nazioni Unite promosso dal segretario generale Kofi Annan è stato sottoposto a entrambi i lati in referendum separati il 24 aprile 2004. Il lato greco in modo schiacciante ha rifiutato il programma di Annan (75,8% voti contrari) ed il lato turco ha votato in favore (64,9% voti favorevoli). La motivazione preponderante contro l’unificazione addotta da parte del lato greco è stata che il programma di Annan non prevedeva né il ritorno di tutti i rifugiati greco-ciprioti nelle loro case, né il rinvio in Turchia di tutti i coloni turchi, né il ritiro di tutte le truppe turche di occupazione, né la smilitarizzazione dell’isola. Nel valutare il risultato è interessante notare che mentre ai coloni turchi è stato permesso di votare, i rifugiati che erano fuggiti da Cipro non hanno avuto diritto di votare in un referendum che infine avrebbe determinato il loro futuro. Nel maggio 2004, Cipro è entrata nell’UE, anche se in pratica ciò si applica soltanto alla parte sud dell’isola.

Ad oggi, la situazione è in stallo e gli equilibri politici interni sono sempre delicati. L’ONU continua a lasciare sull’isola forza militare di mantenimento della pace, i militari presidiano stabilmente la “Linea Verde”, ovvero quell’area di circa 350 km2 che divide il nord turco e il sud greco, tagliando in due anche la capitale Nicosia. Tuttavia, dall’aprile del 2003 è possibile attraversare questa linea di separazione e nel 2008 è stato aperto il primo passaggio nel centro storico della capitale, in Ledra Street.

Un aspetto davvero importante riguardo la questione cipriota è la disomogeneità che caratterizza le due parti in cui l’isola si trova ad essere divisa.

Dopo la crisi degli anni ‘60, seguita alla secessione turca, l’economia cipriota ha vissuto un periodo di forte espansione, soprattutto nella parte greco-cipriota, grazie in primis al settore del turismo.

Tuttavia, la ricchezza non si è distribuita in modo omogeneo: la vita nella parte greca dell’isola risulta essere molto più agevole e vantaggiosa, rispetto a quanto accade invece nella parte nord (ad esempio i greco–ciprioti hanno un reddito pro capite annuo pari a 13.500 $ contro i 3.300 $ dei turco-ciprioti).

Un altro aspetto importante è il fatto che secondo i greco-ciprioti, il regime turco, nell’area occupata, sta deliberatamente e metodicamente sradicando ogni traccia dei 9.000 anni di cultura. Tanto per fare alcuni esempi, tutti i nomi greci delle località sono stati sostituiti con nomi turchi e le chiese, i monumenti, i cimiteri sono stati distrutti o dissacrati.

Come se non bastasse è in corso la costruzione di una barriera fisica atta a fermare i migranti siriani e afgani che si spostano dal nord dell’isola verso il sud (come si legge qui). Questo inasprisce ancora di più i rapporti tra le due fazioni, in un contesto che negli ultimi anni ha visto l’Europa esternalizzare i propri confini tramite diversi accordi con paesi come Libia e Turchia.

Dopo aver analizzato l’importante situazione ancora in corso che si trova dietro quest’isola, fatta di predominanze e conflitti riportiamo le parole del Papa, il quale guarda in alto alla ricerca della “migliore politica”, invitando a lavorare per il bene comune di ogni membro presente sulla terra, senza privilegi o esclusioni.

Nel paragrafo 154 dell’Enciclica “Fratelli tutti” spiega:

“Per rendere possibile lo sviluppo della comunità mondiale […] è necessaria la migliore politica posta al servizio del vero bene comune. […] Dio ha dato la Terra a tutto il genere umano, perché essa sostenti tutti i suoi membri, senza escludere né privilegiare nessuno […] la società mondiale non è il risultato della somma dei vari paesi, ma piuttosto è la comunione stessa che esiste tra essi, è la reciproca inclusione”.

La storia di Cipro ci racconta di una terra sempre in balia delle potenze continentali, e di un popolo che si trova ad essere oggetto di contese che lo deprivano di una vera identità, e della possibilità di essere padrone di sé stesso.

In Libano lo scorso 4 febbraio, sei mesi dopo l’esplosione del porto di Beirut, è stato ritrovato il corpo senza vita di Lokman Slim, celebre intellettuale libanese e feroce critico di Hezbollah. Nonostante la sua attività di critica, Slim non rappresentava certo una minaccia per Hezbollah, la quale non trae beneficio dalla sua morte, in un momento segnato dal rinnovamento diplomatico dovuto al cambio di amministrazione statunitense.
Non abbiamo la pretesa di fare luce sulla morte di Lokman Slim, né di rintracciare quelle che possono essere le motivazioni che hanno portato al suo omicidio, che la sorella attribuisce direttamente ad Hezbollah, la quale respinge l’accusa. La vicenda ci porta però ad interrogarci proprio su Hezbollah, probabilmente una delle più potenti milizie in questo momento, e al contempo importante partito politico libanese, e quindi organizzazione che al fianco della lotta fisica (principalmente rivolta verso il vicino stato israeliano) ha posto l’impegno politico. L’impegno militare e quello politico sono spesso molto vicini nel panorama mediorientale e sono molteplici le milizie, o le organizzazioni paramilitari, che nel tempo si sono dotate di un apparato politico, come ad esempio la Fratellanza Musulmana in Egitto, o il Fronte Islamico di Salvezza in Algeria.

Ma di cosa parliamo quando nominiamo il gruppo di milizie armate Hezbollah? La traduzione letterale della parola “Hezbollah” è “Partito di Dio”. Il gruppo è di stampo musulmano sciita (avevamo già parlato del legame tra politica e comunità religiose del Libano qua) ed ha fra i principali obiettivi quello di cacciare Israele dal Libano per poter stabilire uno stato indipendente islamico. L’organizzazione nasce infatti negli anni ‘80 quando lo stato di Israele invade il Libano. Il gruppo sferra numerosi attacchi contro lo stato israeliano con l’appoggio di altri stati confinanti come la Siria. Contemporaneamente il gruppo di milizie riesce a diventare una vera e propria forza politica con un grande consenso da parte della popolazione che si trova nella zona sud del paese. Negli anni 2000 la situazione peggiora, soprattutto dopo la guerra del Libano del 2006, nella quale Hezbollah (assieme ad altre milizie libanesi come Amal) ha risposto all’attacco israeliano. La guerra genera consensi per il gruppo armato e verso il suo leader Hassan Nasrallah, il quale cerca di rovesciare il governo libanese e prendere il potere.
Il gruppo nel corso degli anni continua ad avere sempre più successo fino alle ultime elezioni del 2018 alle quali Hezbollah è riuscita a conquistare ben 13 seggi su 128 nel parlamento libanese; in seguito inoltre Hezbollah è entrata a far parte della coalizione di governo. Ad oggi l’organizzazione viene classificata dagli Stati Uniti come un gruppo terroristico, mentre l’Unione Europea considera terroristica solo la sua ala militare, intrattenendo contatti diplomatici con la parte politica.

Nel più ampio quadro regionale, Hezbollah gode di una stretta e salda relazione con l’Iran, e sebbene Teheran abbia contribuito alla creazione e finanzi cospicuamente Hezbollah, il rapporto non è di sudditanza e anzi Hezbollah gestisce autonomamente i propri affari interni e opera con autonomia rispetto alle questioni importanti per l’Iran, anche se in pratica sempre in concerto con quest’ultimo. Assieme questi importanti attori mediorientali costituiscono, con il governo siriano di Assad, il battezzato “Resistance Axis”: un’alleanza politica e militare non ufficiale, che si contrappone al potere di Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita e ai loro alleati.
La relazione fra i due, inoltre, è caratterizzata dalla continuità valoriale e dal rifarsi alla religione sciita, dai nemici comuni e dalla confluenza di interessi economici, securitari e politici. Essi sono infine necessari l’uno all’altro, infatti, l’Iran ricerca punti di appoggio e partner nella regione per affermare la propria influenza e garantire anche in questo modo la propria sicurezza, mentre nonostante la credibilità e l’influenza che Hezbollah esercita in Libano, esso è fortemente dipendente dalle risorse iraniane (fondi e armi), che difficilmente riuscirebbe a rimpiazzare qualora perdesse l’Iran come alleato.
Inoltre, anche il regime di Assad è considerato un alleato chiave di Hezbollah; durante le primavere arabe Hezbollah si è schierata quasi sempre a favore delle rivolte popolari contro le vecchie élite al potere, mentre in Siria, proprio in virtù del legame con Assad, Hezbollah ha sostenuto quest’ultimo sia in termini di forniture militari sia di combattenti, cooperando anche in maniera autonoma con l’Iran.

Hezbollah e altre organizzazioni similari del Medio Oriente, come Hamas, raccolgono molto consenso, per una pluralità di motivi: in primis, poiché non si limitano alla mera propaganda politica, ma si impegnano al contempo in una esperienza concreta di assistenza presso gli ultimi delle rispettive popolazioni, sostituendosi spesso dove lo stato non può (o in alcuni casi non vuole) intervenire, e attivando una serie di iniziative e servizi, sociali e assistenziali (come assistenza sanitaria, ambulatori, sussidi, aiuti alle vedove, assistenza legale, distribuzione di beni alimentari ecc.). Inoltre, si ergono a difensori dell’etica e dei costumi tradizionali, contro la degenerazione morale che proviene dalla contaminazione con l’Occidente e con i passati colonizzatori. A ciò si aggiunge la critica delle
inefficienze statuali e la lotta alla corruzione delle rispettive amministrazioni, che purtroppo risulta essere un fenomeno diffuso e motivo di risentimento nelle popolazioni (è stato infatti anche parte delle cause che hanno portato, un decennio fa, al fenomeno delle primavere arabe), cosicché esse si mostrino anche in questo modo al fianco dei più deboli. Infine, queste organizzazioni sostengono la
causa palestinese, causa che raccoglie sempre grande sostegno nel panorama mediorientale.

In conclusione, possiamo affermare che la visione che i paesi occidentali hanno rispetto ad Hezbollah o altri gruppi militari è molto discordante rispetto a quella che ne hanno i popoli a più stretto contatto.
Quello che può essere visto come un terrorista da una parte, può essere considerato un combattente per la libertà da un’altra.
Si tratta infatti di visioni diverse di partecipazione politica che riflettono il diverso sviluppo storico, sia dei singoli stati sia della rispettiva regione, gli attuali equilibri regionali, e la percezione della propria sicurezza, che nel contesto mediorientale è particolarmente influenzata dalla tensione fra stati arabi ed Israele.
Inoltre, queste organizzazioni danno alle popolazioni sotto il loro controllo assistenza ed aiuto, riempiendo i vuoti lasciati dallo stato nell’aiutare o ascoltare la popolazione.
È proprio nel quadro delle inefficienze statali, forse nemmeno lontanamente paragonabili a quelle che sperimentiamo noi, che possiamo chiederci quali possibilità rimangano agli individui per far sentire la propria voce e i propri bisogni; le primavere arabe ci hanno certo mostrato una strada, che può non essere l’unica. Infatti, quando ai molti mancano i servizi essenziali, o si vedono negati i propri diritti, queste strutture emergono anche per aiutare i più bisognosi; non bisogna tuttavia dimenticare che oltre a tali attività, spesso tali organizzazioni sono usate e agiscono anche per meri, e meno nobili, scopi personali.

Fonti:

Cambanis, Esfandiary, Ghaddar, Hanna, Lund e Mansour, Hybrid Actors: armed groups and state fragmentation in the Middle East, The Century Fox Foundation Press, New York, 2019

https://www.internazionale.it/opinione/pierre-haski/2021/02/05/libano-omicidio-lokman-slim

https://en.wikipedia.org/wiki/Hezbollah

https://ilbolive.unipd.it/it/news/hezbollah-origine-gruppo-politico-armato-libanese

Dopo mesi di attesa, continui rinvii e speranza è iniziata in Europa la distribuzione del vaccino contro il Covid. Quando sulle prime pagine dei giornali è apparsa questa notizia l’intera Comunità Europea ha pensato di essere ad una svolta che determinasse l’inizio della sconfitta del virus.

Il 9 novembre 2020 venne pubblicamente annunciato che l’americana Pfizer e la tedesca BioNTech erano riuscite a mettere a punto un vaccino efficace al 90% e da lì, nel giro di poche settimane, si inaugurarono in molti paesi i V-Day, prima fra tutti la Gran Bretagna che regalò al mondo l’emblematica immagine della novantenne Margaret Keenan, la prima persona in Occidente a ricevere il vaccino.

La rapidità con cui si era giunti alla sintesi di un vaccino risultato efficace, dopo i vari test di routine, ha talora sollevato dubbi e perplessità nell’opinione pubblica. Di norma “il tempo impiegato a sviluppare un vaccino è molto lungo e prevede un alto tasso di insuccessi. Il periodo di ricerca preliminare, infatti, può andare dai due ai cinque anni e, per arrivare allo sviluppo completo del prodotto, possono passare anche dieci anni” afferma il professore A. Mantovani, direttore scientifico di Humanitas. Al netto però dell’inarrestabile ed incontrollabile diffusione del virus Sars-cov-2, la corsa al vaccino ha accelerato e drasticamente ridotto le tempistiche di creazione e sperimentazione.

Nonostante le prime perplessità il vaccino però è stato somministrato e addirittura, finora, le dosi non sono state sufficienti per poter vaccinare tutti coloro che lo richiedevano. Al di là di casi isolati di effetti collaterali dopo la prima dose, la campagna di distribuzione delle dosi in Europa è decollata seguendo un preciso piano di controllo strategico promulgato dalla Commissione Europea già il 15 ottobre 2020. Ursula von der Leyen ha dichiarato che nell’ambito della sua strategia si era adoperata al fine di stringere accordi con le singole case farmaceutiche produttrici dei vaccini, i quali, una volta disponibili, sicuri ed efficaci sarebbero stati resi accessibili a tutti gli stati membri contemporaneamente. Le scoperte dei vaccini sono “luci di speranza” se sono “a disposizione di tutti”. Lo ha detto il Papa nella benedizione Urbi et Orbi del 25 dicembre chiedendo di evitare che “le leggi di mercato e dei brevetti siano sopra le leggi della salute e dell’umanità”. Il Papa invita a pensare che “il dolore e il male non sono l’ultima parola.”

Il Papa ha esortato tutti, fedeli o meno, a considerare con serietà e responsabilità l’opportunità di essere vaccinati per consentire a sé stessi, ma soprattutto agli altri, di potersi tutelare e tornare a vivere pienamente. In modo particolare il Papa si è rivolto ai responsabili degli Stati, alle imprese, agli organismi internazionali chiedendo loro di “promuovere la cooperazione e non la concorrenza, e di cercare una soluzione per tutti” per evitare che questa malattia assuma la forma di un “virus dell’individualismo radicale” ed egoista che ci rende indifferenti davanti “alla sofferenza di altri fratelli e sorelle” (Messaggio Urbi et Orbi del Santo Padre Francesco del 25 dicembre 2020).

Con l’approvazione da parte dell’EMA, l’agenzia europea dei medicinali, del vaccino Pfizer, seguita da quelle di Moderna e AstraZeneca, agli stati membri è stato chiesto un inizio sincronizzato simbolico della vaccinazione il 27 dicembre. Il grande clamore mediatico di tale avvenimento ha portato alla luce le prime divisioni. L’Ungheria ha deciso di ignorare la richiesta di un inizio coordinato, cominciando a somministrare ai volontari le prime dosi ricevute dallo stabilimento Pfizer immediatamente dopo la consegna. A gennaio 2021, a vaccinazione di massa iniziata, le differenze di strategie di ogni paese membro sono state messe in evidenza da una diversa velocità delle somministrazioni.

È stata solo questione di tempo perché le prime controversie venissero allo scoperto: la Germania, promotrice con Italia, Francia e Olanda dell’acquisto centralizzato europeo, è stata accusata di aver precedentemente stilato un accordo con Pfizer per 30 milioni di dosi supplementari, oltre le 300 assegnate. Il ministero della salute tedesco si è giustificato dicendo che l’acquisto è stato fatto in un momento in cui il vaccino di Moderna non era stato ancora approvato dall’EMA e si temeva che le dosi comunitarie non fossero sufficienti per raggiungere l’immunità di gregge tedesca in tempi brevi. Tale spiegazione, insieme a una dichiarazione di Stefan De Keersmaecker, portavoce della Commissione, in cui si afferma che le dosi aggiuntive fanno parte dei negoziati collettivi dell’UE, non hanno comunque convinto Bruxelles, dato che l’accordo tedesco è stato portato a termine due mesi prima della firma del contratto Pfizer. Il sospetto di un accordo interno tra governo tedesco e azienda tedesca BioNTech ha destato diversi malumori in Europa.

Dopo un inizio relativamente spedito, specialmente in Italia e Germania, la speranza di una vaccinazione rapida di tutta la popolazione è svanita a causa di problemi di fornitura dalle case farmaceutiche. Il mea culpa è arrivato direttamente dalla presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, che ha dichiarato, tra le altre cose, di aver sovrastimato la capacità di produzione delle case farmaceutiche.

L’appello alla solidarietà e alla trasparenza è stato unanime da parte dei gruppi parlamentari europei democratici e socialisti. La socialista spagnola Iratxe García Pérez ha fatto un appello contro un “nazionalismo sanitario” aggiungendo che solo l’unità potrà portare alla vaccinazione di 380 milioni di abitanti europei prima dell’estate e che questa impresa non può essere rovinata da contratti paralleli e acquisti diretti.

In vista dell’assemblea Organizzazione Mondiale della Sanità, 140 personalità della comunità scientifica e politica si sono uniti per un appello affinché il vaccino Covid sia libero dai brevetti e gratuito; se infatti in ambito europeo la Comunità si fa responsabile di evitare disuguaglianze tra paesi membri più e meno abbienti, tale garanzia non sussiste per i paesi extraeuropei. Il rischio è che paesi più poveri, come alcuni stati africani, vengano esclusi dalla campagna di vaccinazione per ragioni di profitto. La risposta dell’Unione Europea a tale richiesta è la proposta di un meccanismo volontario di negoziazione collettiva delle licenze dei brevetti tra stati e case farmaceutiche e condivisione di dati su test e terapie, che possa abbassare i prezzi per dose e rendere l’accesso al vaccino più facile anche per le popolazioni più povere.

Un segnale positivo in questa direzione lo ha lanciato la presidente von der Leyen, lo scorso 19 febbraio durante il G7, annunciando lo stanziamento di ulteriori 100 milioni di Euro in aiuti umanitari per supportare la campagna vaccinale in Africa. Questa nuova somma si aggiunge ai fondi già forniti dal Team Europa a favore dello strumento COVAX.

Memori di questo ultimo anno di pandemia in un mondo globalizzato e in continua comunicazione è evidente che separazioni e individualismi non contribuiscono alla sconfitta del virus. Solo la cooperazione e la messa da parte di interessi personali ed economici possono portare il mondo all’uscita dalla crisi sanitaria internazionale per riportare benessere e salute nelle nostre vite. L’importanza di una buona politica è universalmente riconosciuta come cruciale nel gestire la crisi sanitaria. La lungimiranza della classe dirigente è fondamentale per decidere misure contenitive e organizzare strategie. Mai come oggi è evidente l’impatto che l’operato degli amministratori può avere sulla salute e sul benessere della popolazione. La speranza è che le classi politiche del futuro, memori della storia recente, riconoscano il bisogno di agire nella tutela delle prossime generazioni dando la giusta attenzione a beni primari e strutturali, come sanità e educazione mettendo al centro il valore della persona.

Il Medio Oriente è da sempre una terra teatro di conflitti e dolori la cui eco talvolta arriva alle nostre orecchie dall’uno o dall’altro giornale. Tra questi scontri, sicuramente una questione centrale emerge quando guardiamo alla terra contesa da israeliani e palestinesi, sulla quale la guerra si consuma ormai da decenni e dove ancora oggi la strada da percorrere verso la pace è lunga e faticosa.

Ci piace raccontare in questo contesto la storia di Valentina Sala. La nostra storia inizia quando lei, giovane studentessa laureata alla facoltà di ostetricia, si trova di fronte a tante domande e dubbi su quale futuro la accoglierà. Fu in quel momento che si fece sentire il forte desiderio di intraprendere il noviziato per dedicarsi alla vita religiosa. La consapevolezza della sua vocazione la portarono ad accantonare quell’immagine di sé in sala parto, circondata dal profumo della vita nuova, per intraprendere un percorso che fino ad allora non era affatto rientrato nei suoi piani, ma sicuramenti in quelli di Dio.

Per tanti anni suor Valentina si è chiesta cosa ne fosse stato della sua prima vocazione, aiutare le donne nel momento del parto. Qualcosa le diceva che non le restava altro che aspettare ed affidarsi, che prima o poi sarebbe riuscita a “riutilizzare” quel dono che aveva ricevuto. Nove anni dopo aver accolto il Signore nella sua vita, e sicura che Egli non avesse in serbo per lei nuovi stravolgimenti, dovette ricredersi. Ad attenderla c’era una nuova missione che la portò in una delle terre più martoriate da conflitti, ma anche culla delle tre religioni monoteiste: la Terra Santa.

La congregazione di cui suor Valentina fa parte, quella delle suore di San Giuseppe dell’Apparizione, è presente in Terra Santa dal 1856, fornendo ai residenti supporto educativo e medico. In particolare, l’ospedale Saint Joseph, nella parte est della città di Gerusalemme, era stato fondato nel 1956 nell’allora territorio giordano, per consentire l’accesso ai sistemi sanitari alle popolazioni arabe della West Bank (Cisgiordania) e di Gaza.

Dopo la guerra dei sei giorni del 1967, Gerusalemme est e il Saint Joseph passano sotto il controllo israeliano, rispondendo quindi al ministero della sanità dello stato ebraico. L’ospedale rimane, però, parte di una realtà araba, con personale e pazienti palestinesi.

È con l’apertura del nuovo reparto di maternità a metà anni 2010 che la storia del Saint Joseph si lega a quella di suor Valentina. Le sue due vocazioni, quella di dedizione al Signore e quella di amore per il miracolo della vita, la rendono la persona adatta per dirigere il reparto. Da subito viene colta da stupore, paura ed incertezza, soprattutto per i tanti anni di lontananza da un ospedale e dalla professione ostetrica, ma suor Valentina non si lascia scoraggiare e decide nuovamente di affidarsi alle mani del Signore per lasciarsi plasmare. Ecco che da allora porta avanti la sua missione che quotidianamente la vede coinvolta in tante sfide. Questo ospedale, infatti, ha saputo distinguersi da pochi anni, precisamente dal 2017, per nuovi approcci al parto rispetto alla tradizione araba che hanno catturato l’attenzione di alcune famiglie ebree particolarmente incuriosite dalla proposta del parto in acqua. Questo ha fatto sì che la maternità del St. Joseph diventasse terreno d’incontro tra arabi, musulmani e cristiani, ed ebrei, due popoli profondamente divisi da barriere politiche, economiche e religiose, che inaspettatamente si trovano a condividere un momento così travolgente e delicato della vita.

La nuova dimensione di condivisione porta personale e pazienti a conoscersi in un contesto totalmente differente da quello che in cui normalmente le loro strade si incrocerebbero. In Israele e in Palestina, le poche interazioni tra i due popoli hanno generalmente luogo in situazioni di tensione, come i checkpoint per i palestinesi o il servizio militare per gli israeliani. In sala parto, invece, un’attiva collaborazione è necessaria e il dialogo indispensabile. Non mancano certo momenti di attrito, che solitamente scaturiscono da una diversa visione del parto. Le due popolazioni, infatti, adottano approcci medici differenti, ai quali si aggiungono le difficoltà legate alle barriere linguistiche, che spesso nascondono ferite ben più profonde: il peso delle memorie traumatiche di una vita passata in contrapposizione. Suor Valentina agisce come naturale mediatrice, ascoltando gli uni e gli altri e mitigando reazioni e incomprensioni.

La situazione di conflitto tra Israele e Palestina è lontana dall’essere risolta e quasi mezzo milione di israeliani vive nei territori palestinesi occupati della Cisgiordania. Nonostante ciò, suor Valentina non perde la speranza e ogni giorno dà il suo contributo ricordando la parabola del granello di senape e consapevole che molto spesso sono proprio i piccoli a gesti quotidiani a creare i più solidi ponti.

Il miracolo del Saint Joseph è che gli stereotipi più radicati cadono nel momento più straordinariamente potente e fragile della vita di una donna. I muri, reali o immaginari, crollano, ci si trova a gioire insieme per una nuova fragile vita. E chissà che da queste nuove vite non nascano operatori di pace che porteranno i nostri figli e nipoti a sentire parlare di Terra Santa come luogo di serenità e prosperità per le popolazioni che lo abitano.

Questa testimonianza ci invita a non cadere nel baratro dell’indifferenza. Anche noi, riconoscendoci come esseri fragili in un contesto di fragilità, abbiamo nelle nostre mani il dovere e il potere di metterci a servizio del prossimo: siamo chiamati a seguire il progetto che Dio ha pensato per noi, affinché possiamo essere protagonisti di piccole grandi rivoluzioni, gocce di speranza in oceani in tempesta.

 

Video integrale della testimonianza di suor Valentina:

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Ti sei lavato le mani oggi?

Immaginiamo di sì, mentre invece i ragazzi siriani costretti a fuggire dalle loro case bombardate, molto probabilmente questa banale possibilità non l’hanno avuta. E forse neanche ieri, o il giorno prima. E certamente, sarebbe comunque l’ultimo dei loro problemi.

Come loro, sono moltissime le persone che vivono in condizioni di fragilità sotto tanti punti di vista.

La Siria è infatti un paese devastato dalla guerra civile ormai da più di dieci anni (ne abbiamo parlato qui) e mentre i riflettori di tutto il mondo sono puntati sull’avanzare della pandemia, ci siamo scordati che in Siria i conflitti armati non si sono mai fermati.

Con i nostri telegiornali impegnati nella cronaca di pandemia, potremmo esserci persi alcuni passaggi importanti avvenuti nel corso dell’ultimo anno.

Centrale soprattutto la questione di Idlib, situata nel nord-ovest vicino al confine con la Turchia, che è stata a lungo teatro di scontri tra i ribelli e l’esercito di Assad, forte di un alleato come la Russia. La città è tutt’oggi l’unica zona ancora in mano alle forze d’opposizione. I bombardamenti delle forze congiunte di Damasco e Mosca si sono protratti per mesi fino a quando un incontro tra Putin ed Erdoğan ha posto le basi per una tregua che entra in vigore nel marzo 2020.

Il conflitto però è tutt’altro che estinto: negli ultimi mesi, infatti, sul confine iracheno sono aumentate le tensioni. È infatti aumentata la presenza delle truppe iraniane nella zona, con un Iran che appare sempre più isolato sia dal mondo sunnita che da Israele, specie dopo i recenti Accordi di Abramo tra quest’ultimo e alcuni paesi arabi. Proprio Israele, infatti, negli ultimi mesi ha intensificato l’offensiva verso le truppe iraniane con numerosi raid aerei.

Il conflitto ha portato ad un milione di sfollati solo in questa zona. Idlib è di fatto una vera e propria prigione a cielo aperto in cui è impossibile anche solo far pervenire assistenza e aiuto umanitario per i civili.

Sono attualmente 6,6 milioni gli sfollati all’interno del territorio siriano e dal 2011 ad oggi sono almeno 5 milioni coloro che hanno cercato rifugio fuori dai confini. Giordania e Turchia, che pur sono tra gli stati ospitanti la maggior parte dei profughi, hanno spesso respinto l’ingresso di nuovi richiedenti asilo, esponendoli così ad un ulteriore rischio di violenze e persecuzioni.

Un milione e mezzo invece si trovano, ufficiosamente, in Libano, paese che non ha mai firmato la Convenzione di Ginevra del 1951, che regola le procedure ed il riconoscimento dello status di rifugiato e degli obblighi gravanti sugli stati firmatari.

Non vedendosi riconosciuta alcuna forma di protezione e tutela, ancora una volta i profughi sono costretti a vivere per strada, nelle tende o negli edifici abbandonati.

Di fronte a tali fatti e a questi numeri il rischio maggiore, oltre a quello di rimanere indifferenti, è quello di dimenticarsi l’umanità che sta dietro a tutti quei volti che fuggono dal proprio Paese. Come siamo toccati da queste storie di fragilità?

Probabilmente il primo concetto che ci viene in mente è il senso di sradicamento, non solo dall’ambito geografico ma anche da quello etnico, culturale e sociale. Molto spesso, infatti, i profughi provenienti dalla Siria, così come tutti coloro che fuggono da guerre o altre condizioni di fragilità, si trovano catapultati in ambienti che tendono ad annichilire le differenze culturali portando tutti al semplice e vuoto termine di “profughi”. Anche il concetto di umanità inizia a stravolgersi. Essere profughi, che sia a Lesbo, ad Amman o a Beirut, significa solamente una cosa: essere un peso per le casse dello stato e un problema per la comunità ospitante che di questi tempi sta già affrontando un grave periodo di crisi. Basti pensare a quanto accaduto di recente in Bosnia, a Lipa: di fronte ad immagini di persone a piedi scalzi, immersi nella neve alta, parole come fragilità sembrano solo eufemismi ai nostri occhi se non fosse che, per loro, tutto questo rischia di diventare normale quotidianità.

È anche vero che in certi casi l’esigenza di normalità e di piantare nuove radici supera un passato fatto di odio e rancore, permettendo di guardare oltre la disperazione. Anche in un presente di privazioni, dove tutto sembra consigliare di arrendersi, è sempre possibile risollevare la testa. Ne è un esempio la storia di Anwar al-Bunny che, come riporta The Guardian in una sua inchiesta, era stato arrestato e incarcerato in Siria poiché sostenitore della forza politica che si contrapponeva al regime.

Ecco che, dieci anni dopo, in esilio in Germania, incontra per caso lo stesso uomo che lo aveva interrogato e fatto arrestare. Ma in Anwar non c’è spazio per il rancore e la vendetta. Egli afferma infatti di non provare odio nei confronti quell’uomo a causa di quanto subito, poiché riconosce come vero responsabile delle violenze quel sistema più vasto e corrotto che tentava di cambiare. Oggi Anwar al-Bunni non è “solamente” un noto avvocato che si batte per i diritti umani in Siria, ma rappresenta un simbolo di speranza per tutti coloro che ancora cercano un nuovo inizio lontano dalla propria terra.

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