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Vaccino contro il Covid-19: la distribuzione in Europa

Europa
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Dopo mesi di attesa, continui rinvii e speranza è iniziata in Europa la distribuzione del vaccino contro il Covid. Quando sulle prime pagine dei giornali è apparsa questa notizia l’intera Comunità Europea ha pensato di essere ad una svolta che determinasse l’inizio della sconfitta del virus. Il 9 novembre 2020…

Fragili nella fragilità: c’era una volta un’ostetrica

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Il Medio Oriente è da sempre una terra teatro di conflitti e dolori la cui eco talvolta arriva alle nostre orecchie dall’uno o dall’altro giornale. Tra questi scontri, sicuramente una questione centrale emerge quando guardiamo alla terra contesa da israeliani e palestinesi, sulla quale la guerra si consuma ormai da…

Tra tante fragilità, un popolo che cerca riscatto

Siria
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Ti sei lavato le mani oggi? Immaginiamo di sì, mentre invece i ragazzi siriani costretti a fuggire dalle loro case bombardate, molto probabilmente questa banale possibilità non l’hanno avuta. E forse neanche ieri, o il giorno prima. E certamente, sarebbe comunque l’ultimo dei loro problemi. Come loro, sono moltissime le…

Il popolo dimenticato

Sahara Occidentale
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Negli ultimi mesi, sull’onda degli Accordi di Abramo, che vedono la normalizzazione delle relazioni diplomatiche fra Israele e sempre più stati arabi (Emirati Arabi, Bahrein, Sudan e Marocco), è tornata alla luce una questione troppo spesso dimenticata e ignorata, ovvero la storia del popolo saharawi, che è stato privato di…

Un’unione per il cambiamento

Una tra le caratteristiche più peculiari del Libano è quella di essere costituito da diverse comunità etnico-religiose: ciò comporta un’evidente ricaduta sul suo assetto istituzionale. Come pochi altri paesi al mondo, infatti, è una democrazia parlamentare basata su un principio di consociativismo confessionale nella quale convivono un premier sunnita, un…

Per un’umanità un po’ più vicina: uno sguardo alla Grecia

Europa, Grecia
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In queste ultime settimane, prima che l’emergenza sanitaria del Covid-19 prendesse il sopravvento sulle nostre vite, un’altra notizia occupava le prime pagine dei giornali e le televisioni: la crisi migratoria al confine tra Turchia e Grecia, paesi in contrasto da decenni. In seguito all’apertura del confine turco del 27 febbraio,…

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Il conflitto israelo-palestinese: una guerra non scontata

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Dopo mesi di attesa, continui rinvii e speranza è iniziata in Europa la distribuzione del vaccino contro il Covid. Quando sulle prime pagine dei giornali è apparsa questa notizia l’intera Comunità Europea ha pensato di essere ad una svolta che determinasse l’inizio della sconfitta del virus.

Il 9 novembre 2020 venne pubblicamente annunciato che l’americana Pfizer e la tedesca BioNTech erano riuscite a mettere a punto un vaccino efficace al 90% e da lì, nel giro di poche settimane, si inaugurarono in molti paesi i V-Day, prima fra tutti la Gran Bretagna che regalò al mondo l’emblematica immagine della novantenne Margaret Keenan, la prima persona in Occidente a ricevere il vaccino.

La rapidità con cui si era giunti alla sintesi di un vaccino risultato efficace, dopo i vari test di routine, ha talora sollevato dubbi e perplessità nell’opinione pubblica. Di norma “il tempo impiegato a sviluppare un vaccino è molto lungo e prevede un alto tasso di insuccessi. Il periodo di ricerca preliminare, infatti, può andare dai due ai cinque anni e, per arrivare allo sviluppo completo del prodotto, possono passare anche dieci anni” afferma il professore A. Mantovani, direttore scientifico di Humanitas. Al netto però dell’inarrestabile ed incontrollabile diffusione del virus Sars-cov-2, la corsa al vaccino ha accelerato e drasticamente ridotto le tempistiche di creazione e sperimentazione.

Nonostante le prime perplessità il vaccino però è stato somministrato e addirittura, finora, le dosi non sono state sufficienti per poter vaccinare tutti coloro che lo richiedevano. Al di là di casi isolati di effetti collaterali dopo la prima dose, la campagna di distribuzione delle dosi in Europa è decollata seguendo un preciso piano di controllo strategico promulgato dalla Commissione Europea già il 15 ottobre 2020. Ursula von der Leyen ha dichiarato che nell’ambito della sua strategia si era adoperata al fine di stringere accordi con le singole case farmaceutiche produttrici dei vaccini, i quali, una volta disponibili, sicuri ed efficaci sarebbero stati resi accessibili a tutti gli stati membri contemporaneamente. Le scoperte dei vaccini sono “luci di speranza” se sono “a disposizione di tutti”. Lo ha detto il Papa nella benedizione Urbi et Orbi del 25 dicembre chiedendo di evitare che “le leggi di mercato e dei brevetti siano sopra le leggi della salute e dell’umanità”. Il Papa invita a pensare che “il dolore e il male non sono l’ultima parola.”

Il Papa ha esortato tutti, fedeli o meno, a considerare con serietà e responsabilità l’opportunità di essere vaccinati per consentire a sé stessi, ma soprattutto agli altri, di potersi tutelare e tornare a vivere pienamente. In modo particolare il Papa si è rivolto ai responsabili degli Stati, alle imprese, agli organismi internazionali chiedendo loro di “promuovere la cooperazione e non la concorrenza, e di cercare una soluzione per tutti” per evitare che questa malattia assuma la forma di un “virus dell’individualismo radicale” ed egoista che ci rende indifferenti davanti “alla sofferenza di altri fratelli e sorelle” (Messaggio Urbi et Orbi del Santo Padre Francesco del 25 dicembre 2020).

Con l’approvazione da parte dell’EMA, l’agenzia europea dei medicinali, del vaccino Pfizer, seguita da quelle di Moderna e AstraZeneca, agli stati membri è stato chiesto un inizio sincronizzato simbolico della vaccinazione il 27 dicembre. Il grande clamore mediatico di tale avvenimento ha portato alla luce le prime divisioni. L’Ungheria ha deciso di ignorare la richiesta di un inizio coordinato, cominciando a somministrare ai volontari le prime dosi ricevute dallo stabilimento Pfizer immediatamente dopo la consegna. A gennaio 2021, a vaccinazione di massa iniziata, le differenze di strategie di ogni paese membro sono state messe in evidenza da una diversa velocità delle somministrazioni.

È stata solo questione di tempo perché le prime controversie venissero allo scoperto: la Germania, promotrice con Italia, Francia e Olanda dell’acquisto centralizzato europeo, è stata accusata di aver precedentemente stilato un accordo con Pfizer per 30 milioni di dosi supplementari, oltre le 300 assegnate. Il ministero della salute tedesco si è giustificato dicendo che l’acquisto è stato fatto in un momento in cui il vaccino di Moderna non era stato ancora approvato dall’EMA e si temeva che le dosi comunitarie non fossero sufficienti per raggiungere l’immunità di gregge tedesca in tempi brevi. Tale spiegazione, insieme a una dichiarazione di Stefan De Keersmaecker, portavoce della Commissione, in cui si afferma che le dosi aggiuntive fanno parte dei negoziati collettivi dell’UE, non hanno comunque convinto Bruxelles, dato che l’accordo tedesco è stato portato a termine due mesi prima della firma del contratto Pfizer. Il sospetto di un accordo interno tra governo tedesco e azienda tedesca BioNTech ha destato diversi malumori in Europa.

Dopo un inizio relativamente spedito, specialmente in Italia e Germania, la speranza di una vaccinazione rapida di tutta la popolazione è svanita a causa di problemi di fornitura dalle cause farmaceutiche. Il mea culpa è arrivato direttamente dalla presidente della Commissione Europea Ursula Von Der Leyen, che ha dichiarato, tra le altre cose, di aver sovrastimato la capacità di produzione delle cause farmaceutiche.

L’appello alla solidarietà e alla trasparenza è stato unanime da parte dei gruppi parlamentari europei democratici e socialisti. La socialista spagnola Iratxe García Pérez ha fatto un appello contro un “nazionalismo sanitario” aggiungendo che solo l’unità potrà portare alla vaccinazione di 380 milioni di abitanti europei prima dell’estate e che questa impresa non può essere rovinata da contratti paralleli e acquisti diretti.

In vista dell’assemblea Organizzazione Mondiale della Sanità, 140 personalità della comunità scientifica e politica si sono uniti per un appello affinché il vaccino Covid sia libero dai brevetti e gratuito; se infatti in ambito europeo la Comunità si fa responsabile di evitare disuguaglianze tra paesi membri più e meno abbienti, tale garanzia non sussiste per i paesi extraeuropei. Il rischio è che paesi più poveri, come alcuni stati africani, vengano esclusi dalla campagna di vaccinazione per ragioni di profitto. La risposta dell’Unione Europea a tale richiesta è la proposta di un meccanismo volontario di negoziazione collettiva delle licenze dei brevetti tra stati e case farmaceutiche e condivisione di dati su test e terapie, che possa abbassare i prezzi per dose e rendere l’accesso al vaccino più facile anche per le popolazioni più povere.

Un segnale positivo in questa direzione lo ha lanciato la presidente Von der Leyen, lo scorso 19 febbraio durante il G7, annunciando lo stanziamento di ulteriori 100 milioni di Euro in aiuti umanitari per supportare la campagna vaccinale in Africa. Questa nuova somma si aggiunge ai fondi già forniti dal Team Europa a favore dello strumento COVAX.

Memori di questo ultimo anno di pandemia in un mondo globalizzato e in continua comunicazione è evidente che separazioni e individualismi non contribuiscono alla sconfitta del virus. Solo la cooperazione e la messa da parte di interessi personali ed economici possono portare il mondo all’uscita dalla crisi sanitaria internazionale per riportare benessere e salute nelle nostre vite. L’importanza di una buona politica è universalmente riconosciuta come cruciale nel gestire la crisi sanitaria. La lungimiranza della classe dirigente è fondamentale per decidere misure contenitive e organizzare strategie. Mai come oggi è evidente l’impatto che l’operato degli amministratori può avere sulla salute e sul benessere della popolazione. La speranza è che le classi politiche del futuro, memori della storia recente, riconoscano il bisogno di agire nella tutela delle prossime generazioni dando la giusta attenzione a beni primari e strutturali, come sanità e educazione mettendo al centro il valore della persona.

Il Medio Oriente è da sempre una terra teatro di conflitti e dolori la cui eco talvolta arriva alle nostre orecchie dall’uno o dall’altro giornale. Tra questi scontri, sicuramente una questione centrale emerge quando guardiamo alla terra contesa da israeliani e palestinesi, sulla quale la guerra si consuma ormai da decenni e dove ancora oggi la strada da percorrere verso la pace è lunga e faticosa.

Ci piace raccontare in questo contesto la storia di Valentina Sala. La nostra storia inizia quando lei, giovane studentessa laureata alla facoltà di ostetricia, si trova di fronte a tante domande e dubbi su quale futuro la accoglierà. Fu in quel momento che si fece sentire il forte desiderio di intraprendere il noviziato per dedicarsi alla vita religiosa. La consapevolezza della sua vocazione la portarono ad accantonare quell’immagine di sé in sala parto, circondata dal profumo della vita nuova, per intraprendere un percorso che fino ad allora non era affatto rientrato nei suoi piani, ma sicuramenti in quelli di Dio.

Per tanti anni suor Valentina si è chiesta cosa ne fosse stato della sua prima vocazione, aiutare le donne nel momento del parto. Qualcosa le diceva che non le restava altro che aspettare ed affidarsi, che prima o poi sarebbe riuscita a “riutilizzare” quel dono che aveva ricevuto. Nove anni dopo aver accolto il Signore nella sua vita, e sicura che Egli non avesse in serbo per lei nuovi stravolgimenti, dovette ricredersi. Ad attenderla c’era una nuova missione che la portò in una delle terre più martoriate da conflitti, ma anche culla delle tre religioni monoteiste: la Terra Santa.

La congregazione di cui suor Valentina fa parte, quella delle suore di San Giuseppe dell’Apparizione, è presente in Terra Santa dal 1856, fornendo ai residenti supporto educativo e medico. In particolare, l’ospedale Saint Joseph, nella parte est della città di Gerusalemme, era stato fondato nel 1956 nell’allora territorio giordano, per consentire l’accesso ai sistemi sanitari alle popolazioni arabe della West Bank (Cisgiordania) e di Gaza.

Dopo la guerra dei sei giorni del 1967, Gerusalemme est e il Saint Joseph passano sotto il controllo israeliano, rispondendo quindi al ministero della sanità dello stato ebraico. L’ospedale rimane, però, parte di una realtà araba, con personale e pazienti palestinesi.

È con l’apertura del nuovo reparto di maternità a metà anni 2010 che la storia del Saint Joseph si lega a quella di suor Valentina. Le sue due vocazioni, quella di dedizione al Signore e quella di amore per il miracolo della vita, la rendono la persona adatta per dirigere il reparto. Da subito viene colta da stupore, paura ed incertezza, soprattutto per i tanti anni di lontananza da un ospedale e dalla professione ostetrica, ma suor Valentina non si lascia scoraggiare e decide nuovamente di affidarsi alle mani del Signore per lasciarsi plasmare. Ecco che da allora porta avanti la sua missione che quotidianamente la vede coinvolta in tante sfide. Questo ospedale, infatti, ha saputo distinguersi da pochi anni, precisamente dal 2017, per nuovi approcci al parto rispetto alla tradizione araba che hanno catturato l’attenzione di alcune famiglie ebree particolarmente incuriosite dalla proposta del parto in acqua. Questo ha fatto sì che la maternità del St. Joseph diventasse terreno d’incontro tra arabi, musulmani e cristiani, ed ebrei, due popoli profondamente divisi da barriere politiche, economiche e religiose, che inaspettatamente si trovano a condividere un momento così travolgente e delicato della vita.

La nuova dimensione di condivisione porta personale e pazienti a conoscersi in un contesto totalmente differente da quello che in cui normalmente le loro strade si incrocerebbero. In Israele e in Palestina, le poche interazioni tra i due popoli hanno generalmente luogo in situazioni di tensione, come i checkpoint per i palestinesi o il servizio militare per gli israeliani. In sala parto, invece, un’attiva collaborazione è necessaria e il dialogo indispensabile. Non mancano certo momenti di attrito, che solitamente scaturiscono da una diversa visione del parto. Le due popolazioni, infatti, adottano approcci medici differenti, ai quali si aggiungono le difficoltà legate alle barriere linguistiche, che spesso nascondono ferite ben più profonde: il peso delle memorie traumatiche di una vita passata in contrapposizione. Suor Valentina agisce come naturale mediatrice, ascoltando gli uni e gli altri e mitigando reazioni e incomprensioni.

La situazione di conflitto tra Israele e Palestina è lontana dall’essere risolta e quasi mezzo milione di israeliani vive nei territori palestinesi occupati della Cisgiordania. Nonostante ciò, suor Valentina non perde la speranza e ogni giorno dà il suo contributo ricordando la parabola del granello di senape e consapevole che molto spesso sono proprio i piccoli a gesti quotidiani a creare i più solidi ponti.

Il miracolo del Saint Joseph è che gli stereotipi più radicati cadono nel momento più straordinariamente potente e fragile della vita di una donna. I muri, reali o immaginari, crollano, ci si trova a gioire insieme per una nuova fragile vita. E chissà che da queste nuove vite non nascano operatori di pace che porteranno i nostri figli e nipoti a sentire parlare di Terra Santa come luogo di serenità e prosperità per le popolazioni che lo abitano.

Questa testimonianza ci invita a non cadere nel baratro dell’indifferenza. Anche noi, riconoscendoci come esseri fragili in un contesto di fragilità, abbiamo nelle nostre mani il dovere e il potere di metterci a servizio del prossimo: siamo chiamati a seguire il progetto che Dio ha pensato per noi, affinché possiamo essere protagonisti di piccole grandi rivoluzioni, gocce di speranza in oceani in tempesta.

 

Video integrale della testimonianza di suor Valentina:

Clicca qui per vedere il video integrale

Ti sei lavato le mani oggi?

Immaginiamo di sì, mentre invece i ragazzi siriani costretti a fuggire dalle loro case bombardate, molto probabilmente questa banale possibilità non l’hanno avuta. E forse neanche ieri, o il giorno prima. E certamente, sarebbe comunque l’ultimo dei loro problemi.

Come loro, sono moltissime le persone che vivono in condizioni di fragilità sotto tanti punti di vista.

La Siria è infatti un paese devastato dalla guerra civile ormai da più di dieci anni (ne abbiamo parlato qui) e mentre i riflettori di tutto il mondo sono puntati sull’avanzare della pandemia, ci siamo scordati che in Siria i conflitti armati non si sono mai fermati.

Con i nostri telegiornali impegnati nella cronaca di pandemia, potremmo esserci persi alcuni passaggi importanti avvenuti nel corso dell’ultimo anno.

Centrale soprattutto la questione di Idlib, situata nel nord-ovest vicino al confine con la Turchia, che è stata a lungo teatro di scontri tra i ribelli e l’esercito di Assad, forte di un alleato come la Russia. La città è tutt’oggi l’unica zona ancora in mano alle forze d’opposizione. I bombardamenti delle forze congiunte di Damasco e Mosca si sono protratti per mesi fino a quando un incontro tra Putin ed Erdoğan ha posto le basi per una tregua che entra in vigore nel marzo 2020.

Il conflitto però è tutt’altro che estinto: negli ultimi mesi, infatti, sul confine iracheno sono aumentate le tensioni. È infatti aumentata la presenza delle truppe iraniane nella zona, con un Iran che appare sempre più isolato sia dal mondo sunnita che da Israele, specie dopo i recenti Accordi di Abramo tra quest’ultimo e alcuni paesi arabi. Proprio Israele, infatti, negli ultimi mesi ha intensificato l’offensiva verso le truppe iraniane con numerosi raid aerei.

Il conflitto ha portato ad un milione di sfollati solo in questa zona. Idlib è di fatto una vera e propria prigione a cielo aperto in cui è impossibile anche solo far pervenire assistenza e aiuto umanitario per i civili.

Sono attualmente 6,6 milioni gli sfollati all’interno del territorio siriano e dal 2011 ad oggi sono almeno 5 milioni coloro che hanno cercato rifugio fuori dai confini. Giordania e Turchia, che pur sono tra gli stati ospitanti la maggior parte dei profughi, hanno spesso respinto l’ingresso di nuovi richiedenti asilo, esponendoli così ad un ulteriore rischio di violenze e persecuzioni.

Un milione e mezzo invece si trovano, ufficiosamente, in Libano, paese che non ha mai firmato la Convenzione di Ginevra del 1951, che regola le procedure ed il riconoscimento dello status di rifugiato e degli obblighi gravanti sugli stati firmatari.

Non vedendosi riconosciuta alcuna forma di protezione e tutela, ancora una volta i profughi sono costretti a vivere per strada, nelle tende o negli edifici abbandonati.

Di fronte a tali fatti e a questi numeri il rischio maggiore, oltre a quello di rimanere indifferenti, è quello di dimenticarsi l’umanità che sta dietro a tutti quei volti che fuggono dal proprio Paese. Come siamo toccati da queste storie di fragilità?

Probabilmente il primo concetto che ci viene in mente è il senso di sradicamento, non solo dall’ambito geografico ma anche da quello etnico, culturale e sociale. Molto spesso, infatti, i profughi provenienti dalla Siria, così come tutti coloro che fuggono da guerre o altre condizioni di fragilità, si trovano catapultati in ambienti che tendono ad annichilire le differenze culturali portando tutti al semplice e vuoto termine di “profughi”. Anche il concetto di umanità inizia a stravolgersi. Essere profughi, che sia a Lesbo, ad Amman o a Beirut, significa solamente una cosa: essere un peso per le casse dello stato e un problema per la comunità ospitante che di questi tempi sta già affrontando un grave periodo di crisi. Basti pensare a quanto accaduto di recente in Bosnia, a Lipa: di fronte ad immagini di persone a piedi scalzi, immersi nella neve alta, parole come fragilità sembrano solo eufemismi ai nostri occhi se non fosse che, per loro, tutto questo rischia di diventare normale quotidianità.

È anche vero che in certi casi l’esigenza di normalità e di piantare nuove radici supera un passato fatto di odio e rancore, permettendo di guardare oltre la disperazione. Anche in un presente di privazioni, dove tutto sembra consigliare di arrendersi, è sempre possibile risollevare la testa. Ne è un esempio la storia di Anwar al-Bunny che, come riporta The Guardian in una sua inchiesta, era stato arrestato e incarcerato in Siria poiché sostenitore della forza politica che si contrapponeva al regime.

Ecco che, dieci anni dopo, in esilio in Germania, incontra per caso lo stesso uomo che lo aveva interrogato e fatto arrestare. Ma in Anwar non c’è spazio per il rancore e la vendetta. Egli afferma infatti di non provare odio nei confronti quell’uomo a causa di quanto subito, poiché riconosce come vero responsabile delle violenze quel sistema più vasto e corrotto che tentava di cambiare. Oggi Anwar al-Bunni non è “solamente” un noto avvocato che si batte per i diritti umani in Siria, ma rappresenta un simbolo di speranza per tutti coloro che ancora cercano un nuovo inizio lontano dalla propria terra.

Negli ultimi mesi, sull’onda degli Accordi di Abramo, che vedono la normalizzazione delle relazioni diplomatiche fra Israele e sempre più stati arabi (Emirati Arabi, Bahrein, Sudan e Marocco), è tornata alla luce una questione troppo spesso dimenticata e ignorata, ovvero la storia del popolo saharawi, che è stato privato di uno stato e al quale sembra negato il diritto all’autodeterminazione.

Spesso nelle mappe politiche si nota una piccola area a sud del Marocco colorata di grigio; si tratta del Sahara Occidentale, paese natale dei saharawi, la cui storia è segnata da lotta, precarietà, fragilità e contraddizioni, dalla decolonizzazione spagnola fino ad oggi. Questo è il territorio dei saharawi, e paradossalmente potremmo averne sentito parlare di più a causa degli Accordi di Abramo (poiché contestualmente Washington ha riconosciuto per primo la sovranità marocchina sull’area) che per i recenti scontri che si sono verificati da novembre, dopo 29 anni di tregua. Infatti, dopo manifestazioni pacifiche da parte del popolo saharawi, iniziate in ottobre e tenutesi nella zona cuscinetto del Guerguerat (monitorata dalle Nazioni Unite), che bloccavano il commercio marocchino passante per il loro territorio, il Marocco ha reagito sparando sulla folla.

Il contesto storico

Nel 1973 viene creato il Fronte Polisario con lo scopo di porre fine al colonialismo spagnolo e combattere per l’indipendenza del popolo saharawi; tuttavia, oltre a Spagna e Polisario, anche Marocco e Mauritania iniziarono a rivendicare l’area. Le truppe saharawi, appoggiate dalla vicina Algeria, combatterono contro i coloni spagnoli, ottenendo (grazie anche alla pressione internazionale) che la Spagna tenesse un referendum perché il popolo saharawi potesse decidere se unirsi a uno dei propri vicini o diventare indipendente. Tuttavia, quel referendum ad oggi non si è mai tenuto, a causa del “rocambolesco” (e incurante delle conseguenze) ritiro spagnolo delle azioni marocchine che puntualmente ne richiedono il rinvio se non la cancellazione. Infatti, nel 1975 il Marocco fece pressione sulla Spagna perché gli trasferisse la sovranità del Sahara Occidentale e al contempo penetrò nel territorio, scontrandosi con il Fronte Polisario fino al 1991. Alla fine del conflitto l’operazione delle Nazioni Unite MINURSO avrebbe dovuto far rispettare il cessate il fuoco e organizzare il referendum, che però nuovamente non si tenne; il ruolo delle Nazioni Unite è molto ridotto, si tratta infatti di una operazione di peace keeping, ancora presente sul territorio, che stranamente nel suo mandato non prevede né il monitoraggio né il far rispettare i diritti umani.

Dal 1991 è stata perseguita la via diplomatica e pacifica per ottenere l’indipendenza, che tuttavia non ha portato i risultati sperati. Il Sahara Occidentale è infatti ancora sotto il controllo marocchino, che trae beneficio dall’occupazione sfruttando le riserve di fosfati e le aree di pesca. La popolazione saharawi ha dovuto progressivamente allontanarsi dai propri territori ed è oggi divisa fra coloro che rimangono nella terra natia e le persone fuggite nei campi profughi in Algeria (circa 173.600 persone nel 2018) dove vivono, anzi sopravvivono, in dure e difficili condizioni.

 Alla già fragile situazione dei saharawi si sono aggiunti quest’anno due importanti avvenimenti. Il primo che, come purtroppo ben sappiamo, ha colpito tutto il mondo: il COVID-19. Per i saharawi ha comportato non tanto un peggioramento della situazione sanitaria, anche se l’epidemia è generalmente poco monitorata e solo recentemente si è iniziato a fare test più attendibili grazie ad apparecchiature fornite da ONG occidentali, ma soprattutto un peggioramento delle già precarie condizioni generali, dovuto al blocco dei flussi umanitari provenienti anche dalle piccole realtà.

Il secondo evento è invece il riconoscimento americano della sovranità marocchina sul Sahara Occidentale, avvenuto parallelamente alla normalizzazione delle relazioni diplomatiche del Marocco con Israele. Sebbene nessun altro stato abbia finora seguito l’esempio di Washington, la mancata neutralità della superpotenza statunitense ha fatto crollare le aspettative e le speranze di molti verso l’autodeterminazione dei saharawi.

SaharawInsieme

È in tale contesto che si collocano gli sforzi dell’associazione “SaharawInsieme”raccontatici da Claudia Maurri e Costanza Baggiani. Su spinta delle attività dell’associazione il comune di Pontassieve ha stretto un patto di amicizia con la tendopoli di Tifariti dal 1987 e da ben prima SaharawInsieme si impegna ad aiutare le famiglie saharawi attraverso varie iniziative di solidarietà. Sono stati avviati diversi progetti di sostegno verso il popolo saharawi, e in particolare due di questi sono quelli che da più tempo caratterizzano l’impegno dell’associazione.

Progetto “Piccoli ambasciatori di pace”: dal 1987 ogni anno SaharawInsieme, insieme al comune di Pontassieve (e ad altri comuni e associazioni della Valdisieve e del Valdarno), ospita nel periodo estivo un gruppo di bambini saharawi dai 6 ai 12 anni, chiamati in base ad alcuni criteri: prima di tutto che non siano mai usciti dal campo, e poi si rivolge a coloro che abbiano una buona media scolastica, con un’attenzione anche a coloro che presentano gravi problemi di salute. Infatti, durante l’accoglienza estiva, i bambini vengono sottoposti alle visite mediche di routine; purtroppo, le condizioni climatiche del luogo e gli alimenti usati portano a malattie comuni fra i bambini come celiachia, calcolosi renale e problemi agli occhi, derivanti soprattutto da scarse condizioni igieniche, mancanze alimentari e inadeguata copertura dalle tempeste di sabbia.

L’accoglienza dei bambini nel comune di Pontassieve ha lo scopo di sensibilizzare la cittadinanza al riconoscimento dell’identità del popolo  saharawi in una modalità pacifica. Ai bambini ospiti viene riconosciuta anche la cittadinanza onoraria. I bambini hanno la possibilità di svolgere attività ludico ricreative e partecipano a feste locali offrendo momenti di socializzazione. Nel 2020 a causa dell’emergenza sanitaria, non è stato possibile accogliere i giovani saharawi, ma l’associazione è già pronta per la loro accoglienza già dalla prossima estate.

Progetto “Un sorriso per la pace”: dal 1999 SaharawInsieme ha attivato il progetto per l’adozione a distanza di figli di famiglie che vivono in condizioni molto povere. L’associazione gestisce più di 140 adozioni di bambini. In questo modo gli affidatari italiani possono avvicinarsi alla causa saharawi. Le adozioni avvengono principalmente nei campi profughi del deserto di Tindouf il quale si trova nel Sahara algerino.

SaharawInsieme si occupa inoltre di portare aiuti umanitari nei campi profughi che si trovano nel Sahara algerino: ogni anno vengono fatte delle spedizioni nel deserto di Tindouf per poter portare le risorse raccolte dagli affidatari italiani. L’ultimo viaggio fatto dall’associazione è stato fatto a gennaio 2020, dopo di che, a causa della pandemia, sono stati costretti ad interrompere le spedizioni. Purtroppo, anche tutte le altre associazioni di volontariato legate a questa causa sono state costrette ad interrompere i viaggi dai saharawi per i quali gli aiuti umanitari dei volontari erano fondamentali.

Claudia e Costanza ci hanno raccontato della loro esperienza nei campi profughi dei saharawi e di come la vita nelle tendopoli sia difficile. Una delle cose che più ci ha colpito della loro esperienza sul posto è stato il racconto del muro di sabbia che separa i territori occupati dal Marocco da quelli controllati dal Polisario; questa enorme duna di oltre 2700 km, che racchiude le terre fertili del Sahara occidentale, è stata costruita a partire dagli anni ’80 e in seguito è stata progressivamente spostata verso l’interno (con lo scopo di escludere i combattenti saharawi dal proprio territorio e di garantire la sicurezza del flusso di merci) e militarizzata, con tanto di basi militari, vedette sulla sommità e campi minati nelle vicinanze.

Come abbiamo visto – e come ci hanno raccontato Claudia e Costanza – il percorso del popolo saharawi è stato, ed è tuttora, caratterizzato dalla fragilità e dall’incertezza, sin dalle sue origini, da quel più volte mancato referendum che avrebbe dovuto garantirgli l’indipendenza e la sovranità sul proprio territorio; diritti che forse troppo spesso diamo per scontati, ma che così vicino a noi vengono negati; di questa vicenda non siamo che inconsapevoli complici tutte le volte che decidiamo di guardare da un’altra parte.

Fonti e approfondimenti:

https://www.saharawinsieme.it/

https://www.internazionale.it/opinione/pierre-haski/2020/12/11/trump-marocco-israele-sahara-occidentale

https://www.eurasia-rivista.com/il-marocco-e-la-questione-saharawi-tra-storia-ed-interessi-economici/ 

https://www.spsrasd.info/news/en 

https://www.bbc.com/news/topics/cz4pr2gdg3yt/western-sahara

https://www.aljazeera.com/news/2021/1/11/western-sahara-whats-at-stake-for-joe-biden

https://www.aljazeera.com/news/2020/12/10/israel-morocco-agree-to-normalise-relations-in-us-brokered-deal

Una tra le caratteristiche più peculiari del Libano è quella di essere costituito da diverse comunità etnico-religiose: ciò comporta un’evidente ricaduta sul suo assetto istituzionale. Come pochi altri paesi al mondo, infatti, è una democrazia parlamentare basata su un principio di consociativismo confessionale nella quale convivono un premier sunnita, un presidente cristiano, un capo del parlamento sciita ed un parlamento con 128 seggi divisi a metà tra cristiani e musulmani (sciiti e sunniti indistintamente). Questa suddivisione si è delineata già all’indomani della Seconda guerra mondiale e si è poi concretizzata negli accordi di Ta’if siglati alla fine della guerra civile, durata dal 1975 al 1990. Tuttavia, dobbiamo tener presente che, sebbene idealmente questa organizzazione istituzionale miri a creare un dialogo tra le comunità, di fatto provoca dei problemi nell’individuare un’unitaria direzione dello stato e negli effetti il potere risulta sempre sbilanciato. Il Libano ha inoltre una peculiare posizione geografica che certamente ha influenzato la sua storia: confina infatti con Israele e con la Siria, con la quale ha costituito un unico stato fino al 1920.

La guerra civile siriana, che ha insanguinato la regione nell’ultimo decennio, ha altresì inasprito i contrasti tra le varie fazioni della popolazione libanese: i sunniti si sono schierati a favore dei ribelli, mentre gli sciiti, in particolare l’organizzazione paramilitare Hezbollah (il “Partito di Dio”), ha appoggiato il governo siriano. Il Libano è stato coinvolto negli anni in vari conflitti e contrasti anche con Israele. Le tensioni nei rapporti tra israeliani e libanesi sono dovute principalmente a Hezbollah che ancora oggi viene visto da Israele come un potenziale pericolo.

Nonostante l’instabilità politica il paese ha vissuto una consistente prosperità economica. Puntuale la definizione che dà del Libano il giornalista de “Il Sole 24 Ore” Roberto Bongiorni: “Se sul fronte politico era conosciuto come il paese più instabile del Medio Oriente, su quello finanziario era in assoluto il più stabile”. Questo periodo di solidità economica è però stato interrotto dalla recente crisi che ha portato al crollo del sistema bancario privato, che da sempre aveva finanziato gran parte del debito pubblico, e a conseguenti problemi che hanno avuto ripercussioni dirette sulla vita della popolazione, la quale ha subito limitazioni nella quotidianità, come restrizioni nella possibilità di prelevare liquidità in banca e nel rifornimento di benzina. Il venir meno della fiducia nella possibilità di accogliere l’ingente quantità di profughi provenienti soprattutto dalla Siria ha innescato e corroborato tale crisi. Inoltre, anche i servizi essenziali quali lo smaltimento dei rifiuti e l’erogazione di energia elettrica sono carenti.

Tutti questi fattori hanno provocato un malcontento diffuso tra i cittadini, riuniti nonostante le differenze etnico-religiose, che sin dallo scorso novembre hanno iniziato a manifestare contro il governo. Queste proteste hanno portato alle dimissioni del primo ministro il 21 gennaio 2020.

Il nuovo primo ministro, Hassan Diab, resosi conto della portata della crisi, lo scorso 9 marzo ha dichiarato la bancarotta affermando: “Come possiamo pagare i creditori quando la gente è in strada senza nemmeno i soldi per comprare una pagnotta?”.

In questo contesto di sollevamenti popolari hanno trovato occasione di far sentire la propria voce anche le donne, spesso vittime in Libano di ingiustizie e soprusi; si pensi ad esempio al fatto che il crimine di molestie sessuali non è definito secondo gli standard internazionali, mentre numerose sono le problematiche legate al diritto di famiglia: le norme inerenti al matrimonio, al divorzio e alla custodia dei figli non pongono i coniugi sullo stesso piano, ma tendono sempre a favorire il padre ed il marito rispetto alla moglie, garantendo ai primi maggiori diritti.

Le libanesi sono scese nelle strade di Beirut gridando: “I diritti delle donne non sono una nota in calce”. Come ha spiegato Rand Hammoud, attivista per i diritti umani, al quotidiano inglese “The Guardian”, “le donne libanesi non hanno timore di scendere in piazza. Non avevamo paura quando ci lanciavano lacrimogeni e non avremo paura quando tenteranno di soffocare il nostro diritto di governare il futuro del Libano”. L’impegno delle donne nelle proteste è stato banalizzato e queste sono state definite dai media locali “dei graziosi volti” quasi per evidenziare il loro scarso potere d’impatto sulle sorti del paese. Al fianco delle donne hanno protestato i giovani, i quali hanno avuto una funzione di stimolo rilevante nei confronti di tutta la società libanese e hanno risvegliato lo spirito di unità nazionale.

Dall’attuale situazione emerge quindi l’immagine di un paese travolto dai problemi economici, ma che spinto dal desiderio di cambiamento si unisce in tutte le sue componenti sociali, rappresentando un valido esempio di come nelle situazioni difficili si possano superare le divisioni in nome del bene comune.

In queste ultime settimane, prima che l’emergenza sanitaria del Covid-19 prendesse il sopravvento sulle nostre vite, un’altra notizia occupava le prime pagine dei giornali e le televisioni: la crisi migratoria al confine tra Turchia e Grecia, paesi in contrasto da decenni.

In seguito all’apertura del confine turco del 27 febbraio, migliaia di persone stanno tentando di oltrepassare la frontiera per arrivare in Grecia e poter raggiungere l’Europa.

 

Come mai proprio adesso sta avvenendo tutto questo?

 

L’Unione Europea nel 2016 ha stipulato un accordo con il governo turco al fine di bloccare e rallentare i flussi migratori, provenienti soprattutto dal Medio Oriente e dalla Siria; si parla di cifre del valore di 6 miliardi di euro, concessi come d’accordo alla Turchia fino al 2019, con lo scopo di garantire un importante controllo al confine con la Grecia, tutelando però diritti e bisogni dei migranti attraverso la costruzione di strutture adeguate in cui poter vivere.

Tutto questo è riuscito in questi ultimi anni a rallentare davvero i flussi migratori, fenomeno però pagato dai migranti stessi, spesso riuniti in veri e propri centri di detenzione e costretti a vivere in condizioni precarie.

Adesso i confini sono stati riaperti, in quanto sovraffollati a causa della crisi in atto a Idlib, nel nord-ovest della Siria, da cui proviene circa un milione di profughi in fuga verso la Turchia.

 

In seguito a questi ultimi avvenimenti, la situazione sta diventando sempre più drammatica e pesante; come si legge sul New York Times, migliaia di migranti, residenti in Turchia, appena saputa la notizia dell’apertura del confine, si sono subito mobilitati, nel timore di perdere questa occasione, per poter raggiungere e oltrepassare la frontiera.

La situazione è resa più difficile dal fatto che il governo greco non ha assolutamente intenzione di aprire i confini, rifiutandosi anche di esaminare le numerose richieste di asilo ricevute ultimamente.

E così uomini, donne e soprattutto bambini di ogni età si trovano costretti a raggiungere la Grecia o via mare, cercando di arrivare sulle isole più vicine, tra cui Lesbo, o via terra, attraverso il confine terrestre di 120 km, segnato in buona parte dal fiume Evros, letto di morte per chi tenta di oltrepassare le sue acque gelide e poco sicure.

Solo poche settimane fa i soldati greci, con lo scopo di difendere il confine, hanno attaccato violentemente con proiettili e gas lacrimogeni giovani e bambini che cercavano di proseguire il loro viaggio, sollecitati tra l’altro anche dalla Turchia, che sta mobilitando l’esercito per spingere i migranti fuori dal paese.

Numerosi sono coloro che non potranno continuare la fuga verso un luogo migliore: persone ferite e rimaste vittime del conflitto.

Altrettanto difficile è la situazione sull’Isola di Lesbo, a Moira, adesso diventato il più grande campo profughi d’Europa.

Inizialmente pensato come struttura per ospitare all’incirca tremila migranti per pochi mesi, in attesa di una nuova collocazione definitiva, dal 2016 ad oggi è andato via via espandendosi, accogliendo adesso oltre ventimila persone, tra cui settemila minori, il 70% dei quali ha meno di dodici anni. Si è trasformato in una vera “città”, tra baracche e tende costruite dalle persone stesse, nel tentativo di garantire un piccolo tetto alle proprie famiglie, come racconta Mohammed, giovane curdo-siriano che da sette mesi vive nella jungle del campo con la moglie e i suoi due figli di cinque e tre anni. Mohammed si è trovato costretto a comprare e recuperare paletti, teli e coperte per poter costruire una tenda-baracca dove poter vivere con la sua famiglia (“La paura del coronavirus nel campo profughi più grande d’Europa”, Internazionale, 12 Marzo 2020).

Come lui, molti altri adesso stanno cercando di sopravvivere nell’hot-spot anche attraverso attività commerciali improvvisate in strada: tra alberi di ulivo e cumuli di immondizia si trovano barbieri, venditori di vestiti usati o di cibo.

Poche le strutture e i centri che garantiscono un’adeguata assistenza sanitaria: le condizioni igieniche sono disastrose, impossibile avere acqua potabile, pochi i bagni disponibili, una sola doccia con acqua costantemente fredda indicativamente deve servire per 100 persone; e in tutto questo, adesso, anche la possibile diffusione del nuovo virus inizia a preoccupare.

L’epidemia inoltre ha fermato momentaneamente molti conflitti in atto, come quello siriano o quello in Yemen, ma purtroppo gli abitanti di queste zone di guerra non possono restare nelle proprie case; l’unica possibilità di salvezza è proprio il raggiungimento del confine tra Turchia e Grecia.

 

In questo difficile momento storico, in cui ad ognuno di noi viene chiesto con responsabilità di fare la propria parte, cercando di restare a casa, il pensiero va a coloro che, invece, una casa, un tetto o un posto stabile in cui vivere non ce l’hanno. Spesso infatti focalizziamo la nostra attenzione su ciò che ci manca e su ciò che vorremmo avere, senza in realtà renderci davvero conto dell’essenziale, di ciò che davvero ogni giorno abbiamo e di cui a volte non riconosciamo l’importanza.

In momenti come questi riusciamo ad apprezzare le piccole cose date spesso per scontate: la libertà di uscire, vedere i propri cari, la garanzia di un lavoro o di avere sempre un pasto in tavola per la famiglia.

Forse adesso, non più presi dalla frenetica quotidianità che prima riempiva le nostre giornate, possiamo avere un’opportunità in più per soffermarci anche sul dolore e sulla sofferenza altrui, spesso dimenticati.

Possiamo sentire più vicina la sofferenza di un padre che tenta di costruire un tetto per la propria famiglia, per ripararsi dalla pioggia e dall’umidità del luogo, la sofferenza di una madre che spera con tutto il cuore di poter garantire un futuro ai propri figli, la possibilità di andare a scuola, di crescere e formarsi, la sofferenza di un bambino, disposto a passare dodici ore in piedi per poter ricevere una mela, forse l’unico pasto della giornata, o di una bambina che si crea bambole e giocattoli con ciò che trova per strada.

Come possiamo non reagire di fronte a tutto questo?

Non possiamo far finta di nulla, anzi, dobbiamo parlarne, dobbiamo far sentire la nostra voce, anche a nome di tutti coloro che non possono farlo e che non sono ascoltati.

Oggi, tutti distanti, ma uniti più che mai, possiamo dunque sentirci un po’ più vicini anche a tutte quelle realtà considerate spesso lontane, provando a rivolgere loro un pensiero o una preghiera, con spirito di fraternità, unione e solidarietà verso l’umanità intera che, oggi come non mai, soffre e lotta insieme nella speranza di un futuro migliore.

“Il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo […] perché lo coltivasse e lo custodisse” (Gen 2, 8-15).

Il giardino dell’Eden, il paradiso terrestre: scorrendo le pagine del libro della Genesi, non sempre ci si accorge di un preciso riferimento riguardo la collocazione della prima dimora dell’uomo, che corrisponderebbe all’attuale Iraq. L’antica terra della Mesopotamia, culla della civiltà, al giorno d’oggi è lacerata da estrema violenza e odio. L’espansione fulminea e inaspettata (anche se sicuramente non imprevedibile) dell’ISIS nel corso di pochi mesi ha infatti ridotto l’Iraq a uno stato paragonabile ad un inferno creato dagli uomini.  Anche col passare degli anni la pace sembra essere lontana dal paese, dove migliaia di anni fa visse il “padre dei popoli” e grande patriarca delle tre religioni che dal suo nome prendono l’appellativo di “abramitiche”.

All’inizio degli anni 2000 nel paese è scoppiata la seconda guerra del Golfo con l’invasione da parte di una coalizione multinazionale guidata dagli Stati Uniti d’America, culminata nella destituzione del governo sunnita di Saddam Hussein (poi giustiziato) e l’istituzione di un governo sciita. Il cambio al vertice ha provocato molti malumori nella popolazione (a maggioranza sunnita), che non si sentiva più rappresentata, ed ha provocato l’insorgere di spinte sempre più estremiste  in alcune zone del Paese. L’estremizzazione di questa situazione ha favorito la nascita di quello che poi sarebbe stato conosciuto come ISIS, inizialmente solo un ambiguo concorrente di al-Qāʿida.

Dopo la morte di Hussein, dal 2012 al 2017 in Iraq si è combattuta una guerra civile (al pari forse di quella siriana, ma sicuramente messa in ombra da quest’ultima) che ha visto dapprima il dilagare Daesh, che proprio a Mosul aveva trovato la capitale, poi la riconquista irachena.

I cittadini iracheni si trovano in difficoltà tutt’oggi. La guerra ha causato numerosi danni sia all’industria che all’agricoltura rendendo il paese dipendente dalla vendita del petrolio, la sua unica fonte di profitto, grazie al quale lo stato può acquistare beni di prima necessità come medicine e alimenti. Un altro grave problema, che ha causato un alto tasso di disoccupazione in tutta la nazione, è la corruzione e la mancanza di leggi che regolano il mercato ed il lavoro . Per questa ragione ad ottobre dell’anno scorso molti cittadini sono scesi in piazza per protestare contro l’attuale governo che ha reagito reprimendo le proteste in maniera violenta causando numerosi morti e feriti. Non solo: il popolo si ribella ad un governo sciita strettamente legato all’Iran, tanto che le truppe irachene sono spesso addestrate in Iran, basti pensare al fatto che il raid aereo americano che ha ucciso il generale iraniano Soleimani è avvenuto proprio a Baghdad. In assenza di una vera e propria leadership nazionale l’Iraq, sin dall’inizio dell’anno corrente, si trova sempre più coinvolto nello scontro tra l’Iran e gli USA, venendo colpito da numerosi attacchi missilistici che peggiorano la situazione nel paese. La diffusione di Covid-19 su questo sfondo mette il paese sull’orlo del precipizio, aggiungendo alle sue sofferenze la minaccia di un eventuale collasso del sistema sanitario.

È proprio in questo contesto che è necessario raccontare della sofferenza della popolazione cristiana presente nel paese (rappresentata prevalentemente dai cattolici di riti orientali, come quelli della Chiesa cattolica caldea e sira, ma anche da fedeli delle Chiese ortodosse orientali). Dopo l’invasione americana del 2003 e il caos della guerra civile il numero dei cristiani iracheni si è ridotto di più dell’83%. La maggior parte di essi è dovuta fuggire in seguito alle numerosissime minacce degli estremisti islamici, culminanti alla fine nella violenza perpetrata dai terroristi dell’ISIS. Quelli che hanno avuto il coraggio di rimanere non hanno altra scelta che essere sempre pronti al martirio in assenza di protezione adeguata. Stando ai dati dell’associazione “Open Doors”, l’Iraq occupa uno dei primi posti al mondo tra i paesi dove i diritti dei cristiani sono maggiormente lesi.

La terra irachena, impregnata di sangue, rimane una ferita dolorosa sul corpo della famiglia umana. L’immenso caos creatosi anche a causa dell’ipocrisia, della mancante responsabilità, dell’egoismo e dell’assenza di valori che caratterizzano il sistema internazionale, persiste ormai da decenni. Eppure, se si può individuare un segno di speranza in un tale contesto, quello è rappresentato proprio dalla perseguitata e marginalizzata minoranza cristiana. Infatti, è proprio nel contesto della sua sofferenza immensa che si sviluppa quello che viene definito come “ecumenismo dei martiri”, cioè la testimonianza comune di fedeli di varie Chiese che prescinde dalle differenze confessionali pur di preservare la sostanza della fede in condizioni estreme. È proprio dall’unità dei cristiani, in quanto presupposto per la convivenza pacifica tra tutti i figli di Abramo, che può iniziare una vera trasfigurazione del mondo. Finché ognuno di noi non si impegna a realizzare, per quanto è possibile, questi compiti fondamentali, la sofferenza dell’Iraq deve essere davanti agli occhi di tutti come un monito all’azione, alla preghiera e alla solidarietà.

Una varietà infinita di colori, sapori, bellezze naturali, architettoniche ed artistiche; una ricchezza culturale che affonda le proprie radici in una delle civiltà più antiche del pianeta. Queste sono le caratteristiche dell’antica Persia, oggi Iran: una sorta di locus amoenus che pare scomparire dietro la rovinosa burrasca politico-economica che scuote il paese. Il rumoroso raid americano di gennaio a Baghdad è stato infatti solo la naturale conseguenza di tensioni che persistono da anni e che solo nel 2015 sembravano essersi allentate, grazie al Piano d’azione congiunto globale, più conosciuto come accordo sul nucleare iraniano.

Nel 2018 gli USA sono usciti unilateralmente dal patto rilanciando le sanzioni economiche contro il Paese mediorientale. Dunque, una nazione con potenziale economico fra i più elevati al mondo (dovuto, tra le altre cose, ai giacimenti di petrolio) vive paradossalmente il dramma della povertà.

L’Iran è reduce dalle recenti elezioni parlamentari dello scorso 21 febbraio, i cui principali connotati sono stati da una parte la bassissima affluenza, complice l’epidemia di coronavirus che vede l’Iran tra i paesi più colpiti insieme alla Cina e all’Italia, e dall’altra la ribalta dei conservatori sui riformisti di Rouhani, che rappresenta la maggioranza uscente. Erano stati infatti i riformisti ad accordarsi con gli Stati Uniti sul nucleare; inoltre la morte del generale Qasem Soleimani, considerato un modello da parte di molti iraniani, specialmente fra i giovani, ha suscitato una forte reazione conservatrice nella popolazione. Era considerato un simbolo di stabilità e forza, in paragone all’amministrazione politica nella quale gran parte della popolazione aveva ed ha perso la fiducia, specialmente dopo il voltafaccia USA.

Il risultato di questi ultimi concitati anni è un paese in emergenza, con un governo riformista non sostenuto dal parlamento fortemente conservatore.

Questo complicato contesto è oggetto principale della discussione internazionale, senza però che ci sia un effettivo interesse da parte dei media di raccontare come sia vivere in Iran. Fariba Hachtroudi, scrittrice iraniana, si batte da molti anni per raccontare un paese diverso. Sostiene infatti che in Europa non ci sia una profonda conoscenza di cosa accada in Medioriente. “Cosa bisogna fare dunque? Venire in Iran e dare un’immagine esatta di ciò che accade in questo paese”, dice in un’intervista rilasciata ad arabpress.eu. La scrittrice denuncia un paese pieno di contraddizioni: da un lato, la cultura è considerata un fondamento portante della società, l’istruzione giovanile è diffusa e di ottimo livello; dall’altro, la forte corruzione, la privazione di molte libertà personali e la forte instabilità economica hanno portato il popolo all’esasperazione. Essere iraniani nel 2020, dunque, significa dover convivere ogni giorno con la sensazione di essere seduti su un forziere d’oro, senza possederne le chiavi. Fariba confida nel popolo iraniano, è convinta che possa salvarsi da solo e che anzi nessun paese estero debba intervenire. È però anche molto lucida nel rendersi conto che se dovesse crollare completamente l’equilibrio fra il popolo e lo stato, l’Iran si vedrebbe esposto alle interferenze dei paesi esteri, pronti a sostenere una fazione piuttosto che l’altra, approfittando della situazione politica per ottenere benefici sull’importazione di petrolio. Fariba si rivolge a noi, chiedendoci di non fermarci alla superficie dei fatti di cronaca, ma di spingerci oltre e non considerare il Medioriente come una fonte di ricchezza, ma come la casa di persone con un volto, una storia, e una complicatissima vita da affrontare. L’invito principale che ci fa è quello di non confondere il popolo con il governo che, in paesi come l’Iran, sono ben lungi da essere la medesima cosa.

Jean-Paul Sartre disse che “quando il ricco fa la guerra, è il povero a morire”. Per l’Iran non si parla di una guerra in campo aperto, ma di una guerra di stampo politico-economico. Di qualsiasi genere di guerra si parli, infine, sono sempre i più deboli a scontare le pene conseguenti alle scelte dei più forti.

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