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La doppia anima di Cipro

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L’isola di Cipro è attraversata da una crisi politica e sociale molto particolare, le cui motivazioni sono radicate nel tempo e nelle generazioni. Nei secoli, il territorio è passato di mano in mano, dalla divisione dell’Impero Romano, che l’ha lasciato in mano bizantina, da cui la presenza greca, fino al…

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Dopo mesi di attesa, continui rinvii e speranza è iniziata in Europa la distribuzione del vaccino contro il Covid. Quando sulle prime pagine dei giornali è apparsa questa notizia l’intera Comunità Europea ha pensato di essere ad una svolta che determinasse l’inizio della sconfitta del virus. Il 9 novembre 2020…

Fragili nella fragilità: c’era una volta un’ostetrica

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Il Medio Oriente è da sempre una terra teatro di conflitti e dolori la cui eco talvolta arriva alle nostre orecchie dall’uno o dall’altro giornale. Tra questi scontri, sicuramente una questione centrale emerge quando guardiamo alla terra contesa da israeliani e palestinesi, sulla quale la guerra si consuma ormai da…

Tra tante fragilità, un popolo che cerca riscatto

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Ti sei lavato le mani oggi? Immaginiamo di sì, mentre invece i ragazzi siriani costretti a fuggire dalle loro case bombardate, molto probabilmente questa banale possibilità non l’hanno avuta. E forse neanche ieri, o il giorno prima. E certamente, sarebbe comunque l’ultimo dei loro problemi. Come loro, sono moltissime le…

Il popolo dimenticato

Sahara Occidentale
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Negli ultimi mesi, sull’onda degli Accordi di Abramo, che vedono la normalizzazione delle relazioni diplomatiche fra Israele e sempre più stati arabi (Emirati Arabi, Bahrein, Sudan e Marocco), è tornata alla luce una questione troppo spesso dimenticata e ignorata, ovvero la storia del popolo saharawi, che è stato privato di…

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L’isola di Cipro è attraversata da una crisi politica e sociale molto particolare, le cui motivazioni sono radicate nel tempo e nelle generazioni. Nei secoli, il territorio è passato di mano in mano, dalla divisione dell’Impero Romano, che l’ha lasciato in mano bizantina, da cui la presenza greca, fino al dominio ottomano tra il sedicesimo e il diciannovesimo secolo, al quale invece si deve la presenza turca, per poi finire sotto il controllo inglese. Questo è un contesto di cui non si sente spesso parlare in Italia, nonostante la sua importanza geostrategica e il complesso rapporto presente tra le sue due “anime” contrapposte. La presenza di una doppia etnia (78% greca, 18% turca) ha fatto sì che si creasse una condizione politica particolare, vissuta spesso in sordina tra avvenimenti che hanno visto casi di pulizia etnica, fratture internazionali evitate all’ultimo momento e minacce militari delinearsi e a volte concretizzarsi con violenza (cfr. questo documento).

Cipro è la terza isola del mar Mediterraneo per estensione. Il 59% della sua superficie si trova sotto il controllo della Repubblica di Cipro, mentre la zona turco-cipriota a nord copre circa il 36% del territorio; il 5% è ancora sotto il controllo inglese. Per comprendere meglio la situazione attuale che caratterizza l’isola di Cipro è necessario tornare all’origine di quella che viene definita la “questione di Cipro”.

Nel 1960 l’isola raggiunse l’indipendenza dalla potenza coloniale britannica. L’accordo coinvolgeva Turchia, Grecia e Regno Unito e prevedeva la collaborazione tra la comunità turca e la comunità greca, che coabitavano nella stessa realtà, affiancando a un presidente greco-cipriota un vicepresidente turco-cipriota. Le frizioni tra le due etnie hanno portato, negli anni, alla formazione di due visioni contrapposte: quella dei greco-ciprioti di “ènosis”, ossia la riunificazione con la Grecia, e quella dei turco-ciprioti di “taksim”, che indica la separazione in due entità statali distinte. Queste tensioni sfociarono nel 1974 in un colpo di stato per mano della potenza greca, al quale seguì la risposta della Turchia, che inviò soldati dall’Anatolia nella parte nord dell’isola, tutt’oggi occupata. Le forze armate turche, dunque, sbarcarono per impedire la conquista e l’annessione alla Grecia e per tutelare i concittadini presenti sull’isola. Così nel 1979 la Turchia proclamò la nascita dello “Stato federato turco-cipriota”, attuale Repubblica turca di Cipro del Nord, riconosciuta a livello internazionale come stato a tutti gli effetti solo dalla Turchia. Tutti gli altri paesi membri delle Nazioni Unite non l’hanno riconosciuta, poiché è nata con l’uso della forza armata e della minaccia, violando il diritto internazionale. Al contrario, la Repubblica di Cipro (del Sud) è riconosciuta a livello internazionale e fa parte dell’Ue, oltre che del Commonwealth.

Le continue difficoltà nell’individuazione di un accordo hanno presentato un ostacolo potenziale all’entrata di Cipro nell’Unione europea, a cui il governo si era applicato dal 1997. Nel dicembre 2002, l’UE ha invitato formalmente Cipro ad associarsi dal 2004, insistendo che la partecipazione alla UE si sarebbe applicata all’isola intera, sperando che ciò fornisse un incentivo significativo per la riunificazione. Un piano delle Nazioni Unite promosso dal segretario generale Kofi Annan è stato sottoposto a entrambi i lati in referendum separati il 24 aprile 2004. Il lato greco in modo schiacciante ha rifiutato il programma di Annan (75,8% voti contrari) ed il lato turco ha votato in favore (64,9% voti favorevoli). La motivazione preponderante contro l’unificazione addotta da parte del lato greco è stata che il programma di Annan non prevedeva né il ritorno di tutti i rifugiati greco-ciprioti nelle loro case, né il rinvio in Turchia di tutti i coloni turchi, né il ritiro di tutte le truppe turche di occupazione, né la smilitarizzazione dell’isola. Nel valutare il risultato è interessante notare che mentre ai coloni turchi è stato permesso di votare, i rifugiati che erano fuggiti da Cipro non hanno avuto diritto di votare in un referendum che infine avrebbe determinato il loro futuro. Nel maggio 2004, Cipro è entrata nell’UE, anche se in pratica ciò si applica soltanto alla parte sud dell’isola.

Ad oggi, la situazione è in stallo e gli equilibri politici interni sono sempre delicati. L’ONU continua a lasciare sull’isola forza militare di mantenimento della pace, i militari presidiano stabilmente la “Linea Verde”, ovvero quell’area di circa 350 km2 che divide il nord turco e il sud greco, tagliando in due anche la capitale Nicosia. Tuttavia, dall’aprile del 2003 è possibile attraversare questa linea di separazione e nel 2008 è stato aperto il primo passaggio nel centro storico della capitale, in Ledra Street.

Un aspetto davvero importante riguardo la questione cipriota è la disomogeneità che caratterizza le due parti in cui l’isola si trova ad essere divisa.

Dopo la crisi degli anni ‘60, seguita alla secessione turca, l’economia cipriota ha vissuto un periodo di forte espansione, soprattutto nella parte greco-cipriota, grazie in primis al settore del turismo.

Tuttavia, la ricchezza non si è distribuita in modo omogeneo: la vita nella parte greca dell’isola risulta essere molto più agevole e vantaggiosa, rispetto a quanto accade invece nella parte nord (ad esempio i greco–ciprioti hanno un reddito pro capite annuo pari a 13.500 $ contro i 3.300 $ dei turco-ciprioti).

Un altro aspetto importante è il fatto che secondo i greco-ciprioti, il regime turco, nell’area occupata, sta deliberatamente e metodicamente sradicando ogni traccia dei 9.000 anni di cultura. Tanto per fare alcuni esempi, tutti i nomi greci delle località sono stati sostituiti con nomi turchi e le chiese, i monumenti, i cimiteri sono stati distrutti o dissacrati.

Come se non bastasse è in corso la costruzione di una barriera fisica atta a fermare i migranti siriani e afgani che si spostano dal nord dell’isola verso il sud (come si legge qui). Questo inasprisce ancora di più i rapporti tra le due fazioni, in un contesto che negli ultimi anni ha visto l’Europa esternalizzare i propri confini tramite diversi accordi con paesi come Libia e Turchia.

Dopo aver analizzato l’importante situazione ancora in corso che si trova dietro quest’isola, fatta di predominanze e conflitti riportiamo le parole del Papa, il quale guarda in alto alla ricerca della “migliore politica”, invitando a lavorare per il bene comune di ogni membro presente sulla terra, senza privilegi o esclusioni.

Nel paragrafo 154 dell’Enciclica “Fratelli tutti” spiega:

“Per rendere possibile lo sviluppo della comunità mondiale […] è necessaria la migliore politica posta al servizio del vero bene comune. […] Dio ha dato la Terra a tutto il genere umano, perché essa sostenti tutti i suoi membri, senza escludere né privilegiare nessuno […] la società mondiale non è il risultato della somma dei vari paesi, ma piuttosto è la comunione stessa che esiste tra essi, è la reciproca inclusione”.

La storia di Cipro ci racconta di una terra sempre in balia delle potenze continentali, e di un popolo che si trova ad essere oggetto di contese che lo deprivano di una vera identità, e della possibilità di essere padrone di sé stesso.

In Libano lo scorso 4 febbraio, sei mesi dopo l’esplosione del porto di Beirut, è stato ritrovato il corpo senza vita di Lokman Slim, celebre intellettuale libanese e feroce critico di Hezbollah. Nonostante la sua attività di critica, Slim non rappresentava certo una minaccia per Hezbollah, la quale non trae beneficio dalla sua morte, in un momento segnato dal rinnovamento diplomatico dovuto al cambio di amministrazione statunitense.
Non abbiamo la pretesa di fare luce sulla morte di Lokman Slim, né di rintracciare quelle che possono essere le motivazioni che hanno portato al suo omicidio, che la sorella attribuisce direttamente ad Hezbollah, la quale respinge l’accusa. La vicenda ci porta però ad interrogarci proprio su Hezbollah, probabilmente una delle più potenti milizie in questo momento, e al contempo importante partito politico libanese, e quindi organizzazione che al fianco della lotta fisica (principalmente rivolta verso il vicino stato israeliano) ha posto l’impegno politico. L’impegno militare e quello politico sono spesso molto vicini nel panorama mediorientale e sono molteplici le milizie, o le organizzazioni paramilitari, che nel tempo si sono dotate di un apparato politico, come ad esempio la Fratellanza Musulmana in Egitto, o il Fronte Islamico di Salvezza in Algeria.

Ma di cosa parliamo quando nominiamo il gruppo di milizie armate Hezbollah? La traduzione letterale della parola “Hezbollah” è “Partito di Dio”. Il gruppo è di stampo musulmano sciita (avevamo già parlato del legame tra politica e comunità religiose del Libano qua) ed ha fra i principali obiettivi quello di cacciare Israele dal Libano per poter stabilire uno stato indipendente islamico. L’organizzazione nasce infatti negli anni ‘80 quando lo stato di Israele invade il Libano. Il gruppo sferra numerosi attacchi contro lo stato israeliano con l’appoggio di altri stati confinanti come la Siria. Contemporaneamente il gruppo di milizie riesce a diventare una vera e propria forza politica con un grande consenso da parte della popolazione che si trova nella zona sud del paese. Negli anni 2000 la situazione peggiora, soprattutto dopo la guerra del Libano del 2006, nella quale Hezbollah (assieme ad altre milizie libanesi come Amal) ha risposto all’attacco israeliano. La guerra genera consensi per il gruppo armato e verso il suo leader Hassan Nasrallah, il quale cerca di rovesciare il governo libanese e prendere il potere.
Il gruppo nel corso degli anni continua ad avere sempre più successo fino alle ultime elezioni del 2018 alle quali Hezbollah è riuscita a conquistare ben 13 seggi su 128 nel parlamento libanese; in seguito inoltre Hezbollah è entrata a far parte della coalizione di governo. Ad oggi l’organizzazione viene classificata dagli Stati Uniti come un gruppo terroristico, mentre l’Unione Europea considera terroristica solo la sua ala militare, intrattenendo contatti diplomatici con la parte politica.

Nel più ampio quadro regionale, Hezbollah gode di una stretta e salda relazione con l’Iran, e sebbene Teheran abbia contribuito alla creazione e finanzi cospicuamente Hezbollah, il rapporto non è di sudditanza e anzi Hezbollah gestisce autonomamente i propri affari interni e opera con autonomia rispetto alle questioni importanti per l’Iran, anche se in pratica sempre in concerto con quest’ultimo. Assieme questi importanti attori mediorientali costituiscono, con il governo siriano di Assad, il battezzato “Resistance Axis”: un’alleanza politica e militare non ufficiale, che si contrappone al potere di Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita e ai loro alleati.
La relazione fra i due, inoltre, è caratterizzata dalla continuità valoriale e dal rifarsi alla religione sciita, dai nemici comuni e dalla confluenza di interessi economici, securitari e politici. Essi sono infine necessari l’uno all’altro, infatti, l’Iran ricerca punti di appoggio e partner nella regione per affermare la propria influenza e garantire anche in questo modo la propria sicurezza, mentre nonostante la credibilità e l’influenza che Hezbollah esercita in Libano, esso è fortemente dipendente dalle risorse iraniane (fondi e armi), che difficilmente riuscirebbe a rimpiazzare qualora perdesse l’Iran come alleato.
Inoltre, anche il regime di Assad è considerato un alleato chiave di Hezbollah; durante le primavere arabe Hezbollah si è schierata quasi sempre a favore delle rivolte popolari contro le vecchie élite al potere, mentre in Siria, proprio in virtù del legame con Assad, Hezbollah ha sostenuto quest’ultimo sia in termini di forniture militari sia di combattenti, cooperando anche in maniera autonoma con l’Iran.

Hezbollah e altre organizzazioni similari del Medio Oriente, come Hamas, raccolgono molto consenso, per una pluralità di motivi: in primis, poiché non si limitano alla mera propaganda politica, ma si impegnano al contempo in una esperienza concreta di assistenza presso gli ultimi delle rispettive popolazioni, sostituendosi spesso dove lo stato non può (o in alcuni casi non vuole) intervenire, e attivando una serie di iniziative e servizi, sociali e assistenziali (come assistenza sanitaria, ambulatori, sussidi, aiuti alle vedove, assistenza legale, distribuzione di beni alimentari ecc.). Inoltre, si ergono a difensori dell’etica e dei costumi tradizionali, contro la degenerazione morale che proviene dalla contaminazione con l’Occidente e con i passati colonizzatori. A ciò si aggiunge la critica delle
inefficienze statuali e la lotta alla corruzione delle rispettive amministrazioni, che purtroppo risulta essere un fenomeno diffuso e motivo di risentimento nelle popolazioni (è stato infatti anche parte delle cause che hanno portato, un decennio fa, al fenomeno delle primavere arabe), cosicché esse si mostrino anche in questo modo al fianco dei più deboli. Infine, queste organizzazioni sostengono la
causa palestinese, causa che raccoglie sempre grande sostegno nel panorama mediorientale.

In conclusione, possiamo affermare che la visione che i paesi occidentali hanno rispetto ad Hezbollah o altri gruppi militari è molto discordante rispetto a quella che ne hanno i popoli a più stretto contatto.
Quello che può essere visto come un terrorista da una parte, può essere considerato un combattente per la libertà da un’altra.
Si tratta infatti di visioni diverse di partecipazione politica che riflettono il diverso sviluppo storico, sia dei singoli stati sia della rispettiva regione, gli attuali equilibri regionali, e la percezione della propria sicurezza, che nel contesto mediorientale è particolarmente influenzata dalla tensione fra stati arabi ed Israele.
Inoltre, queste organizzazioni danno alle popolazioni sotto il loro controllo assistenza ed aiuto, riempiendo i vuoti lasciati dallo stato nell’aiutare o ascoltare la popolazione.
È proprio nel quadro delle inefficienze statali, forse nemmeno lontanamente paragonabili a quelle che sperimentiamo noi, che possiamo chiederci quali possibilità rimangano agli individui per far sentire la propria voce e i propri bisogni; le primavere arabe ci hanno certo mostrato una strada, che può non essere l’unica. Infatti, quando ai molti mancano i servizi essenziali, o si vedono negati i propri diritti, queste strutture emergono anche per aiutare i più bisognosi; non bisogna tuttavia dimenticare che oltre a tali attività, spesso tali organizzazioni sono usate e agiscono anche per meri, e meno nobili, scopi personali.

Fonti:

Cambanis, Esfandiary, Ghaddar, Hanna, Lund e Mansour, Hybrid Actors: armed groups and state fragmentation in the Middle East, The Century Fox Foundation Press, New York, 2019

https://www.internazionale.it/opinione/pierre-haski/2021/02/05/libano-omicidio-lokman-slim

https://en.wikipedia.org/wiki/Hezbollah

https://ilbolive.unipd.it/it/news/hezbollah-origine-gruppo-politico-armato-libanese

Dopo mesi di attesa, continui rinvii e speranza è iniziata in Europa la distribuzione del vaccino contro il Covid. Quando sulle prime pagine dei giornali è apparsa questa notizia l’intera Comunità Europea ha pensato di essere ad una svolta che determinasse l’inizio della sconfitta del virus.

Il 9 novembre 2020 venne pubblicamente annunciato che l’americana Pfizer e la tedesca BioNTech erano riuscite a mettere a punto un vaccino efficace al 90% e da lì, nel giro di poche settimane, si inaugurarono in molti paesi i V-Day, prima fra tutti la Gran Bretagna che regalò al mondo l’emblematica immagine della novantenne Margaret Keenan, la prima persona in Occidente a ricevere il vaccino.

La rapidità con cui si era giunti alla sintesi di un vaccino risultato efficace, dopo i vari test di routine, ha talora sollevato dubbi e perplessità nell’opinione pubblica. Di norma “il tempo impiegato a sviluppare un vaccino è molto lungo e prevede un alto tasso di insuccessi. Il periodo di ricerca preliminare, infatti, può andare dai due ai cinque anni e, per arrivare allo sviluppo completo del prodotto, possono passare anche dieci anni” afferma il professore A. Mantovani, direttore scientifico di Humanitas. Al netto però dell’inarrestabile ed incontrollabile diffusione del virus Sars-cov-2, la corsa al vaccino ha accelerato e drasticamente ridotto le tempistiche di creazione e sperimentazione.

Nonostante le prime perplessità il vaccino però è stato somministrato e addirittura, finora, le dosi non sono state sufficienti per poter vaccinare tutti coloro che lo richiedevano. Al di là di casi isolati di effetti collaterali dopo la prima dose, la campagna di distribuzione delle dosi in Europa è decollata seguendo un preciso piano di controllo strategico promulgato dalla Commissione Europea già il 15 ottobre 2020. Ursula von der Leyen ha dichiarato che nell’ambito della sua strategia si era adoperata al fine di stringere accordi con le singole case farmaceutiche produttrici dei vaccini, i quali, una volta disponibili, sicuri ed efficaci sarebbero stati resi accessibili a tutti gli stati membri contemporaneamente. Le scoperte dei vaccini sono “luci di speranza” se sono “a disposizione di tutti”. Lo ha detto il Papa nella benedizione Urbi et Orbi del 25 dicembre chiedendo di evitare che “le leggi di mercato e dei brevetti siano sopra le leggi della salute e dell’umanità”. Il Papa invita a pensare che “il dolore e il male non sono l’ultima parola.”

Il Papa ha esortato tutti, fedeli o meno, a considerare con serietà e responsabilità l’opportunità di essere vaccinati per consentire a sé stessi, ma soprattutto agli altri, di potersi tutelare e tornare a vivere pienamente. In modo particolare il Papa si è rivolto ai responsabili degli Stati, alle imprese, agli organismi internazionali chiedendo loro di “promuovere la cooperazione e non la concorrenza, e di cercare una soluzione per tutti” per evitare che questa malattia assuma la forma di un “virus dell’individualismo radicale” ed egoista che ci rende indifferenti davanti “alla sofferenza di altri fratelli e sorelle” (Messaggio Urbi et Orbi del Santo Padre Francesco del 25 dicembre 2020).

Con l’approvazione da parte dell’EMA, l’agenzia europea dei medicinali, del vaccino Pfizer, seguita da quelle di Moderna e AstraZeneca, agli stati membri è stato chiesto un inizio sincronizzato simbolico della vaccinazione il 27 dicembre. Il grande clamore mediatico di tale avvenimento ha portato alla luce le prime divisioni. L’Ungheria ha deciso di ignorare la richiesta di un inizio coordinato, cominciando a somministrare ai volontari le prime dosi ricevute dallo stabilimento Pfizer immediatamente dopo la consegna. A gennaio 2021, a vaccinazione di massa iniziata, le differenze di strategie di ogni paese membro sono state messe in evidenza da una diversa velocità delle somministrazioni.

È stata solo questione di tempo perché le prime controversie venissero allo scoperto: la Germania, promotrice con Italia, Francia e Olanda dell’acquisto centralizzato europeo, è stata accusata di aver precedentemente stilato un accordo con Pfizer per 30 milioni di dosi supplementari, oltre le 300 assegnate. Il ministero della salute tedesco si è giustificato dicendo che l’acquisto è stato fatto in un momento in cui il vaccino di Moderna non era stato ancora approvato dall’EMA e si temeva che le dosi comunitarie non fossero sufficienti per raggiungere l’immunità di gregge tedesca in tempi brevi. Tale spiegazione, insieme a una dichiarazione di Stefan De Keersmaecker, portavoce della Commissione, in cui si afferma che le dosi aggiuntive fanno parte dei negoziati collettivi dell’UE, non hanno comunque convinto Bruxelles, dato che l’accordo tedesco è stato portato a termine due mesi prima della firma del contratto Pfizer. Il sospetto di un accordo interno tra governo tedesco e azienda tedesca BioNTech ha destato diversi malumori in Europa.

Dopo un inizio relativamente spedito, specialmente in Italia e Germania, la speranza di una vaccinazione rapida di tutta la popolazione è svanita a causa di problemi di fornitura dalle case farmaceutiche. Il mea culpa è arrivato direttamente dalla presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, che ha dichiarato, tra le altre cose, di aver sovrastimato la capacità di produzione delle case farmaceutiche.

L’appello alla solidarietà e alla trasparenza è stato unanime da parte dei gruppi parlamentari europei democratici e socialisti. La socialista spagnola Iratxe García Pérez ha fatto un appello contro un “nazionalismo sanitario” aggiungendo che solo l’unità potrà portare alla vaccinazione di 380 milioni di abitanti europei prima dell’estate e che questa impresa non può essere rovinata da contratti paralleli e acquisti diretti.

In vista dell’assemblea Organizzazione Mondiale della Sanità, 140 personalità della comunità scientifica e politica si sono uniti per un appello affinché il vaccino Covid sia libero dai brevetti e gratuito; se infatti in ambito europeo la Comunità si fa responsabile di evitare disuguaglianze tra paesi membri più e meno abbienti, tale garanzia non sussiste per i paesi extraeuropei. Il rischio è che paesi più poveri, come alcuni stati africani, vengano esclusi dalla campagna di vaccinazione per ragioni di profitto. La risposta dell’Unione Europea a tale richiesta è la proposta di un meccanismo volontario di negoziazione collettiva delle licenze dei brevetti tra stati e case farmaceutiche e condivisione di dati su test e terapie, che possa abbassare i prezzi per dose e rendere l’accesso al vaccino più facile anche per le popolazioni più povere.

Un segnale positivo in questa direzione lo ha lanciato la presidente von der Leyen, lo scorso 19 febbraio durante il G7, annunciando lo stanziamento di ulteriori 100 milioni di Euro in aiuti umanitari per supportare la campagna vaccinale in Africa. Questa nuova somma si aggiunge ai fondi già forniti dal Team Europa a favore dello strumento COVAX.

Memori di questo ultimo anno di pandemia in un mondo globalizzato e in continua comunicazione è evidente che separazioni e individualismi non contribuiscono alla sconfitta del virus. Solo la cooperazione e la messa da parte di interessi personali ed economici possono portare il mondo all’uscita dalla crisi sanitaria internazionale per riportare benessere e salute nelle nostre vite. L’importanza di una buona politica è universalmente riconosciuta come cruciale nel gestire la crisi sanitaria. La lungimiranza della classe dirigente è fondamentale per decidere misure contenitive e organizzare strategie. Mai come oggi è evidente l’impatto che l’operato degli amministratori può avere sulla salute e sul benessere della popolazione. La speranza è che le classi politiche del futuro, memori della storia recente, riconoscano il bisogno di agire nella tutela delle prossime generazioni dando la giusta attenzione a beni primari e strutturali, come sanità e educazione mettendo al centro il valore della persona.

Il Medio Oriente è da sempre una terra teatro di conflitti e dolori la cui eco talvolta arriva alle nostre orecchie dall’uno o dall’altro giornale. Tra questi scontri, sicuramente una questione centrale emerge quando guardiamo alla terra contesa da israeliani e palestinesi, sulla quale la guerra si consuma ormai da decenni e dove ancora oggi la strada da percorrere verso la pace è lunga e faticosa.

Ci piace raccontare in questo contesto la storia di Valentina Sala. La nostra storia inizia quando lei, giovane studentessa laureata alla facoltà di ostetricia, si trova di fronte a tante domande e dubbi su quale futuro la accoglierà. Fu in quel momento che si fece sentire il forte desiderio di intraprendere il noviziato per dedicarsi alla vita religiosa. La consapevolezza della sua vocazione la portarono ad accantonare quell’immagine di sé in sala parto, circondata dal profumo della vita nuova, per intraprendere un percorso che fino ad allora non era affatto rientrato nei suoi piani, ma sicuramenti in quelli di Dio.

Per tanti anni suor Valentina si è chiesta cosa ne fosse stato della sua prima vocazione, aiutare le donne nel momento del parto. Qualcosa le diceva che non le restava altro che aspettare ed affidarsi, che prima o poi sarebbe riuscita a “riutilizzare” quel dono che aveva ricevuto. Nove anni dopo aver accolto il Signore nella sua vita, e sicura che Egli non avesse in serbo per lei nuovi stravolgimenti, dovette ricredersi. Ad attenderla c’era una nuova missione che la portò in una delle terre più martoriate da conflitti, ma anche culla delle tre religioni monoteiste: la Terra Santa.

La congregazione di cui suor Valentina fa parte, quella delle suore di San Giuseppe dell’Apparizione, è presente in Terra Santa dal 1856, fornendo ai residenti supporto educativo e medico. In particolare, l’ospedale Saint Joseph, nella parte est della città di Gerusalemme, era stato fondato nel 1956 nell’allora territorio giordano, per consentire l’accesso ai sistemi sanitari alle popolazioni arabe della West Bank (Cisgiordania) e di Gaza.

Dopo la guerra dei sei giorni del 1967, Gerusalemme est e il Saint Joseph passano sotto il controllo israeliano, rispondendo quindi al ministero della sanità dello stato ebraico. L’ospedale rimane, però, parte di una realtà araba, con personale e pazienti palestinesi.

È con l’apertura del nuovo reparto di maternità a metà anni 2010 che la storia del Saint Joseph si lega a quella di suor Valentina. Le sue due vocazioni, quella di dedizione al Signore e quella di amore per il miracolo della vita, la rendono la persona adatta per dirigere il reparto. Da subito viene colta da stupore, paura ed incertezza, soprattutto per i tanti anni di lontananza da un ospedale e dalla professione ostetrica, ma suor Valentina non si lascia scoraggiare e decide nuovamente di affidarsi alle mani del Signore per lasciarsi plasmare. Ecco che da allora porta avanti la sua missione che quotidianamente la vede coinvolta in tante sfide. Questo ospedale, infatti, ha saputo distinguersi da pochi anni, precisamente dal 2017, per nuovi approcci al parto rispetto alla tradizione araba che hanno catturato l’attenzione di alcune famiglie ebree particolarmente incuriosite dalla proposta del parto in acqua. Questo ha fatto sì che la maternità del St. Joseph diventasse terreno d’incontro tra arabi, musulmani e cristiani, ed ebrei, due popoli profondamente divisi da barriere politiche, economiche e religiose, che inaspettatamente si trovano a condividere un momento così travolgente e delicato della vita.

La nuova dimensione di condivisione porta personale e pazienti a conoscersi in un contesto totalmente differente da quello che in cui normalmente le loro strade si incrocerebbero. In Israele e in Palestina, le poche interazioni tra i due popoli hanno generalmente luogo in situazioni di tensione, come i checkpoint per i palestinesi o il servizio militare per gli israeliani. In sala parto, invece, un’attiva collaborazione è necessaria e il dialogo indispensabile. Non mancano certo momenti di attrito, che solitamente scaturiscono da una diversa visione del parto. Le due popolazioni, infatti, adottano approcci medici differenti, ai quali si aggiungono le difficoltà legate alle barriere linguistiche, che spesso nascondono ferite ben più profonde: il peso delle memorie traumatiche di una vita passata in contrapposizione. Suor Valentina agisce come naturale mediatrice, ascoltando gli uni e gli altri e mitigando reazioni e incomprensioni.

La situazione di conflitto tra Israele e Palestina è lontana dall’essere risolta e quasi mezzo milione di israeliani vive nei territori palestinesi occupati della Cisgiordania. Nonostante ciò, suor Valentina non perde la speranza e ogni giorno dà il suo contributo ricordando la parabola del granello di senape e consapevole che molto spesso sono proprio i piccoli a gesti quotidiani a creare i più solidi ponti.

Il miracolo del Saint Joseph è che gli stereotipi più radicati cadono nel momento più straordinariamente potente e fragile della vita di una donna. I muri, reali o immaginari, crollano, ci si trova a gioire insieme per una nuova fragile vita. E chissà che da queste nuove vite non nascano operatori di pace che porteranno i nostri figli e nipoti a sentire parlare di Terra Santa come luogo di serenità e prosperità per le popolazioni che lo abitano.

Questa testimonianza ci invita a non cadere nel baratro dell’indifferenza. Anche noi, riconoscendoci come esseri fragili in un contesto di fragilità, abbiamo nelle nostre mani il dovere e il potere di metterci a servizio del prossimo: siamo chiamati a seguire il progetto che Dio ha pensato per noi, affinché possiamo essere protagonisti di piccole grandi rivoluzioni, gocce di speranza in oceani in tempesta.

 

Video integrale della testimonianza di suor Valentina:

Clicca qui per vedere il video integrale

Ti sei lavato le mani oggi?

Immaginiamo di sì, mentre invece i ragazzi siriani costretti a fuggire dalle loro case bombardate, molto probabilmente questa banale possibilità non l’hanno avuta. E forse neanche ieri, o il giorno prima. E certamente, sarebbe comunque l’ultimo dei loro problemi.

Come loro, sono moltissime le persone che vivono in condizioni di fragilità sotto tanti punti di vista.

La Siria è infatti un paese devastato dalla guerra civile ormai da più di dieci anni (ne abbiamo parlato qui) e mentre i riflettori di tutto il mondo sono puntati sull’avanzare della pandemia, ci siamo scordati che in Siria i conflitti armati non si sono mai fermati.

Con i nostri telegiornali impegnati nella cronaca di pandemia, potremmo esserci persi alcuni passaggi importanti avvenuti nel corso dell’ultimo anno.

Centrale soprattutto la questione di Idlib, situata nel nord-ovest vicino al confine con la Turchia, che è stata a lungo teatro di scontri tra i ribelli e l’esercito di Assad, forte di un alleato come la Russia. La città è tutt’oggi l’unica zona ancora in mano alle forze d’opposizione. I bombardamenti delle forze congiunte di Damasco e Mosca si sono protratti per mesi fino a quando un incontro tra Putin ed Erdoğan ha posto le basi per una tregua che entra in vigore nel marzo 2020.

Il conflitto però è tutt’altro che estinto: negli ultimi mesi, infatti, sul confine iracheno sono aumentate le tensioni. È infatti aumentata la presenza delle truppe iraniane nella zona, con un Iran che appare sempre più isolato sia dal mondo sunnita che da Israele, specie dopo i recenti Accordi di Abramo tra quest’ultimo e alcuni paesi arabi. Proprio Israele, infatti, negli ultimi mesi ha intensificato l’offensiva verso le truppe iraniane con numerosi raid aerei.

Il conflitto ha portato ad un milione di sfollati solo in questa zona. Idlib è di fatto una vera e propria prigione a cielo aperto in cui è impossibile anche solo far pervenire assistenza e aiuto umanitario per i civili.

Sono attualmente 6,6 milioni gli sfollati all’interno del territorio siriano e dal 2011 ad oggi sono almeno 5 milioni coloro che hanno cercato rifugio fuori dai confini. Giordania e Turchia, che pur sono tra gli stati ospitanti la maggior parte dei profughi, hanno spesso respinto l’ingresso di nuovi richiedenti asilo, esponendoli così ad un ulteriore rischio di violenze e persecuzioni.

Un milione e mezzo invece si trovano, ufficiosamente, in Libano, paese che non ha mai firmato la Convenzione di Ginevra del 1951, che regola le procedure ed il riconoscimento dello status di rifugiato e degli obblighi gravanti sugli stati firmatari.

Non vedendosi riconosciuta alcuna forma di protezione e tutela, ancora una volta i profughi sono costretti a vivere per strada, nelle tende o negli edifici abbandonati.

Di fronte a tali fatti e a questi numeri il rischio maggiore, oltre a quello di rimanere indifferenti, è quello di dimenticarsi l’umanità che sta dietro a tutti quei volti che fuggono dal proprio Paese. Come siamo toccati da queste storie di fragilità?

Probabilmente il primo concetto che ci viene in mente è il senso di sradicamento, non solo dall’ambito geografico ma anche da quello etnico, culturale e sociale. Molto spesso, infatti, i profughi provenienti dalla Siria, così come tutti coloro che fuggono da guerre o altre condizioni di fragilità, si trovano catapultati in ambienti che tendono ad annichilire le differenze culturali portando tutti al semplice e vuoto termine di “profughi”. Anche il concetto di umanità inizia a stravolgersi. Essere profughi, che sia a Lesbo, ad Amman o a Beirut, significa solamente una cosa: essere un peso per le casse dello stato e un problema per la comunità ospitante che di questi tempi sta già affrontando un grave periodo di crisi. Basti pensare a quanto accaduto di recente in Bosnia, a Lipa: di fronte ad immagini di persone a piedi scalzi, immersi nella neve alta, parole come fragilità sembrano solo eufemismi ai nostri occhi se non fosse che, per loro, tutto questo rischia di diventare normale quotidianità.

È anche vero che in certi casi l’esigenza di normalità e di piantare nuove radici supera un passato fatto di odio e rancore, permettendo di guardare oltre la disperazione. Anche in un presente di privazioni, dove tutto sembra consigliare di arrendersi, è sempre possibile risollevare la testa. Ne è un esempio la storia di Anwar al-Bunny che, come riporta The Guardian in una sua inchiesta, era stato arrestato e incarcerato in Siria poiché sostenitore della forza politica che si contrapponeva al regime.

Ecco che, dieci anni dopo, in esilio in Germania, incontra per caso lo stesso uomo che lo aveva interrogato e fatto arrestare. Ma in Anwar non c’è spazio per il rancore e la vendetta. Egli afferma infatti di non provare odio nei confronti quell’uomo a causa di quanto subito, poiché riconosce come vero responsabile delle violenze quel sistema più vasto e corrotto che tentava di cambiare. Oggi Anwar al-Bunni non è “solamente” un noto avvocato che si batte per i diritti umani in Siria, ma rappresenta un simbolo di speranza per tutti coloro che ancora cercano un nuovo inizio lontano dalla propria terra.

Negli ultimi mesi, sull’onda degli Accordi di Abramo, che vedono la normalizzazione delle relazioni diplomatiche fra Israele e sempre più stati arabi (Emirati Arabi, Bahrein, Sudan e Marocco), è tornata alla luce una questione troppo spesso dimenticata e ignorata, ovvero la storia del popolo saharawi, che è stato privato di uno stato e al quale sembra negato il diritto all’autodeterminazione.

Spesso nelle mappe politiche si nota una piccola area a sud del Marocco colorata di grigio; si tratta del Sahara Occidentale, paese natale dei saharawi, la cui storia è segnata da lotta, precarietà, fragilità e contraddizioni, dalla decolonizzazione spagnola fino ad oggi. Questo è il territorio dei saharawi, e paradossalmente potremmo averne sentito parlare di più a causa degli Accordi di Abramo (poiché contestualmente Washington ha riconosciuto per primo la sovranità marocchina sull’area) che per i recenti scontri che si sono verificati da novembre, dopo 29 anni di tregua. Infatti, dopo manifestazioni pacifiche da parte del popolo saharawi, iniziate in ottobre e tenutesi nella zona cuscinetto del Guerguerat (monitorata dalle Nazioni Unite), che bloccavano il commercio marocchino passante per il loro territorio, il Marocco ha reagito sparando sulla folla.

Il contesto storico

Nel 1973 viene creato il Fronte Polisario con lo scopo di porre fine al colonialismo spagnolo e combattere per l’indipendenza del popolo saharawi; tuttavia, oltre a Spagna e Polisario, anche Marocco e Mauritania iniziarono a rivendicare l’area. Le truppe saharawi, appoggiate dalla vicina Algeria, combatterono contro i coloni spagnoli, ottenendo (grazie anche alla pressione internazionale) che la Spagna tenesse un referendum perché il popolo saharawi potesse decidere se unirsi a uno dei propri vicini o diventare indipendente. Tuttavia, quel referendum ad oggi non si è mai tenuto, a causa del “rocambolesco” (e incurante delle conseguenze) ritiro spagnolo delle azioni marocchine che puntualmente ne richiedono il rinvio se non la cancellazione. Infatti, nel 1975 il Marocco fece pressione sulla Spagna perché gli trasferisse la sovranità del Sahara Occidentale e al contempo penetrò nel territorio, scontrandosi con il Fronte Polisario fino al 1991. Alla fine del conflitto l’operazione delle Nazioni Unite MINURSO avrebbe dovuto far rispettare il cessate il fuoco e organizzare il referendum, che però nuovamente non si tenne; il ruolo delle Nazioni Unite è molto ridotto, si tratta infatti di una operazione di peace keeping, ancora presente sul territorio, che stranamente nel suo mandato non prevede né il monitoraggio né il far rispettare i diritti umani.

Dal 1991 è stata perseguita la via diplomatica e pacifica per ottenere l’indipendenza, che tuttavia non ha portato i risultati sperati. Il Sahara Occidentale è infatti ancora sotto il controllo marocchino, che trae beneficio dall’occupazione sfruttando le riserve di fosfati e le aree di pesca. La popolazione saharawi ha dovuto progressivamente allontanarsi dai propri territori ed è oggi divisa fra coloro che rimangono nella terra natia e le persone fuggite nei campi profughi in Algeria (circa 173.600 persone nel 2018) dove vivono, anzi sopravvivono, in dure e difficili condizioni.

 Alla già fragile situazione dei saharawi si sono aggiunti quest’anno due importanti avvenimenti. Il primo che, come purtroppo ben sappiamo, ha colpito tutto il mondo: il COVID-19. Per i saharawi ha comportato non tanto un peggioramento della situazione sanitaria, anche se l’epidemia è generalmente poco monitorata e solo recentemente si è iniziato a fare test più attendibili grazie ad apparecchiature fornite da ONG occidentali, ma soprattutto un peggioramento delle già precarie condizioni generali, dovuto al blocco dei flussi umanitari provenienti anche dalle piccole realtà.

Il secondo evento è invece il riconoscimento americano della sovranità marocchina sul Sahara Occidentale, avvenuto parallelamente alla normalizzazione delle relazioni diplomatiche del Marocco con Israele. Sebbene nessun altro stato abbia finora seguito l’esempio di Washington, la mancata neutralità della superpotenza statunitense ha fatto crollare le aspettative e le speranze di molti verso l’autodeterminazione dei saharawi.

SaharawInsieme

È in tale contesto che si collocano gli sforzi dell’associazione “SaharawInsieme”raccontatici da Claudia Maurri e Costanza Baggiani. Su spinta delle attività dell’associazione il comune di Pontassieve ha stretto un patto di amicizia con la tendopoli di Tifariti dal 1987 e da ben prima SaharawInsieme si impegna ad aiutare le famiglie saharawi attraverso varie iniziative di solidarietà. Sono stati avviati diversi progetti di sostegno verso il popolo saharawi, e in particolare due di questi sono quelli che da più tempo caratterizzano l’impegno dell’associazione.

Progetto “Piccoli ambasciatori di pace”: dal 1987 ogni anno SaharawInsieme, insieme al comune di Pontassieve (e ad altri comuni e associazioni della Valdisieve e del Valdarno), ospita nel periodo estivo un gruppo di bambini saharawi dai 6 ai 12 anni, chiamati in base ad alcuni criteri: prima di tutto che non siano mai usciti dal campo, e poi si rivolge a coloro che abbiano una buona media scolastica, con un’attenzione anche a coloro che presentano gravi problemi di salute. Infatti, durante l’accoglienza estiva, i bambini vengono sottoposti alle visite mediche di routine; purtroppo, le condizioni climatiche del luogo e gli alimenti usati portano a malattie comuni fra i bambini come celiachia, calcolosi renale e problemi agli occhi, derivanti soprattutto da scarse condizioni igieniche, mancanze alimentari e inadeguata copertura dalle tempeste di sabbia.

L’accoglienza dei bambini nel comune di Pontassieve ha lo scopo di sensibilizzare la cittadinanza al riconoscimento dell’identità del popolo  saharawi in una modalità pacifica. Ai bambini ospiti viene riconosciuta anche la cittadinanza onoraria. I bambini hanno la possibilità di svolgere attività ludico ricreative e partecipano a feste locali offrendo momenti di socializzazione. Nel 2020 a causa dell’emergenza sanitaria, non è stato possibile accogliere i giovani saharawi, ma l’associazione è già pronta per la loro accoglienza già dalla prossima estate.

Progetto “Un sorriso per la pace”: dal 1999 SaharawInsieme ha attivato il progetto per l’adozione a distanza di figli di famiglie che vivono in condizioni molto povere. L’associazione gestisce più di 140 adozioni di bambini. In questo modo gli affidatari italiani possono avvicinarsi alla causa saharawi. Le adozioni avvengono principalmente nei campi profughi del deserto di Tindouf il quale si trova nel Sahara algerino.

SaharawInsieme si occupa inoltre di portare aiuti umanitari nei campi profughi che si trovano nel Sahara algerino: ogni anno vengono fatte delle spedizioni nel deserto di Tindouf per poter portare le risorse raccolte dagli affidatari italiani. L’ultimo viaggio fatto dall’associazione è stato fatto a gennaio 2020, dopo di che, a causa della pandemia, sono stati costretti ad interrompere le spedizioni. Purtroppo, anche tutte le altre associazioni di volontariato legate a questa causa sono state costrette ad interrompere i viaggi dai saharawi per i quali gli aiuti umanitari dei volontari erano fondamentali.

Claudia e Costanza ci hanno raccontato della loro esperienza nei campi profughi dei saharawi e di come la vita nelle tendopoli sia difficile. Una delle cose che più ci ha colpito della loro esperienza sul posto è stato il racconto del muro di sabbia che separa i territori occupati dal Marocco da quelli controllati dal Polisario; questa enorme duna di oltre 2700 km, che racchiude le terre fertili del Sahara occidentale, è stata costruita a partire dagli anni ’80 e in seguito è stata progressivamente spostata verso l’interno (con lo scopo di escludere i combattenti saharawi dal proprio territorio e di garantire la sicurezza del flusso di merci) e militarizzata, con tanto di basi militari, vedette sulla sommità e campi minati nelle vicinanze.

Come abbiamo visto – e come ci hanno raccontato Claudia e Costanza – il percorso del popolo saharawi è stato, ed è tuttora, caratterizzato dalla fragilità e dall’incertezza, sin dalle sue origini, da quel più volte mancato referendum che avrebbe dovuto garantirgli l’indipendenza e la sovranità sul proprio territorio; diritti che forse troppo spesso diamo per scontati, ma che così vicino a noi vengono negati; di questa vicenda non siamo che inconsapevoli complici tutte le volte che decidiamo di guardare da un’altra parte.

Fonti e approfondimenti:

https://www.saharawinsieme.it/

https://www.internazionale.it/opinione/pierre-haski/2020/12/11/trump-marocco-israele-sahara-occidentale

https://www.eurasia-rivista.com/il-marocco-e-la-questione-saharawi-tra-storia-ed-interessi-economici/ 

https://www.spsrasd.info/news/en 

https://www.bbc.com/news/topics/cz4pr2gdg3yt/western-sahara

https://www.aljazeera.com/news/2021/1/11/western-sahara-whats-at-stake-for-joe-biden

https://www.aljazeera.com/news/2020/12/10/israel-morocco-agree-to-normalise-relations-in-us-brokered-deal

Una tra le caratteristiche più peculiari del Libano è quella di essere costituito da diverse comunità etnico-religiose: ciò comporta un’evidente ricaduta sul suo assetto istituzionale. Come pochi altri paesi al mondo, infatti, è una democrazia parlamentare basata su un principio di consociativismo confessionale nella quale convivono un premier sunnita, un presidente cristiano, un capo del parlamento sciita ed un parlamento con 128 seggi divisi a metà tra cristiani e musulmani (sciiti e sunniti indistintamente). Questa suddivisione si è delineata già all’indomani della Seconda guerra mondiale e si è poi concretizzata negli accordi di Ta’if siglati alla fine della guerra civile, durata dal 1975 al 1990. Tuttavia, dobbiamo tener presente che, sebbene idealmente questa organizzazione istituzionale miri a creare un dialogo tra le comunità, di fatto provoca dei problemi nell’individuare un’unitaria direzione dello stato e negli effetti il potere risulta sempre sbilanciato. Il Libano ha inoltre una peculiare posizione geografica che certamente ha influenzato la sua storia: confina infatti con Israele e con la Siria, con la quale ha costituito un unico stato fino al 1920.

La guerra civile siriana, che ha insanguinato la regione nell’ultimo decennio, ha altresì inasprito i contrasti tra le varie fazioni della popolazione libanese: i sunniti si sono schierati a favore dei ribelli, mentre gli sciiti, in particolare l’organizzazione paramilitare Hezbollah (il “Partito di Dio”), ha appoggiato il governo siriano. Il Libano è stato coinvolto negli anni in vari conflitti e contrasti anche con Israele. Le tensioni nei rapporti tra israeliani e libanesi sono dovute principalmente a Hezbollah che ancora oggi viene visto da Israele come un potenziale pericolo.

Nonostante l’instabilità politica il paese ha vissuto una consistente prosperità economica. Puntuale la definizione che dà del Libano il giornalista de “Il Sole 24 Ore” Roberto Bongiorni: “Se sul fronte politico era conosciuto come il paese più instabile del Medio Oriente, su quello finanziario era in assoluto il più stabile”. Questo periodo di solidità economica è però stato interrotto dalla recente crisi che ha portato al crollo del sistema bancario privato, che da sempre aveva finanziato gran parte del debito pubblico, e a conseguenti problemi che hanno avuto ripercussioni dirette sulla vita della popolazione, la quale ha subito limitazioni nella quotidianità, come restrizioni nella possibilità di prelevare liquidità in banca e nel rifornimento di benzina. Il venir meno della fiducia nella possibilità di accogliere l’ingente quantità di profughi provenienti soprattutto dalla Siria ha innescato e corroborato tale crisi. Inoltre, anche i servizi essenziali quali lo smaltimento dei rifiuti e l’erogazione di energia elettrica sono carenti.

Tutti questi fattori hanno provocato un malcontento diffuso tra i cittadini, riuniti nonostante le differenze etnico-religiose, che sin dallo scorso novembre hanno iniziato a manifestare contro il governo. Queste proteste hanno portato alle dimissioni del primo ministro il 21 gennaio 2020.

Il nuovo primo ministro, Hassan Diab, resosi conto della portata della crisi, lo scorso 9 marzo ha dichiarato la bancarotta affermando: “Come possiamo pagare i creditori quando la gente è in strada senza nemmeno i soldi per comprare una pagnotta?”.

In questo contesto di sollevamenti popolari hanno trovato occasione di far sentire la propria voce anche le donne, spesso vittime in Libano di ingiustizie e soprusi; si pensi ad esempio al fatto che il crimine di molestie sessuali non è definito secondo gli standard internazionali, mentre numerose sono le problematiche legate al diritto di famiglia: le norme inerenti al matrimonio, al divorzio e alla custodia dei figli non pongono i coniugi sullo stesso piano, ma tendono sempre a favorire il padre ed il marito rispetto alla moglie, garantendo ai primi maggiori diritti.

Le libanesi sono scese nelle strade di Beirut gridando: “I diritti delle donne non sono una nota in calce”. Come ha spiegato Rand Hammoud, attivista per i diritti umani, al quotidiano inglese “The Guardian”, “le donne libanesi non hanno timore di scendere in piazza. Non avevamo paura quando ci lanciavano lacrimogeni e non avremo paura quando tenteranno di soffocare il nostro diritto di governare il futuro del Libano”. L’impegno delle donne nelle proteste è stato banalizzato e queste sono state definite dai media locali “dei graziosi volti” quasi per evidenziare il loro scarso potere d’impatto sulle sorti del paese. Al fianco delle donne hanno protestato i giovani, i quali hanno avuto una funzione di stimolo rilevante nei confronti di tutta la società libanese e hanno risvegliato lo spirito di unità nazionale.

Dall’attuale situazione emerge quindi l’immagine di un paese travolto dai problemi economici, ma che spinto dal desiderio di cambiamento si unisce in tutte le sue componenti sociali, rappresentando un valido esempio di come nelle situazioni difficili si possano superare le divisioni in nome del bene comune.

In queste ultime settimane, prima che l’emergenza sanitaria del Covid-19 prendesse il sopravvento sulle nostre vite, un’altra notizia occupava le prime pagine dei giornali e le televisioni: la crisi migratoria al confine tra Turchia e Grecia, paesi in contrasto da decenni.

In seguito all’apertura del confine turco del 27 febbraio, migliaia di persone stanno tentando di oltrepassare la frontiera per arrivare in Grecia e poter raggiungere l’Europa.

 

Come mai proprio adesso sta avvenendo tutto questo?

 

L’Unione Europea nel 2016 ha stipulato un accordo con il governo turco al fine di bloccare e rallentare i flussi migratori, provenienti soprattutto dal Medio Oriente e dalla Siria; si parla di cifre del valore di 6 miliardi di euro, concessi come d’accordo alla Turchia fino al 2019, con lo scopo di garantire un importante controllo al confine con la Grecia, tutelando però diritti e bisogni dei migranti attraverso la costruzione di strutture adeguate in cui poter vivere.

Tutto questo è riuscito in questi ultimi anni a rallentare davvero i flussi migratori, fenomeno però pagato dai migranti stessi, spesso riuniti in veri e propri centri di detenzione e costretti a vivere in condizioni precarie.

Adesso i confini sono stati riaperti, in quanto sovraffollati a causa della crisi in atto a Idlib, nel nord-ovest della Siria, da cui proviene circa un milione di profughi in fuga verso la Turchia.

 

In seguito a questi ultimi avvenimenti, la situazione sta diventando sempre più drammatica e pesante; come si legge sul New York Times, migliaia di migranti, residenti in Turchia, appena saputa la notizia dell’apertura del confine, si sono subito mobilitati, nel timore di perdere questa occasione, per poter raggiungere e oltrepassare la frontiera.

La situazione è resa più difficile dal fatto che il governo greco non ha assolutamente intenzione di aprire i confini, rifiutandosi anche di esaminare le numerose richieste di asilo ricevute ultimamente.

E così uomini, donne e soprattutto bambini di ogni età si trovano costretti a raggiungere la Grecia o via mare, cercando di arrivare sulle isole più vicine, tra cui Lesbo, o via terra, attraverso il confine terrestre di 120 km, segnato in buona parte dal fiume Evros, letto di morte per chi tenta di oltrepassare le sue acque gelide e poco sicure.

Solo poche settimane fa i soldati greci, con lo scopo di difendere il confine, hanno attaccato violentemente con proiettili e gas lacrimogeni giovani e bambini che cercavano di proseguire il loro viaggio, sollecitati tra l’altro anche dalla Turchia, che sta mobilitando l’esercito per spingere i migranti fuori dal paese.

Numerosi sono coloro che non potranno continuare la fuga verso un luogo migliore: persone ferite e rimaste vittime del conflitto.

Altrettanto difficile è la situazione sull’Isola di Lesbo, a Moira, adesso diventato il più grande campo profughi d’Europa.

Inizialmente pensato come struttura per ospitare all’incirca tremila migranti per pochi mesi, in attesa di una nuova collocazione definitiva, dal 2016 ad oggi è andato via via espandendosi, accogliendo adesso oltre ventimila persone, tra cui settemila minori, il 70% dei quali ha meno di dodici anni. Si è trasformato in una vera “città”, tra baracche e tende costruite dalle persone stesse, nel tentativo di garantire un piccolo tetto alle proprie famiglie, come racconta Mohammed, giovane curdo-siriano che da sette mesi vive nella jungle del campo con la moglie e i suoi due figli di cinque e tre anni. Mohammed si è trovato costretto a comprare e recuperare paletti, teli e coperte per poter costruire una tenda-baracca dove poter vivere con la sua famiglia (“La paura del coronavirus nel campo profughi più grande d’Europa”, Internazionale, 12 Marzo 2020).

Come lui, molti altri adesso stanno cercando di sopravvivere nell’hot-spot anche attraverso attività commerciali improvvisate in strada: tra alberi di ulivo e cumuli di immondizia si trovano barbieri, venditori di vestiti usati o di cibo.

Poche le strutture e i centri che garantiscono un’adeguata assistenza sanitaria: le condizioni igieniche sono disastrose, impossibile avere acqua potabile, pochi i bagni disponibili, una sola doccia con acqua costantemente fredda indicativamente deve servire per 100 persone; e in tutto questo, adesso, anche la possibile diffusione del nuovo virus inizia a preoccupare.

L’epidemia inoltre ha fermato momentaneamente molti conflitti in atto, come quello siriano o quello in Yemen, ma purtroppo gli abitanti di queste zone di guerra non possono restare nelle proprie case; l’unica possibilità di salvezza è proprio il raggiungimento del confine tra Turchia e Grecia.

 

In questo difficile momento storico, in cui ad ognuno di noi viene chiesto con responsabilità di fare la propria parte, cercando di restare a casa, il pensiero va a coloro che, invece, una casa, un tetto o un posto stabile in cui vivere non ce l’hanno. Spesso infatti focalizziamo la nostra attenzione su ciò che ci manca e su ciò che vorremmo avere, senza in realtà renderci davvero conto dell’essenziale, di ciò che davvero ogni giorno abbiamo e di cui a volte non riconosciamo l’importanza.

In momenti come questi riusciamo ad apprezzare le piccole cose date spesso per scontate: la libertà di uscire, vedere i propri cari, la garanzia di un lavoro o di avere sempre un pasto in tavola per la famiglia.

Forse adesso, non più presi dalla frenetica quotidianità che prima riempiva le nostre giornate, possiamo avere un’opportunità in più per soffermarci anche sul dolore e sulla sofferenza altrui, spesso dimenticati.

Possiamo sentire più vicina la sofferenza di un padre che tenta di costruire un tetto per la propria famiglia, per ripararsi dalla pioggia e dall’umidità del luogo, la sofferenza di una madre che spera con tutto il cuore di poter garantire un futuro ai propri figli, la possibilità di andare a scuola, di crescere e formarsi, la sofferenza di un bambino, disposto a passare dodici ore in piedi per poter ricevere una mela, forse l’unico pasto della giornata, o di una bambina che si crea bambole e giocattoli con ciò che trova per strada.

Come possiamo non reagire di fronte a tutto questo?

Non possiamo far finta di nulla, anzi, dobbiamo parlarne, dobbiamo far sentire la nostra voce, anche a nome di tutti coloro che non possono farlo e che non sono ascoltati.

Oggi, tutti distanti, ma uniti più che mai, possiamo dunque sentirci un po’ più vicini anche a tutte quelle realtà considerate spesso lontane, provando a rivolgere loro un pensiero o una preghiera, con spirito di fraternità, unione e solidarietà verso l’umanità intera che, oggi come non mai, soffre e lotta insieme nella speranza di un futuro migliore.

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