Iran: l’anima delle proteste

Il 13 settembre 2022, a Teheran, Mahsa Amini è stata arrestata dalla polizia religiosa iraniana per non aver correttamente osservato la normativa sull’obbligo di portare il velo. La ragazza è stata portata in una stazione di polizia ed è deceduta, in circostanze non chiarite, il 16 settembre 2022. Mahsa, 22…

Iran: l’anima delle proteste

Il 13 settembre 2022, a Teheran, Mahsa Amini è stata arrestata dalla polizia religiosa iraniana per non aver correttamente osservato la normativa sull’obbligo di portare il velo. La ragazza è stata portata in una stazione di polizia ed è deceduta, in circostanze non chiarite, il 16 settembre 2022. Mahsa, 22 anni, era di origine curda e proveniva dalla provincia del Kurdistan, dove i controlli sui comportamenti sociali sono meno severi rispetto a Teheran.

La morte di Mahsa Amini è stata descritta da molti come “la goccia che ha fatto traboccare il vaso”. Dopo il suo arresto, molti iraniani sono scesi in piazza e, da settembre, stanno portando avanti quella che è la rivolta più duratura della storia dell’Iran dopo quella del 1979 (vedi il report dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale – ISPI).

Mappa dei principali focolai di protesta in Iran nel periodo 16 Settembre – 7 Dicembre. Fonte: ISW – Institute for the Study of War

Il leitmotiv che guida le proteste pone le sue basi sulle parole chiave: “donne, vita, libertà”.

Come accade per ogni evento storico, non esiste un motivo specifico per cui sia stata proprio la morte di Mahsa, e non un altro evento, a segnare l’inizio delle rivolte. Infatti, andando ad esaminare la situazione del Paese, emerge come la morte di Mahsa Amini e l’obbligo di portare il velo siano solo la punta dell’iceberg di un malumore sociale che ha radici ben più profonde e complesse.

L’Iran non è un Paese nuovo a sommosse popolari che spesso appaiono di dimensioni enormi a noi occidentali. Partendo a ritroso, la protesta dalle conseguenze più rilevanti è sicuramente quella con cui il popolo Iraniano, nel 1979, riuscì a costringere all’esilio lo Scià di Persia.

L’ordine di grandezza delle proteste scatenatesi anche a seguito della morte di Mahsa Amini richiama obbligatoriamente alla mente la rivoluzione del 1979, sebbene siano necessari dei paragoni e delle precisazioni.

La rivolta che portò all’esilio dello Scià fu indubbiamente la somma di molteplici fattori. I moti di protesta infatti avevano come obiettivo la liberazione da un regime ormai corrotto. Anche nelle proteste odierne una fetta dei rivoltosi persegue la stessa meta, sebbene ancora non abbiano raggiunto la dimensione “rivoluzionaria” che caratterizzò quelle del ’79. Si noti che la generazione che guidò quelle proteste crede ancora, anche solo parzialmente, nell’ideale della repubblica Islamica. Dunque, tale generazione non è schierata a favore delle proteste in atto.

Provando a leggere fra le righe delle proteste odierne, si possono individuare diversi fattori che le animano e le differenziano dalla rivoluzione del ’79.

In primo luogo, le rivolte sono alimentate da motivi politici e da una richiesta di maggior libertà e dignità. Nell’estate del 2022, da parte del Governo Iraniano, vi è stato un inasprimento delle misure di controllo sulle regole di abbigliamento, con conseguenti proteste delle popolazioni giovanili. Tali misure hanno previsto, tra le altre cose, l’istituzione di una “Giornata dell’Hijab e della castità”. Inoltre, è stato stilato un nuovo codice di abbigliamento dedicato solamente al genere femminile. È stata poi definita la possibilità di utilizzare il riconoscimento facciale per individuare le donne vestite in modo improprio nei luoghi pubblici. Segue dunque che lo scontro con il Governo per una maggior libertà sia una delle cause principali delle rivolte.

Anche la religione ha poi un ruolo fondamentale nelle proteste. Tuttavia, è importante sottolineare che quelle iraniane non sono proteste contro la religione, quanto piuttosto contro un’interpretazione radicale dell’Islam. I giovani iraniani, infatti, si sentono privati non soltanto delle libertà personali, ma anche di speranza per il loro futuro. Il potere religioso, in opposizione, utilizza a titolo di esempio i disagi sociali presenti in Occidente (come prostituzione, tossicodipendenza…) come conseguenza necessaria di uno stile di vita più libero.

Un’altra motivazione, più nascosta, alla base delle rivolte risiede anche nel malcontento provocato dalla disastrosa situazione economica in cui vive gran parte della popolazione iraniana, essendo il Paese gravato da molteplici sanzioni economiche imposte dall’Occidente.

Dalle proteste emerge poi che lo scontro, oltre ad essere politico e religioso, è anche generazionale. Sono i giovani, in primo luogo, a portare avanti le proteste e a non rispecchiarsi nei valori incarnati dal Governo. Si tratta di un punto di forza delle rivolte, che ha consentito una propagazione che non sarebbe mai stata possibile in un Paese occidentale. L’Iran infatti è un Paese giovane e più della metà della popolazione ha meno di 30 anni. Le rivolte in effetti stanno avendo una diffusione ed una durata che ha pochi eguali. Inoltre, l’eccezionale durata delle proteste è dovuta anche al fatto che si tratta di un’azione di rivolta spontanea. In altre parole non c’è, ad oggi, una leadership chiara. Questa assenza di un leader risulta essere per certi versi un timore per la classe dirigente, ma comporta anche dei limiti. Da una parte infatti, se ci fosse un leader, il Governo avrebbe un obiettivo preciso e sarebbe più facile mettere a tacere le rivolte. Dall’altra, tuttavia, l’assenza di una figura di riferimento e di una strutturazione organica delle rivolte, conduce al rischio che l’energia che le contraddistingue possa esaurirsi nel tempo. Aleggia quindi la possibilità che le proteste non riescano a trovare un canalizzazione istituzionale, o che altre strutture già organizzate approfittino di questo vuoto, come avvenne in Egitto per i Fratelli Musulmani durante la Primavera Araba nel 2010-2011.

Un altro elemento di forza delle rivolte è la grande identità collettiva. L’Iran ha una storia millenaria, in cui hanno governato grandissime istituzioni come l’Impero Romano e l’Impero Persiano. Nel corso della storia, dunque, il popolo iraniano ha sviluppato una cultura e dei costumi fortemente radicati e condivisi da gran parte della popolazione. Questa coscienza di massa è inevitabilmente terreno fertile per la nascita di moti popolari.

Oltre alla diffusione che hanno avuto in loco le proteste, un ruolo importante è stato giocato anche dai social media. Le notizie delle proteste in Iran oggi sono arrivate in tutto il mondo, con tanto di hashtag e trend di ragazze che si tagliano ciocche di capelli come supporto simbolico alle donne iraniane. È proprio grazie alla comunicazione in tempo reale che le proteste odierne sono riuscite ad avere una così vasta estensione anche dal punto di vista territoriale. Tuttavia è importante non confondere lo strumento con il fine: infatti, è fondamentale avere un messaggio da comunicare (fine), in modo tale da usare i media (mezzo) in modo proficuo.

La risposta del regime alle rivolte per ora è stata notevolmente severa. La direzione intrapresa dalle proteste difficilmente sembra poter portare ad un dialogo a livello governativo. Si è creata una situazione di “muro di gomma”, nella quale le richieste dei rivoltosi non possono trovare una sponda tra nessuno dei membri dell’establishment. Essendo impraticabile la via negoziale, il Governo ha risposto con la violenza. Fino ad oggi si annoverano più di 500 morti, nonché arresti di massa, minacce di esecuzione ed esecuzioni vere e proprie.

Un’altra abile mossa messa in atto dall’establishment è stata quella di insinuare che le proteste siano manovrate dai “nemici della Repubblica Islamica” (Stati Uniti e Israele). Accusare i rivoltosi di essere “strumenti di agende esterne” da una parte delegittima le proteste e, dall’altra, stringe il popolo contro un nemico esterno comune: non si vuole ammettere, chiaramente, che la popolazione sia scontenta del regime.

Nessuna di tali azioni tuttavia è riuscita a sedare il dissenso che continua a crescere. Ad oggi fare una previsione sull’esito delle rivolte è pressoché impossibile, data la varietà di anime che le alimentano. Ipotizzando anche un’eventuale caduta del regime, è difficile prevedere cosa seguirà. Una vera transizione non sembra possibile al momento, non essendoci corpi intermedi (associazioni, partiti…) ma, come in ogni regime autoritario, soltanto i singoli cittadini e il potere.

Libano: a due anni dall’esplosione, una crisi senza fine

Il Libano è tornato all’attenzione dell’opinione pubblica in seguito all’esplosione di 2750 tonnellate di nitrato d’ammonio nel porto di Beirut, il 4 agosto 2020. Esplosione che ha provocato 217 morti, oltre 7000 feriti e 300mila sfollati, segnando una delle pagine più drammatiche della storia recente del Paese. Secondo la Banca Mondiale, l’esplosione ha causato danni per circa quattro miliardi di dollari. Infatti, il 90% delle importazioni del Paese, avveniva attraverso il porto di Beirut, snodo economico cruciale del Libano. La maggior parte delle riserve alimentari sono state distrutte ed ancora oggi più di un milione di persone sul territorio libanese si trova in una condizione di povertà assoluta e incertezza alimentare. Le disuguaglianze sociali sono tangibili ed evidentissime e di conseguenza, a fronte di pochi cittadini che possono permettersi di scappare o andarsene, ce ne sono tantissimi intrappolati in un luogo che li costringe a condizioni di vita estremamente misere. Nel Paese ci sono inoltre più di due milioni di rifugiati, in particolare siriani e palestinesi. 

Chiaramente, la gestione dell’emergenza ha portato alla luce con maggiore forza una crisi economica che già da anni incombe sul Libano, che già altre volte aveva versato in condizioni di dissesto finanziario.  Il debito pubblico del Paese supera il 100% del PIL da decenni, e oggi sfiora il 180%. E dal 2018 Beirut attraversa una recessione che in tre anni ha spazzato via il 40% del reddito pro capite e la valuta locale ha subito una svalutazione del 90% nei confronti del dollaro.

Quello che era uno dei Paesi più ricchi del Medio Oriente, pur con tanti problemi, a marzo dell’anno scorso ha dichiarato bancarotta per la prima volta nella sua storia. 

La situazione, a due anni da questo accadimento disastroso, è tutt’altro che in ripresa. Il Paese è al collasso politico ed economico. La principale forza politico-militare libanese resta Hezbollah, organizzazione sciita e filo iraniana. Mancano le risorse per far fronte alle esigenze primarie degli abitanti, come i farmaci o la corrente elettrica, che in molte città o quartieri non è ancora stata ripristinata. Così, le strade sono al buio, negli ospedali non è possibile operare, nelle case non si può utilizzare alcun elettrodomestico, la conservazione dei cibi non è quasi più possibile, gli ascensori non funzionano. Le condizioni sanitarie sono drammatiche. I medici scappano altrove, quelli che rimangono devono trovare carburante di contrabbando per poter operare o tenere accesi i macchinari per analisi ed esami. 

La situazione in Libano non accenna a migliorare. Nelle ultime ore, durante un incontro con il sottosegretario generale delle Nazioni Unite, Amina Mohammad, Il primo ministro libanese, Najib Miqati, ha chiesto il sostegno delle Nazioni Unite alla sicurezza alimentare del Libano, secondo il piano Onu per far fronte alle ripercussioni della la guerra in Ucraina. Infatti, la guerra tra Ucraina e Russia, sta avendo conseguenze devastanti in Libano aumentando la situazione di povertà estrema in cui versa la popolazione. Nell’incontro con il sottosegretario generale dell’Onu, Miqati ha anche invitato le Nazioni Unite a “sostenere il Libano nell’affrontare le molteplici sfide derivanti dalla crisi degli sfollati siriani”, una crisi che ha colpito il Paese dall’inizio della guerra in Siria nel 2011 in tutti i settori: sociale, economico, sicurezza e politico.

1) Per approfondire, “Hezbollah in Libano: tra politica e lotta armata”, pubblicato sempre su questa pagina il 4 Marzo 2021.

Fonti consultate

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Il 13 settembre 2022, a Teheran, Mahsa Amini è stata arrestata dalla polizia religiosa iraniana per non aver correttamente osservato la normativa sull’obbligo di portare il velo. La ragazza è…

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Il 13 settembre 2022, a Teheran, Mahsa Amini è stata arrestata dalla polizia religiosa iraniana per non aver correttamente osservato la normativa sull’obbligo di portare il velo. La ragazza è stata portata in una stazione di polizia ed è deceduta, in circostanze non chiarite, il 16 settembre 2022. Mahsa, 22 anni, era di origine curda e proveniva dalla provincia del Kurdistan, dove i controlli sui comportamenti sociali sono meno severi rispetto a Teheran.

La morte di Mahsa Amini è stata descritta da molti come “la goccia che ha fatto traboccare il vaso”. Dopo il suo arresto, molti iraniani sono scesi in piazza e, da settembre, stanno portando avanti quella che è la rivolta più duratura della storia dell’Iran dopo quella del 1979 (vedi il report dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale – ISPI).

Mappa dei principali focolai di protesta in Iran nel periodo 16 Settembre – 7 Dicembre. Fonte: ISW – Institute for the Study of War

Il leitmotiv che guida le proteste pone le sue basi sulle parole chiave: “donne, vita, libertà”.

Come accade per ogni evento storico, non esiste un motivo specifico per cui sia stata proprio la morte di Mahsa, e non un altro evento, a segnare l’inizio delle rivolte. Infatti, andando ad esaminare la situazione del Paese, emerge come la morte di Mahsa Amini e l’obbligo di portare il velo siano solo la punta dell’iceberg di un malumore sociale che ha radici ben più profonde e complesse.

L’Iran non è un Paese nuovo a sommosse popolari che spesso appaiono di dimensioni enormi a noi occidentali. Partendo a ritroso, la protesta dalle conseguenze più rilevanti è sicuramente quella con cui il popolo Iraniano, nel 1979, riuscì a costringere all’esilio lo Scià di Persia.

L’ordine di grandezza delle proteste scatenatesi anche a seguito della morte di Mahsa Amini richiama obbligatoriamente alla mente la rivoluzione del 1979, sebbene siano necessari dei paragoni e delle precisazioni.

La rivolta che portò all’esilio dello Scià fu indubbiamente la somma di molteplici fattori. I moti di protesta infatti avevano come obiettivo la liberazione da un regime ormai corrotto. Anche nelle proteste odierne una fetta dei rivoltosi persegue la stessa meta, sebbene ancora non abbiano raggiunto la dimensione “rivoluzionaria” che caratterizzò quelle del ’79. Si noti che la generazione che guidò quelle proteste crede ancora, anche solo parzialmente, nell’ideale della repubblica Islamica. Dunque, tale generazione non è schierata a favore delle proteste in atto.

Provando a leggere fra le righe delle proteste odierne, si possono individuare diversi fattori che le animano e le differenziano dalla rivoluzione del ’79.

In primo luogo, le rivolte sono alimentate da motivi politici e da una richiesta di maggior libertà e dignità. Nell’estate del 2022, da parte del Governo Iraniano, vi è stato un inasprimento delle misure di controllo sulle regole di abbigliamento, con conseguenti proteste delle popolazioni giovanili. Tali misure hanno previsto, tra le altre cose, l’istituzione di una “Giornata dell’Hijab e della castità”. Inoltre, è stato stilato un nuovo codice di abbigliamento dedicato solamente al genere femminile. È stata poi definita la possibilità di utilizzare il riconoscimento facciale per individuare le donne vestite in modo improprio nei luoghi pubblici. Segue dunque che lo scontro con il Governo per una maggior libertà sia una delle cause principali delle rivolte.

Anche la religione ha poi un ruolo fondamentale nelle proteste. Tuttavia, è importante sottolineare che quelle iraniane non sono proteste contro la religione, quanto piuttosto contro un’interpretazione radicale dell’Islam. I giovani iraniani, infatti, si sentono privati non soltanto delle libertà personali, ma anche di speranza per il loro futuro. Il potere religioso, in opposizione, utilizza a titolo di esempio i disagi sociali presenti in Occidente (come prostituzione, tossicodipendenza…) come conseguenza necessaria di uno stile di vita più libero.

Un’altra motivazione, più nascosta, alla base delle rivolte risiede anche nel malcontento provocato dalla disastrosa situazione economica in cui vive gran parte della popolazione iraniana, essendo il Paese gravato da molteplici sanzioni economiche imposte dall’Occidente.

Dalle proteste emerge poi che lo scontro, oltre ad essere politico e religioso, è anche generazionale. Sono i giovani, in primo luogo, a portare avanti le proteste e a non rispecchiarsi nei valori incarnati dal Governo. Si tratta di un punto di forza delle rivolte, che ha consentito una propagazione che non sarebbe mai stata possibile in un Paese occidentale. L’Iran infatti è un Paese giovane e più della metà della popolazione ha meno di 30 anni. Le rivolte in effetti stanno avendo una diffusione ed una durata che ha pochi eguali. Inoltre, l’eccezionale durata delle proteste è dovuta anche al fatto che si tratta di un’azione di rivolta spontanea. In altre parole non c’è, ad oggi, una leadership chiara. Questa assenza di un leader risulta essere per certi versi un timore per la classe dirigente, ma comporta anche dei limiti. Da una parte infatti, se ci fosse un leader, il Governo avrebbe un obiettivo preciso e sarebbe più facile mettere a tacere le rivolte. Dall’altra, tuttavia, l’assenza di una figura di riferimento e di una strutturazione organica delle rivolte, conduce al rischio che l’energia che le contraddistingue possa esaurirsi nel tempo. Aleggia quindi la possibilità che le proteste non riescano a trovare un canalizzazione istituzionale, o che altre strutture già organizzate approfittino di questo vuoto, come avvenne in Egitto per i Fratelli Musulmani durante la Primavera Araba nel 2010-2011.

Un altro elemento di forza delle rivolte è la grande identità collettiva. L’Iran ha una storia millenaria, in cui hanno governato grandissime istituzioni come l’Impero Romano e l’Impero Persiano. Nel corso della storia, dunque, il popolo iraniano ha sviluppato una cultura e dei costumi fortemente radicati e condivisi da gran parte della popolazione. Questa coscienza di massa è inevitabilmente terreno fertile per la nascita di moti popolari.

Oltre alla diffusione che hanno avuto in loco le proteste, un ruolo importante è stato giocato anche dai social media. Le notizie delle proteste in Iran oggi sono arrivate in tutto il mondo, con tanto di hashtag e trend di ragazze che si tagliano ciocche di capelli come supporto simbolico alle donne iraniane. È proprio grazie alla comunicazione in tempo reale che le proteste odierne sono riuscite ad avere una così vasta estensione anche dal punto di vista territoriale. Tuttavia è importante non confondere lo strumento con il fine: infatti, è fondamentale avere un messaggio da comunicare (fine), in modo tale da usare i media (mezzo) in modo proficuo.

La risposta del regime alle rivolte per ora è stata notevolmente severa. La direzione intrapresa dalle proteste difficilmente sembra poter portare ad un dialogo a livello governativo. Si è creata una situazione di “muro di gomma”, nella quale le richieste dei rivoltosi non possono trovare una sponda tra nessuno dei membri dell’establishment. Essendo impraticabile la via negoziale, il Governo ha risposto con la violenza. Fino ad oggi si annoverano più di 500 morti, nonché arresti di massa, minacce di esecuzione ed esecuzioni vere e proprie.

Un’altra abile mossa messa in atto dall’establishment è stata quella di insinuare che le proteste siano manovrate dai “nemici della Repubblica Islamica” (Stati Uniti e Israele). Accusare i rivoltosi di essere “strumenti di agende esterne” da una parte delegittima le proteste e, dall’altra, stringe il popolo contro un nemico esterno comune: non si vuole ammettere, chiaramente, che la popolazione sia scontenta del regime.

Nessuna di tali azioni tuttavia è riuscita a sedare il dissenso che continua a crescere. Ad oggi fare una previsione sull’esito delle rivolte è pressoché impossibile, data la varietà di anime che le alimentano. Ipotizzando anche un’eventuale caduta del regime, è difficile prevedere cosa seguirà. Una vera transizione non sembra possibile al momento, non essendoci corpi intermedi (associazioni, partiti…) ma, come in ogni regime autoritario, soltanto i singoli cittadini e il potere.

Il Libano è tornato all’attenzione dell’opinione pubblica in seguito all’esplosione di 2750 tonnellate di nitrato d’ammonio nel porto di Beirut, il 4 agosto 2020. Esplosione che ha provocato 217 morti, oltre 7000 feriti e 300mila sfollati, segnando una delle pagine più drammatiche della storia recente del Paese. Secondo la Banca Mondiale, l’esplosione ha causato danni per circa quattro miliardi di dollari. Infatti, il 90% delle importazioni del Paese, avveniva attraverso il porto di Beirut, snodo economico cruciale del Libano. La maggior parte delle riserve alimentari sono state distrutte ed ancora oggi più di un milione di persone sul territorio libanese si trova in una condizione di povertà assoluta e incertezza alimentare. Le disuguaglianze sociali sono tangibili ed evidentissime e di conseguenza, a fronte di pochi cittadini che possono permettersi di scappare o andarsene, ce ne sono tantissimi intrappolati in un luogo che li costringe a condizioni di vita estremamente misere. Nel Paese ci sono inoltre più di due milioni di rifugiati, in particolare siriani e palestinesi. 

Chiaramente, la gestione dell’emergenza ha portato alla luce con maggiore forza una crisi economica che già da anni incombe sul Libano, che già altre volte aveva versato in condizioni di dissesto finanziario.  Il debito pubblico del Paese supera il 100% del PIL da decenni, e oggi sfiora il 180%. E dal 2018 Beirut attraversa una recessione che in tre anni ha spazzato via il 40% del reddito pro capite e la valuta locale ha subito una svalutazione del 90% nei confronti del dollaro.

Quello che era uno dei Paesi più ricchi del Medio Oriente, pur con tanti problemi, a marzo dell’anno scorso ha dichiarato bancarotta per la prima volta nella sua storia. 

La situazione, a due anni da questo accadimento disastroso, è tutt’altro che in ripresa. Il Paese è al collasso politico ed economico. La principale forza politico-militare libanese resta Hezbollah, organizzazione sciita e filo iraniana. Mancano le risorse per far fronte alle esigenze primarie degli abitanti, come i farmaci o la corrente elettrica, che in molte città o quartieri non è ancora stata ripristinata. Così, le strade sono al buio, negli ospedali non è possibile operare, nelle case non si può utilizzare alcun elettrodomestico, la conservazione dei cibi non è quasi più possibile, gli ascensori non funzionano. Le condizioni sanitarie sono drammatiche. I medici scappano altrove, quelli che rimangono devono trovare carburante di contrabbando per poter operare o tenere accesi i macchinari per analisi ed esami. 

La situazione in Libano non accenna a migliorare. Nelle ultime ore, durante un incontro con il sottosegretario generale delle Nazioni Unite, Amina Mohammad, Il primo ministro libanese, Najib Miqati, ha chiesto il sostegno delle Nazioni Unite alla sicurezza alimentare del Libano, secondo il piano Onu per far fronte alle ripercussioni della la guerra in Ucraina. Infatti, la guerra tra Ucraina e Russia, sta avendo conseguenze devastanti in Libano aumentando la situazione di povertà estrema in cui versa la popolazione. Nell’incontro con il sottosegretario generale dell’Onu, Miqati ha anche invitato le Nazioni Unite a “sostenere il Libano nell’affrontare le molteplici sfide derivanti dalla crisi degli sfollati siriani”, una crisi che ha colpito il Paese dall’inizio della guerra in Siria nel 2011 in tutti i settori: sociale, economico, sicurezza e politico.

1) Per approfondire, “Hezbollah in Libano: tra politica e lotta armata”, pubblicato sempre su questa pagina il 4 Marzo 2021.

Fonti consultate

Florence Mediterranean Mayor’s Forum 

Noi crediamo che il Mediterraneo sia ancora oggi ciò che era in passato: una fonte inesauribile di creatività, un vivace e universale focolaio che irradia l’umanità con la luce della conoscenza, la grazia della bellezza e il calore della fraternità(Giorgio La Pira, “Congresso Mediterraneo della Cultura”, 19 febbraio 1960).

È con queste parole che, la mattina del 25 febbraio, presso il Salone dei Cinquecento, ha inizio il Convegno dei sindaci del Mediterraneo, voluto dal sindaco Nardella, nel segno dei Colloqui del Mediterraneo di Giorgio La Pira, in contemporanea ai lavori del Convegno dei Vescovi del Mediterraneo.

Ho avuto la grande opportunità di poter partecipare alle tre giornate di lavori che si sono svolte in alcuni dei luoghi più significativi della città, Palazzo Vecchio, Teatro del Maggio Musicale e Chiesa di Santa Croce, grazie all’Università di Firenze che ha deciso di selezionare 25 studenti ai quali dare la possibilità di fare un’importante esperienza di citizen political inclusion. In particolare, ho avuto il piacere di svolgere attività di supporto e orientamento per la sindaca della città di Sarajevo, Benjamina Karic, avendo così l’occasione di testimoniare l’impegno e la dedizione che ognuno dei sindaci ha dimostrato durante i lavori. 

Ancora di più, questi sono stati giorni speciali per me, poiché vissuti nello spirito dell’Opera.

L’obiettivo della Conferenza è stato quello di favorire una nuova attenzione verso il Mediterraneo, attraverso il dialogo tra le sue città principali, promuovendo e accogliendo azioni che incoraggino e diano un supporto alla cooperazione e alla pace. 

Proprio il sindaco Nardella, in apertura dell’evento, ha voluto rendere omaggio a La Pira, invitando i sindaci a cooperare per la pace, nella consapevolezza delle diversità che caratterizzano i popoli del Mediterraneo, ma sottolineando le comuni radici che questi condividono. Radici in virtù delle quali i sindaci delle città mediterranee si sentano chiamati a collaborare, riconoscendo l’importanza fondamentale delle città come attrici politiche ed istituzionali sulla scena internazionale, soprattutto in un periodo storico in cui i governi nazionali dimostrano difficoltà nel comprendere la complessità delle problematiche che interessano più direttamente i cittadini.  

La prima giornata di lavori si è articolata in quattro sessioni, ognuna delle quali dedicata ad una questione di attualità la cui discussione si rende necessaria per poter creare un’azione comune e concreta da parte delle città: sviluppo culturale e cooperazione; sanità pubblica e protezione sociale; ambiente e sviluppo economico sostenibile; migrazioni attraverso il Mediterraneo. A partire dall’intervento di un ospite e tramite la presenza di un moderatore, si sono tenuti i “dialoghi urbani”, ovvero sessioni di dialogo tra i sindaci, che hanno potuto così presentare e discutere problematiche che affliggono le realtà cittadine. I temi affrontati sono stati molti, gli interventi e il confronto interessanti e, soprattutto, sono state proposte soluzioni concrete alla necessità di raggiungere la stabilità, la coesistenza pacifica e lo sviluppo economico-sociale nella regione mediterranea attraverso lo sviluppo culturale, alla base del miglioramento.

In particolare, mi hanno colpito le parole del professore Romano Prodi che, citando Giorgio La Pira, ha affermato che il dialogo è possibile, la pace non è un’utopia ma un obiettivo concreto e, proprio al fine di raggiungerlo è necessario partire dalla cultura e dalla formazione, proponendo così l’idea di un’Università del Mediterraneo. Un sistema di università paritarie, con doppia sede una al nord e una al sud, con numero uguale di professori e studenti del nord e del sud, cosicché dopo qualche anno si costituirebbe una comunità di migliaia di ragazzi che studiano insieme e si confrontano, che sono capaci di contribuire in modo concreto al futuro del Mediterraneo, oggi fortemente frammentato e in conflitto. 

Inoltre, durante la sessione dedicata alla questione dei flussi migratori che interessano il Mediterraneo, si sono susseguiti interventi da parte di importanti figure, quali Filippo Grandi, alto commissario ONU per i rifugiati, e Antonio Vitorino, direttore generale dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni. Tuttavia, personalmente, ritengo che sia stato di impatto ancora maggiore lo spazio di dibattitto e confronto apertosi successivamente, quando molti sindaci hanno preso la parola per affrontare  il problema della gestione degli ingenti flussi migratori attraverso il Mediterraneo, proponendo possibili soluzioni concrete, attraverso l’implementazione di nuove politiche pubbliche, sottolineando come l’azione delle città e dei sindaci ricopra un ruolo primario nell’ambito dell’accoglienza e dell’integrazione. In particolare, ho reputato interessanti e significative le parole del primo cittadino di Pozzallo, Roberto Ammatuna, che citando La Pira, originario proprio di questo comune in provincia di Ragusa, ha rilanciato l’idea della necessità di una politica euro-mediterranea, poiché “il concetto di Europa, altrimenti, non produce niente di soddisfacente se non è arricchito dal concetto di Mediterraneo”.

Il 26 febbraio, secondo giorno di lavori, sindaci e vescovi si sono riuniti, prima nel Salone dei Cinquecento e poi presso il Teatro del Maggio Musicale, in un incontro simbolico ma non solo, poiché ha rappresentato una fondamentale occasione di dialogo tra religione e politica per la collaborazione volta alla costruzione della Pace.

Da un lato è di rilievo storico che le Chiese mediterranee si siano incontrate, a prescindere dalle loro diversità, forti del fatto che la dimensione religiosa può svolgere un ruolo di primaria importanza per la cultura della solidarietà e di conseguenze per la politica della pace. Dall’altro lato, questo evento rappresenta la possibilità per la politica di assumere nuovamente la componente spirituale che nel corso del tempo è andata perdendo. L’incontro avvenuto tra religione e politica può essere un evento utile per superare la perdita di una visione unitaria, integrale della vita umana, in cui la politica è illuminata dal Vangelo ed è il più grande atto di carità, come sosteneva La Pira.  

A tal proposito, la giornata è stata ricca di interventi, a partire da quello del Cardinale Bassetti e di Monsignor Raspanti che hanno aperto lo spazio di incontro tra sindaci e vescovi, i quali hanno partecipato attivamente alla presentazione di idee e proposte concrete per la realizzazione di un rapporto e dialogo interculturale e interreligioso. 

Tra questi, ricordo con piacere Monsignor Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme, il quale ha ribadito quanto sia necessario lavorare ancora affinché venga raggiunto un buon grado di dialogo tra attori istituzionali ed ecclesiastici.

Alla fine della mattina, a conclusione del dialogo intercorso tra sindaci e vescovi è stata presentata e firmata la Dichiarazione di Firenze, ovvero una carta che si presenta simbolicamente come un ponte tra Europa e Mediterraneo, sottoscritta dai partecipanti ai due convegni, in cui sono suggellati valori e ideali quali la pace, sviluppo sociale ed economico, cultura e relazione tra i popoli, dei quali è auspicabile che i primi cittadini e i rappresentanti religiosi si facciano portatori. 

Successivamente, presso il Teatro del Maggio Musicale, si è tenuta una tavola rotonda che ha visto il coinvolgimento di Giampiero Massolo, presidente ISPI, Jean-Marc Aveline, vescovo di Marsiglia, la sindaca di Sarajevo, la vicesindaca di Tel Aviv e il sindaco di Izmir, con la partecipazione di Rondine Cittadella della Pace. È stato un momento di confronto, ma non solo, in quanto ha rappresentato anche l’occasione per denunciare ad una voce sola la guerra in Ucraina, chiedendo che Kiev non fosse sottoposta allo stesso destino a cui Sarajevo è stata sottoposta trent’anni fa.  

Infine, il cardinale Bassetti ha voluto concludere regalando un discorso, a mio parare, pregno di significato. Infatti, ha sottolineato che i giovani sono “rondini che volano verso la primavera” – come ripeteva La Pira, e verso l’orizzonte della Pace, della Giustizia e dell’Amore, che sono i valori presenti nella Carta di Firenze; però, i giovani hanno necessariamente bisogno di punti di appoggio, dove risposare, e questi devono essere gli adulti, che quindi hanno il compito di dare loro sostegno restando umili e, soprattutto, con la consapevolezza che sono i giovani ad indicare la strada e a farsi portatori dei valori necessari. Infine, ha aggiunto che questo è anche proprio il significato della città che è unica, irripetibile, viva; la città non ha la struttura dello Stato, non ha le armi e quindi deve essere pacifica, nella città si vedono i problemi della gente.

A conclusione dell’evento, domenica mattina 27 febbraio, si è tenuto un ultimo grande momento storico: il dialogo tra la città di Istanbul, Atene e Gerusalemme. I sindaci di queste città, dall’importante portato storico, artistico e culturale, si sono confrontate per la prima volta, lanciando un ulteriore messaggio di apertura alla cooperazione, al dialogo interculturale e interreligioso per il raggiungimento della pace tra i popoli. 

A distanza di alcune settimane, soffermandomi a guardare ciò che è stato il Convegno dei Sindaci, e dei Vescovi, del Mediterraneo, capisco quanto sia stato un evento epocale, nel segno profetico di La Pira, per effetto del quale l’Europa non potrà più far finta di nulla e ignorare i problemi del Mediterraneo. Inoltre, l’incontro dei sindaci assume e attualizza uno dei capisaldi del pensiero lapiriano: le città sono il nesso attraverso cui passa la storia e hanno una concreta vocazione internazionale. Quindi, ecco, costruire il futuro, costruire le città, abbattere i muri e costruire ponti e fidarsi dei giovani, perché noi siamo le rondini che volano verso la primavera e gli adulti hanno il compito di seguire il nostro volo e volare con noi.   

Rachele Vannini

Le Chiese del Mediterraneo si incontrano a Firenze

Tra mercoledì 23 e domenica 27 dello scorso mese, si è tenuto a Firenze il forum ecclesiale “Mediterraneo frontiera di pace” che ha coinvolto sessanta cardinali, patriarchi e vescovi di trenta paesi del Mediterraneo, in tandem con l’analogo incontro pensato per i sindaci di sessantacinque città di questi Paesi. L’appuntamento, naturale proseguimento dei lavori avviati a Bari nel 2020, è stato pensato dalla CEI e organizzato insieme con l’amministrazione del comune di Firenze.

Scopo di questi colloqui è quello di avvicinare realtà apparentemente lontane, costruire una rete di relazioni all’interno della chiesa cattolica tutta e rinvigorire l’azione di testimonianza nelle comunità locali, con la ricchezza acquisita dall’ascolto dell’altrui esperienza. Tuttavia, i vescovi hanno ritenuto importante che all’incontro e al dialogo seguisse l’azione: l’idea è quella di un’«opera segno» che dia continuità alle parole. È così che, come da Bari2020 è nato il progetto con i giovani di Rondine – cittadella della Pace, nella fase preparatoria dell’appuntamento fiorentino l’Opera per la gioventù Giorgio La Pira assieme alla Fondazione Giovanni Paolo II, alla Fondazione Giorgio La Pira e al Centro Internazionale La Pira ha presentato alla CEI un progetto, poi approvato, che consentisse la creazione di un “Consiglio dei giovani cattolici del Mediterraneo”.

Insieme a Tina Hamalaya, referente per la Fondazione Giovanni Paolo II, il mio compito, come referente per l’Opera, era quello di presentare ai vescovi delle altre conferenze episcopali e dei numerosi sinodi presenti tale progetto: è così che ho avuto l’occasione di conoscere alcune figure di rilievo del mondo della Chiesa cattolica, anche nelle loro espressioni più umane. È stato inevitabile, stando a stretto contatto con il gruppo per cinque giorni, notare gli aspetti caratteristici di coloro con i quali ho condiviso un pasto, spesso e volentieri l’occasione nella quale trovavo più spazio per costruire relazioni genuine e private di tanti filtri, o magari un viaggio in taxi o in autobus.

Al pranzo del mercoledì Tina, di origine libanese, mi ha detto che eravamo in compagnia “del suo amico vescovo”, che poi ho conosciuto come Vicario apostolico di Beirut in Libano, Sua Eccellenza Mons. Cesar Essayan. Fuori dal ristorante ci siamo poi imbattuti in S.E.R. Mons. Ilario Antoniazzi, Arcivescovo di Tunisi e S.E.R. Mons. Stanislav Hocevar, sloveno, Arcivescovo di Belgrado, Segretario Generale della Conferenza episcopale internazionale dei Santi Cirillo e Metodio, invitandoli dunque a pranzo con noi. Con Monsignor Hocevar, il quale si è affidato a noi per l’ordinazione di una buona carbonara, ho potuto dialogare a lungo sulle difficoltà di una Chiesa che raccoglie dentro di sé numerose anime, etnie e culture, spesso e volentieri in aperto contrasto tra loro: basti pensare che nella stessa Conferenza episcopale troviamo serbi, montenegrini, kosovari e macedoni del nord.

Mons. Cesar, col quale mi sono trovato a condividere molti momenti in quei giorni, è un amico della Fondazione Giovanni Paolo II, che infatti ha molti progetti attivi in Libano; ho scoperto in lui una persona ricca di esperienza e di profondità, che dietro un’apparenza di placida e bonaria pacatezza, nasconde un’astuzia vigile e sottile.

Nel pomeriggio il presidente del consiglio, Mario Draghi, è passato a salutare l’assemblea che cominciava a preparare i lavori; non nascondo di aver provato una certa, reverenziale, emozione nell’averlo visto passare proprio di fronte a me. Tra i tanti spunti, il presidente nel suo discorso ha ricordato i Colloqui mediterranei voluti da La Pira tra il 1958 e il 1964, sottolineando il ruolo del dialogo interreligioso nella costruzione della pace, e ha voluto dedicare parole particolarmente calcate all’esigenza di guardare ai giovani, affinché non siano lasciati ai margini, ma anzi siano protagonisti. Poi il saluto di Bassetti, Presidente della CEI, il quale ha ribadito la missione delle Chiese nel Mediterraneo, ricordando spesso la figura di La Pira: lo ha fatto anche citando David Sassoli.

Giovedì mattina il risveglio è stato tetro e greve: la notizia dell’invasione russa in Ucraina ha sconvolto il mondo. Già durante la celebrazione eucaristica delle 7:30 l’intenzione di pregare per la pace si è sentita forte. Bassetti ha riferito di essere in contatto con l’arcivescovo di Kyiv, Mons. Svjatoslav Ševčuk, rifugiatosi con molti fedeli nei locali sotterranei della cattedrale.

La mattina ha visto quindi iniziare i lavori di gruppo, in sette tavoli, dopodiché i vescovi si sono nuovamente riuniti in plenaria nel pomeriggio. Nel confronto sono emerse sovente molte delle difficoltà che le Chiese più periferiche si trovano ad affrontare quotidianamente; tra tutte, si rammentavano spesso la mancanza di risorse e la convivenza, non sempre pacifica, con altre confessioni e culture. In Grecia, per esempio, è difficilissimo parlare di ecumenismo, poiché da molti è considerato come una “paneresia”. Durante l’assemblea, in un momento di silenzio, è squillato un telefono; mentre mi chiedevo chi avesse dimenticato la suoneria accesa, non senza uno sguardo indagatore, vedo che si alza Bassetti a rispondere: era Mattarella che ci teneva a confermare la sua presenza alla messa di domenica, nonostante e anzi ancor più voluta dopo l’annuncio della mancata presenza del Santo Padre, riferita la mattina, per motivi di salute. Più tardi, ci siamo spostati nella Basilica di Santo Spirito per un momento di approfondimento sul dialogo interreligioso. Insieme alla Pastora della Chiesa Valdese Letizia Tomassone e al neo-rabbino capo di Firenze, Gadi Piperno, ho ritrovato Izzedin Elzir, imam di Firenze e amico di lunga data dell’Opera, presente in molti degli ultimi Campi Internazionali al Villaggio La Vela. Firenze è in qualche modo la culla del dialogo interreligioso, come era chiaro a La Pira, e oggi esiste una forte collaborazione e una bella rete di relazioni tra le numerose comunità religiose che la città accoglie: molti vescovi presenti sono rimasti stupiti e si sono chiesti se qualcosa del genere potesse mai accadere nei loro luoghi.

Al pranzo di venerdì, che al solito ho passato in compagnia di Mons. Cesar, ho potuto godere anche della presenza di padre Francesco Patton, Custode di Terra Santa, S.E.R. Mons. Petros Stefanou, Vescovo di Syros, Milos e Santorini e da pochi mesi presidente del Santo Sinodo dei vescovi cattolici di Grecia, e S. Em. Card. Leonardo Sandri, Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali presso la Santa Sede, il cui segretario, don Flavio, si è mostrato molto interessato alle attività dell’Opera. Al momento del dolce, ho assistito ad un momento che non dimenticherò, non tanto per la sua importanza, relativamente trascurabile, quanto piuttosto perché, ancora una volta, mi ha dato la possibilità di vedere eminenze, beatitudini ed eccellenze affrancarsi dai volti austeri e severi per vivere un sereno momento di convivialità, cantando insieme “tanti auguri” al Card. Betori per il suo settantacinquesimo compleanno, canto che ha accompagnato Bassetti che portava in mano una torta con una candelina, sulla quale ha poi voluto fare anche una battuta.

La domenica mattina, in Palazzo Vecchio, vescovi e sindaci si sono riuniti insieme per firmare il documento redatto alla fine dei lavori, la “Carta di Firenze”. Hanno parlato, tra gli altri, i sindaci delle città di Atene, Istambul e Gerusalemme, accolti con entusiasmo dall’omologo Nardella. Dopo la messa, presieduta da Bassetti e che ha visto la partecipazione del Presidente della Repubblica, ci siamo trattenuti per pranzo presso il convento di Santa Croce, e ho potuto ancora scambiare due parole con il Patriarca di Gerusalemme, Sua Beatitudine Pierbattista Pizzaballa e con il sindaco Nardella, che ha ricordato con grande piacere le sue presenze al Campo Internazionale. 

Una volta conclusi i lavori ho accompagnato alla stazione l’amico Mons. Giovanni Nerbini, col quale ho condiviso tante delle esperienze che l’Opera mi ha regalato, non ultimo il viaggio che l’associazione organizzò in Russia nel 2018 per un gruppo di giovani. Prima di salutarci alla stazione, parlando con lui ripercorrevo le emozioni di quei giorni, che mi avevano mostrato una Chiesa fatta di uomini, fatta di carne; seria, ma capace di leggerezza, accogliente, ma non esente dalle debolezze che gli uomini portano con loro, umana come forse mai avevo avuto l’occasione di vedere. In questi pensieri, che nella mia mente hanno avvicinato le figure istituzionali alla quotidianità, ho realizzato ancora di più quanto la figura del laico sia più che mai importante e affatto secondaria, come dimostrano Pino e il professor La Pira, insieme a tanti altri; la Chiesa è una e non può prescindere dalle persone che la abitano, ha bisogno di loro perché le parole dei vescovi possano farsi opera, ha la necessità che le relazioni fioriscano tra coloro che si sentono diversi e divisi gli uni dagli altri, perché camminiamo insieme sul sentiero della pace indicato dal Signore.

Tommaso Righi

Il 13 settembre 2022, a Teheran, Mahsa Amini è stata arrestata dalla polizia religiosa iraniana per non aver correttamente osservato la normativa sull’obbligo di portare il velo. La ragazza è stata portata in una stazione di polizia ed è deceduta, in circostanze non chiarite, il 16 settembre 2022. Mahsa, 22 anni, era di origine curda e proveniva dalla provincia del Kurdistan, dove i controlli sui comportamenti sociali sono meno severi rispetto a Teheran.

La morte di Mahsa Amini è stata descritta da molti come “la goccia che ha fatto traboccare il vaso”. Dopo il suo arresto, molti iraniani sono scesi in piazza e, da settembre, stanno portando avanti quella che è la rivolta più duratura della storia dell’Iran dopo quella del 1979 (vedi il report dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale – ISPI).

Mappa dei principali focolai di protesta in Iran nel periodo 16 Settembre – 7 Dicembre. Fonte: ISW – Institute for the Study of War

Il leitmotiv che guida le proteste pone le sue basi sulle parole chiave: “donne, vita, libertà”.

Come accade per ogni evento storico, non esiste un motivo specifico per cui sia stata proprio la morte di Mahsa, e non un altro evento, a segnare l’inizio delle rivolte. Infatti, andando ad esaminare la situazione del Paese, emerge come la morte di Mahsa Amini e l’obbligo di portare il velo siano solo la punta dell’iceberg di un malumore sociale che ha radici ben più profonde e complesse.

L’Iran non è un Paese nuovo a sommosse popolari che spesso appaiono di dimensioni enormi a noi occidentali. Partendo a ritroso, la protesta dalle conseguenze più rilevanti è sicuramente quella con cui il popolo Iraniano, nel 1979, riuscì a costringere all’esilio lo Scià di Persia.

L’ordine di grandezza delle proteste scatenatesi anche a seguito della morte di Mahsa Amini richiama obbligatoriamente alla mente la rivoluzione del 1979, sebbene siano necessari dei paragoni e delle precisazioni.

La rivolta che portò all’esilio dello Scià fu indubbiamente la somma di molteplici fattori. I moti di protesta infatti avevano come obiettivo la liberazione da un regime ormai corrotto. Anche nelle proteste odierne una fetta dei rivoltosi persegue la stessa meta, sebbene ancora non abbiano raggiunto la dimensione “rivoluzionaria” che caratterizzò quelle del ’79. Si noti che la generazione che guidò quelle proteste crede ancora, anche solo parzialmente, nell’ideale della repubblica Islamica. Dunque, tale generazione non è schierata a favore delle proteste in atto.

Provando a leggere fra le righe delle proteste odierne, si possono individuare diversi fattori che le animano e le differenziano dalla rivoluzione del ’79.

In primo luogo, le rivolte sono alimentate da motivi politici e da una richiesta di maggior libertà e dignità. Nell’estate del 2022, da parte del Governo Iraniano, vi è stato un inasprimento delle misure di controllo sulle regole di abbigliamento, con conseguenti proteste delle popolazioni giovanili. Tali misure hanno previsto, tra le altre cose, l’istituzione di una “Giornata dell’Hijab e della castità”. Inoltre, è stato stilato un nuovo codice di abbigliamento dedicato solamente al genere femminile. È stata poi definita la possibilità di utilizzare il riconoscimento facciale per individuare le donne vestite in modo improprio nei luoghi pubblici. Segue dunque che lo scontro con il Governo per una maggior libertà sia una delle cause principali delle rivolte.

Anche la religione ha poi un ruolo fondamentale nelle proteste. Tuttavia, è importante sottolineare che quelle iraniane non sono proteste contro la religione, quanto piuttosto contro un’interpretazione radicale dell’Islam. I giovani iraniani, infatti, si sentono privati non soltanto delle libertà personali, ma anche di speranza per il loro futuro. Il potere religioso, in opposizione, utilizza a titolo di esempio i disagi sociali presenti in Occidente (come prostituzione, tossicodipendenza…) come conseguenza necessaria di uno stile di vita più libero.

Un’altra motivazione, più nascosta, alla base delle rivolte risiede anche nel malcontento provocato dalla disastrosa situazione economica in cui vive gran parte della popolazione iraniana, essendo il Paese gravato da molteplici sanzioni economiche imposte dall’Occidente.

Dalle proteste emerge poi che lo scontro, oltre ad essere politico e religioso, è anche generazionale. Sono i giovani, in primo luogo, a portare avanti le proteste e a non rispecchiarsi nei valori incarnati dal Governo. Si tratta di un punto di forza delle rivolte, che ha consentito una propagazione che non sarebbe mai stata possibile in un Paese occidentale. L’Iran infatti è un Paese giovane e più della metà della popolazione ha meno di 30 anni. Le rivolte in effetti stanno avendo una diffusione ed una durata che ha pochi eguali. Inoltre, l’eccezionale durata delle proteste è dovuta anche al fatto che si tratta di un’azione di rivolta spontanea. In altre parole non c’è, ad oggi, una leadership chiara. Questa assenza di un leader risulta essere per certi versi un timore per la classe dirigente, ma comporta anche dei limiti. Da una parte infatti, se ci fosse un leader, il Governo avrebbe un obiettivo preciso e sarebbe più facile mettere a tacere le rivolte. Dall’altra, tuttavia, l’assenza di una figura di riferimento e di una strutturazione organica delle rivolte, conduce al rischio che l’energia che le contraddistingue possa esaurirsi nel tempo. Aleggia quindi la possibilità che le proteste non riescano a trovare un canalizzazione istituzionale, o che altre strutture già organizzate approfittino di questo vuoto, come avvenne in Egitto per i Fratelli Musulmani durante la Primavera Araba nel 2010-2011.

Un altro elemento di forza delle rivolte è la grande identità collettiva. L’Iran ha una storia millenaria, in cui hanno governato grandissime istituzioni come l’Impero Romano e l’Impero Persiano. Nel corso della storia, dunque, il popolo iraniano ha sviluppato una cultura e dei costumi fortemente radicati e condivisi da gran parte della popolazione. Questa coscienza di massa è inevitabilmente terreno fertile per la nascita di moti popolari.

Oltre alla diffusione che hanno avuto in loco le proteste, un ruolo importante è stato giocato anche dai social media. Le notizie delle proteste in Iran oggi sono arrivate in tutto il mondo, con tanto di hashtag e trend di ragazze che si tagliano ciocche di capelli come supporto simbolico alle donne iraniane. È proprio grazie alla comunicazione in tempo reale che le proteste odierne sono riuscite ad avere una così vasta estensione anche dal punto di vista territoriale. Tuttavia è importante non confondere lo strumento con il fine: infatti, è fondamentale avere un messaggio da comunicare (fine), in modo tale da usare i media (mezzo) in modo proficuo.

La risposta del regime alle rivolte per ora è stata notevolmente severa. La direzione intrapresa dalle proteste difficilmente sembra poter portare ad un dialogo a livello governativo. Si è creata una situazione di “muro di gomma”, nella quale le richieste dei rivoltosi non possono trovare una sponda tra nessuno dei membri dell’establishment. Essendo impraticabile la via negoziale, il Governo ha risposto con la violenza. Fino ad oggi si annoverano più di 500 morti, nonché arresti di massa, minacce di esecuzione ed esecuzioni vere e proprie.

Un’altra abile mossa messa in atto dall’establishment è stata quella di insinuare che le proteste siano manovrate dai “nemici della Repubblica Islamica” (Stati Uniti e Israele). Accusare i rivoltosi di essere “strumenti di agende esterne” da una parte delegittima le proteste e, dall’altra, stringe il popolo contro un nemico esterno comune: non si vuole ammettere, chiaramente, che la popolazione sia scontenta del regime.

Nessuna di tali azioni tuttavia è riuscita a sedare il dissenso che continua a crescere. Ad oggi fare una previsione sull’esito delle rivolte è pressoché impossibile, data la varietà di anime che le alimentano. Ipotizzando anche un’eventuale caduta del regime, è difficile prevedere cosa seguirà. Una vera transizione non sembra possibile al momento, non essendoci corpi intermedi (associazioni, partiti…) ma, come in ogni regime autoritario, soltanto i singoli cittadini e il potere.

Il Libano è tornato all’attenzione dell’opinione pubblica in seguito all’esplosione di 2750 tonnellate di nitrato d’ammonio nel porto di Beirut, il 4 agosto 2020. Esplosione che ha provocato 217 morti, oltre 7000 feriti e 300mila sfollati, segnando una delle pagine più drammatiche della storia recente del Paese. Secondo la Banca Mondiale, l’esplosione ha causato danni per circa quattro miliardi di dollari. Infatti, il 90% delle importazioni del Paese, avveniva attraverso il porto di Beirut, snodo economico cruciale del Libano. La maggior parte delle riserve alimentari sono state distrutte ed ancora oggi più di un milione di persone sul territorio libanese si trova in una condizione di povertà assoluta e incertezza alimentare. Le disuguaglianze sociali sono tangibili ed evidentissime e di conseguenza, a fronte di pochi cittadini che possono permettersi di scappare o andarsene, ce ne sono tantissimi intrappolati in un luogo che li costringe a condizioni di vita estremamente misere. Nel Paese ci sono inoltre più di due milioni di rifugiati, in particolare siriani e palestinesi. 

Chiaramente, la gestione dell’emergenza ha portato alla luce con maggiore forza una crisi economica che già da anni incombe sul Libano, che già altre volte aveva versato in condizioni di dissesto finanziario.  Il debito pubblico del Paese supera il 100% del PIL da decenni, e oggi sfiora il 180%. E dal 2018 Beirut attraversa una recessione che in tre anni ha spazzato via il 40% del reddito pro capite e la valuta locale ha subito una svalutazione del 90% nei confronti del dollaro.

Quello che era uno dei Paesi più ricchi del Medio Oriente, pur con tanti problemi, a marzo dell’anno scorso ha dichiarato bancarotta per la prima volta nella sua storia. 

La situazione, a due anni da questo accadimento disastroso, è tutt’altro che in ripresa. Il Paese è al collasso politico ed economico. La principale forza politico-militare libanese resta Hezbollah, organizzazione sciita e filo iraniana. Mancano le risorse per far fronte alle esigenze primarie degli abitanti, come i farmaci o la corrente elettrica, che in molte città o quartieri non è ancora stata ripristinata. Così, le strade sono al buio, negli ospedali non è possibile operare, nelle case non si può utilizzare alcun elettrodomestico, la conservazione dei cibi non è quasi più possibile, gli ascensori non funzionano. Le condizioni sanitarie sono drammatiche. I medici scappano altrove, quelli che rimangono devono trovare carburante di contrabbando per poter operare o tenere accesi i macchinari per analisi ed esami. 

La situazione in Libano non accenna a migliorare. Nelle ultime ore, durante un incontro con il sottosegretario generale delle Nazioni Unite, Amina Mohammad, Il primo ministro libanese, Najib Miqati, ha chiesto il sostegno delle Nazioni Unite alla sicurezza alimentare del Libano, secondo il piano Onu per far fronte alle ripercussioni della la guerra in Ucraina. Infatti, la guerra tra Ucraina e Russia, sta avendo conseguenze devastanti in Libano aumentando la situazione di povertà estrema in cui versa la popolazione. Nell’incontro con il sottosegretario generale dell’Onu, Miqati ha anche invitato le Nazioni Unite a “sostenere il Libano nell’affrontare le molteplici sfide derivanti dalla crisi degli sfollati siriani”, una crisi che ha colpito il Paese dall’inizio della guerra in Siria nel 2011 in tutti i settori: sociale, economico, sicurezza e politico.

1) Per approfondire, “Hezbollah in Libano: tra politica e lotta armata”, pubblicato sempre su questa pagina il 4 Marzo 2021.

Fonti consultate

Florence Mediterranean Mayor’s Forum 

Noi crediamo che il Mediterraneo sia ancora oggi ciò che era in passato: una fonte inesauribile di creatività, un vivace e universale focolaio che irradia l’umanità con la luce della conoscenza, la grazia della bellezza e il calore della fraternità(Giorgio La Pira, “Congresso Mediterraneo della Cultura”, 19 febbraio 1960).

È con queste parole che, la mattina del 25 febbraio, presso il Salone dei Cinquecento, ha inizio il Convegno dei sindaci del Mediterraneo, voluto dal sindaco Nardella, nel segno dei Colloqui del Mediterraneo di Giorgio La Pira, in contemporanea ai lavori del Convegno dei Vescovi del Mediterraneo.

Ho avuto la grande opportunità di poter partecipare alle tre giornate di lavori che si sono svolte in alcuni dei luoghi più significativi della città, Palazzo Vecchio, Teatro del Maggio Musicale e Chiesa di Santa Croce, grazie all’Università di Firenze che ha deciso di selezionare 25 studenti ai quali dare la possibilità di fare un’importante esperienza di citizen political inclusion. In particolare, ho avuto il piacere di svolgere attività di supporto e orientamento per la sindaca della città di Sarajevo, Benjamina Karic, avendo così l’occasione di testimoniare l’impegno e la dedizione che ognuno dei sindaci ha dimostrato durante i lavori. 

Ancora di più, questi sono stati giorni speciali per me, poiché vissuti nello spirito dell’Opera.

L’obiettivo della Conferenza è stato quello di favorire una nuova attenzione verso il Mediterraneo, attraverso il dialogo tra le sue città principali, promuovendo e accogliendo azioni che incoraggino e diano un supporto alla cooperazione e alla pace. 

Proprio il sindaco Nardella, in apertura dell’evento, ha voluto rendere omaggio a La Pira, invitando i sindaci a cooperare per la pace, nella consapevolezza delle diversità che caratterizzano i popoli del Mediterraneo, ma sottolineando le comuni radici che questi condividono. Radici in virtù delle quali i sindaci delle città mediterranee si sentano chiamati a collaborare, riconoscendo l’importanza fondamentale delle città come attrici politiche ed istituzionali sulla scena internazionale, soprattutto in un periodo storico in cui i governi nazionali dimostrano difficoltà nel comprendere la complessità delle problematiche che interessano più direttamente i cittadini.  

La prima giornata di lavori si è articolata in quattro sessioni, ognuna delle quali dedicata ad una questione di attualità la cui discussione si rende necessaria per poter creare un’azione comune e concreta da parte delle città: sviluppo culturale e cooperazione; sanità pubblica e protezione sociale; ambiente e sviluppo economico sostenibile; migrazioni attraverso il Mediterraneo. A partire dall’intervento di un ospite e tramite la presenza di un moderatore, si sono tenuti i “dialoghi urbani”, ovvero sessioni di dialogo tra i sindaci, che hanno potuto così presentare e discutere problematiche che affliggono le realtà cittadine. I temi affrontati sono stati molti, gli interventi e il confronto interessanti e, soprattutto, sono state proposte soluzioni concrete alla necessità di raggiungere la stabilità, la coesistenza pacifica e lo sviluppo economico-sociale nella regione mediterranea attraverso lo sviluppo culturale, alla base del miglioramento.

In particolare, mi hanno colpito le parole del professore Romano Prodi che, citando Giorgio La Pira, ha affermato che il dialogo è possibile, la pace non è un’utopia ma un obiettivo concreto e, proprio al fine di raggiungerlo è necessario partire dalla cultura e dalla formazione, proponendo così l’idea di un’Università del Mediterraneo. Un sistema di università paritarie, con doppia sede una al nord e una al sud, con numero uguale di professori e studenti del nord e del sud, cosicché dopo qualche anno si costituirebbe una comunità di migliaia di ragazzi che studiano insieme e si confrontano, che sono capaci di contribuire in modo concreto al futuro del Mediterraneo, oggi fortemente frammentato e in conflitto. 

Inoltre, durante la sessione dedicata alla questione dei flussi migratori che interessano il Mediterraneo, si sono susseguiti interventi da parte di importanti figure, quali Filippo Grandi, alto commissario ONU per i rifugiati, e Antonio Vitorino, direttore generale dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni. Tuttavia, personalmente, ritengo che sia stato di impatto ancora maggiore lo spazio di dibattitto e confronto apertosi successivamente, quando molti sindaci hanno preso la parola per affrontare  il problema della gestione degli ingenti flussi migratori attraverso il Mediterraneo, proponendo possibili soluzioni concrete, attraverso l’implementazione di nuove politiche pubbliche, sottolineando come l’azione delle città e dei sindaci ricopra un ruolo primario nell’ambito dell’accoglienza e dell’integrazione. In particolare, ho reputato interessanti e significative le parole del primo cittadino di Pozzallo, Roberto Ammatuna, che citando La Pira, originario proprio di questo comune in provincia di Ragusa, ha rilanciato l’idea della necessità di una politica euro-mediterranea, poiché “il concetto di Europa, altrimenti, non produce niente di soddisfacente se non è arricchito dal concetto di Mediterraneo”.

Il 26 febbraio, secondo giorno di lavori, sindaci e vescovi si sono riuniti, prima nel Salone dei Cinquecento e poi presso il Teatro del Maggio Musicale, in un incontro simbolico ma non solo, poiché ha rappresentato una fondamentale occasione di dialogo tra religione e politica per la collaborazione volta alla costruzione della Pace.

Da un lato è di rilievo storico che le Chiese mediterranee si siano incontrate, a prescindere dalle loro diversità, forti del fatto che la dimensione religiosa può svolgere un ruolo di primaria importanza per la cultura della solidarietà e di conseguenze per la politica della pace. Dall’altro lato, questo evento rappresenta la possibilità per la politica di assumere nuovamente la componente spirituale che nel corso del tempo è andata perdendo. L’incontro avvenuto tra religione e politica può essere un evento utile per superare la perdita di una visione unitaria, integrale della vita umana, in cui la politica è illuminata dal Vangelo ed è il più grande atto di carità, come sosteneva La Pira.  

A tal proposito, la giornata è stata ricca di interventi, a partire da quello del Cardinale Bassetti e di Monsignor Raspanti che hanno aperto lo spazio di incontro tra sindaci e vescovi, i quali hanno partecipato attivamente alla presentazione di idee e proposte concrete per la realizzazione di un rapporto e dialogo interculturale e interreligioso. 

Tra questi, ricordo con piacere Monsignor Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme, il quale ha ribadito quanto sia necessario lavorare ancora affinché venga raggiunto un buon grado di dialogo tra attori istituzionali ed ecclesiastici.

Alla fine della mattina, a conclusione del dialogo intercorso tra sindaci e vescovi è stata presentata e firmata la Dichiarazione di Firenze, ovvero una carta che si presenta simbolicamente come un ponte tra Europa e Mediterraneo, sottoscritta dai partecipanti ai due convegni, in cui sono suggellati valori e ideali quali la pace, sviluppo sociale ed economico, cultura e relazione tra i popoli, dei quali è auspicabile che i primi cittadini e i rappresentanti religiosi si facciano portatori. 

Successivamente, presso il Teatro del Maggio Musicale, si è tenuta una tavola rotonda che ha visto il coinvolgimento di Giampiero Massolo, presidente ISPI, Jean-Marc Aveline, vescovo di Marsiglia, la sindaca di Sarajevo, la vicesindaca di Tel Aviv e il sindaco di Izmir, con la partecipazione di Rondine Cittadella della Pace. È stato un momento di confronto, ma non solo, in quanto ha rappresentato anche l’occasione per denunciare ad una voce sola la guerra in Ucraina, chiedendo che Kiev non fosse sottoposta allo stesso destino a cui Sarajevo è stata sottoposta trent’anni fa.  

Infine, il cardinale Bassetti ha voluto concludere regalando un discorso, a mio parare, pregno di significato. Infatti, ha sottolineato che i giovani sono “rondini che volano verso la primavera” – come ripeteva La Pira, e verso l’orizzonte della Pace, della Giustizia e dell’Amore, che sono i valori presenti nella Carta di Firenze; però, i giovani hanno necessariamente bisogno di punti di appoggio, dove risposare, e questi devono essere gli adulti, che quindi hanno il compito di dare loro sostegno restando umili e, soprattutto, con la consapevolezza che sono i giovani ad indicare la strada e a farsi portatori dei valori necessari. Infine, ha aggiunto che questo è anche proprio il significato della città che è unica, irripetibile, viva; la città non ha la struttura dello Stato, non ha le armi e quindi deve essere pacifica, nella città si vedono i problemi della gente.

A conclusione dell’evento, domenica mattina 27 febbraio, si è tenuto un ultimo grande momento storico: il dialogo tra la città di Istanbul, Atene e Gerusalemme. I sindaci di queste città, dall’importante portato storico, artistico e culturale, si sono confrontate per la prima volta, lanciando un ulteriore messaggio di apertura alla cooperazione, al dialogo interculturale e interreligioso per il raggiungimento della pace tra i popoli. 

A distanza di alcune settimane, soffermandomi a guardare ciò che è stato il Convegno dei Sindaci, e dei Vescovi, del Mediterraneo, capisco quanto sia stato un evento epocale, nel segno profetico di La Pira, per effetto del quale l’Europa non potrà più far finta di nulla e ignorare i problemi del Mediterraneo. Inoltre, l’incontro dei sindaci assume e attualizza uno dei capisaldi del pensiero lapiriano: le città sono il nesso attraverso cui passa la storia e hanno una concreta vocazione internazionale. Quindi, ecco, costruire il futuro, costruire le città, abbattere i muri e costruire ponti e fidarsi dei giovani, perché noi siamo le rondini che volano verso la primavera e gli adulti hanno il compito di seguire il nostro volo e volare con noi.   

Rachele Vannini

Le Chiese del Mediterraneo si incontrano a Firenze

Tra mercoledì 23 e domenica 27 dello scorso mese, si è tenuto a Firenze il forum ecclesiale “Mediterraneo frontiera di pace” che ha coinvolto sessanta cardinali, patriarchi e vescovi di trenta paesi del Mediterraneo, in tandem con l’analogo incontro pensato per i sindaci di sessantacinque città di questi Paesi. L’appuntamento, naturale proseguimento dei lavori avviati a Bari nel 2020, è stato pensato dalla CEI e organizzato insieme con l’amministrazione del comune di Firenze.

Scopo di questi colloqui è quello di avvicinare realtà apparentemente lontane, costruire una rete di relazioni all’interno della chiesa cattolica tutta e rinvigorire l’azione di testimonianza nelle comunità locali, con la ricchezza acquisita dall’ascolto dell’altrui esperienza. Tuttavia, i vescovi hanno ritenuto importante che all’incontro e al dialogo seguisse l’azione: l’idea è quella di un’«opera segno» che dia continuità alle parole. È così che, come da Bari2020 è nato il progetto con i giovani di Rondine – cittadella della Pace, nella fase preparatoria dell’appuntamento fiorentino l’Opera per la gioventù Giorgio La Pira assieme alla Fondazione Giovanni Paolo II, alla Fondazione Giorgio La Pira e al Centro Internazionale La Pira ha presentato alla CEI un progetto, poi approvato, che consentisse la creazione di un “Consiglio dei giovani cattolici del Mediterraneo”.

Insieme a Tina Hamalaya, referente per la Fondazione Giovanni Paolo II, il mio compito, come referente per l’Opera, era quello di presentare ai vescovi delle altre conferenze episcopali e dei numerosi sinodi presenti tale progetto: è così che ho avuto l’occasione di conoscere alcune figure di rilievo del mondo della Chiesa cattolica, anche nelle loro espressioni più umane. È stato inevitabile, stando a stretto contatto con il gruppo per cinque giorni, notare gli aspetti caratteristici di coloro con i quali ho condiviso un pasto, spesso e volentieri l’occasione nella quale trovavo più spazio per costruire relazioni genuine e private di tanti filtri, o magari un viaggio in taxi o in autobus.

Al pranzo del mercoledì Tina, di origine libanese, mi ha detto che eravamo in compagnia “del suo amico vescovo”, che poi ho conosciuto come Vicario apostolico di Beirut in Libano, Sua Eccellenza Mons. Cesar Essayan. Fuori dal ristorante ci siamo poi imbattuti in S.E.R. Mons. Ilario Antoniazzi, Arcivescovo di Tunisi e S.E.R. Mons. Stanislav Hocevar, sloveno, Arcivescovo di Belgrado, Segretario Generale della Conferenza episcopale internazionale dei Santi Cirillo e Metodio, invitandoli dunque a pranzo con noi. Con Monsignor Hocevar, il quale si è affidato a noi per l’ordinazione di una buona carbonara, ho potuto dialogare a lungo sulle difficoltà di una Chiesa che raccoglie dentro di sé numerose anime, etnie e culture, spesso e volentieri in aperto contrasto tra loro: basti pensare che nella stessa Conferenza episcopale troviamo serbi, montenegrini, kosovari e macedoni del nord.

Mons. Cesar, col quale mi sono trovato a condividere molti momenti in quei giorni, è un amico della Fondazione Giovanni Paolo II, che infatti ha molti progetti attivi in Libano; ho scoperto in lui una persona ricca di esperienza e di profondità, che dietro un’apparenza di placida e bonaria pacatezza, nasconde un’astuzia vigile e sottile.

Nel pomeriggio il presidente del consiglio, Mario Draghi, è passato a salutare l’assemblea che cominciava a preparare i lavori; non nascondo di aver provato una certa, reverenziale, emozione nell’averlo visto passare proprio di fronte a me. Tra i tanti spunti, il presidente nel suo discorso ha ricordato i Colloqui mediterranei voluti da La Pira tra il 1958 e il 1964, sottolineando il ruolo del dialogo interreligioso nella costruzione della pace, e ha voluto dedicare parole particolarmente calcate all’esigenza di guardare ai giovani, affinché non siano lasciati ai margini, ma anzi siano protagonisti. Poi il saluto di Bassetti, Presidente della CEI, il quale ha ribadito la missione delle Chiese nel Mediterraneo, ricordando spesso la figura di La Pira: lo ha fatto anche citando David Sassoli.

Giovedì mattina il risveglio è stato tetro e greve: la notizia dell’invasione russa in Ucraina ha sconvolto il mondo. Già durante la celebrazione eucaristica delle 7:30 l’intenzione di pregare per la pace si è sentita forte. Bassetti ha riferito di essere in contatto con l’arcivescovo di Kyiv, Mons. Svjatoslav Ševčuk, rifugiatosi con molti fedeli nei locali sotterranei della cattedrale.

La mattina ha visto quindi iniziare i lavori di gruppo, in sette tavoli, dopodiché i vescovi si sono nuovamente riuniti in plenaria nel pomeriggio. Nel confronto sono emerse sovente molte delle difficoltà che le Chiese più periferiche si trovano ad affrontare quotidianamente; tra tutte, si rammentavano spesso la mancanza di risorse e la convivenza, non sempre pacifica, con altre confessioni e culture. In Grecia, per esempio, è difficilissimo parlare di ecumenismo, poiché da molti è considerato come una “paneresia”. Durante l’assemblea, in un momento di silenzio, è squillato un telefono; mentre mi chiedevo chi avesse dimenticato la suoneria accesa, non senza uno sguardo indagatore, vedo che si alza Bassetti a rispondere: era Mattarella che ci teneva a confermare la sua presenza alla messa di domenica, nonostante e anzi ancor più voluta dopo l’annuncio della mancata presenza del Santo Padre, riferita la mattina, per motivi di salute. Più tardi, ci siamo spostati nella Basilica di Santo Spirito per un momento di approfondimento sul dialogo interreligioso. Insieme alla Pastora della Chiesa Valdese Letizia Tomassone e al neo-rabbino capo di Firenze, Gadi Piperno, ho ritrovato Izzedin Elzir, imam di Firenze e amico di lunga data dell’Opera, presente in molti degli ultimi Campi Internazionali al Villaggio La Vela. Firenze è in qualche modo la culla del dialogo interreligioso, come era chiaro a La Pira, e oggi esiste una forte collaborazione e una bella rete di relazioni tra le numerose comunità religiose che la città accoglie: molti vescovi presenti sono rimasti stupiti e si sono chiesti se qualcosa del genere potesse mai accadere nei loro luoghi.

Al pranzo di venerdì, che al solito ho passato in compagnia di Mons. Cesar, ho potuto godere anche della presenza di padre Francesco Patton, Custode di Terra Santa, S.E.R. Mons. Petros Stefanou, Vescovo di Syros, Milos e Santorini e da pochi mesi presidente del Santo Sinodo dei vescovi cattolici di Grecia, e S. Em. Card. Leonardo Sandri, Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali presso la Santa Sede, il cui segretario, don Flavio, si è mostrato molto interessato alle attività dell’Opera. Al momento del dolce, ho assistito ad un momento che non dimenticherò, non tanto per la sua importanza, relativamente trascurabile, quanto piuttosto perché, ancora una volta, mi ha dato la possibilità di vedere eminenze, beatitudini ed eccellenze affrancarsi dai volti austeri e severi per vivere un sereno momento di convivialità, cantando insieme “tanti auguri” al Card. Betori per il suo settantacinquesimo compleanno, canto che ha accompagnato Bassetti che portava in mano una torta con una candelina, sulla quale ha poi voluto fare anche una battuta.

La domenica mattina, in Palazzo Vecchio, vescovi e sindaci si sono riuniti insieme per firmare il documento redatto alla fine dei lavori, la “Carta di Firenze”. Hanno parlato, tra gli altri, i sindaci delle città di Atene, Istambul e Gerusalemme, accolti con entusiasmo dall’omologo Nardella. Dopo la messa, presieduta da Bassetti e che ha visto la partecipazione del Presidente della Repubblica, ci siamo trattenuti per pranzo presso il convento di Santa Croce, e ho potuto ancora scambiare due parole con il Patriarca di Gerusalemme, Sua Beatitudine Pierbattista Pizzaballa e con il sindaco Nardella, che ha ricordato con grande piacere le sue presenze al Campo Internazionale. 

Una volta conclusi i lavori ho accompagnato alla stazione l’amico Mons. Giovanni Nerbini, col quale ho condiviso tante delle esperienze che l’Opera mi ha regalato, non ultimo il viaggio che l’associazione organizzò in Russia nel 2018 per un gruppo di giovani. Prima di salutarci alla stazione, parlando con lui ripercorrevo le emozioni di quei giorni, che mi avevano mostrato una Chiesa fatta di uomini, fatta di carne; seria, ma capace di leggerezza, accogliente, ma non esente dalle debolezze che gli uomini portano con loro, umana come forse mai avevo avuto l’occasione di vedere. In questi pensieri, che nella mia mente hanno avvicinato le figure istituzionali alla quotidianità, ho realizzato ancora di più quanto la figura del laico sia più che mai importante e affatto secondaria, come dimostrano Pino e il professor La Pira, insieme a tanti altri; la Chiesa è una e non può prescindere dalle persone che la abitano, ha bisogno di loro perché le parole dei vescovi possano farsi opera, ha la necessità che le relazioni fioriscano tra coloro che si sentono diversi e divisi gli uni dagli altri, perché camminiamo insieme sul sentiero della pace indicato dal Signore.

Tommaso Righi

Il 13 settembre 2022, a Teheran, Mahsa Amini è stata arrestata dalla polizia religiosa iraniana per non aver correttamente osservato la normativa sull’obbligo di portare il velo. La ragazza è stata portata in una stazione di polizia ed è deceduta, in circostanze non chiarite, il 16 settembre 2022. Mahsa, 22 anni, era di origine curda e proveniva dalla provincia del Kurdistan, dove i controlli sui comportamenti sociali sono meno severi rispetto a Teheran.

La morte di Mahsa Amini è stata descritta da molti come “la goccia che ha fatto traboccare il vaso”. Dopo il suo arresto, molti iraniani sono scesi in piazza e, da settembre, stanno portando avanti quella che è la rivolta più duratura della storia dell’Iran dopo quella del 1979 (vedi il report dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale – ISPI).

Mappa dei principali focolai di protesta in Iran nel periodo 16 Settembre – 7 Dicembre. Fonte: ISW – Institute for the Study of War

Il leitmotiv che guida le proteste pone le sue basi sulle parole chiave: “donne, vita, libertà”.

Come accade per ogni evento storico, non esiste un motivo specifico per cui sia stata proprio la morte di Mahsa, e non un altro evento, a segnare l’inizio delle rivolte. Infatti, andando ad esaminare la situazione del Paese, emerge come la morte di Mahsa Amini e l’obbligo di portare il velo siano solo la punta dell’iceberg di un malumore sociale che ha radici ben più profonde e complesse.

L’Iran non è un Paese nuovo a sommosse popolari che spesso appaiono di dimensioni enormi a noi occidentali. Partendo a ritroso, la protesta dalle conseguenze più rilevanti è sicuramente quella con cui il popolo Iraniano, nel 1979, riuscì a costringere all’esilio lo Scià di Persia.

L’ordine di grandezza delle proteste scatenatesi anche a seguito della morte di Mahsa Amini richiama obbligatoriamente alla mente la rivoluzione del 1979, sebbene siano necessari dei paragoni e delle precisazioni.

La rivolta che portò all’esilio dello Scià fu indubbiamente la somma di molteplici fattori. I moti di protesta infatti avevano come obiettivo la liberazione da un regime ormai corrotto. Anche nelle proteste odierne una fetta dei rivoltosi persegue la stessa meta, sebbene ancora non abbiano raggiunto la dimensione “rivoluzionaria” che caratterizzò quelle del ’79. Si noti che la generazione che guidò quelle proteste crede ancora, anche solo parzialmente, nell’ideale della repubblica Islamica. Dunque, tale generazione non è schierata a favore delle proteste in atto.

Provando a leggere fra le righe delle proteste odierne, si possono individuare diversi fattori che le animano e le differenziano dalla rivoluzione del ’79.

In primo luogo, le rivolte sono alimentate da motivi politici e da una richiesta di maggior libertà e dignità. Nell’estate del 2022, da parte del Governo Iraniano, vi è stato un inasprimento delle misure di controllo sulle regole di abbigliamento, con conseguenti proteste delle popolazioni giovanili. Tali misure hanno previsto, tra le altre cose, l’istituzione di una “Giornata dell’Hijab e della castità”. Inoltre, è stato stilato un nuovo codice di abbigliamento dedicato solamente al genere femminile. È stata poi definita la possibilità di utilizzare il riconoscimento facciale per individuare le donne vestite in modo improprio nei luoghi pubblici. Segue dunque che lo scontro con il Governo per una maggior libertà sia una delle cause principali delle rivolte.

Anche la religione ha poi un ruolo fondamentale nelle proteste. Tuttavia, è importante sottolineare che quelle iraniane non sono proteste contro la religione, quanto piuttosto contro un’interpretazione radicale dell’Islam. I giovani iraniani, infatti, si sentono privati non soltanto delle libertà personali, ma anche di speranza per il loro futuro. Il potere religioso, in opposizione, utilizza a titolo di esempio i disagi sociali presenti in Occidente (come prostituzione, tossicodipendenza…) come conseguenza necessaria di uno stile di vita più libero.

Un’altra motivazione, più nascosta, alla base delle rivolte risiede anche nel malcontento provocato dalla disastrosa situazione economica in cui vive gran parte della popolazione iraniana, essendo il Paese gravato da molteplici sanzioni economiche imposte dall’Occidente.

Dalle proteste emerge poi che lo scontro, oltre ad essere politico e religioso, è anche generazionale. Sono i giovani, in primo luogo, a portare avanti le proteste e a non rispecchiarsi nei valori incarnati dal Governo. Si tratta di un punto di forza delle rivolte, che ha consentito una propagazione che non sarebbe mai stata possibile in un Paese occidentale. L’Iran infatti è un Paese giovane e più della metà della popolazione ha meno di 30 anni. Le rivolte in effetti stanno avendo una diffusione ed una durata che ha pochi eguali. Inoltre, l’eccezionale durata delle proteste è dovuta anche al fatto che si tratta di un’azione di rivolta spontanea. In altre parole non c’è, ad oggi, una leadership chiara. Questa assenza di un leader risulta essere per certi versi un timore per la classe dirigente, ma comporta anche dei limiti. Da una parte infatti, se ci fosse un leader, il Governo avrebbe un obiettivo preciso e sarebbe più facile mettere a tacere le rivolte. Dall’altra, tuttavia, l’assenza di una figura di riferimento e di una strutturazione organica delle rivolte, conduce al rischio che l’energia che le contraddistingue possa esaurirsi nel tempo. Aleggia quindi la possibilità che le proteste non riescano a trovare un canalizzazione istituzionale, o che altre strutture già organizzate approfittino di questo vuoto, come avvenne in Egitto per i Fratelli Musulmani durante la Primavera Araba nel 2010-2011.

Un altro elemento di forza delle rivolte è la grande identità collettiva. L’Iran ha una storia millenaria, in cui hanno governato grandissime istituzioni come l’Impero Romano e l’Impero Persiano. Nel corso della storia, dunque, il popolo iraniano ha sviluppato una cultura e dei costumi fortemente radicati e condivisi da gran parte della popolazione. Questa coscienza di massa è inevitabilmente terreno fertile per la nascita di moti popolari.

Oltre alla diffusione che hanno avuto in loco le proteste, un ruolo importante è stato giocato anche dai social media. Le notizie delle proteste in Iran oggi sono arrivate in tutto il mondo, con tanto di hashtag e trend di ragazze che si tagliano ciocche di capelli come supporto simbolico alle donne iraniane. È proprio grazie alla comunicazione in tempo reale che le proteste odierne sono riuscite ad avere una così vasta estensione anche dal punto di vista territoriale. Tuttavia è importante non confondere lo strumento con il fine: infatti, è fondamentale avere un messaggio da comunicare (fine), in modo tale da usare i media (mezzo) in modo proficuo.

La risposta del regime alle rivolte per ora è stata notevolmente severa. La direzione intrapresa dalle proteste difficilmente sembra poter portare ad un dialogo a livello governativo. Si è creata una situazione di “muro di gomma”, nella quale le richieste dei rivoltosi non possono trovare una sponda tra nessuno dei membri dell’establishment. Essendo impraticabile la via negoziale, il Governo ha risposto con la violenza. Fino ad oggi si annoverano più di 500 morti, nonché arresti di massa, minacce di esecuzione ed esecuzioni vere e proprie.

Un’altra abile mossa messa in atto dall’establishment è stata quella di insinuare che le proteste siano manovrate dai “nemici della Repubblica Islamica” (Stati Uniti e Israele). Accusare i rivoltosi di essere “strumenti di agende esterne” da una parte delegittima le proteste e, dall’altra, stringe il popolo contro un nemico esterno comune: non si vuole ammettere, chiaramente, che la popolazione sia scontenta del regime.

Nessuna di tali azioni tuttavia è riuscita a sedare il dissenso che continua a crescere. Ad oggi fare una previsione sull’esito delle rivolte è pressoché impossibile, data la varietà di anime che le alimentano. Ipotizzando anche un’eventuale caduta del regime, è difficile prevedere cosa seguirà. Una vera transizione non sembra possibile al momento, non essendoci corpi intermedi (associazioni, partiti…) ma, come in ogni regime autoritario, soltanto i singoli cittadini e il potere.

Il Libano è tornato all’attenzione dell’opinione pubblica in seguito all’esplosione di 2750 tonnellate di nitrato d’ammonio nel porto di Beirut, il 4 agosto 2020. Esplosione che ha provocato 217 morti, oltre 7000 feriti e 300mila sfollati, segnando una delle pagine più drammatiche della storia recente del Paese. Secondo la Banca Mondiale, l’esplosione ha causato danni per circa quattro miliardi di dollari. Infatti, il 90% delle importazioni del Paese, avveniva attraverso il porto di Beirut, snodo economico cruciale del Libano. La maggior parte delle riserve alimentari sono state distrutte ed ancora oggi più di un milione di persone sul territorio libanese si trova in una condizione di povertà assoluta e incertezza alimentare. Le disuguaglianze sociali sono tangibili ed evidentissime e di conseguenza, a fronte di pochi cittadini che possono permettersi di scappare o andarsene, ce ne sono tantissimi intrappolati in un luogo che li costringe a condizioni di vita estremamente misere. Nel Paese ci sono inoltre più di due milioni di rifugiati, in particolare siriani e palestinesi. 

Chiaramente, la gestione dell’emergenza ha portato alla luce con maggiore forza una crisi economica che già da anni incombe sul Libano, che già altre volte aveva versato in condizioni di dissesto finanziario.  Il debito pubblico del Paese supera il 100% del PIL da decenni, e oggi sfiora il 180%. E dal 2018 Beirut attraversa una recessione che in tre anni ha spazzato via il 40% del reddito pro capite e la valuta locale ha subito una svalutazione del 90% nei confronti del dollaro.

Quello che era uno dei Paesi più ricchi del Medio Oriente, pur con tanti problemi, a marzo dell’anno scorso ha dichiarato bancarotta per la prima volta nella sua storia. 

La situazione, a due anni da questo accadimento disastroso, è tutt’altro che in ripresa. Il Paese è al collasso politico ed economico. La principale forza politico-militare libanese resta Hezbollah, organizzazione sciita e filo iraniana. Mancano le risorse per far fronte alle esigenze primarie degli abitanti, come i farmaci o la corrente elettrica, che in molte città o quartieri non è ancora stata ripristinata. Così, le strade sono al buio, negli ospedali non è possibile operare, nelle case non si può utilizzare alcun elettrodomestico, la conservazione dei cibi non è quasi più possibile, gli ascensori non funzionano. Le condizioni sanitarie sono drammatiche. I medici scappano altrove, quelli che rimangono devono trovare carburante di contrabbando per poter operare o tenere accesi i macchinari per analisi ed esami. 

La situazione in Libano non accenna a migliorare. Nelle ultime ore, durante un incontro con il sottosegretario generale delle Nazioni Unite, Amina Mohammad, Il primo ministro libanese, Najib Miqati, ha chiesto il sostegno delle Nazioni Unite alla sicurezza alimentare del Libano, secondo il piano Onu per far fronte alle ripercussioni della la guerra in Ucraina. Infatti, la guerra tra Ucraina e Russia, sta avendo conseguenze devastanti in Libano aumentando la situazione di povertà estrema in cui versa la popolazione. Nell’incontro con il sottosegretario generale dell’Onu, Miqati ha anche invitato le Nazioni Unite a “sostenere il Libano nell’affrontare le molteplici sfide derivanti dalla crisi degli sfollati siriani”, una crisi che ha colpito il Paese dall’inizio della guerra in Siria nel 2011 in tutti i settori: sociale, economico, sicurezza e politico.

1) Per approfondire, “Hezbollah in Libano: tra politica e lotta armata”, pubblicato sempre su questa pagina il 4 Marzo 2021.

Fonti consultate

Florence Mediterranean Mayor’s Forum 

Noi crediamo che il Mediterraneo sia ancora oggi ciò che era in passato: una fonte inesauribile di creatività, un vivace e universale focolaio che irradia l’umanità con la luce della conoscenza, la grazia della bellezza e il calore della fraternità(Giorgio La Pira, “Congresso Mediterraneo della Cultura”, 19 febbraio 1960).

È con queste parole che, la mattina del 25 febbraio, presso il Salone dei Cinquecento, ha inizio il Convegno dei sindaci del Mediterraneo, voluto dal sindaco Nardella, nel segno dei Colloqui del Mediterraneo di Giorgio La Pira, in contemporanea ai lavori del Convegno dei Vescovi del Mediterraneo.

Ho avuto la grande opportunità di poter partecipare alle tre giornate di lavori che si sono svolte in alcuni dei luoghi più significativi della città, Palazzo Vecchio, Teatro del Maggio Musicale e Chiesa di Santa Croce, grazie all’Università di Firenze che ha deciso di selezionare 25 studenti ai quali dare la possibilità di fare un’importante esperienza di citizen political inclusion. In particolare, ho avuto il piacere di svolgere attività di supporto e orientamento per la sindaca della città di Sarajevo, Benjamina Karic, avendo così l’occasione di testimoniare l’impegno e la dedizione che ognuno dei sindaci ha dimostrato durante i lavori. 

Ancora di più, questi sono stati giorni speciali per me, poiché vissuti nello spirito dell’Opera.

L’obiettivo della Conferenza è stato quello di favorire una nuova attenzione verso il Mediterraneo, attraverso il dialogo tra le sue città principali, promuovendo e accogliendo azioni che incoraggino e diano un supporto alla cooperazione e alla pace. 

Proprio il sindaco Nardella, in apertura dell’evento, ha voluto rendere omaggio a La Pira, invitando i sindaci a cooperare per la pace, nella consapevolezza delle diversità che caratterizzano i popoli del Mediterraneo, ma sottolineando le comuni radici che questi condividono. Radici in virtù delle quali i sindaci delle città mediterranee si sentano chiamati a collaborare, riconoscendo l’importanza fondamentale delle città come attrici politiche ed istituzionali sulla scena internazionale, soprattutto in un periodo storico in cui i governi nazionali dimostrano difficoltà nel comprendere la complessità delle problematiche che interessano più direttamente i cittadini.  

La prima giornata di lavori si è articolata in quattro sessioni, ognuna delle quali dedicata ad una questione di attualità la cui discussione si rende necessaria per poter creare un’azione comune e concreta da parte delle città: sviluppo culturale e cooperazione; sanità pubblica e protezione sociale; ambiente e sviluppo economico sostenibile; migrazioni attraverso il Mediterraneo. A partire dall’intervento di un ospite e tramite la presenza di un moderatore, si sono tenuti i “dialoghi urbani”, ovvero sessioni di dialogo tra i sindaci, che hanno potuto così presentare e discutere problematiche che affliggono le realtà cittadine. I temi affrontati sono stati molti, gli interventi e il confronto interessanti e, soprattutto, sono state proposte soluzioni concrete alla necessità di raggiungere la stabilità, la coesistenza pacifica e lo sviluppo economico-sociale nella regione mediterranea attraverso lo sviluppo culturale, alla base del miglioramento.

In particolare, mi hanno colpito le parole del professore Romano Prodi che, citando Giorgio La Pira, ha affermato che il dialogo è possibile, la pace non è un’utopia ma un obiettivo concreto e, proprio al fine di raggiungerlo è necessario partire dalla cultura e dalla formazione, proponendo così l’idea di un’Università del Mediterraneo. Un sistema di università paritarie, con doppia sede una al nord e una al sud, con numero uguale di professori e studenti del nord e del sud, cosicché dopo qualche anno si costituirebbe una comunità di migliaia di ragazzi che studiano insieme e si confrontano, che sono capaci di contribuire in modo concreto al futuro del Mediterraneo, oggi fortemente frammentato e in conflitto. 

Inoltre, durante la sessione dedicata alla questione dei flussi migratori che interessano il Mediterraneo, si sono susseguiti interventi da parte di importanti figure, quali Filippo Grandi, alto commissario ONU per i rifugiati, e Antonio Vitorino, direttore generale dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni. Tuttavia, personalmente, ritengo che sia stato di impatto ancora maggiore lo spazio di dibattitto e confronto apertosi successivamente, quando molti sindaci hanno preso la parola per affrontare  il problema della gestione degli ingenti flussi migratori attraverso il Mediterraneo, proponendo possibili soluzioni concrete, attraverso l’implementazione di nuove politiche pubbliche, sottolineando come l’azione delle città e dei sindaci ricopra un ruolo primario nell’ambito dell’accoglienza e dell’integrazione. In particolare, ho reputato interessanti e significative le parole del primo cittadino di Pozzallo, Roberto Ammatuna, che citando La Pira, originario proprio di questo comune in provincia di Ragusa, ha rilanciato l’idea della necessità di una politica euro-mediterranea, poiché “il concetto di Europa, altrimenti, non produce niente di soddisfacente se non è arricchito dal concetto di Mediterraneo”.

Il 26 febbraio, secondo giorno di lavori, sindaci e vescovi si sono riuniti, prima nel Salone dei Cinquecento e poi presso il Teatro del Maggio Musicale, in un incontro simbolico ma non solo, poiché ha rappresentato una fondamentale occasione di dialogo tra religione e politica per la collaborazione volta alla costruzione della Pace.

Da un lato è di rilievo storico che le Chiese mediterranee si siano incontrate, a prescindere dalle loro diversità, forti del fatto che la dimensione religiosa può svolgere un ruolo di primaria importanza per la cultura della solidarietà e di conseguenze per la politica della pace. Dall’altro lato, questo evento rappresenta la possibilità per la politica di assumere nuovamente la componente spirituale che nel corso del tempo è andata perdendo. L’incontro avvenuto tra religione e politica può essere un evento utile per superare la perdita di una visione unitaria, integrale della vita umana, in cui la politica è illuminata dal Vangelo ed è il più grande atto di carità, come sosteneva La Pira.  

A tal proposito, la giornata è stata ricca di interventi, a partire da quello del Cardinale Bassetti e di Monsignor Raspanti che hanno aperto lo spazio di incontro tra sindaci e vescovi, i quali hanno partecipato attivamente alla presentazione di idee e proposte concrete per la realizzazione di un rapporto e dialogo interculturale e interreligioso. 

Tra questi, ricordo con piacere Monsignor Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme, il quale ha ribadito quanto sia necessario lavorare ancora affinché venga raggiunto un buon grado di dialogo tra attori istituzionali ed ecclesiastici.

Alla fine della mattina, a conclusione del dialogo intercorso tra sindaci e vescovi è stata presentata e firmata la Dichiarazione di Firenze, ovvero una carta che si presenta simbolicamente come un ponte tra Europa e Mediterraneo, sottoscritta dai partecipanti ai due convegni, in cui sono suggellati valori e ideali quali la pace, sviluppo sociale ed economico, cultura e relazione tra i popoli, dei quali è auspicabile che i primi cittadini e i rappresentanti religiosi si facciano portatori. 

Successivamente, presso il Teatro del Maggio Musicale, si è tenuta una tavola rotonda che ha visto il coinvolgimento di Giampiero Massolo, presidente ISPI, Jean-Marc Aveline, vescovo di Marsiglia, la sindaca di Sarajevo, la vicesindaca di Tel Aviv e il sindaco di Izmir, con la partecipazione di Rondine Cittadella della Pace. È stato un momento di confronto, ma non solo, in quanto ha rappresentato anche l’occasione per denunciare ad una voce sola la guerra in Ucraina, chiedendo che Kiev non fosse sottoposta allo stesso destino a cui Sarajevo è stata sottoposta trent’anni fa.  

Infine, il cardinale Bassetti ha voluto concludere regalando un discorso, a mio parare, pregno di significato. Infatti, ha sottolineato che i giovani sono “rondini che volano verso la primavera” – come ripeteva La Pira, e verso l’orizzonte della Pace, della Giustizia e dell’Amore, che sono i valori presenti nella Carta di Firenze; però, i giovani hanno necessariamente bisogno di punti di appoggio, dove risposare, e questi devono essere gli adulti, che quindi hanno il compito di dare loro sostegno restando umili e, soprattutto, con la consapevolezza che sono i giovani ad indicare la strada e a farsi portatori dei valori necessari. Infine, ha aggiunto che questo è anche proprio il significato della città che è unica, irripetibile, viva; la città non ha la struttura dello Stato, non ha le armi e quindi deve essere pacifica, nella città si vedono i problemi della gente.

A conclusione dell’evento, domenica mattina 27 febbraio, si è tenuto un ultimo grande momento storico: il dialogo tra la città di Istanbul, Atene e Gerusalemme. I sindaci di queste città, dall’importante portato storico, artistico e culturale, si sono confrontate per la prima volta, lanciando un ulteriore messaggio di apertura alla cooperazione, al dialogo interculturale e interreligioso per il raggiungimento della pace tra i popoli. 

A distanza di alcune settimane, soffermandomi a guardare ciò che è stato il Convegno dei Sindaci, e dei Vescovi, del Mediterraneo, capisco quanto sia stato un evento epocale, nel segno profetico di La Pira, per effetto del quale l’Europa non potrà più far finta di nulla e ignorare i problemi del Mediterraneo. Inoltre, l’incontro dei sindaci assume e attualizza uno dei capisaldi del pensiero lapiriano: le città sono il nesso attraverso cui passa la storia e hanno una concreta vocazione internazionale. Quindi, ecco, costruire il futuro, costruire le città, abbattere i muri e costruire ponti e fidarsi dei giovani, perché noi siamo le rondini che volano verso la primavera e gli adulti hanno il compito di seguire il nostro volo e volare con noi.   

Rachele Vannini

Le Chiese del Mediterraneo si incontrano a Firenze

Tra mercoledì 23 e domenica 27 dello scorso mese, si è tenuto a Firenze il forum ecclesiale “Mediterraneo frontiera di pace” che ha coinvolto sessanta cardinali, patriarchi e vescovi di trenta paesi del Mediterraneo, in tandem con l’analogo incontro pensato per i sindaci di sessantacinque città di questi Paesi. L’appuntamento, naturale proseguimento dei lavori avviati a Bari nel 2020, è stato pensato dalla CEI e organizzato insieme con l’amministrazione del comune di Firenze.

Scopo di questi colloqui è quello di avvicinare realtà apparentemente lontane, costruire una rete di relazioni all’interno della chiesa cattolica tutta e rinvigorire l’azione di testimonianza nelle comunità locali, con la ricchezza acquisita dall’ascolto dell’altrui esperienza. Tuttavia, i vescovi hanno ritenuto importante che all’incontro e al dialogo seguisse l’azione: l’idea è quella di un’«opera segno» che dia continuità alle parole. È così che, come da Bari2020 è nato il progetto con i giovani di Rondine – cittadella della Pace, nella fase preparatoria dell’appuntamento fiorentino l’Opera per la gioventù Giorgio La Pira assieme alla Fondazione Giovanni Paolo II, alla Fondazione Giorgio La Pira e al Centro Internazionale La Pira ha presentato alla CEI un progetto, poi approvato, che consentisse la creazione di un “Consiglio dei giovani cattolici del Mediterraneo”.

Insieme a Tina Hamalaya, referente per la Fondazione Giovanni Paolo II, il mio compito, come referente per l’Opera, era quello di presentare ai vescovi delle altre conferenze episcopali e dei numerosi sinodi presenti tale progetto: è così che ho avuto l’occasione di conoscere alcune figure di rilievo del mondo della Chiesa cattolica, anche nelle loro espressioni più umane. È stato inevitabile, stando a stretto contatto con il gruppo per cinque giorni, notare gli aspetti caratteristici di coloro con i quali ho condiviso un pasto, spesso e volentieri l’occasione nella quale trovavo più spazio per costruire relazioni genuine e private di tanti filtri, o magari un viaggio in taxi o in autobus.

Al pranzo del mercoledì Tina, di origine libanese, mi ha detto che eravamo in compagnia “del suo amico vescovo”, che poi ho conosciuto come Vicario apostolico di Beirut in Libano, Sua Eccellenza Mons. Cesar Essayan. Fuori dal ristorante ci siamo poi imbattuti in S.E.R. Mons. Ilario Antoniazzi, Arcivescovo di Tunisi e S.E.R. Mons. Stanislav Hocevar, sloveno, Arcivescovo di Belgrado, Segretario Generale della Conferenza episcopale internazionale dei Santi Cirillo e Metodio, invitandoli dunque a pranzo con noi. Con Monsignor Hocevar, il quale si è affidato a noi per l’ordinazione di una buona carbonara, ho potuto dialogare a lungo sulle difficoltà di una Chiesa che raccoglie dentro di sé numerose anime, etnie e culture, spesso e volentieri in aperto contrasto tra loro: basti pensare che nella stessa Conferenza episcopale troviamo serbi, montenegrini, kosovari e macedoni del nord.

Mons. Cesar, col quale mi sono trovato a condividere molti momenti in quei giorni, è un amico della Fondazione Giovanni Paolo II, che infatti ha molti progetti attivi in Libano; ho scoperto in lui una persona ricca di esperienza e di profondità, che dietro un’apparenza di placida e bonaria pacatezza, nasconde un’astuzia vigile e sottile.

Nel pomeriggio il presidente del consiglio, Mario Draghi, è passato a salutare l’assemblea che cominciava a preparare i lavori; non nascondo di aver provato una certa, reverenziale, emozione nell’averlo visto passare proprio di fronte a me. Tra i tanti spunti, il presidente nel suo discorso ha ricordato i Colloqui mediterranei voluti da La Pira tra il 1958 e il 1964, sottolineando il ruolo del dialogo interreligioso nella costruzione della pace, e ha voluto dedicare parole particolarmente calcate all’esigenza di guardare ai giovani, affinché non siano lasciati ai margini, ma anzi siano protagonisti. Poi il saluto di Bassetti, Presidente della CEI, il quale ha ribadito la missione delle Chiese nel Mediterraneo, ricordando spesso la figura di La Pira: lo ha fatto anche citando David Sassoli.

Giovedì mattina il risveglio è stato tetro e greve: la notizia dell’invasione russa in Ucraina ha sconvolto il mondo. Già durante la celebrazione eucaristica delle 7:30 l’intenzione di pregare per la pace si è sentita forte. Bassetti ha riferito di essere in contatto con l’arcivescovo di Kyiv, Mons. Svjatoslav Ševčuk, rifugiatosi con molti fedeli nei locali sotterranei della cattedrale.

La mattina ha visto quindi iniziare i lavori di gruppo, in sette tavoli, dopodiché i vescovi si sono nuovamente riuniti in plenaria nel pomeriggio. Nel confronto sono emerse sovente molte delle difficoltà che le Chiese più periferiche si trovano ad affrontare quotidianamente; tra tutte, si rammentavano spesso la mancanza di risorse e la convivenza, non sempre pacifica, con altre confessioni e culture. In Grecia, per esempio, è difficilissimo parlare di ecumenismo, poiché da molti è considerato come una “paneresia”. Durante l’assemblea, in un momento di silenzio, è squillato un telefono; mentre mi chiedevo chi avesse dimenticato la suoneria accesa, non senza uno sguardo indagatore, vedo che si alza Bassetti a rispondere: era Mattarella che ci teneva a confermare la sua presenza alla messa di domenica, nonostante e anzi ancor più voluta dopo l’annuncio della mancata presenza del Santo Padre, riferita la mattina, per motivi di salute. Più tardi, ci siamo spostati nella Basilica di Santo Spirito per un momento di approfondimento sul dialogo interreligioso. Insieme alla Pastora della Chiesa Valdese Letizia Tomassone e al neo-rabbino capo di Firenze, Gadi Piperno, ho ritrovato Izzedin Elzir, imam di Firenze e amico di lunga data dell’Opera, presente in molti degli ultimi Campi Internazionali al Villaggio La Vela. Firenze è in qualche modo la culla del dialogo interreligioso, come era chiaro a La Pira, e oggi esiste una forte collaborazione e una bella rete di relazioni tra le numerose comunità religiose che la città accoglie: molti vescovi presenti sono rimasti stupiti e si sono chiesti se qualcosa del genere potesse mai accadere nei loro luoghi.

Al pranzo di venerdì, che al solito ho passato in compagnia di Mons. Cesar, ho potuto godere anche della presenza di padre Francesco Patton, Custode di Terra Santa, S.E.R. Mons. Petros Stefanou, Vescovo di Syros, Milos e Santorini e da pochi mesi presidente del Santo Sinodo dei vescovi cattolici di Grecia, e S. Em. Card. Leonardo Sandri, Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali presso la Santa Sede, il cui segretario, don Flavio, si è mostrato molto interessato alle attività dell’Opera. Al momento del dolce, ho assistito ad un momento che non dimenticherò, non tanto per la sua importanza, relativamente trascurabile, quanto piuttosto perché, ancora una volta, mi ha dato la possibilità di vedere eminenze, beatitudini ed eccellenze affrancarsi dai volti austeri e severi per vivere un sereno momento di convivialità, cantando insieme “tanti auguri” al Card. Betori per il suo settantacinquesimo compleanno, canto che ha accompagnato Bassetti che portava in mano una torta con una candelina, sulla quale ha poi voluto fare anche una battuta.

La domenica mattina, in Palazzo Vecchio, vescovi e sindaci si sono riuniti insieme per firmare il documento redatto alla fine dei lavori, la “Carta di Firenze”. Hanno parlato, tra gli altri, i sindaci delle città di Atene, Istambul e Gerusalemme, accolti con entusiasmo dall’omologo Nardella. Dopo la messa, presieduta da Bassetti e che ha visto la partecipazione del Presidente della Repubblica, ci siamo trattenuti per pranzo presso il convento di Santa Croce, e ho potuto ancora scambiare due parole con il Patriarca di Gerusalemme, Sua Beatitudine Pierbattista Pizzaballa e con il sindaco Nardella, che ha ricordato con grande piacere le sue presenze al Campo Internazionale. 

Una volta conclusi i lavori ho accompagnato alla stazione l’amico Mons. Giovanni Nerbini, col quale ho condiviso tante delle esperienze che l’Opera mi ha regalato, non ultimo il viaggio che l’associazione organizzò in Russia nel 2018 per un gruppo di giovani. Prima di salutarci alla stazione, parlando con lui ripercorrevo le emozioni di quei giorni, che mi avevano mostrato una Chiesa fatta di uomini, fatta di carne; seria, ma capace di leggerezza, accogliente, ma non esente dalle debolezze che gli uomini portano con loro, umana come forse mai avevo avuto l’occasione di vedere. In questi pensieri, che nella mia mente hanno avvicinato le figure istituzionali alla quotidianità, ho realizzato ancora di più quanto la figura del laico sia più che mai importante e affatto secondaria, come dimostrano Pino e il professor La Pira, insieme a tanti altri; la Chiesa è una e non può prescindere dalle persone che la abitano, ha bisogno di loro perché le parole dei vescovi possano farsi opera, ha la necessità che le relazioni fioriscano tra coloro che si sentono diversi e divisi gli uni dagli altri, perché camminiamo insieme sul sentiero della pace indicato dal Signore.

Tommaso Righi

Il 13 settembre 2022, a Teheran, Mahsa Amini è stata arrestata dalla polizia religiosa iraniana per non aver correttamente osservato la normativa sull’obbligo di portare il velo. La ragazza è stata portata in una stazione di polizia ed è deceduta, in circostanze non chiarite, il 16 settembre 2022. Mahsa, 22 anni, era di origine curda e proveniva dalla provincia del Kurdistan, dove i controlli sui comportamenti sociali sono meno severi rispetto a Teheran.

La morte di Mahsa Amini è stata descritta da molti come “la goccia che ha fatto traboccare il vaso”. Dopo il suo arresto, molti iraniani sono scesi in piazza e, da settembre, stanno portando avanti quella che è la rivolta più duratura della storia dell’Iran dopo quella del 1979 (vedi il report dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale – ISPI).

Mappa dei principali focolai di protesta in Iran nel periodo 16 Settembre – 7 Dicembre. Fonte: ISW – Institute for the Study of War

Il leitmotiv che guida le proteste pone le sue basi sulle parole chiave: “donne, vita, libertà”.

Come accade per ogni evento storico, non esiste un motivo specifico per cui sia stata proprio la morte di Mahsa, e non un altro evento, a segnare l’inizio delle rivolte. Infatti, andando ad esaminare la situazione del Paese, emerge come la morte di Mahsa Amini e l’obbligo di portare il velo siano solo la punta dell’iceberg di un malumore sociale che ha radici ben più profonde e complesse.

L’Iran non è un Paese nuovo a sommosse popolari che spesso appaiono di dimensioni enormi a noi occidentali. Partendo a ritroso, la protesta dalle conseguenze più rilevanti è sicuramente quella con cui il popolo Iraniano, nel 1979, riuscì a costringere all’esilio lo Scià di Persia.

L’ordine di grandezza delle proteste scatenatesi anche a seguito della morte di Mahsa Amini richiama obbligatoriamente alla mente la rivoluzione del 1979, sebbene siano necessari dei paragoni e delle precisazioni.

La rivolta che portò all’esilio dello Scià fu indubbiamente la somma di molteplici fattori. I moti di protesta infatti avevano come obiettivo la liberazione da un regime ormai corrotto. Anche nelle proteste odierne una fetta dei rivoltosi persegue la stessa meta, sebbene ancora non abbiano raggiunto la dimensione “rivoluzionaria” che caratterizzò quelle del ’79. Si noti che la generazione che guidò quelle proteste crede ancora, anche solo parzialmente, nell’ideale della repubblica Islamica. Dunque, tale generazione non è schierata a favore delle proteste in atto.

Provando a leggere fra le righe delle proteste odierne, si possono individuare diversi fattori che le animano e le differenziano dalla rivoluzione del ’79.

In primo luogo, le rivolte sono alimentate da motivi politici e da una richiesta di maggior libertà e dignità. Nell’estate del 2022, da parte del Governo Iraniano, vi è stato un inasprimento delle misure di controllo sulle regole di abbigliamento, con conseguenti proteste delle popolazioni giovanili. Tali misure hanno previsto, tra le altre cose, l’istituzione di una “Giornata dell’Hijab e della castità”. Inoltre, è stato stilato un nuovo codice di abbigliamento dedicato solamente al genere femminile. È stata poi definita la possibilità di utilizzare il riconoscimento facciale per individuare le donne vestite in modo improprio nei luoghi pubblici. Segue dunque che lo scontro con il Governo per una maggior libertà sia una delle cause principali delle rivolte.

Anche la religione ha poi un ruolo fondamentale nelle proteste. Tuttavia, è importante sottolineare che quelle iraniane non sono proteste contro la religione, quanto piuttosto contro un’interpretazione radicale dell’Islam. I giovani iraniani, infatti, si sentono privati non soltanto delle libertà personali, ma anche di speranza per il loro futuro. Il potere religioso, in opposizione, utilizza a titolo di esempio i disagi sociali presenti in Occidente (come prostituzione, tossicodipendenza…) come conseguenza necessaria di uno stile di vita più libero.

Un’altra motivazione, più nascosta, alla base delle rivolte risiede anche nel malcontento provocato dalla disastrosa situazione economica in cui vive gran parte della popolazione iraniana, essendo il Paese gravato da molteplici sanzioni economiche imposte dall’Occidente.

Dalle proteste emerge poi che lo scontro, oltre ad essere politico e religioso, è anche generazionale. Sono i giovani, in primo luogo, a portare avanti le proteste e a non rispecchiarsi nei valori incarnati dal Governo. Si tratta di un punto di forza delle rivolte, che ha consentito una propagazione che non sarebbe mai stata possibile in un Paese occidentale. L’Iran infatti è un Paese giovane e più della metà della popolazione ha meno di 30 anni. Le rivolte in effetti stanno avendo una diffusione ed una durata che ha pochi eguali. Inoltre, l’eccezionale durata delle proteste è dovuta anche al fatto che si tratta di un’azione di rivolta spontanea. In altre parole non c’è, ad oggi, una leadership chiara. Questa assenza di un leader risulta essere per certi versi un timore per la classe dirigente, ma comporta anche dei limiti. Da una parte infatti, se ci fosse un leader, il Governo avrebbe un obiettivo preciso e sarebbe più facile mettere a tacere le rivolte. Dall’altra, tuttavia, l’assenza di una figura di riferimento e di una strutturazione organica delle rivolte, conduce al rischio che l’energia che le contraddistingue possa esaurirsi nel tempo. Aleggia quindi la possibilità che le proteste non riescano a trovare un canalizzazione istituzionale, o che altre strutture già organizzate approfittino di questo vuoto, come avvenne in Egitto per i Fratelli Musulmani durante la Primavera Araba nel 2010-2011.

Un altro elemento di forza delle rivolte è la grande identità collettiva. L’Iran ha una storia millenaria, in cui hanno governato grandissime istituzioni come l’Impero Romano e l’Impero Persiano. Nel corso della storia, dunque, il popolo iraniano ha sviluppato una cultura e dei costumi fortemente radicati e condivisi da gran parte della popolazione. Questa coscienza di massa è inevitabilmente terreno fertile per la nascita di moti popolari.

Oltre alla diffusione che hanno avuto in loco le proteste, un ruolo importante è stato giocato anche dai social media. Le notizie delle proteste in Iran oggi sono arrivate in tutto il mondo, con tanto di hashtag e trend di ragazze che si tagliano ciocche di capelli come supporto simbolico alle donne iraniane. È proprio grazie alla comunicazione in tempo reale che le proteste odierne sono riuscite ad avere una così vasta estensione anche dal punto di vista territoriale. Tuttavia è importante non confondere lo strumento con il fine: infatti, è fondamentale avere un messaggio da comunicare (fine), in modo tale da usare i media (mezzo) in modo proficuo.

La risposta del regime alle rivolte per ora è stata notevolmente severa. La direzione intrapresa dalle proteste difficilmente sembra poter portare ad un dialogo a livello governativo. Si è creata una situazione di “muro di gomma”, nella quale le richieste dei rivoltosi non possono trovare una sponda tra nessuno dei membri dell’establishment. Essendo impraticabile la via negoziale, il Governo ha risposto con la violenza. Fino ad oggi si annoverano più di 500 morti, nonché arresti di massa, minacce di esecuzione ed esecuzioni vere e proprie.

Un’altra abile mossa messa in atto dall’establishment è stata quella di insinuare che le proteste siano manovrate dai “nemici della Repubblica Islamica” (Stati Uniti e Israele). Accusare i rivoltosi di essere “strumenti di agende esterne” da una parte delegittima le proteste e, dall’altra, stringe il popolo contro un nemico esterno comune: non si vuole ammettere, chiaramente, che la popolazione sia scontenta del regime.

Nessuna di tali azioni tuttavia è riuscita a sedare il dissenso che continua a crescere. Ad oggi fare una previsione sull’esito delle rivolte è pressoché impossibile, data la varietà di anime che le alimentano. Ipotizzando anche un’eventuale caduta del regime, è difficile prevedere cosa seguirà. Una vera transizione non sembra possibile al momento, non essendoci corpi intermedi (associazioni, partiti…) ma, come in ogni regime autoritario, soltanto i singoli cittadini e il potere.

Il Libano è tornato all’attenzione dell’opinione pubblica in seguito all’esplosione di 2750 tonnellate di nitrato d’ammonio nel porto di Beirut, il 4 agosto 2020. Esplosione che ha provocato 217 morti, oltre 7000 feriti e 300mila sfollati, segnando una delle pagine più drammatiche della storia recente del Paese. Secondo la Banca Mondiale, l’esplosione ha causato danni per circa quattro miliardi di dollari. Infatti, il 90% delle importazioni del Paese, avveniva attraverso il porto di Beirut, snodo economico cruciale del Libano. La maggior parte delle riserve alimentari sono state distrutte ed ancora oggi più di un milione di persone sul territorio libanese si trova in una condizione di povertà assoluta e incertezza alimentare. Le disuguaglianze sociali sono tangibili ed evidentissime e di conseguenza, a fronte di pochi cittadini che possono permettersi di scappare o andarsene, ce ne sono tantissimi intrappolati in un luogo che li costringe a condizioni di vita estremamente misere. Nel Paese ci sono inoltre più di due milioni di rifugiati, in particolare siriani e palestinesi. 

Chiaramente, la gestione dell’emergenza ha portato alla luce con maggiore forza una crisi economica che già da anni incombe sul Libano, che già altre volte aveva versato in condizioni di dissesto finanziario.  Il debito pubblico del Paese supera il 100% del PIL da decenni, e oggi sfiora il 180%. E dal 2018 Beirut attraversa una recessione che in tre anni ha spazzato via il 40% del reddito pro capite e la valuta locale ha subito una svalutazione del 90% nei confronti del dollaro.

Quello che era uno dei Paesi più ricchi del Medio Oriente, pur con tanti problemi, a marzo dell’anno scorso ha dichiarato bancarotta per la prima volta nella sua storia. 

La situazione, a due anni da questo accadimento disastroso, è tutt’altro che in ripresa. Il Paese è al collasso politico ed economico. La principale forza politico-militare libanese resta Hezbollah, organizzazione sciita e filo iraniana. Mancano le risorse per far fronte alle esigenze primarie degli abitanti, come i farmaci o la corrente elettrica, che in molte città o quartieri non è ancora stata ripristinata. Così, le strade sono al buio, negli ospedali non è possibile operare, nelle case non si può utilizzare alcun elettrodomestico, la conservazione dei cibi non è quasi più possibile, gli ascensori non funzionano. Le condizioni sanitarie sono drammatiche. I medici scappano altrove, quelli che rimangono devono trovare carburante di contrabbando per poter operare o tenere accesi i macchinari per analisi ed esami. 

La situazione in Libano non accenna a migliorare. Nelle ultime ore, durante un incontro con il sottosegretario generale delle Nazioni Unite, Amina Mohammad, Il primo ministro libanese, Najib Miqati, ha chiesto il sostegno delle Nazioni Unite alla sicurezza alimentare del Libano, secondo il piano Onu per far fronte alle ripercussioni della la guerra in Ucraina. Infatti, la guerra tra Ucraina e Russia, sta avendo conseguenze devastanti in Libano aumentando la situazione di povertà estrema in cui versa la popolazione. Nell’incontro con il sottosegretario generale dell’Onu, Miqati ha anche invitato le Nazioni Unite a “sostenere il Libano nell’affrontare le molteplici sfide derivanti dalla crisi degli sfollati siriani”, una crisi che ha colpito il Paese dall’inizio della guerra in Siria nel 2011 in tutti i settori: sociale, economico, sicurezza e politico.

1) Per approfondire, “Hezbollah in Libano: tra politica e lotta armata”, pubblicato sempre su questa pagina il 4 Marzo 2021.

Fonti consultate

Florence Mediterranean Mayor’s Forum 

Noi crediamo che il Mediterraneo sia ancora oggi ciò che era in passato: una fonte inesauribile di creatività, un vivace e universale focolaio che irradia l’umanità con la luce della conoscenza, la grazia della bellezza e il calore della fraternità(Giorgio La Pira, “Congresso Mediterraneo della Cultura”, 19 febbraio 1960).

È con queste parole che, la mattina del 25 febbraio, presso il Salone dei Cinquecento, ha inizio il Convegno dei sindaci del Mediterraneo, voluto dal sindaco Nardella, nel segno dei Colloqui del Mediterraneo di Giorgio La Pira, in contemporanea ai lavori del Convegno dei Vescovi del Mediterraneo.

Ho avuto la grande opportunità di poter partecipare alle tre giornate di lavori che si sono svolte in alcuni dei luoghi più significativi della città, Palazzo Vecchio, Teatro del Maggio Musicale e Chiesa di Santa Croce, grazie all’Università di Firenze che ha deciso di selezionare 25 studenti ai quali dare la possibilità di fare un’importante esperienza di citizen political inclusion. In particolare, ho avuto il piacere di svolgere attività di supporto e orientamento per la sindaca della città di Sarajevo, Benjamina Karic, avendo così l’occasione di testimoniare l’impegno e la dedizione che ognuno dei sindaci ha dimostrato durante i lavori. 

Ancora di più, questi sono stati giorni speciali per me, poiché vissuti nello spirito dell’Opera.

L’obiettivo della Conferenza è stato quello di favorire una nuova attenzione verso il Mediterraneo, attraverso il dialogo tra le sue città principali, promuovendo e accogliendo azioni che incoraggino e diano un supporto alla cooperazione e alla pace. 

Proprio il sindaco Nardella, in apertura dell’evento, ha voluto rendere omaggio a La Pira, invitando i sindaci a cooperare per la pace, nella consapevolezza delle diversità che caratterizzano i popoli del Mediterraneo, ma sottolineando le comuni radici che questi condividono. Radici in virtù delle quali i sindaci delle città mediterranee si sentano chiamati a collaborare, riconoscendo l’importanza fondamentale delle città come attrici politiche ed istituzionali sulla scena internazionale, soprattutto in un periodo storico in cui i governi nazionali dimostrano difficoltà nel comprendere la complessità delle problematiche che interessano più direttamente i cittadini.  

La prima giornata di lavori si è articolata in quattro sessioni, ognuna delle quali dedicata ad una questione di attualità la cui discussione si rende necessaria per poter creare un’azione comune e concreta da parte delle città: sviluppo culturale e cooperazione; sanità pubblica e protezione sociale; ambiente e sviluppo economico sostenibile; migrazioni attraverso il Mediterraneo. A partire dall’intervento di un ospite e tramite la presenza di un moderatore, si sono tenuti i “dialoghi urbani”, ovvero sessioni di dialogo tra i sindaci, che hanno potuto così presentare e discutere problematiche che affliggono le realtà cittadine. I temi affrontati sono stati molti, gli interventi e il confronto interessanti e, soprattutto, sono state proposte soluzioni concrete alla necessità di raggiungere la stabilità, la coesistenza pacifica e lo sviluppo economico-sociale nella regione mediterranea attraverso lo sviluppo culturale, alla base del miglioramento.

In particolare, mi hanno colpito le parole del professore Romano Prodi che, citando Giorgio La Pira, ha affermato che il dialogo è possibile, la pace non è un’utopia ma un obiettivo concreto e, proprio al fine di raggiungerlo è necessario partire dalla cultura e dalla formazione, proponendo così l’idea di un’Università del Mediterraneo. Un sistema di università paritarie, con doppia sede una al nord e una al sud, con numero uguale di professori e studenti del nord e del sud, cosicché dopo qualche anno si costituirebbe una comunità di migliaia di ragazzi che studiano insieme e si confrontano, che sono capaci di contribuire in modo concreto al futuro del Mediterraneo, oggi fortemente frammentato e in conflitto. 

Inoltre, durante la sessione dedicata alla questione dei flussi migratori che interessano il Mediterraneo, si sono susseguiti interventi da parte di importanti figure, quali Filippo Grandi, alto commissario ONU per i rifugiati, e Antonio Vitorino, direttore generale dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni. Tuttavia, personalmente, ritengo che sia stato di impatto ancora maggiore lo spazio di dibattitto e confronto apertosi successivamente, quando molti sindaci hanno preso la parola per affrontare  il problema della gestione degli ingenti flussi migratori attraverso il Mediterraneo, proponendo possibili soluzioni concrete, attraverso l’implementazione di nuove politiche pubbliche, sottolineando come l’azione delle città e dei sindaci ricopra un ruolo primario nell’ambito dell’accoglienza e dell’integrazione. In particolare, ho reputato interessanti e significative le parole del primo cittadino di Pozzallo, Roberto Ammatuna, che citando La Pira, originario proprio di questo comune in provincia di Ragusa, ha rilanciato l’idea della necessità di una politica euro-mediterranea, poiché “il concetto di Europa, altrimenti, non produce niente di soddisfacente se non è arricchito dal concetto di Mediterraneo”.

Il 26 febbraio, secondo giorno di lavori, sindaci e vescovi si sono riuniti, prima nel Salone dei Cinquecento e poi presso il Teatro del Maggio Musicale, in un incontro simbolico ma non solo, poiché ha rappresentato una fondamentale occasione di dialogo tra religione e politica per la collaborazione volta alla costruzione della Pace.

Da un lato è di rilievo storico che le Chiese mediterranee si siano incontrate, a prescindere dalle loro diversità, forti del fatto che la dimensione religiosa può svolgere un ruolo di primaria importanza per la cultura della solidarietà e di conseguenze per la politica della pace. Dall’altro lato, questo evento rappresenta la possibilità per la politica di assumere nuovamente la componente spirituale che nel corso del tempo è andata perdendo. L’incontro avvenuto tra religione e politica può essere un evento utile per superare la perdita di una visione unitaria, integrale della vita umana, in cui la politica è illuminata dal Vangelo ed è il più grande atto di carità, come sosteneva La Pira.  

A tal proposito, la giornata è stata ricca di interventi, a partire da quello del Cardinale Bassetti e di Monsignor Raspanti che hanno aperto lo spazio di incontro tra sindaci e vescovi, i quali hanno partecipato attivamente alla presentazione di idee e proposte concrete per la realizzazione di un rapporto e dialogo interculturale e interreligioso. 

Tra questi, ricordo con piacere Monsignor Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme, il quale ha ribadito quanto sia necessario lavorare ancora affinché venga raggiunto un buon grado di dialogo tra attori istituzionali ed ecclesiastici.

Alla fine della mattina, a conclusione del dialogo intercorso tra sindaci e vescovi è stata presentata e firmata la Dichiarazione di Firenze, ovvero una carta che si presenta simbolicamente come un ponte tra Europa e Mediterraneo, sottoscritta dai partecipanti ai due convegni, in cui sono suggellati valori e ideali quali la pace, sviluppo sociale ed economico, cultura e relazione tra i popoli, dei quali è auspicabile che i primi cittadini e i rappresentanti religiosi si facciano portatori. 

Successivamente, presso il Teatro del Maggio Musicale, si è tenuta una tavola rotonda che ha visto il coinvolgimento di Giampiero Massolo, presidente ISPI, Jean-Marc Aveline, vescovo di Marsiglia, la sindaca di Sarajevo, la vicesindaca di Tel Aviv e il sindaco di Izmir, con la partecipazione di Rondine Cittadella della Pace. È stato un momento di confronto, ma non solo, in quanto ha rappresentato anche l’occasione per denunciare ad una voce sola la guerra in Ucraina, chiedendo che Kiev non fosse sottoposta allo stesso destino a cui Sarajevo è stata sottoposta trent’anni fa.  

Infine, il cardinale Bassetti ha voluto concludere regalando un discorso, a mio parare, pregno di significato. Infatti, ha sottolineato che i giovani sono “rondini che volano verso la primavera” – come ripeteva La Pira, e verso l’orizzonte della Pace, della Giustizia e dell’Amore, che sono i valori presenti nella Carta di Firenze; però, i giovani hanno necessariamente bisogno di punti di appoggio, dove risposare, e questi devono essere gli adulti, che quindi hanno il compito di dare loro sostegno restando umili e, soprattutto, con la consapevolezza che sono i giovani ad indicare la strada e a farsi portatori dei valori necessari. Infine, ha aggiunto che questo è anche proprio il significato della città che è unica, irripetibile, viva; la città non ha la struttura dello Stato, non ha le armi e quindi deve essere pacifica, nella città si vedono i problemi della gente.

A conclusione dell’evento, domenica mattina 27 febbraio, si è tenuto un ultimo grande momento storico: il dialogo tra la città di Istanbul, Atene e Gerusalemme. I sindaci di queste città, dall’importante portato storico, artistico e culturale, si sono confrontate per la prima volta, lanciando un ulteriore messaggio di apertura alla cooperazione, al dialogo interculturale e interreligioso per il raggiungimento della pace tra i popoli. 

A distanza di alcune settimane, soffermandomi a guardare ciò che è stato il Convegno dei Sindaci, e dei Vescovi, del Mediterraneo, capisco quanto sia stato un evento epocale, nel segno profetico di La Pira, per effetto del quale l’Europa non potrà più far finta di nulla e ignorare i problemi del Mediterraneo. Inoltre, l’incontro dei sindaci assume e attualizza uno dei capisaldi del pensiero lapiriano: le città sono il nesso attraverso cui passa la storia e hanno una concreta vocazione internazionale. Quindi, ecco, costruire il futuro, costruire le città, abbattere i muri e costruire ponti e fidarsi dei giovani, perché noi siamo le rondini che volano verso la primavera e gli adulti hanno il compito di seguire il nostro volo e volare con noi.   

Rachele Vannini

Le Chiese del Mediterraneo si incontrano a Firenze

Tra mercoledì 23 e domenica 27 dello scorso mese, si è tenuto a Firenze il forum ecclesiale “Mediterraneo frontiera di pace” che ha coinvolto sessanta cardinali, patriarchi e vescovi di trenta paesi del Mediterraneo, in tandem con l’analogo incontro pensato per i sindaci di sessantacinque città di questi Paesi. L’appuntamento, naturale proseguimento dei lavori avviati a Bari nel 2020, è stato pensato dalla CEI e organizzato insieme con l’amministrazione del comune di Firenze.

Scopo di questi colloqui è quello di avvicinare realtà apparentemente lontane, costruire una rete di relazioni all’interno della chiesa cattolica tutta e rinvigorire l’azione di testimonianza nelle comunità locali, con la ricchezza acquisita dall’ascolto dell’altrui esperienza. Tuttavia, i vescovi hanno ritenuto importante che all’incontro e al dialogo seguisse l’azione: l’idea è quella di un’«opera segno» che dia continuità alle parole. È così che, come da Bari2020 è nato il progetto con i giovani di Rondine – cittadella della Pace, nella fase preparatoria dell’appuntamento fiorentino l’Opera per la gioventù Giorgio La Pira assieme alla Fondazione Giovanni Paolo II, alla Fondazione Giorgio La Pira e al Centro Internazionale La Pira ha presentato alla CEI un progetto, poi approvato, che consentisse la creazione di un “Consiglio dei giovani cattolici del Mediterraneo”.

Insieme a Tina Hamalaya, referente per la Fondazione Giovanni Paolo II, il mio compito, come referente per l’Opera, era quello di presentare ai vescovi delle altre conferenze episcopali e dei numerosi sinodi presenti tale progetto: è così che ho avuto l’occasione di conoscere alcune figure di rilievo del mondo della Chiesa cattolica, anche nelle loro espressioni più umane. È stato inevitabile, stando a stretto contatto con il gruppo per cinque giorni, notare gli aspetti caratteristici di coloro con i quali ho condiviso un pasto, spesso e volentieri l’occasione nella quale trovavo più spazio per costruire relazioni genuine e private di tanti filtri, o magari un viaggio in taxi o in autobus.

Al pranzo del mercoledì Tina, di origine libanese, mi ha detto che eravamo in compagnia “del suo amico vescovo”, che poi ho conosciuto come Vicario apostolico di Beirut in Libano, Sua Eccellenza Mons. Cesar Essayan. Fuori dal ristorante ci siamo poi imbattuti in S.E.R. Mons. Ilario Antoniazzi, Arcivescovo di Tunisi e S.E.R. Mons. Stanislav Hocevar, sloveno, Arcivescovo di Belgrado, Segretario Generale della Conferenza episcopale internazionale dei Santi Cirillo e Metodio, invitandoli dunque a pranzo con noi. Con Monsignor Hocevar, il quale si è affidato a noi per l’ordinazione di una buona carbonara, ho potuto dialogare a lungo sulle difficoltà di una Chiesa che raccoglie dentro di sé numerose anime, etnie e culture, spesso e volentieri in aperto contrasto tra loro: basti pensare che nella stessa Conferenza episcopale troviamo serbi, montenegrini, kosovari e macedoni del nord.

Mons. Cesar, col quale mi sono trovato a condividere molti momenti in quei giorni, è un amico della Fondazione Giovanni Paolo II, che infatti ha molti progetti attivi in Libano; ho scoperto in lui una persona ricca di esperienza e di profondità, che dietro un’apparenza di placida e bonaria pacatezza, nasconde un’astuzia vigile e sottile.

Nel pomeriggio il presidente del consiglio, Mario Draghi, è passato a salutare l’assemblea che cominciava a preparare i lavori; non nascondo di aver provato una certa, reverenziale, emozione nell’averlo visto passare proprio di fronte a me. Tra i tanti spunti, il presidente nel suo discorso ha ricordato i Colloqui mediterranei voluti da La Pira tra il 1958 e il 1964, sottolineando il ruolo del dialogo interreligioso nella costruzione della pace, e ha voluto dedicare parole particolarmente calcate all’esigenza di guardare ai giovani, affinché non siano lasciati ai margini, ma anzi siano protagonisti. Poi il saluto di Bassetti, Presidente della CEI, il quale ha ribadito la missione delle Chiese nel Mediterraneo, ricordando spesso la figura di La Pira: lo ha fatto anche citando David Sassoli.

Giovedì mattina il risveglio è stato tetro e greve: la notizia dell’invasione russa in Ucraina ha sconvolto il mondo. Già durante la celebrazione eucaristica delle 7:30 l’intenzione di pregare per la pace si è sentita forte. Bassetti ha riferito di essere in contatto con l’arcivescovo di Kyiv, Mons. Svjatoslav Ševčuk, rifugiatosi con molti fedeli nei locali sotterranei della cattedrale.

La mattina ha visto quindi iniziare i lavori di gruppo, in sette tavoli, dopodiché i vescovi si sono nuovamente riuniti in plenaria nel pomeriggio. Nel confronto sono emerse sovente molte delle difficoltà che le Chiese più periferiche si trovano ad affrontare quotidianamente; tra tutte, si rammentavano spesso la mancanza di risorse e la convivenza, non sempre pacifica, con altre confessioni e culture. In Grecia, per esempio, è difficilissimo parlare di ecumenismo, poiché da molti è considerato come una “paneresia”. Durante l’assemblea, in un momento di silenzio, è squillato un telefono; mentre mi chiedevo chi avesse dimenticato la suoneria accesa, non senza uno sguardo indagatore, vedo che si alza Bassetti a rispondere: era Mattarella che ci teneva a confermare la sua presenza alla messa di domenica, nonostante e anzi ancor più voluta dopo l’annuncio della mancata presenza del Santo Padre, riferita la mattina, per motivi di salute. Più tardi, ci siamo spostati nella Basilica di Santo Spirito per un momento di approfondimento sul dialogo interreligioso. Insieme alla Pastora della Chiesa Valdese Letizia Tomassone e al neo-rabbino capo di Firenze, Gadi Piperno, ho ritrovato Izzedin Elzir, imam di Firenze e amico di lunga data dell’Opera, presente in molti degli ultimi Campi Internazionali al Villaggio La Vela. Firenze è in qualche modo la culla del dialogo interreligioso, come era chiaro a La Pira, e oggi esiste una forte collaborazione e una bella rete di relazioni tra le numerose comunità religiose che la città accoglie: molti vescovi presenti sono rimasti stupiti e si sono chiesti se qualcosa del genere potesse mai accadere nei loro luoghi.

Al pranzo di venerdì, che al solito ho passato in compagnia di Mons. Cesar, ho potuto godere anche della presenza di padre Francesco Patton, Custode di Terra Santa, S.E.R. Mons. Petros Stefanou, Vescovo di Syros, Milos e Santorini e da pochi mesi presidente del Santo Sinodo dei vescovi cattolici di Grecia, e S. Em. Card. Leonardo Sandri, Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali presso la Santa Sede, il cui segretario, don Flavio, si è mostrato molto interessato alle attività dell’Opera. Al momento del dolce, ho assistito ad un momento che non dimenticherò, non tanto per la sua importanza, relativamente trascurabile, quanto piuttosto perché, ancora una volta, mi ha dato la possibilità di vedere eminenze, beatitudini ed eccellenze affrancarsi dai volti austeri e severi per vivere un sereno momento di convivialità, cantando insieme “tanti auguri” al Card. Betori per il suo settantacinquesimo compleanno, canto che ha accompagnato Bassetti che portava in mano una torta con una candelina, sulla quale ha poi voluto fare anche una battuta.

La domenica mattina, in Palazzo Vecchio, vescovi e sindaci si sono riuniti insieme per firmare il documento redatto alla fine dei lavori, la “Carta di Firenze”. Hanno parlato, tra gli altri, i sindaci delle città di Atene, Istambul e Gerusalemme, accolti con entusiasmo dall’omologo Nardella. Dopo la messa, presieduta da Bassetti e che ha visto la partecipazione del Presidente della Repubblica, ci siamo trattenuti per pranzo presso il convento di Santa Croce, e ho potuto ancora scambiare due parole con il Patriarca di Gerusalemme, Sua Beatitudine Pierbattista Pizzaballa e con il sindaco Nardella, che ha ricordato con grande piacere le sue presenze al Campo Internazionale. 

Una volta conclusi i lavori ho accompagnato alla stazione l’amico Mons. Giovanni Nerbini, col quale ho condiviso tante delle esperienze che l’Opera mi ha regalato, non ultimo il viaggio che l’associazione organizzò in Russia nel 2018 per un gruppo di giovani. Prima di salutarci alla stazione, parlando con lui ripercorrevo le emozioni di quei giorni, che mi avevano mostrato una Chiesa fatta di uomini, fatta di carne; seria, ma capace di leggerezza, accogliente, ma non esente dalle debolezze che gli uomini portano con loro, umana come forse mai avevo avuto l’occasione di vedere. In questi pensieri, che nella mia mente hanno avvicinato le figure istituzionali alla quotidianità, ho realizzato ancora di più quanto la figura del laico sia più che mai importante e affatto secondaria, come dimostrano Pino e il professor La Pira, insieme a tanti altri; la Chiesa è una e non può prescindere dalle persone che la abitano, ha bisogno di loro perché le parole dei vescovi possano farsi opera, ha la necessità che le relazioni fioriscano tra coloro che si sentono diversi e divisi gli uni dagli altri, perché camminiamo insieme sul sentiero della pace indicato dal Signore.

Tommaso Righi

Il 13 settembre 2022, a Teheran, Mahsa Amini è stata arrestata dalla polizia religiosa iraniana per non aver correttamente osservato la normativa sull’obbligo di portare il velo. La ragazza è stata portata in una stazione di polizia ed è deceduta, in circostanze non chiarite, il 16 settembre 2022. Mahsa, 22 anni, era di origine curda e proveniva dalla provincia del Kurdistan, dove i controlli sui comportamenti sociali sono meno severi rispetto a Teheran.

La morte di Mahsa Amini è stata descritta da molti come “la goccia che ha fatto traboccare il vaso”. Dopo il suo arresto, molti iraniani sono scesi in piazza e, da settembre, stanno portando avanti quella che è la rivolta più duratura della storia dell’Iran dopo quella del 1979 (vedi il report dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale – ISPI).

Mappa dei principali focolai di protesta in Iran nel periodo 16 Settembre – 7 Dicembre. Fonte: ISW – Institute for the Study of War

Il leitmotiv che guida le proteste pone le sue basi sulle parole chiave: “donne, vita, libertà”.

Come accade per ogni evento storico, non esiste un motivo specifico per cui sia stata proprio la morte di Mahsa, e non un altro evento, a segnare l’inizio delle rivolte. Infatti, andando ad esaminare la situazione del Paese, emerge come la morte di Mahsa Amini e l’obbligo di portare il velo siano solo la punta dell’iceberg di un malumore sociale che ha radici ben più profonde e complesse.

L’Iran non è un Paese nuovo a sommosse popolari che spesso appaiono di dimensioni enormi a noi occidentali. Partendo a ritroso, la protesta dalle conseguenze più rilevanti è sicuramente quella con cui il popolo Iraniano, nel 1979, riuscì a costringere all’esilio lo Scià di Persia.

L’ordine di grandezza delle proteste scatenatesi anche a seguito della morte di Mahsa Amini richiama obbligatoriamente alla mente la rivoluzione del 1979, sebbene siano necessari dei paragoni e delle precisazioni.

La rivolta che portò all’esilio dello Scià fu indubbiamente la somma di molteplici fattori. I moti di protesta infatti avevano come obiettivo la liberazione da un regime ormai corrotto. Anche nelle proteste odierne una fetta dei rivoltosi persegue la stessa meta, sebbene ancora non abbiano raggiunto la dimensione “rivoluzionaria” che caratterizzò quelle del ’79. Si noti che la generazione che guidò quelle proteste crede ancora, anche solo parzialmente, nell’ideale della repubblica Islamica. Dunque, tale generazione non è schierata a favore delle proteste in atto.

Provando a leggere fra le righe delle proteste odierne, si possono individuare diversi fattori che le animano e le differenziano dalla rivoluzione del ’79.

In primo luogo, le rivolte sono alimentate da motivi politici e da una richiesta di maggior libertà e dignità. Nell’estate del 2022, da parte del Governo Iraniano, vi è stato un inasprimento delle misure di controllo sulle regole di abbigliamento, con conseguenti proteste delle popolazioni giovanili. Tali misure hanno previsto, tra le altre cose, l’istituzione di una “Giornata dell’Hijab e della castità”. Inoltre, è stato stilato un nuovo codice di abbigliamento dedicato solamente al genere femminile. È stata poi definita la possibilità di utilizzare il riconoscimento facciale per individuare le donne vestite in modo improprio nei luoghi pubblici. Segue dunque che lo scontro con il Governo per una maggior libertà sia una delle cause principali delle rivolte.

Anche la religione ha poi un ruolo fondamentale nelle proteste. Tuttavia, è importante sottolineare che quelle iraniane non sono proteste contro la religione, quanto piuttosto contro un’interpretazione radicale dell’Islam. I giovani iraniani, infatti, si sentono privati non soltanto delle libertà personali, ma anche di speranza per il loro futuro. Il potere religioso, in opposizione, utilizza a titolo di esempio i disagi sociali presenti in Occidente (come prostituzione, tossicodipendenza…) come conseguenza necessaria di uno stile di vita più libero.

Un’altra motivazione, più nascosta, alla base delle rivolte risiede anche nel malcontento provocato dalla disastrosa situazione economica in cui vive gran parte della popolazione iraniana, essendo il Paese gravato da molteplici sanzioni economiche imposte dall’Occidente.

Dalle proteste emerge poi che lo scontro, oltre ad essere politico e religioso, è anche generazionale. Sono i giovani, in primo luogo, a portare avanti le proteste e a non rispecchiarsi nei valori incarnati dal Governo. Si tratta di un punto di forza delle rivolte, che ha consentito una propagazione che non sarebbe mai stata possibile in un Paese occidentale. L’Iran infatti è un Paese giovane e più della metà della popolazione ha meno di 30 anni. Le rivolte in effetti stanno avendo una diffusione ed una durata che ha pochi eguali. Inoltre, l’eccezionale durata delle proteste è dovuta anche al fatto che si tratta di un’azione di rivolta spontanea. In altre parole non c’è, ad oggi, una leadership chiara. Questa assenza di un leader risulta essere per certi versi un timore per la classe dirigente, ma comporta anche dei limiti. Da una parte infatti, se ci fosse un leader, il Governo avrebbe un obiettivo preciso e sarebbe più facile mettere a tacere le rivolte. Dall’altra, tuttavia, l’assenza di una figura di riferimento e di una strutturazione organica delle rivolte, conduce al rischio che l’energia che le contraddistingue possa esaurirsi nel tempo. Aleggia quindi la possibilità che le proteste non riescano a trovare un canalizzazione istituzionale, o che altre strutture già organizzate approfittino di questo vuoto, come avvenne in Egitto per i Fratelli Musulmani durante la Primavera Araba nel 2010-2011.

Un altro elemento di forza delle rivolte è la grande identità collettiva. L’Iran ha una storia millenaria, in cui hanno governato grandissime istituzioni come l’Impero Romano e l’Impero Persiano. Nel corso della storia, dunque, il popolo iraniano ha sviluppato una cultura e dei costumi fortemente radicati e condivisi da gran parte della popolazione. Questa coscienza di massa è inevitabilmente terreno fertile per la nascita di moti popolari.

Oltre alla diffusione che hanno avuto in loco le proteste, un ruolo importante è stato giocato anche dai social media. Le notizie delle proteste in Iran oggi sono arrivate in tutto il mondo, con tanto di hashtag e trend di ragazze che si tagliano ciocche di capelli come supporto simbolico alle donne iraniane. È proprio grazie alla comunicazione in tempo reale che le proteste odierne sono riuscite ad avere una così vasta estensione anche dal punto di vista territoriale. Tuttavia è importante non confondere lo strumento con il fine: infatti, è fondamentale avere un messaggio da comunicare (fine), in modo tale da usare i media (mezzo) in modo proficuo.

La risposta del regime alle rivolte per ora è stata notevolmente severa. La direzione intrapresa dalle proteste difficilmente sembra poter portare ad un dialogo a livello governativo. Si è creata una situazione di “muro di gomma”, nella quale le richieste dei rivoltosi non possono trovare una sponda tra nessuno dei membri dell’establishment. Essendo impraticabile la via negoziale, il Governo ha risposto con la violenza. Fino ad oggi si annoverano più di 500 morti, nonché arresti di massa, minacce di esecuzione ed esecuzioni vere e proprie.

Un’altra abile mossa messa in atto dall’establishment è stata quella di insinuare che le proteste siano manovrate dai “nemici della Repubblica Islamica” (Stati Uniti e Israele). Accusare i rivoltosi di essere “strumenti di agende esterne” da una parte delegittima le proteste e, dall’altra, stringe il popolo contro un nemico esterno comune: non si vuole ammettere, chiaramente, che la popolazione sia scontenta del regime.

Nessuna di tali azioni tuttavia è riuscita a sedare il dissenso che continua a crescere. Ad oggi fare una previsione sull’esito delle rivolte è pressoché impossibile, data la varietà di anime che le alimentano. Ipotizzando anche un’eventuale caduta del regime, è difficile prevedere cosa seguirà. Una vera transizione non sembra possibile al momento, non essendoci corpi intermedi (associazioni, partiti…) ma, come in ogni regime autoritario, soltanto i singoli cittadini e il potere.

Il Libano è tornato all’attenzione dell’opinione pubblica in seguito all’esplosione di 2750 tonnellate di nitrato d’ammonio nel porto di Beirut, il 4 agosto 2020. Esplosione che ha provocato 217 morti, oltre 7000 feriti e 300mila sfollati, segnando una delle pagine più drammatiche della storia recente del Paese. Secondo la Banca Mondiale, l’esplosione ha causato danni per circa quattro miliardi di dollari. Infatti, il 90% delle importazioni del Paese, avveniva attraverso il porto di Beirut, snodo economico cruciale del Libano. La maggior parte delle riserve alimentari sono state distrutte ed ancora oggi più di un milione di persone sul territorio libanese si trova in una condizione di povertà assoluta e incertezza alimentare. Le disuguaglianze sociali sono tangibili ed evidentissime e di conseguenza, a fronte di pochi cittadini che possono permettersi di scappare o andarsene, ce ne sono tantissimi intrappolati in un luogo che li costringe a condizioni di vita estremamente misere. Nel Paese ci sono inoltre più di due milioni di rifugiati, in particolare siriani e palestinesi. 

Chiaramente, la gestione dell’emergenza ha portato alla luce con maggiore forza una crisi economica che già da anni incombe sul Libano, che già altre volte aveva versato in condizioni di dissesto finanziario.  Il debito pubblico del Paese supera il 100% del PIL da decenni, e oggi sfiora il 180%. E dal 2018 Beirut attraversa una recessione che in tre anni ha spazzato via il 40% del reddito pro capite e la valuta locale ha subito una svalutazione del 90% nei confronti del dollaro.

Quello che era uno dei Paesi più ricchi del Medio Oriente, pur con tanti problemi, a marzo dell’anno scorso ha dichiarato bancarotta per la prima volta nella sua storia. 

La situazione, a due anni da questo accadimento disastroso, è tutt’altro che in ripresa. Il Paese è al collasso politico ed economico. La principale forza politico-militare libanese resta Hezbollah, organizzazione sciita e filo iraniana. Mancano le risorse per far fronte alle esigenze primarie degli abitanti, come i farmaci o la corrente elettrica, che in molte città o quartieri non è ancora stata ripristinata. Così, le strade sono al buio, negli ospedali non è possibile operare, nelle case non si può utilizzare alcun elettrodomestico, la conservazione dei cibi non è quasi più possibile, gli ascensori non funzionano. Le condizioni sanitarie sono drammatiche. I medici scappano altrove, quelli che rimangono devono trovare carburante di contrabbando per poter operare o tenere accesi i macchinari per analisi ed esami. 

La situazione in Libano non accenna a migliorare. Nelle ultime ore, durante un incontro con il sottosegretario generale delle Nazioni Unite, Amina Mohammad, Il primo ministro libanese, Najib Miqati, ha chiesto il sostegno delle Nazioni Unite alla sicurezza alimentare del Libano, secondo il piano Onu per far fronte alle ripercussioni della la guerra in Ucraina. Infatti, la guerra tra Ucraina e Russia, sta avendo conseguenze devastanti in Libano aumentando la situazione di povertà estrema in cui versa la popolazione. Nell’incontro con il sottosegretario generale dell’Onu, Miqati ha anche invitato le Nazioni Unite a “sostenere il Libano nell’affrontare le molteplici sfide derivanti dalla crisi degli sfollati siriani”, una crisi che ha colpito il Paese dall’inizio della guerra in Siria nel 2011 in tutti i settori: sociale, economico, sicurezza e politico.

1) Per approfondire, “Hezbollah in Libano: tra politica e lotta armata”, pubblicato sempre su questa pagina il 4 Marzo 2021.

Fonti consultate

Florence Mediterranean Mayor’s Forum 

Noi crediamo che il Mediterraneo sia ancora oggi ciò che era in passato: una fonte inesauribile di creatività, un vivace e universale focolaio che irradia l’umanità con la luce della conoscenza, la grazia della bellezza e il calore della fraternità(Giorgio La Pira, “Congresso Mediterraneo della Cultura”, 19 febbraio 1960).

È con queste parole che, la mattina del 25 febbraio, presso il Salone dei Cinquecento, ha inizio il Convegno dei sindaci del Mediterraneo, voluto dal sindaco Nardella, nel segno dei Colloqui del Mediterraneo di Giorgio La Pira, in contemporanea ai lavori del Convegno dei Vescovi del Mediterraneo.

Ho avuto la grande opportunità di poter partecipare alle tre giornate di lavori che si sono svolte in alcuni dei luoghi più significativi della città, Palazzo Vecchio, Teatro del Maggio Musicale e Chiesa di Santa Croce, grazie all’Università di Firenze che ha deciso di selezionare 25 studenti ai quali dare la possibilità di fare un’importante esperienza di citizen political inclusion. In particolare, ho avuto il piacere di svolgere attività di supporto e orientamento per la sindaca della città di Sarajevo, Benjamina Karic, avendo così l’occasione di testimoniare l’impegno e la dedizione che ognuno dei sindaci ha dimostrato durante i lavori. 

Ancora di più, questi sono stati giorni speciali per me, poiché vissuti nello spirito dell’Opera.

L’obiettivo della Conferenza è stato quello di favorire una nuova attenzione verso il Mediterraneo, attraverso il dialogo tra le sue città principali, promuovendo e accogliendo azioni che incoraggino e diano un supporto alla cooperazione e alla pace. 

Proprio il sindaco Nardella, in apertura dell’evento, ha voluto rendere omaggio a La Pira, invitando i sindaci a cooperare per la pace, nella consapevolezza delle diversità che caratterizzano i popoli del Mediterraneo, ma sottolineando le comuni radici che questi condividono. Radici in virtù delle quali i sindaci delle città mediterranee si sentano chiamati a collaborare, riconoscendo l’importanza fondamentale delle città come attrici politiche ed istituzionali sulla scena internazionale, soprattutto in un periodo storico in cui i governi nazionali dimostrano difficoltà nel comprendere la complessità delle problematiche che interessano più direttamente i cittadini.  

La prima giornata di lavori si è articolata in quattro sessioni, ognuna delle quali dedicata ad una questione di attualità la cui discussione si rende necessaria per poter creare un’azione comune e concreta da parte delle città: sviluppo culturale e cooperazione; sanità pubblica e protezione sociale; ambiente e sviluppo economico sostenibile; migrazioni attraverso il Mediterraneo. A partire dall’intervento di un ospite e tramite la presenza di un moderatore, si sono tenuti i “dialoghi urbani”, ovvero sessioni di dialogo tra i sindaci, che hanno potuto così presentare e discutere problematiche che affliggono le realtà cittadine. I temi affrontati sono stati molti, gli interventi e il confronto interessanti e, soprattutto, sono state proposte soluzioni concrete alla necessità di raggiungere la stabilità, la coesistenza pacifica e lo sviluppo economico-sociale nella regione mediterranea attraverso lo sviluppo culturale, alla base del miglioramento.

In particolare, mi hanno colpito le parole del professore Romano Prodi che, citando Giorgio La Pira, ha affermato che il dialogo è possibile, la pace non è un’utopia ma un obiettivo concreto e, proprio al fine di raggiungerlo è necessario partire dalla cultura e dalla formazione, proponendo così l’idea di un’Università del Mediterraneo. Un sistema di università paritarie, con doppia sede una al nord e una al sud, con numero uguale di professori e studenti del nord e del sud, cosicché dopo qualche anno si costituirebbe una comunità di migliaia di ragazzi che studiano insieme e si confrontano, che sono capaci di contribuire in modo concreto al futuro del Mediterraneo, oggi fortemente frammentato e in conflitto. 

Inoltre, durante la sessione dedicata alla questione dei flussi migratori che interessano il Mediterraneo, si sono susseguiti interventi da parte di importanti figure, quali Filippo Grandi, alto commissario ONU per i rifugiati, e Antonio Vitorino, direttore generale dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni. Tuttavia, personalmente, ritengo che sia stato di impatto ancora maggiore lo spazio di dibattitto e confronto apertosi successivamente, quando molti sindaci hanno preso la parola per affrontare  il problema della gestione degli ingenti flussi migratori attraverso il Mediterraneo, proponendo possibili soluzioni concrete, attraverso l’implementazione di nuove politiche pubbliche, sottolineando come l’azione delle città e dei sindaci ricopra un ruolo primario nell’ambito dell’accoglienza e dell’integrazione. In particolare, ho reputato interessanti e significative le parole del primo cittadino di Pozzallo, Roberto Ammatuna, che citando La Pira, originario proprio di questo comune in provincia di Ragusa, ha rilanciato l’idea della necessità di una politica euro-mediterranea, poiché “il concetto di Europa, altrimenti, non produce niente di soddisfacente se non è arricchito dal concetto di Mediterraneo”.

Il 26 febbraio, secondo giorno di lavori, sindaci e vescovi si sono riuniti, prima nel Salone dei Cinquecento e poi presso il Teatro del Maggio Musicale, in un incontro simbolico ma non solo, poiché ha rappresentato una fondamentale occasione di dialogo tra religione e politica per la collaborazione volta alla costruzione della Pace.

Da un lato è di rilievo storico che le Chiese mediterranee si siano incontrate, a prescindere dalle loro diversità, forti del fatto che la dimensione religiosa può svolgere un ruolo di primaria importanza per la cultura della solidarietà e di conseguenze per la politica della pace. Dall’altro lato, questo evento rappresenta la possibilità per la politica di assumere nuovamente la componente spirituale che nel corso del tempo è andata perdendo. L’incontro avvenuto tra religione e politica può essere un evento utile per superare la perdita di una visione unitaria, integrale della vita umana, in cui la politica è illuminata dal Vangelo ed è il più grande atto di carità, come sosteneva La Pira.  

A tal proposito, la giornata è stata ricca di interventi, a partire da quello del Cardinale Bassetti e di Monsignor Raspanti che hanno aperto lo spazio di incontro tra sindaci e vescovi, i quali hanno partecipato attivamente alla presentazione di idee e proposte concrete per la realizzazione di un rapporto e dialogo interculturale e interreligioso. 

Tra questi, ricordo con piacere Monsignor Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme, il quale ha ribadito quanto sia necessario lavorare ancora affinché venga raggiunto un buon grado di dialogo tra attori istituzionali ed ecclesiastici.

Alla fine della mattina, a conclusione del dialogo intercorso tra sindaci e vescovi è stata presentata e firmata la Dichiarazione di Firenze, ovvero una carta che si presenta simbolicamente come un ponte tra Europa e Mediterraneo, sottoscritta dai partecipanti ai due convegni, in cui sono suggellati valori e ideali quali la pace, sviluppo sociale ed economico, cultura e relazione tra i popoli, dei quali è auspicabile che i primi cittadini e i rappresentanti religiosi si facciano portatori. 

Successivamente, presso il Teatro del Maggio Musicale, si è tenuta una tavola rotonda che ha visto il coinvolgimento di Giampiero Massolo, presidente ISPI, Jean-Marc Aveline, vescovo di Marsiglia, la sindaca di Sarajevo, la vicesindaca di Tel Aviv e il sindaco di Izmir, con la partecipazione di Rondine Cittadella della Pace. È stato un momento di confronto, ma non solo, in quanto ha rappresentato anche l’occasione per denunciare ad una voce sola la guerra in Ucraina, chiedendo che Kiev non fosse sottoposta allo stesso destino a cui Sarajevo è stata sottoposta trent’anni fa.  

Infine, il cardinale Bassetti ha voluto concludere regalando un discorso, a mio parare, pregno di significato. Infatti, ha sottolineato che i giovani sono “rondini che volano verso la primavera” – come ripeteva La Pira, e verso l’orizzonte della Pace, della Giustizia e dell’Amore, che sono i valori presenti nella Carta di Firenze; però, i giovani hanno necessariamente bisogno di punti di appoggio, dove risposare, e questi devono essere gli adulti, che quindi hanno il compito di dare loro sostegno restando umili e, soprattutto, con la consapevolezza che sono i giovani ad indicare la strada e a farsi portatori dei valori necessari. Infine, ha aggiunto che questo è anche proprio il significato della città che è unica, irripetibile, viva; la città non ha la struttura dello Stato, non ha le armi e quindi deve essere pacifica, nella città si vedono i problemi della gente.

A conclusione dell’evento, domenica mattina 27 febbraio, si è tenuto un ultimo grande momento storico: il dialogo tra la città di Istanbul, Atene e Gerusalemme. I sindaci di queste città, dall’importante portato storico, artistico e culturale, si sono confrontate per la prima volta, lanciando un ulteriore messaggio di apertura alla cooperazione, al dialogo interculturale e interreligioso per il raggiungimento della pace tra i popoli. 

A distanza di alcune settimane, soffermandomi a guardare ciò che è stato il Convegno dei Sindaci, e dei Vescovi, del Mediterraneo, capisco quanto sia stato un evento epocale, nel segno profetico di La Pira, per effetto del quale l’Europa non potrà più far finta di nulla e ignorare i problemi del Mediterraneo. Inoltre, l’incontro dei sindaci assume e attualizza uno dei capisaldi del pensiero lapiriano: le città sono il nesso attraverso cui passa la storia e hanno una concreta vocazione internazionale. Quindi, ecco, costruire il futuro, costruire le città, abbattere i muri e costruire ponti e fidarsi dei giovani, perché noi siamo le rondini che volano verso la primavera e gli adulti hanno il compito di seguire il nostro volo e volare con noi.   

Rachele Vannini

Le Chiese del Mediterraneo si incontrano a Firenze

Tra mercoledì 23 e domenica 27 dello scorso mese, si è tenuto a Firenze il forum ecclesiale “Mediterraneo frontiera di pace” che ha coinvolto sessanta cardinali, patriarchi e vescovi di trenta paesi del Mediterraneo, in tandem con l’analogo incontro pensato per i sindaci di sessantacinque città di questi Paesi. L’appuntamento, naturale proseguimento dei lavori avviati a Bari nel 2020, è stato pensato dalla CEI e organizzato insieme con l’amministrazione del comune di Firenze.

Scopo di questi colloqui è quello di avvicinare realtà apparentemente lontane, costruire una rete di relazioni all’interno della chiesa cattolica tutta e rinvigorire l’azione di testimonianza nelle comunità locali, con la ricchezza acquisita dall’ascolto dell’altrui esperienza. Tuttavia, i vescovi hanno ritenuto importante che all’incontro e al dialogo seguisse l’azione: l’idea è quella di un’«opera segno» che dia continuità alle parole. È così che, come da Bari2020 è nato il progetto con i giovani di Rondine – cittadella della Pace, nella fase preparatoria dell’appuntamento fiorentino l’Opera per la gioventù Giorgio La Pira assieme alla Fondazione Giovanni Paolo II, alla Fondazione Giorgio La Pira e al Centro Internazionale La Pira ha presentato alla CEI un progetto, poi approvato, che consentisse la creazione di un “Consiglio dei giovani cattolici del Mediterraneo”.

Insieme a Tina Hamalaya, referente per la Fondazione Giovanni Paolo II, il mio compito, come referente per l’Opera, era quello di presentare ai vescovi delle altre conferenze episcopali e dei numerosi sinodi presenti tale progetto: è così che ho avuto l’occasione di conoscere alcune figure di rilievo del mondo della Chiesa cattolica, anche nelle loro espressioni più umane. È stato inevitabile, stando a stretto contatto con il gruppo per cinque giorni, notare gli aspetti caratteristici di coloro con i quali ho condiviso un pasto, spesso e volentieri l’occasione nella quale trovavo più spazio per costruire relazioni genuine e private di tanti filtri, o magari un viaggio in taxi o in autobus.

Al pranzo del mercoledì Tina, di origine libanese, mi ha detto che eravamo in compagnia “del suo amico vescovo”, che poi ho conosciuto come Vicario apostolico di Beirut in Libano, Sua Eccellenza Mons. Cesar Essayan. Fuori dal ristorante ci siamo poi imbattuti in S.E.R. Mons. Ilario Antoniazzi, Arcivescovo di Tunisi e S.E.R. Mons. Stanislav Hocevar, sloveno, Arcivescovo di Belgrado, Segretario Generale della Conferenza episcopale internazionale dei Santi Cirillo e Metodio, invitandoli dunque a pranzo con noi. Con Monsignor Hocevar, il quale si è affidato a noi per l’ordinazione di una buona carbonara, ho potuto dialogare a lungo sulle difficoltà di una Chiesa che raccoglie dentro di sé numerose anime, etnie e culture, spesso e volentieri in aperto contrasto tra loro: basti pensare che nella stessa Conferenza episcopale troviamo serbi, montenegrini, kosovari e macedoni del nord.

Mons. Cesar, col quale mi sono trovato a condividere molti momenti in quei giorni, è un amico della Fondazione Giovanni Paolo II, che infatti ha molti progetti attivi in Libano; ho scoperto in lui una persona ricca di esperienza e di profondità, che dietro un’apparenza di placida e bonaria pacatezza, nasconde un’astuzia vigile e sottile.

Nel pomeriggio il presidente del consiglio, Mario Draghi, è passato a salutare l’assemblea che cominciava a preparare i lavori; non nascondo di aver provato una certa, reverenziale, emozione nell’averlo visto passare proprio di fronte a me. Tra i tanti spunti, il presidente nel suo discorso ha ricordato i Colloqui mediterranei voluti da La Pira tra il 1958 e il 1964, sottolineando il ruolo del dialogo interreligioso nella costruzione della pace, e ha voluto dedicare parole particolarmente calcate all’esigenza di guardare ai giovani, affinché non siano lasciati ai margini, ma anzi siano protagonisti. Poi il saluto di Bassetti, Presidente della CEI, il quale ha ribadito la missione delle Chiese nel Mediterraneo, ricordando spesso la figura di La Pira: lo ha fatto anche citando David Sassoli.

Giovedì mattina il risveglio è stato tetro e greve: la notizia dell’invasione russa in Ucraina ha sconvolto il mondo. Già durante la celebrazione eucaristica delle 7:30 l’intenzione di pregare per la pace si è sentita forte. Bassetti ha riferito di essere in contatto con l’arcivescovo di Kyiv, Mons. Svjatoslav Ševčuk, rifugiatosi con molti fedeli nei locali sotterranei della cattedrale.

La mattina ha visto quindi iniziare i lavori di gruppo, in sette tavoli, dopodiché i vescovi si sono nuovamente riuniti in plenaria nel pomeriggio. Nel confronto sono emerse sovente molte delle difficoltà che le Chiese più periferiche si trovano ad affrontare quotidianamente; tra tutte, si rammentavano spesso la mancanza di risorse e la convivenza, non sempre pacifica, con altre confessioni e culture. In Grecia, per esempio, è difficilissimo parlare di ecumenismo, poiché da molti è considerato come una “paneresia”. Durante l’assemblea, in un momento di silenzio, è squillato un telefono; mentre mi chiedevo chi avesse dimenticato la suoneria accesa, non senza uno sguardo indagatore, vedo che si alza Bassetti a rispondere: era Mattarella che ci teneva a confermare la sua presenza alla messa di domenica, nonostante e anzi ancor più voluta dopo l’annuncio della mancata presenza del Santo Padre, riferita la mattina, per motivi di salute. Più tardi, ci siamo spostati nella Basilica di Santo Spirito per un momento di approfondimento sul dialogo interreligioso. Insieme alla Pastora della Chiesa Valdese Letizia Tomassone e al neo-rabbino capo di Firenze, Gadi Piperno, ho ritrovato Izzedin Elzir, imam di Firenze e amico di lunga data dell’Opera, presente in molti degli ultimi Campi Internazionali al Villaggio La Vela. Firenze è in qualche modo la culla del dialogo interreligioso, come era chiaro a La Pira, e oggi esiste una forte collaborazione e una bella rete di relazioni tra le numerose comunità religiose che la città accoglie: molti vescovi presenti sono rimasti stupiti e si sono chiesti se qualcosa del genere potesse mai accadere nei loro luoghi.

Al pranzo di venerdì, che al solito ho passato in compagnia di Mons. Cesar, ho potuto godere anche della presenza di padre Francesco Patton, Custode di Terra Santa, S.E.R. Mons. Petros Stefanou, Vescovo di Syros, Milos e Santorini e da pochi mesi presidente del Santo Sinodo dei vescovi cattolici di Grecia, e S. Em. Card. Leonardo Sandri, Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali presso la Santa Sede, il cui segretario, don Flavio, si è mostrato molto interessato alle attività dell’Opera. Al momento del dolce, ho assistito ad un momento che non dimenticherò, non tanto per la sua importanza, relativamente trascurabile, quanto piuttosto perché, ancora una volta, mi ha dato la possibilità di vedere eminenze, beatitudini ed eccellenze affrancarsi dai volti austeri e severi per vivere un sereno momento di convivialità, cantando insieme “tanti auguri” al Card. Betori per il suo settantacinquesimo compleanno, canto che ha accompagnato Bassetti che portava in mano una torta con una candelina, sulla quale ha poi voluto fare anche una battuta.

La domenica mattina, in Palazzo Vecchio, vescovi e sindaci si sono riuniti insieme per firmare il documento redatto alla fine dei lavori, la “Carta di Firenze”. Hanno parlato, tra gli altri, i sindaci delle città di Atene, Istambul e Gerusalemme, accolti con entusiasmo dall’omologo Nardella. Dopo la messa, presieduta da Bassetti e che ha visto la partecipazione del Presidente della Repubblica, ci siamo trattenuti per pranzo presso il convento di Santa Croce, e ho potuto ancora scambiare due parole con il Patriarca di Gerusalemme, Sua Beatitudine Pierbattista Pizzaballa e con il sindaco Nardella, che ha ricordato con grande piacere le sue presenze al Campo Internazionale. 

Una volta conclusi i lavori ho accompagnato alla stazione l’amico Mons. Giovanni Nerbini, col quale ho condiviso tante delle esperienze che l’Opera mi ha regalato, non ultimo il viaggio che l’associazione organizzò in Russia nel 2018 per un gruppo di giovani. Prima di salutarci alla stazione, parlando con lui ripercorrevo le emozioni di quei giorni, che mi avevano mostrato una Chiesa fatta di uomini, fatta di carne; seria, ma capace di leggerezza, accogliente, ma non esente dalle debolezze che gli uomini portano con loro, umana come forse mai avevo avuto l’occasione di vedere. In questi pensieri, che nella mia mente hanno avvicinato le figure istituzionali alla quotidianità, ho realizzato ancora di più quanto la figura del laico sia più che mai importante e affatto secondaria, come dimostrano Pino e il professor La Pira, insieme a tanti altri; la Chiesa è una e non può prescindere dalle persone che la abitano, ha bisogno di loro perché le parole dei vescovi possano farsi opera, ha la necessità che le relazioni fioriscano tra coloro che si sentono diversi e divisi gli uni dagli altri, perché camminiamo insieme sul sentiero della pace indicato dal Signore.

Tommaso Righi

Il 13 settembre 2022, a Teheran, Mahsa Amini è stata arrestata dalla polizia religiosa iraniana per non aver correttamente osservato la normativa sull’obbligo di portare il velo. La ragazza è stata portata in una stazione di polizia ed è deceduta, in circostanze non chiarite, il 16 settembre 2022. Mahsa, 22 anni, era di origine curda e proveniva dalla provincia del Kurdistan, dove i controlli sui comportamenti sociali sono meno severi rispetto a Teheran.

La morte di Mahsa Amini è stata descritta da molti come “la goccia che ha fatto traboccare il vaso”. Dopo il suo arresto, molti iraniani sono scesi in piazza e, da settembre, stanno portando avanti quella che è la rivolta più duratura della storia dell’Iran dopo quella del 1979 (vedi il report dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale – ISPI).

Mappa dei principali focolai di protesta in Iran nel periodo 16 Settembre – 7 Dicembre. Fonte: ISW – Institute for the Study of War

Il leitmotiv che guida le proteste pone le sue basi sulle parole chiave: “donne, vita, libertà”.

Come accade per ogni evento storico, non esiste un motivo specifico per cui sia stata proprio la morte di Mahsa, e non un altro evento, a segnare l’inizio delle rivolte. Infatti, andando ad esaminare la situazione del Paese, emerge come la morte di Mahsa Amini e l’obbligo di portare il velo siano solo la punta dell’iceberg di un malumore sociale che ha radici ben più profonde e complesse.

L’Iran non è un Paese nuovo a sommosse popolari che spesso appaiono di dimensioni enormi a noi occidentali. Partendo a ritroso, la protesta dalle conseguenze più rilevanti è sicuramente quella con cui il popolo Iraniano, nel 1979, riuscì a costringere all’esilio lo Scià di Persia.

L’ordine di grandezza delle proteste scatenatesi anche a seguito della morte di Mahsa Amini richiama obbligatoriamente alla mente la rivoluzione del 1979, sebbene siano necessari dei paragoni e delle precisazioni.

La rivolta che portò all’esilio dello Scià fu indubbiamente la somma di molteplici fattori. I moti di protesta infatti avevano come obiettivo la liberazione da un regime ormai corrotto. Anche nelle proteste odierne una fetta dei rivoltosi persegue la stessa meta, sebbene ancora non abbiano raggiunto la dimensione “rivoluzionaria” che caratterizzò quelle del ’79. Si noti che la generazione che guidò quelle proteste crede ancora, anche solo parzialmente, nell’ideale della repubblica Islamica. Dunque, tale generazione non è schierata a favore delle proteste in atto.

Provando a leggere fra le righe delle proteste odierne, si possono individuare diversi fattori che le animano e le differenziano dalla rivoluzione del ’79.

In primo luogo, le rivolte sono alimentate da motivi politici e da una richiesta di maggior libertà e dignità. Nell’estate del 2022, da parte del Governo Iraniano, vi è stato un inasprimento delle misure di controllo sulle regole di abbigliamento, con conseguenti proteste delle popolazioni giovanili. Tali misure hanno previsto, tra le altre cose, l’istituzione di una “Giornata dell’Hijab e della castità”. Inoltre, è stato stilato un nuovo codice di abbigliamento dedicato solamente al genere femminile. È stata poi definita la possibilità di utilizzare il riconoscimento facciale per individuare le donne vestite in modo improprio nei luoghi pubblici. Segue dunque che lo scontro con il Governo per una maggior libertà sia una delle cause principali delle rivolte.

Anche la religione ha poi un ruolo fondamentale nelle proteste. Tuttavia, è importante sottolineare che quelle iraniane non sono proteste contro la religione, quanto piuttosto contro un’interpretazione radicale dell’Islam. I giovani iraniani, infatti, si sentono privati non soltanto delle libertà personali, ma anche di speranza per il loro futuro. Il potere religioso, in opposizione, utilizza a titolo di esempio i disagi sociali presenti in Occidente (come prostituzione, tossicodipendenza…) come conseguenza necessaria di uno stile di vita più libero.

Un’altra motivazione, più nascosta, alla base delle rivolte risiede anche nel malcontento provocato dalla disastrosa situazione economica in cui vive gran parte della popolazione iraniana, essendo il Paese gravato da molteplici sanzioni economiche imposte dall’Occidente.

Dalle proteste emerge poi che lo scontro, oltre ad essere politico e religioso, è anche generazionale. Sono i giovani, in primo luogo, a portare avanti le proteste e a non rispecchiarsi nei valori incarnati dal Governo. Si tratta di un punto di forza delle rivolte, che ha consentito una propagazione che non sarebbe mai stata possibile in un Paese occidentale. L’Iran infatti è un Paese giovane e più della metà della popolazione ha meno di 30 anni. Le rivolte in effetti stanno avendo una diffusione ed una durata che ha pochi eguali. Inoltre, l’eccezionale durata delle proteste è dovuta anche al fatto che si tratta di un’azione di rivolta spontanea. In altre parole non c’è, ad oggi, una leadership chiara. Questa assenza di un leader risulta essere per certi versi un timore per la classe dirigente, ma comporta anche dei limiti. Da una parte infatti, se ci fosse un leader, il Governo avrebbe un obiettivo preciso e sarebbe più facile mettere a tacere le rivolte. Dall’altra, tuttavia, l’assenza di una figura di riferimento e di una strutturazione organica delle rivolte, conduce al rischio che l’energia che le contraddistingue possa esaurirsi nel tempo. Aleggia quindi la possibilità che le proteste non riescano a trovare un canalizzazione istituzionale, o che altre strutture già organizzate approfittino di questo vuoto, come avvenne in Egitto per i Fratelli Musulmani durante la Primavera Araba nel 2010-2011.

Un altro elemento di forza delle rivolte è la grande identità collettiva. L’Iran ha una storia millenaria, in cui hanno governato grandissime istituzioni come l’Impero Romano e l’Impero Persiano. Nel corso della storia, dunque, il popolo iraniano ha sviluppato una cultura e dei costumi fortemente radicati e condivisi da gran parte della popolazione. Questa coscienza di massa è inevitabilmente terreno fertile per la nascita di moti popolari.

Oltre alla diffusione che hanno avuto in loco le proteste, un ruolo importante è stato giocato anche dai social media. Le notizie delle proteste in Iran oggi sono arrivate in tutto il mondo, con tanto di hashtag e trend di ragazze che si tagliano ciocche di capelli come supporto simbolico alle donne iraniane. È proprio grazie alla comunicazione in tempo reale che le proteste odierne sono riuscite ad avere una così vasta estensione anche dal punto di vista territoriale. Tuttavia è importante non confondere lo strumento con il fine: infatti, è fondamentale avere un messaggio da comunicare (fine), in modo tale da usare i media (mezzo) in modo proficuo.

La risposta del regime alle rivolte per ora è stata notevolmente severa. La direzione intrapresa dalle proteste difficilmente sembra poter portare ad un dialogo a livello governativo. Si è creata una situazione di “muro di gomma”, nella quale le richieste dei rivoltosi non possono trovare una sponda tra nessuno dei membri dell’establishment. Essendo impraticabile la via negoziale, il Governo ha risposto con la violenza. Fino ad oggi si annoverano più di 500 morti, nonché arresti di massa, minacce di esecuzione ed esecuzioni vere e proprie.

Un’altra abile mossa messa in atto dall’establishment è stata quella di insinuare che le proteste siano manovrate dai “nemici della Repubblica Islamica” (Stati Uniti e Israele). Accusare i rivoltosi di essere “strumenti di agende esterne” da una parte delegittima le proteste e, dall’altra, stringe il popolo contro un nemico esterno comune: non si vuole ammettere, chiaramente, che la popolazione sia scontenta del regime.

Nessuna di tali azioni tuttavia è riuscita a sedare il dissenso che continua a crescere. Ad oggi fare una previsione sull’esito delle rivolte è pressoché impossibile, data la varietà di anime che le alimentano. Ipotizzando anche un’eventuale caduta del regime, è difficile prevedere cosa seguirà. Una vera transizione non sembra possibile al momento, non essendoci corpi intermedi (associazioni, partiti…) ma, come in ogni regime autoritario, soltanto i singoli cittadini e il potere.

Il Libano è tornato all’attenzione dell’opinione pubblica in seguito all’esplosione di 2750 tonnellate di nitrato d’ammonio nel porto di Beirut, il 4 agosto 2020. Esplosione che ha provocato 217 morti, oltre 7000 feriti e 300mila sfollati, segnando una delle pagine più drammatiche della storia recente del Paese. Secondo la Banca Mondiale, l’esplosione ha causato danni per circa quattro miliardi di dollari. Infatti, il 90% delle importazioni del Paese, avveniva attraverso il porto di Beirut, snodo economico cruciale del Libano. La maggior parte delle riserve alimentari sono state distrutte ed ancora oggi più di un milione di persone sul territorio libanese si trova in una condizione di povertà assoluta e incertezza alimentare. Le disuguaglianze sociali sono tangibili ed evidentissime e di conseguenza, a fronte di pochi cittadini che possono permettersi di scappare o andarsene, ce ne sono tantissimi intrappolati in un luogo che li costringe a condizioni di vita estremamente misere. Nel Paese ci sono inoltre più di due milioni di rifugiati, in particolare siriani e palestinesi. 

Chiaramente, la gestione dell’emergenza ha portato alla luce con maggiore forza una crisi economica che già da anni incombe sul Libano, che già altre volte aveva versato in condizioni di dissesto finanziario.  Il debito pubblico del Paese supera il 100% del PIL da decenni, e oggi sfiora il 180%. E dal 2018 Beirut attraversa una recessione che in tre anni ha spazzato via il 40% del reddito pro capite e la valuta locale ha subito una svalutazione del 90% nei confronti del dollaro.

Quello che era uno dei Paesi più ricchi del Medio Oriente, pur con tanti problemi, a marzo dell’anno scorso ha dichiarato bancarotta per la prima volta nella sua storia. 

La situazione, a due anni da questo accadimento disastroso, è tutt’altro che in ripresa. Il Paese è al collasso politico ed economico. La principale forza politico-militare libanese resta Hezbollah, organizzazione sciita e filo iraniana. Mancano le risorse per far fronte alle esigenze primarie degli abitanti, come i farmaci o la corrente elettrica, che in molte città o quartieri non è ancora stata ripristinata. Così, le strade sono al buio, negli ospedali non è possibile operare, nelle case non si può utilizzare alcun elettrodomestico, la conservazione dei cibi non è quasi più possibile, gli ascensori non funzionano. Le condizioni sanitarie sono drammatiche. I medici scappano altrove, quelli che rimangono devono trovare carburante di contrabbando per poter operare o tenere accesi i macchinari per analisi ed esami. 

La situazione in Libano non accenna a migliorare. Nelle ultime ore, durante un incontro con il sottosegretario generale delle Nazioni Unite, Amina Mohammad, Il primo ministro libanese, Najib Miqati, ha chiesto il sostegno delle Nazioni Unite alla sicurezza alimentare del Libano, secondo il piano Onu per far fronte alle ripercussioni della la guerra in Ucraina. Infatti, la guerra tra Ucraina e Russia, sta avendo conseguenze devastanti in Libano aumentando la situazione di povertà estrema in cui versa la popolazione. Nell’incontro con il sottosegretario generale dell’Onu, Miqati ha anche invitato le Nazioni Unite a “sostenere il Libano nell’affrontare le molteplici sfide derivanti dalla crisi degli sfollati siriani”, una crisi che ha colpito il Paese dall’inizio della guerra in Siria nel 2011 in tutti i settori: sociale, economico, sicurezza e politico.

1) Per approfondire, “Hezbollah in Libano: tra politica e lotta armata”, pubblicato sempre su questa pagina il 4 Marzo 2021.

Fonti consultate

Florence Mediterranean Mayor’s Forum 

Noi crediamo che il Mediterraneo sia ancora oggi ciò che era in passato: una fonte inesauribile di creatività, un vivace e universale focolaio che irradia l’umanità con la luce della conoscenza, la grazia della bellezza e il calore della fraternità(Giorgio La Pira, “Congresso Mediterraneo della Cultura”, 19 febbraio 1960).

È con queste parole che, la mattina del 25 febbraio, presso il Salone dei Cinquecento, ha inizio il Convegno dei sindaci del Mediterraneo, voluto dal sindaco Nardella, nel segno dei Colloqui del Mediterraneo di Giorgio La Pira, in contemporanea ai lavori del Convegno dei Vescovi del Mediterraneo.

Ho avuto la grande opportunità di poter partecipare alle tre giornate di lavori che si sono svolte in alcuni dei luoghi più significativi della città, Palazzo Vecchio, Teatro del Maggio Musicale e Chiesa di Santa Croce, grazie all’Università di Firenze che ha deciso di selezionare 25 studenti ai quali dare la possibilità di fare un’importante esperienza di citizen political inclusion. In particolare, ho avuto il piacere di svolgere attività di supporto e orientamento per la sindaca della città di Sarajevo, Benjamina Karic, avendo così l’occasione di testimoniare l’impegno e la dedizione che ognuno dei sindaci ha dimostrato durante i lavori. 

Ancora di più, questi sono stati giorni speciali per me, poiché vissuti nello spirito dell’Opera.

L’obiettivo della Conferenza è stato quello di favorire una nuova attenzione verso il Mediterraneo, attraverso il dialogo tra le sue città principali, promuovendo e accogliendo azioni che incoraggino e diano un supporto alla cooperazione e alla pace. 

Proprio il sindaco Nardella, in apertura dell’evento, ha voluto rendere omaggio a La Pira, invitando i sindaci a cooperare per la pace, nella consapevolezza delle diversità che caratterizzano i popoli del Mediterraneo, ma sottolineando le comuni radici che questi condividono. Radici in virtù delle quali i sindaci delle città mediterranee si sentano chiamati a collaborare, riconoscendo l’importanza fondamentale delle città come attrici politiche ed istituzionali sulla scena internazionale, soprattutto in un periodo storico in cui i governi nazionali dimostrano difficoltà nel comprendere la complessità delle problematiche che interessano più direttamente i cittadini.  

La prima giornata di lavori si è articolata in quattro sessioni, ognuna delle quali dedicata ad una questione di attualità la cui discussione si rende necessaria per poter creare un’azione comune e concreta da parte delle città: sviluppo culturale e cooperazione; sanità pubblica e protezione sociale; ambiente e sviluppo economico sostenibile; migrazioni attraverso il Mediterraneo. A partire dall’intervento di un ospite e tramite la presenza di un moderatore, si sono tenuti i “dialoghi urbani”, ovvero sessioni di dialogo tra i sindaci, che hanno potuto così presentare e discutere problematiche che affliggono le realtà cittadine. I temi affrontati sono stati molti, gli interventi e il confronto interessanti e, soprattutto, sono state proposte soluzioni concrete alla necessità di raggiungere la stabilità, la coesistenza pacifica e lo sviluppo economico-sociale nella regione mediterranea attraverso lo sviluppo culturale, alla base del miglioramento.

In particolare, mi hanno colpito le parole del professore Romano Prodi che, citando Giorgio La Pira, ha affermato che il dialogo è possibile, la pace non è un’utopia ma un obiettivo concreto e, proprio al fine di raggiungerlo è necessario partire dalla cultura e dalla formazione, proponendo così l’idea di un’Università del Mediterraneo. Un sistema di università paritarie, con doppia sede una al nord e una al sud, con numero uguale di professori e studenti del nord e del sud, cosicché dopo qualche anno si costituirebbe una comunità di migliaia di ragazzi che studiano insieme e si confrontano, che sono capaci di contribuire in modo concreto al futuro del Mediterraneo, oggi fortemente frammentato e in conflitto. 

Inoltre, durante la sessione dedicata alla questione dei flussi migratori che interessano il Mediterraneo, si sono susseguiti interventi da parte di importanti figure, quali Filippo Grandi, alto commissario ONU per i rifugiati, e Antonio Vitorino, direttore generale dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni. Tuttavia, personalmente, ritengo che sia stato di impatto ancora maggiore lo spazio di dibattitto e confronto apertosi successivamente, quando molti sindaci hanno preso la parola per affrontare  il problema della gestione degli ingenti flussi migratori attraverso il Mediterraneo, proponendo possibili soluzioni concrete, attraverso l’implementazione di nuove politiche pubbliche, sottolineando come l’azione delle città e dei sindaci ricopra un ruolo primario nell’ambito dell’accoglienza e dell’integrazione. In particolare, ho reputato interessanti e significative le parole del primo cittadino di Pozzallo, Roberto Ammatuna, che citando La Pira, originario proprio di questo comune in provincia di Ragusa, ha rilanciato l’idea della necessità di una politica euro-mediterranea, poiché “il concetto di Europa, altrimenti, non produce niente di soddisfacente se non è arricchito dal concetto di Mediterraneo”.

Il 26 febbraio, secondo giorno di lavori, sindaci e vescovi si sono riuniti, prima nel Salone dei Cinquecento e poi presso il Teatro del Maggio Musicale, in un incontro simbolico ma non solo, poiché ha rappresentato una fondamentale occasione di dialogo tra religione e politica per la collaborazione volta alla costruzione della Pace.

Da un lato è di rilievo storico che le Chiese mediterranee si siano incontrate, a prescindere dalle loro diversità, forti del fatto che la dimensione religiosa può svolgere un ruolo di primaria importanza per la cultura della solidarietà e di conseguenze per la politica della pace. Dall’altro lato, questo evento rappresenta la possibilità per la politica di assumere nuovamente la componente spirituale che nel corso del tempo è andata perdendo. L’incontro avvenuto tra religione e politica può essere un evento utile per superare la perdita di una visione unitaria, integrale della vita umana, in cui la politica è illuminata dal Vangelo ed è il più grande atto di carità, come sosteneva La Pira.  

A tal proposito, la giornata è stata ricca di interventi, a partire da quello del Cardinale Bassetti e di Monsignor Raspanti che hanno aperto lo spazio di incontro tra sindaci e vescovi, i quali hanno partecipato attivamente alla presentazione di idee e proposte concrete per la realizzazione di un rapporto e dialogo interculturale e interreligioso. 

Tra questi, ricordo con piacere Monsignor Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme, il quale ha ribadito quanto sia necessario lavorare ancora affinché venga raggiunto un buon grado di dialogo tra attori istituzionali ed ecclesiastici.

Alla fine della mattina, a conclusione del dialogo intercorso tra sindaci e vescovi è stata presentata e firmata la Dichiarazione di Firenze, ovvero una carta che si presenta simbolicamente come un ponte tra Europa e Mediterraneo, sottoscritta dai partecipanti ai due convegni, in cui sono suggellati valori e ideali quali la pace, sviluppo sociale ed economico, cultura e relazione tra i popoli, dei quali è auspicabile che i primi cittadini e i rappresentanti religiosi si facciano portatori. 

Successivamente, presso il Teatro del Maggio Musicale, si è tenuta una tavola rotonda che ha visto il coinvolgimento di Giampiero Massolo, presidente ISPI, Jean-Marc Aveline, vescovo di Marsiglia, la sindaca di Sarajevo, la vicesindaca di Tel Aviv e il sindaco di Izmir, con la partecipazione di Rondine Cittadella della Pace. È stato un momento di confronto, ma non solo, in quanto ha rappresentato anche l’occasione per denunciare ad una voce sola la guerra in Ucraina, chiedendo che Kiev non fosse sottoposta allo stesso destino a cui Sarajevo è stata sottoposta trent’anni fa.  

Infine, il cardinale Bassetti ha voluto concludere regalando un discorso, a mio parare, pregno di significato. Infatti, ha sottolineato che i giovani sono “rondini che volano verso la primavera” – come ripeteva La Pira, e verso l’orizzonte della Pace, della Giustizia e dell’Amore, che sono i valori presenti nella Carta di Firenze; però, i giovani hanno necessariamente bisogno di punti di appoggio, dove risposare, e questi devono essere gli adulti, che quindi hanno il compito di dare loro sostegno restando umili e, soprattutto, con la consapevolezza che sono i giovani ad indicare la strada e a farsi portatori dei valori necessari. Infine, ha aggiunto che questo è anche proprio il significato della città che è unica, irripetibile, viva; la città non ha la struttura dello Stato, non ha le armi e quindi deve essere pacifica, nella città si vedono i problemi della gente.

A conclusione dell’evento, domenica mattina 27 febbraio, si è tenuto un ultimo grande momento storico: il dialogo tra la città di Istanbul, Atene e Gerusalemme. I sindaci di queste città, dall’importante portato storico, artistico e culturale, si sono confrontate per la prima volta, lanciando un ulteriore messaggio di apertura alla cooperazione, al dialogo interculturale e interreligioso per il raggiungimento della pace tra i popoli. 

A distanza di alcune settimane, soffermandomi a guardare ciò che è stato il Convegno dei Sindaci, e dei Vescovi, del Mediterraneo, capisco quanto sia stato un evento epocale, nel segno profetico di La Pira, per effetto del quale l’Europa non potrà più far finta di nulla e ignorare i problemi del Mediterraneo. Inoltre, l’incontro dei sindaci assume e attualizza uno dei capisaldi del pensiero lapiriano: le città sono il nesso attraverso cui passa la storia e hanno una concreta vocazione internazionale. Quindi, ecco, costruire il futuro, costruire le città, abbattere i muri e costruire ponti e fidarsi dei giovani, perché noi siamo le rondini che volano verso la primavera e gli adulti hanno il compito di seguire il nostro volo e volare con noi.   

Rachele Vannini

Le Chiese del Mediterraneo si incontrano a Firenze

Tra mercoledì 23 e domenica 27 dello scorso mese, si è tenuto a Firenze il forum ecclesiale “Mediterraneo frontiera di pace” che ha coinvolto sessanta cardinali, patriarchi e vescovi di trenta paesi del Mediterraneo, in tandem con l’analogo incontro pensato per i sindaci di sessantacinque città di questi Paesi. L’appuntamento, naturale proseguimento dei lavori avviati a Bari nel 2020, è stato pensato dalla CEI e organizzato insieme con l’amministrazione del comune di Firenze.

Scopo di questi colloqui è quello di avvicinare realtà apparentemente lontane, costruire una rete di relazioni all’interno della chiesa cattolica tutta e rinvigorire l’azione di testimonianza nelle comunità locali, con la ricchezza acquisita dall’ascolto dell’altrui esperienza. Tuttavia, i vescovi hanno ritenuto importante che all’incontro e al dialogo seguisse l’azione: l’idea è quella di un’«opera segno» che dia continuità alle parole. È così che, come da Bari2020 è nato il progetto con i giovani di Rondine – cittadella della Pace, nella fase preparatoria dell’appuntamento fiorentino l’Opera per la gioventù Giorgio La Pira assieme alla Fondazione Giovanni Paolo II, alla Fondazione Giorgio La Pira e al Centro Internazionale La Pira ha presentato alla CEI un progetto, poi approvato, che consentisse la creazione di un “Consiglio dei giovani cattolici del Mediterraneo”.

Insieme a Tina Hamalaya, referente per la Fondazione Giovanni Paolo II, il mio compito, come referente per l’Opera, era quello di presentare ai vescovi delle altre conferenze episcopali e dei numerosi sinodi presenti tale progetto: è così che ho avuto l’occasione di conoscere alcune figure di rilievo del mondo della Chiesa cattolica, anche nelle loro espressioni più umane. È stato inevitabile, stando a stretto contatto con il gruppo per cinque giorni, notare gli aspetti caratteristici di coloro con i quali ho condiviso un pasto, spesso e volentieri l’occasione nella quale trovavo più spazio per costruire relazioni genuine e private di tanti filtri, o magari un viaggio in taxi o in autobus.

Al pranzo del mercoledì Tina, di origine libanese, mi ha detto che eravamo in compagnia “del suo amico vescovo”, che poi ho conosciuto come Vicario apostolico di Beirut in Libano, Sua Eccellenza Mons. Cesar Essayan. Fuori dal ristorante ci siamo poi imbattuti in S.E.R. Mons. Ilario Antoniazzi, Arcivescovo di Tunisi e S.E.R. Mons. Stanislav Hocevar, sloveno, Arcivescovo di Belgrado, Segretario Generale della Conferenza episcopale internazionale dei Santi Cirillo e Metodio, invitandoli dunque a pranzo con noi. Con Monsignor Hocevar, il quale si è affidato a noi per l’ordinazione di una buona carbonara, ho potuto dialogare a lungo sulle difficoltà di una Chiesa che raccoglie dentro di sé numerose anime, etnie e culture, spesso e volentieri in aperto contrasto tra loro: basti pensare che nella stessa Conferenza episcopale troviamo serbi, montenegrini, kosovari e macedoni del nord.

Mons. Cesar, col quale mi sono trovato a condividere molti momenti in quei giorni, è un amico della Fondazione Giovanni Paolo II, che infatti ha molti progetti attivi in Libano; ho scoperto in lui una persona ricca di esperienza e di profondità, che dietro un’apparenza di placida e bonaria pacatezza, nasconde un’astuzia vigile e sottile.

Nel pomeriggio il presidente del consiglio, Mario Draghi, è passato a salutare l’assemblea che cominciava a preparare i lavori; non nascondo di aver provato una certa, reverenziale, emozione nell’averlo visto passare proprio di fronte a me. Tra i tanti spunti, il presidente nel suo discorso ha ricordato i Colloqui mediterranei voluti da La Pira tra il 1958 e il 1964, sottolineando il ruolo del dialogo interreligioso nella costruzione della pace, e ha voluto dedicare parole particolarmente calcate all’esigenza di guardare ai giovani, affinché non siano lasciati ai margini, ma anzi siano protagonisti. Poi il saluto di Bassetti, Presidente della CEI, il quale ha ribadito la missione delle Chiese nel Mediterraneo, ricordando spesso la figura di La Pira: lo ha fatto anche citando David Sassoli.

Giovedì mattina il risveglio è stato tetro e greve: la notizia dell’invasione russa in Ucraina ha sconvolto il mondo. Già durante la celebrazione eucaristica delle 7:30 l’intenzione di pregare per la pace si è sentita forte. Bassetti ha riferito di essere in contatto con l’arcivescovo di Kyiv, Mons. Svjatoslav Ševčuk, rifugiatosi con molti fedeli nei locali sotterranei della cattedrale.

La mattina ha visto quindi iniziare i lavori di gruppo, in sette tavoli, dopodiché i vescovi si sono nuovamente riuniti in plenaria nel pomeriggio. Nel confronto sono emerse sovente molte delle difficoltà che le Chiese più periferiche si trovano ad affrontare quotidianamente; tra tutte, si rammentavano spesso la mancanza di risorse e la convivenza, non sempre pacifica, con altre confessioni e culture. In Grecia, per esempio, è difficilissimo parlare di ecumenismo, poiché da molti è considerato come una “paneresia”. Durante l’assemblea, in un momento di silenzio, è squillato un telefono; mentre mi chiedevo chi avesse dimenticato la suoneria accesa, non senza uno sguardo indagatore, vedo che si alza Bassetti a rispondere: era Mattarella che ci teneva a confermare la sua presenza alla messa di domenica, nonostante e anzi ancor più voluta dopo l’annuncio della mancata presenza del Santo Padre, riferita la mattina, per motivi di salute. Più tardi, ci siamo spostati nella Basilica di Santo Spirito per un momento di approfondimento sul dialogo interreligioso. Insieme alla Pastora della Chiesa Valdese Letizia Tomassone e al neo-rabbino capo di Firenze, Gadi Piperno, ho ritrovato Izzedin Elzir, imam di Firenze e amico di lunga data dell’Opera, presente in molti degli ultimi Campi Internazionali al Villaggio La Vela. Firenze è in qualche modo la culla del dialogo interreligioso, come era chiaro a La Pira, e oggi esiste una forte collaborazione e una bella rete di relazioni tra le numerose comunità religiose che la città accoglie: molti vescovi presenti sono rimasti stupiti e si sono chiesti se qualcosa del genere potesse mai accadere nei loro luoghi.

Al pranzo di venerdì, che al solito ho passato in compagnia di Mons. Cesar, ho potuto godere anche della presenza di padre Francesco Patton, Custode di Terra Santa, S.E.R. Mons. Petros Stefanou, Vescovo di Syros, Milos e Santorini e da pochi mesi presidente del Santo Sinodo dei vescovi cattolici di Grecia, e S. Em. Card. Leonardo Sandri, Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali presso la Santa Sede, il cui segretario, don Flavio, si è mostrato molto interessato alle attività dell’Opera. Al momento del dolce, ho assistito ad un momento che non dimenticherò, non tanto per la sua importanza, relativamente trascurabile, quanto piuttosto perché, ancora una volta, mi ha dato la possibilità di vedere eminenze, beatitudini ed eccellenze affrancarsi dai volti austeri e severi per vivere un sereno momento di convivialità, cantando insieme “tanti auguri” al Card. Betori per il suo settantacinquesimo compleanno, canto che ha accompagnato Bassetti che portava in mano una torta con una candelina, sulla quale ha poi voluto fare anche una battuta.

La domenica mattina, in Palazzo Vecchio, vescovi e sindaci si sono riuniti insieme per firmare il documento redatto alla fine dei lavori, la “Carta di Firenze”. Hanno parlato, tra gli altri, i sindaci delle città di Atene, Istambul e Gerusalemme, accolti con entusiasmo dall’omologo Nardella. Dopo la messa, presieduta da Bassetti e che ha visto la partecipazione del Presidente della Repubblica, ci siamo trattenuti per pranzo presso il convento di Santa Croce, e ho potuto ancora scambiare due parole con il Patriarca di Gerusalemme, Sua Beatitudine Pierbattista Pizzaballa e con il sindaco Nardella, che ha ricordato con grande piacere le sue presenze al Campo Internazionale. 

Una volta conclusi i lavori ho accompagnato alla stazione l’amico Mons. Giovanni Nerbini, col quale ho condiviso tante delle esperienze che l’Opera mi ha regalato, non ultimo il viaggio che l’associazione organizzò in Russia nel 2018 per un gruppo di giovani. Prima di salutarci alla stazione, parlando con lui ripercorrevo le emozioni di quei giorni, che mi avevano mostrato una Chiesa fatta di uomini, fatta di carne; seria, ma capace di leggerezza, accogliente, ma non esente dalle debolezze che gli uomini portano con loro, umana come forse mai avevo avuto l’occasione di vedere. In questi pensieri, che nella mia mente hanno avvicinato le figure istituzionali alla quotidianità, ho realizzato ancora di più quanto la figura del laico sia più che mai importante e affatto secondaria, come dimostrano Pino e il professor La Pira, insieme a tanti altri; la Chiesa è una e non può prescindere dalle persone che la abitano, ha bisogno di loro perché le parole dei vescovi possano farsi opera, ha la necessità che le relazioni fioriscano tra coloro che si sentono diversi e divisi gli uni dagli altri, perché camminiamo insieme sul sentiero della pace indicato dal Signore.

Tommaso Righi

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