Cipro, Europa

La doppia anima di Cipro

L’isola di Cipro è attraversata da una crisi politica e sociale molto particolare, le cui motivazioni sono radicate nel tempo e nelle generazioni. Nei…

La doppia anima di Cipro

Cipro, Europa
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L’isola di Cipro è attraversata da una crisi politica e sociale molto particolare, le cui motivazioni sono radicate nel tempo e nelle generazioni. Nei secoli, il territorio è passato di mano in mano, dalla divisione dell’Impero Romano, che l’ha lasciato in mano bizantina, da cui la presenza greca, fino al…

Hezbollah in Libano: tra politica e lotta armata

Libano
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In Libano lo scorso 4 febbraio, sei mesi dopo l’esplosione del porto di Beirut, è stato ritrovato il corpo senza vita di Lokman Slim, celebre intellettuale libanese e feroce critico di Hezbollah. Nonostante la sua attività di critica, Slim non rappresentava certo una minaccia per Hezbollah, la quale non trae…

La doppia anima di Cipro

L’isola di Cipro è attraversata da una crisi politica e sociale molto particolare, le cui motivazioni sono radicate nel tempo e nelle generazioni. Nei secoli, il territorio è passato di mano in mano, dalla divisione dell’Impero Romano, che l’ha lasciato in mano bizantina, da cui la presenza greca, fino al dominio ottomano tra il sedicesimo e il diciannovesimo secolo, al quale invece si deve la presenza turca, per poi finire sotto il controllo inglese. Questo è un contesto di cui non si sente spesso parlare in Italia, nonostante la sua importanza geostrategica e il complesso rapporto presente tra le sue due “anime” contrapposte. La presenza di una doppia etnia (78% greca, 18% turca) ha fatto sì che si creasse una condizione politica particolare, vissuta spesso in sordina tra avvenimenti che hanno visto casi di pulizia etnica, fratture internazionali evitate all’ultimo momento e minacce militari delinearsi e a volte concretizzarsi con violenza (cfr. questo documento).

Cipro è la terza isola del mar Mediterraneo per estensione. Il 59% della sua superficie si trova sotto il controllo della Repubblica di Cipro, mentre la zona turco-cipriota a nord copre circa il 36% del territorio; il 5% è ancora sotto il controllo inglese. Per comprendere meglio la situazione attuale che caratterizza l’isola di Cipro è necessario tornare all’origine di quella che viene definita la “questione di Cipro”.

Nel 1960 l’isola raggiunse l’indipendenza dalla potenza coloniale britannica. L’accordo coinvolgeva Turchia, Grecia e Regno Unito e prevedeva la collaborazione tra la comunità turca e la comunità greca, che coabitavano nella stessa realtà, affiancando a un presidente greco-cipriota un vicepresidente turco-cipriota. Le frizioni tra le due etnie hanno portato, negli anni, alla formazione di due visioni contrapposte: quella dei greco-ciprioti di “ènosis”, ossia la riunificazione con la Grecia, e quella dei turco-ciprioti di “taksim”, che indica la separazione in due entità statali distinte. Queste tensioni sfociarono nel 1974 in un colpo di stato per mano della potenza greca, al quale seguì la risposta della Turchia, che inviò soldati dall’Anatolia nella parte nord dell’isola, tutt’oggi occupata. Le forze armate turche, dunque, sbarcarono per impedire la conquista e l’annessione alla Grecia e per tutelare i concittadini presenti sull’isola. Così nel 1979 la Turchia proclamò la nascita dello “Stato federato turco-cipriota”, attuale Repubblica turca di Cipro del Nord, riconosciuta a livello internazionale come stato a tutti gli effetti solo dalla Turchia. Tutti gli altri paesi membri delle Nazioni Unite non l’hanno riconosciuta, poiché è nata con l’uso della forza armata e della minaccia, violando il diritto internazionale. Al contrario, la Repubblica di Cipro (del Sud) è riconosciuta a livello internazionale e fa parte dell’Ue, oltre che del Commonwealth.

Le continue difficoltà nell’individuazione di un accordo hanno presentato un ostacolo potenziale all’entrata di Cipro nell’Unione europea, a cui il governo si era applicato dal 1997. Nel dicembre 2002, l’UE ha invitato formalmente Cipro ad associarsi dal 2004, insistendo che la partecipazione alla UE si sarebbe applicata all’isola intera, sperando che ciò fornisse un incentivo significativo per la riunificazione. Un piano delle Nazioni Unite promosso dal segretario generale Kofi Annan è stato sottoposto a entrambi i lati in referendum separati il 24 aprile 2004. Il lato greco in modo schiacciante ha rifiutato il programma di Annan (75,8% voti contrari) ed il lato turco ha votato in favore (64,9% voti favorevoli). La motivazione preponderante contro l’unificazione addotta da parte del lato greco è stata che il programma di Annan non prevedeva né il ritorno di tutti i rifugiati greco-ciprioti nelle loro case, né il rinvio in Turchia di tutti i coloni turchi, né il ritiro di tutte le truppe turche di occupazione, né la smilitarizzazione dell’isola. Nel valutare il risultato è interessante notare che mentre ai coloni turchi è stato permesso di votare, i rifugiati che erano fuggiti da Cipro non hanno avuto diritto di votare in un referendum che infine avrebbe determinato il loro futuro. Nel maggio 2004, Cipro è entrata nell’UE, anche se in pratica ciò si applica soltanto alla parte sud dell’isola.

Ad oggi, la situazione è in stallo e gli equilibri politici interni sono sempre delicati. L’ONU continua a lasciare sull’isola forza militare di mantenimento della pace, i militari presidiano stabilmente la “Linea Verde”, ovvero quell’area di circa 350 km2 che divide il nord turco e il sud greco, tagliando in due anche la capitale Nicosia. Tuttavia, dall’aprile del 2003 è possibile attraversare questa linea di separazione e nel 2008 è stato aperto il primo passaggio nel centro storico della capitale, in Ledra Street.

Un aspetto davvero importante riguardo la questione cipriota è la disomogeneità che caratterizza le due parti in cui l’isola si trova ad essere divisa.

Dopo la crisi degli anni ‘60, seguita alla secessione turca, l’economia cipriota ha vissuto un periodo di forte espansione, soprattutto nella parte greco-cipriota, grazie in primis al settore del turismo.

Tuttavia, la ricchezza non si è distribuita in modo omogeneo: la vita nella parte greca dell’isola risulta essere molto più agevole e vantaggiosa, rispetto a quanto accade invece nella parte nord (ad esempio i greco–ciprioti hanno un reddito pro capite annuo pari a 13.500 $ contro i 3.300 $ dei turco-ciprioti).

Un altro aspetto importante è il fatto che secondo i greco-ciprioti, il regime turco, nell’area occupata, sta deliberatamente e metodicamente sradicando ogni traccia dei 9.000 anni di cultura. Tanto per fare alcuni esempi, tutti i nomi greci delle località sono stati sostituiti con nomi turchi e le chiese, i monumenti, i cimiteri sono stati distrutti o dissacrati.

Come se non bastasse è in corso la costruzione di una barriera fisica atta a fermare i migranti siriani e afgani che si spostano dal nord dell’isola verso il sud (come si legge qui). Questo inasprisce ancora di più i rapporti tra le due fazioni, in un contesto che negli ultimi anni ha visto l’Europa esternalizzare i propri confini tramite diversi accordi con paesi come Libia e Turchia.

Dopo aver analizzato l’importante situazione ancora in corso che si trova dietro quest’isola, fatta di predominanze e conflitti riportiamo le parole del Papa, il quale guarda in alto alla ricerca della “migliore politica”, invitando a lavorare per il bene comune di ogni membro presente sulla terra, senza privilegi o esclusioni.

Nel paragrafo 154 dell’Enciclica “Fratelli tutti” spiega:

“Per rendere possibile lo sviluppo della comunità mondiale […] è necessaria la migliore politica posta al servizio del vero bene comune. […] Dio ha dato la Terra a tutto il genere umano, perché essa sostenti tutti i suoi membri, senza escludere né privilegiare nessuno […] la società mondiale non è il risultato della somma dei vari paesi, ma piuttosto è la comunione stessa che esiste tra essi, è la reciproca inclusione”.

La storia di Cipro ci racconta di una terra sempre in balia delle potenze continentali, e di un popolo che si trova ad essere oggetto di contese che lo deprivano di una vera identità, e della possibilità di essere padrone di sé stesso.

Hezbollah in Libano: tra politica e lotta armata

In Libano lo scorso 4 febbraio, sei mesi dopo l’esplosione del porto di Beirut, è stato ritrovato il corpo senza vita di Lokman Slim, celebre intellettuale libanese e feroce critico di Hezbollah. Nonostante la sua attività di critica, Slim non rappresentava certo una minaccia per Hezbollah, la quale non trae beneficio dalla sua morte, in un momento segnato dal rinnovamento diplomatico dovuto al cambio di amministrazione statunitense.
Non abbiamo la pretesa di fare luce sulla morte di Lokman Slim, né di rintracciare quelle che possono essere le motivazioni che hanno portato al suo omicidio, che la sorella attribuisce direttamente ad Hezbollah, la quale respinge l’accusa. La vicenda ci porta però ad interrogarci proprio su Hezbollah, probabilmente una delle più potenti milizie in questo momento, e al contempo importante partito politico libanese, e quindi organizzazione che al fianco della lotta fisica (principalmente rivolta verso il vicino stato israeliano) ha posto l’impegno politico. L’impegno militare e quello politico sono spesso molto vicini nel panorama mediorientale e sono molteplici le milizie, o le organizzazioni paramilitari, che nel tempo si sono dotate di un apparato politico, come ad esempio la Fratellanza Musulmana in Egitto, o il Fronte Islamico di Salvezza in Algeria.

Ma di cosa parliamo quando nominiamo il gruppo di milizie armate Hezbollah? La traduzione letterale della parola “Hezbollah” è “Partito di Dio”. Il gruppo è di stampo musulmano sciita (avevamo già parlato del legame tra politica e comunità religiose del Libano qua) ed ha fra i principali obiettivi quello di cacciare Israele dal Libano per poter stabilire uno stato indipendente islamico. L’organizzazione nasce infatti negli anni ‘80 quando lo stato di Israele invade il Libano. Il gruppo sferra numerosi attacchi contro lo stato israeliano con l’appoggio di altri stati confinanti come la Siria. Contemporaneamente il gruppo di milizie riesce a diventare una vera e propria forza politica con un grande consenso da parte della popolazione che si trova nella zona sud del paese. Negli anni 2000 la situazione peggiora, soprattutto dopo la guerra del Libano del 2006, nella quale Hezbollah (assieme ad altre milizie libanesi come Amal) ha risposto all’attacco israeliano. La guerra genera consensi per il gruppo armato e verso il suo leader Hassan Nasrallah, il quale cerca di rovesciare il governo libanese e prendere il potere.
Il gruppo nel corso degli anni continua ad avere sempre più successo fino alle ultime elezioni del 2018 alle quali Hezbollah è riuscita a conquistare ben 13 seggi su 128 nel parlamento libanese; in seguito inoltre Hezbollah è entrata a far parte della coalizione di governo. Ad oggi l’organizzazione viene classificata dagli Stati Uniti come un gruppo terroristico, mentre l’Unione Europea considera terroristica solo la sua ala militare, intrattenendo contatti diplomatici con la parte politica.

Nel più ampio quadro regionale, Hezbollah gode di una stretta e salda relazione con l’Iran, e sebbene Teheran abbia contribuito alla creazione e finanzi cospicuamente Hezbollah, il rapporto non è di sudditanza e anzi Hezbollah gestisce autonomamente i propri affari interni e opera con autonomia rispetto alle questioni importanti per l’Iran, anche se in pratica sempre in concerto con quest’ultimo. Assieme questi importanti attori mediorientali costituiscono, con il governo siriano di Assad, il battezzato “Resistance Axis”: un’alleanza politica e militare non ufficiale, che si contrappone al potere di Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita e ai loro alleati.
La relazione fra i due, inoltre, è caratterizzata dalla continuità valoriale e dal rifarsi alla religione sciita, dai nemici comuni e dalla confluenza di interessi economici, securitari e politici. Essi sono infine necessari l’uno all’altro, infatti, l’Iran ricerca punti di appoggio e partner nella regione per affermare la propria influenza e garantire anche in questo modo la propria sicurezza, mentre nonostante la credibilità e l’influenza che Hezbollah esercita in Libano, esso è fortemente dipendente dalle risorse iraniane (fondi e armi), che difficilmente riuscirebbe a rimpiazzare qualora perdesse l’Iran come alleato.
Inoltre, anche il regime di Assad è considerato un alleato chiave di Hezbollah; durante le primavere arabe Hezbollah si è schierata quasi sempre a favore delle rivolte popolari contro le vecchie élite al potere, mentre in Siria, proprio in virtù del legame con Assad, Hezbollah ha sostenuto quest’ultimo sia in termini di forniture militari sia di combattenti, cooperando anche in maniera autonoma con l’Iran.

Hezbollah e altre organizzazioni similari del Medio Oriente, come Hamas, raccolgono molto consenso, per una pluralità di motivi: in primis, poiché non si limitano alla mera propaganda politica, ma si impegnano al contempo in una esperienza concreta di assistenza presso gli ultimi delle rispettive popolazioni, sostituendosi spesso dove lo stato non può (o in alcuni casi non vuole) intervenire, e attivando una serie di iniziative e servizi, sociali e assistenziali (come assistenza sanitaria, ambulatori, sussidi, aiuti alle vedove, assistenza legale, distribuzione di beni alimentari ecc.). Inoltre, si ergono a difensori dell’etica e dei costumi tradizionali, contro la degenerazione morale che proviene dalla contaminazione con l’Occidente e con i passati colonizzatori. A ciò si aggiunge la critica delle
inefficienze statuali e la lotta alla corruzione delle rispettive amministrazioni, che purtroppo risulta essere un fenomeno diffuso e motivo di risentimento nelle popolazioni (è stato infatti anche parte delle cause che hanno portato, un decennio fa, al fenomeno delle primavere arabe), cosicché esse si mostrino anche in questo modo al fianco dei più deboli. Infine, queste organizzazioni sostengono la
causa palestinese, causa che raccoglie sempre grande sostegno nel panorama mediorientale.

In conclusione, possiamo affermare che la visione che i paesi occidentali hanno rispetto ad Hezbollah o altri gruppi militari è molto discordante rispetto a quella che ne hanno i popoli a più stretto contatto.
Quello che può essere visto come un terrorista da una parte, può essere considerato un combattente per la libertà da un’altra.
Si tratta infatti di visioni diverse di partecipazione politica che riflettono il diverso sviluppo storico, sia dei singoli stati sia della rispettiva regione, gli attuali equilibri regionali, e la percezione della propria sicurezza, che nel contesto mediorientale è particolarmente influenzata dalla tensione fra stati arabi ed Israele.
Inoltre, queste organizzazioni danno alle popolazioni sotto il loro controllo assistenza ed aiuto, riempiendo i vuoti lasciati dallo stato nell’aiutare o ascoltare la popolazione.
È proprio nel quadro delle inefficienze statali, forse nemmeno lontanamente paragonabili a quelle che sperimentiamo noi, che possiamo chiederci quali possibilità rimangano agli individui per far sentire la propria voce e i propri bisogni; le primavere arabe ci hanno certo mostrato una strada, che può non essere l’unica. Infatti, quando ai molti mancano i servizi essenziali, o si vedono negati i propri diritti, queste strutture emergono anche per aiutare i più bisognosi; non bisogna tuttavia dimenticare che oltre a tali attività, spesso tali organizzazioni sono usate e agiscono anche per meri, e meno nobili, scopi personali.

Fonti:

Cambanis, Esfandiary, Ghaddar, Hanna, Lund e Mansour, Hybrid Actors: armed groups and state fragmentation in the Middle East, The Century Fox Foundation Press, New York, 2019

https://www.internazionale.it/opinione/pierre-haski/2021/02/05/libano-omicidio-lokman-slim

https://en.wikipedia.org/wiki/Hezbollah

https://ilbolive.unipd.it/it/news/hezbollah-origine-gruppo-politico-armato-libanese

La doppia anima di Cipro

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L’isola di Cipro è attraversata da una crisi politica e sociale molto particolare, le cui motivazioni sono radicate nel tempo e nelle generazioni. Nei secoli, il territorio è passato di mano in mano, dalla divisione dell’Impero Romano, che l’ha lasciato in mano bizantina, da cui la presenza greca, fino al dominio ottomano tra il sedicesimo e il diciannovesimo secolo, al quale invece si deve la presenza turca, per poi finire sotto il controllo inglese. Questo è un contesto di cui non si sente spesso parlare in Italia, nonostante la sua importanza geostrategica e il complesso rapporto presente tra le sue due “anime” contrapposte. La presenza di una doppia etnia (78% greca, 18% turca) ha fatto sì che si creasse una condizione politica particolare, vissuta spesso in sordina tra avvenimenti che hanno visto casi di pulizia etnica, fratture internazionali evitate all’ultimo momento e minacce militari delinearsi e a volte concretizzarsi con violenza (cfr. questo documento).

Cipro è la terza isola del mar Mediterraneo per estensione. Il 59% della sua superficie si trova sotto il controllo della Repubblica di Cipro, mentre la zona turco-cipriota a nord copre circa il 36% del territorio; il 5% è ancora sotto il controllo inglese. Per comprendere meglio la situazione attuale che caratterizza l’isola di Cipro è necessario tornare all’origine di quella che viene definita la “questione di Cipro”.

Nel 1960 l’isola raggiunse l’indipendenza dalla potenza coloniale britannica. L’accordo coinvolgeva Turchia, Grecia e Regno Unito e prevedeva la collaborazione tra la comunità turca e la comunità greca, che coabitavano nella stessa realtà, affiancando a un presidente greco-cipriota un vicepresidente turco-cipriota. Le frizioni tra le due etnie hanno portato, negli anni, alla formazione di due visioni contrapposte: quella dei greco-ciprioti di “ènosis”, ossia la riunificazione con la Grecia, e quella dei turco-ciprioti di “taksim”, che indica la separazione in due entità statali distinte. Queste tensioni sfociarono nel 1974 in un colpo di stato per mano della potenza greca, al quale seguì la risposta della Turchia, che inviò soldati dall’Anatolia nella parte nord dell’isola, tutt’oggi occupata. Le forze armate turche, dunque, sbarcarono per impedire la conquista e l’annessione alla Grecia e per tutelare i concittadini presenti sull’isola. Così nel 1979 la Turchia proclamò la nascita dello “Stato federato turco-cipriota”, attuale Repubblica turca di Cipro del Nord, riconosciuta a livello internazionale come stato a tutti gli effetti solo dalla Turchia. Tutti gli altri paesi membri delle Nazioni Unite non l’hanno riconosciuta, poiché è nata con l’uso della forza armata e della minaccia, violando il diritto internazionale. Al contrario, la Repubblica di Cipro (del Sud) è riconosciuta a livello internazionale e fa parte dell’Ue, oltre che del Commonwealth.

Le continue difficoltà nell’individuazione di un accordo hanno presentato un ostacolo potenziale all’entrata di Cipro nell’Unione europea, a cui il governo si era applicato dal 1997. Nel dicembre 2002, l’UE ha invitato formalmente Cipro ad associarsi dal 2004, insistendo che la partecipazione alla UE si sarebbe applicata all’isola intera, sperando che ciò fornisse un incentivo significativo per la riunificazione. Un piano delle Nazioni Unite promosso dal segretario generale Kofi Annan è stato sottoposto a entrambi i lati in referendum separati il 24 aprile 2004. Il lato greco in modo schiacciante ha rifiutato il programma di Annan (75,8% voti contrari) ed il lato turco ha votato in favore (64,9% voti favorevoli). La motivazione preponderante contro l’unificazione addotta da parte del lato greco è stata che il programma di Annan non prevedeva né il ritorno di tutti i rifugiati greco-ciprioti nelle loro case, né il rinvio in Turchia di tutti i coloni turchi, né il ritiro di tutte le truppe turche di occupazione, né la smilitarizzazione dell’isola. Nel valutare il risultato è interessante notare che mentre ai coloni turchi è stato permesso di votare, i rifugiati che erano fuggiti da Cipro non hanno avuto diritto di votare in un referendum che infine avrebbe determinato il loro futuro. Nel maggio 2004, Cipro è entrata nell’UE, anche se in pratica ciò si applica soltanto alla parte sud dell’isola.

Ad oggi, la situazione è in stallo e gli equilibri politici interni sono sempre delicati. L’ONU continua a lasciare sull’isola forza militare di mantenimento della pace, i militari presidiano stabilmente la “Linea Verde”, ovvero quell’area di circa 350 km2 che divide il nord turco e il sud greco, tagliando in due anche la capitale Nicosia. Tuttavia, dall’aprile del 2003 è possibile attraversare questa linea di separazione e nel 2008 è stato aperto il primo passaggio nel centro storico della capitale, in Ledra Street.

Un aspetto davvero importante riguardo la questione cipriota è la disomogeneità che caratterizza le due parti in cui l’isola si trova ad essere divisa.

Dopo la crisi degli anni ‘60, seguita alla secessione turca, l’economia cipriota ha vissuto un periodo di forte espansione, soprattutto nella parte greco-cipriota, grazie in primis al settore del turismo.

Tuttavia, la ricchezza non si è distribuita in modo omogeneo: la vita nella parte greca dell’isola risulta essere molto più agevole e vantaggiosa, rispetto a quanto accade invece nella parte nord (ad esempio i greco–ciprioti hanno un reddito pro capite annuo pari a 13.500 $ contro i 3.300 $ dei turco-ciprioti).

Un altro aspetto importante è il fatto che secondo i greco-ciprioti, il regime turco, nell’area occupata, sta deliberatamente e metodicamente sradicando ogni traccia dei 9.000 anni di cultura. Tanto per fare alcuni esempi, tutti i nomi greci delle località sono stati sostituiti con nomi turchi e le chiese, i monumenti, i cimiteri sono stati distrutti o dissacrati.

Come se non bastasse è in corso la costruzione di una barriera fisica atta a fermare i migranti siriani e afgani che si spostano dal nord dell’isola verso il sud (come si legge qui). Questo inasprisce ancora di più i rapporti tra le due fazioni, in un contesto che negli ultimi anni ha visto l’Europa esternalizzare i propri confini tramite diversi accordi con paesi come Libia e Turchia.

Dopo aver analizzato l’importante situazione ancora in corso che si trova dietro quest’isola, fatta di predominanze e conflitti riportiamo le parole del Papa, il quale guarda in alto alla ricerca della “migliore politica”, invitando a lavorare per il bene comune di ogni membro presente sulla terra, senza privilegi o esclusioni.

Nel paragrafo 154 dell’Enciclica “Fratelli tutti” spiega:

“Per rendere possibile lo sviluppo della comunità mondiale […] è necessaria la migliore politica posta al servizio del vero bene comune. […] Dio ha dato la Terra a tutto il genere umano, perché essa sostenti tutti i suoi membri, senza escludere né privilegiare nessuno […] la società mondiale non è il risultato della somma dei vari paesi, ma piuttosto è la comunione stessa che esiste tra essi, è la reciproca inclusione”.

La storia di Cipro ci racconta di una terra sempre in balia delle potenze continentali, e di un popolo che si trova ad essere oggetto di contese che lo deprivano di una vera identità, e della possibilità di essere padrone di sé stesso.

In Libano lo scorso 4 febbraio, sei mesi dopo l’esplosione del porto di Beirut, è stato ritrovato il corpo senza vita di Lokman Slim, celebre intellettuale libanese e feroce critico di Hezbollah. Nonostante la sua attività di critica, Slim non rappresentava certo una minaccia per Hezbollah, la quale non trae beneficio dalla sua morte, in un momento segnato dal rinnovamento diplomatico dovuto al cambio di amministrazione statunitense.
Non abbiamo la pretesa di fare luce sulla morte di Lokman Slim, né di rintracciare quelle che possono essere le motivazioni che hanno portato al suo omicidio, che la sorella attribuisce direttamente ad Hezbollah, la quale respinge l’accusa. La vicenda ci porta però ad interrogarci proprio su Hezbollah, probabilmente una delle più potenti milizie in questo momento, e al contempo importante partito politico libanese, e quindi organizzazione che al fianco della lotta fisica (principalmente rivolta verso il vicino stato israeliano) ha posto l’impegno politico. L’impegno militare e quello politico sono spesso molto vicini nel panorama mediorientale e sono molteplici le milizie, o le organizzazioni paramilitari, che nel tempo si sono dotate di un apparato politico, come ad esempio la Fratellanza Musulmana in Egitto, o il Fronte Islamico di Salvezza in Algeria.

Ma di cosa parliamo quando nominiamo il gruppo di milizie armate Hezbollah? La traduzione letterale della parola “Hezbollah” è “Partito di Dio”. Il gruppo è di stampo musulmano sciita (avevamo già parlato del legame tra politica e comunità religiose del Libano qua) ed ha fra i principali obiettivi quello di cacciare Israele dal Libano per poter stabilire uno stato indipendente islamico. L’organizzazione nasce infatti negli anni ‘80 quando lo stato di Israele invade il Libano. Il gruppo sferra numerosi attacchi contro lo stato israeliano con l’appoggio di altri stati confinanti come la Siria. Contemporaneamente il gruppo di milizie riesce a diventare una vera e propria forza politica con un grande consenso da parte della popolazione che si trova nella zona sud del paese. Negli anni 2000 la situazione peggiora, soprattutto dopo la guerra del Libano del 2006, nella quale Hezbollah (assieme ad altre milizie libanesi come Amal) ha risposto all’attacco israeliano. La guerra genera consensi per il gruppo armato e verso il suo leader Hassan Nasrallah, il quale cerca di rovesciare il governo libanese e prendere il potere.
Il gruppo nel corso degli anni continua ad avere sempre più successo fino alle ultime elezioni del 2018 alle quali Hezbollah è riuscita a conquistare ben 13 seggi su 128 nel parlamento libanese; in seguito inoltre Hezbollah è entrata a far parte della coalizione di governo. Ad oggi l’organizzazione viene classificata dagli Stati Uniti come un gruppo terroristico, mentre l’Unione Europea considera terroristica solo la sua ala militare, intrattenendo contatti diplomatici con la parte politica.

Nel più ampio quadro regionale, Hezbollah gode di una stretta e salda relazione con l’Iran, e sebbene Teheran abbia contribuito alla creazione e finanzi cospicuamente Hezbollah, il rapporto non è di sudditanza e anzi Hezbollah gestisce autonomamente i propri affari interni e opera con autonomia rispetto alle questioni importanti per l’Iran, anche se in pratica sempre in concerto con quest’ultimo. Assieme questi importanti attori mediorientali costituiscono, con il governo siriano di Assad, il battezzato “Resistance Axis”: un’alleanza politica e militare non ufficiale, che si contrappone al potere di Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita e ai loro alleati.
La relazione fra i due, inoltre, è caratterizzata dalla continuità valoriale e dal rifarsi alla religione sciita, dai nemici comuni e dalla confluenza di interessi economici, securitari e politici. Essi sono infine necessari l’uno all’altro, infatti, l’Iran ricerca punti di appoggio e partner nella regione per affermare la propria influenza e garantire anche in questo modo la propria sicurezza, mentre nonostante la credibilità e l’influenza che Hezbollah esercita in Libano, esso è fortemente dipendente dalle risorse iraniane (fondi e armi), che difficilmente riuscirebbe a rimpiazzare qualora perdesse l’Iran come alleato.
Inoltre, anche il regime di Assad è considerato un alleato chiave di Hezbollah; durante le primavere arabe Hezbollah si è schierata quasi sempre a favore delle rivolte popolari contro le vecchie élite al potere, mentre in Siria, proprio in virtù del legame con Assad, Hezbollah ha sostenuto quest’ultimo sia in termini di forniture militari sia di combattenti, cooperando anche in maniera autonoma con l’Iran.

Hezbollah e altre organizzazioni similari del Medio Oriente, come Hamas, raccolgono molto consenso, per una pluralità di motivi: in primis, poiché non si limitano alla mera propaganda politica, ma si impegnano al contempo in una esperienza concreta di assistenza presso gli ultimi delle rispettive popolazioni, sostituendosi spesso dove lo stato non può (o in alcuni casi non vuole) intervenire, e attivando una serie di iniziative e servizi, sociali e assistenziali (come assistenza sanitaria, ambulatori, sussidi, aiuti alle vedove, assistenza legale, distribuzione di beni alimentari ecc.). Inoltre, si ergono a difensori dell’etica e dei costumi tradizionali, contro la degenerazione morale che proviene dalla contaminazione con l’Occidente e con i passati colonizzatori. A ciò si aggiunge la critica delle
inefficienze statuali e la lotta alla corruzione delle rispettive amministrazioni, che purtroppo risulta essere un fenomeno diffuso e motivo di risentimento nelle popolazioni (è stato infatti anche parte delle cause che hanno portato, un decennio fa, al fenomeno delle primavere arabe), cosicché esse si mostrino anche in questo modo al fianco dei più deboli. Infine, queste organizzazioni sostengono la
causa palestinese, causa che raccoglie sempre grande sostegno nel panorama mediorientale.

In conclusione, possiamo affermare che la visione che i paesi occidentali hanno rispetto ad Hezbollah o altri gruppi militari è molto discordante rispetto a quella che ne hanno i popoli a più stretto contatto.
Quello che può essere visto come un terrorista da una parte, può essere considerato un combattente per la libertà da un’altra.
Si tratta infatti di visioni diverse di partecipazione politica che riflettono il diverso sviluppo storico, sia dei singoli stati sia della rispettiva regione, gli attuali equilibri regionali, e la percezione della propria sicurezza, che nel contesto mediorientale è particolarmente influenzata dalla tensione fra stati arabi ed Israele.
Inoltre, queste organizzazioni danno alle popolazioni sotto il loro controllo assistenza ed aiuto, riempiendo i vuoti lasciati dallo stato nell’aiutare o ascoltare la popolazione.
È proprio nel quadro delle inefficienze statali, forse nemmeno lontanamente paragonabili a quelle che sperimentiamo noi, che possiamo chiederci quali possibilità rimangano agli individui per far sentire la propria voce e i propri bisogni; le primavere arabe ci hanno certo mostrato una strada, che può non essere l’unica. Infatti, quando ai molti mancano i servizi essenziali, o si vedono negati i propri diritti, queste strutture emergono anche per aiutare i più bisognosi; non bisogna tuttavia dimenticare che oltre a tali attività, spesso tali organizzazioni sono usate e agiscono anche per meri, e meno nobili, scopi personali.

Fonti:

Cambanis, Esfandiary, Ghaddar, Hanna, Lund e Mansour, Hybrid Actors: armed groups and state fragmentation in the Middle East, The Century Fox Foundation Press, New York, 2019

https://www.internazionale.it/opinione/pierre-haski/2021/02/05/libano-omicidio-lokman-slim

https://en.wikipedia.org/wiki/Hezbollah

https://ilbolive.unipd.it/it/news/hezbollah-origine-gruppo-politico-armato-libanese

Dopo mesi di attesa, continui rinvii e speranza è iniziata in Europa la distribuzione del vaccino contro il Covid. Quando sulle prime pagine dei giornali è apparsa questa notizia l’intera Comunità Europea ha pensato di essere ad una svolta che determinasse l’inizio della sconfitta del virus.

Il 9 novembre 2020 venne pubblicamente annunciato che l’americana Pfizer e la tedesca BioNTech erano riuscite a mettere a punto un vaccino efficace al 90% e da lì, nel giro di poche settimane, si inaugurarono in molti paesi i V-Day, prima fra tutti la Gran Bretagna che regalò al mondo l’emblematica immagine della novantenne Margaret Keenan, la prima persona in Occidente a ricevere il vaccino.

La rapidità con cui si era giunti alla sintesi di un vaccino risultato efficace, dopo i vari test di routine, ha talora sollevato dubbi e perplessità nell’opinione pubblica. Di norma “il tempo impiegato a sviluppare un vaccino è molto lungo e prevede un alto tasso di insuccessi. Il periodo di ricerca preliminare, infatti, può andare dai due ai cinque anni e, per arrivare allo sviluppo completo del prodotto, possono passare anche dieci anni” afferma il professore A. Mantovani, direttore scientifico di Humanitas. Al netto però dell’inarrestabile ed incontrollabile diffusione del virus Sars-cov-2, la corsa al vaccino ha accelerato e drasticamente ridotto le tempistiche di creazione e sperimentazione.

Nonostante le prime perplessità il vaccino però è stato somministrato e addirittura, finora, le dosi non sono state sufficienti per poter vaccinare tutti coloro che lo richiedevano. Al di là di casi isolati di effetti collaterali dopo la prima dose, la campagna di distribuzione delle dosi in Europa è decollata seguendo un preciso piano di controllo strategico promulgato dalla Commissione Europea già il 15 ottobre 2020. Ursula von der Leyen ha dichiarato che nell’ambito della sua strategia si era adoperata al fine di stringere accordi con le singole case farmaceutiche produttrici dei vaccini, i quali, una volta disponibili, sicuri ed efficaci sarebbero stati resi accessibili a tutti gli stati membri contemporaneamente. Le scoperte dei vaccini sono “luci di speranza” se sono “a disposizione di tutti”. Lo ha detto il Papa nella benedizione Urbi et Orbi del 25 dicembre chiedendo di evitare che “le leggi di mercato e dei brevetti siano sopra le leggi della salute e dell’umanità”. Il Papa invita a pensare che “il dolore e il male non sono l’ultima parola.”

Il Papa ha esortato tutti, fedeli o meno, a considerare con serietà e responsabilità l’opportunità di essere vaccinati per consentire a sé stessi, ma soprattutto agli altri, di potersi tutelare e tornare a vivere pienamente. In modo particolare il Papa si è rivolto ai responsabili degli Stati, alle imprese, agli organismi internazionali chiedendo loro di “promuovere la cooperazione e non la concorrenza, e di cercare una soluzione per tutti” per evitare che questa malattia assuma la forma di un “virus dell’individualismo radicale” ed egoista che ci rende indifferenti davanti “alla sofferenza di altri fratelli e sorelle” (Messaggio Urbi et Orbi del Santo Padre Francesco del 25 dicembre 2020).

Con l’approvazione da parte dell’EMA, l’agenzia europea dei medicinali, del vaccino Pfizer, seguita da quelle di Moderna e AstraZeneca, agli stati membri è stato chiesto un inizio sincronizzato simbolico della vaccinazione il 27 dicembre. Il grande clamore mediatico di tale avvenimento ha portato alla luce le prime divisioni. L’Ungheria ha deciso di ignorare la richiesta di un inizio coordinato, cominciando a somministrare ai volontari le prime dosi ricevute dallo stabilimento Pfizer immediatamente dopo la consegna. A gennaio 2021, a vaccinazione di massa iniziata, le differenze di strategie di ogni paese membro sono state messe in evidenza da una diversa velocità delle somministrazioni.

È stata solo questione di tempo perché le prime controversie venissero allo scoperto: la Germania, promotrice con Italia, Francia e Olanda dell’acquisto centralizzato europeo, è stata accusata di aver precedentemente stilato un accordo con Pfizer per 30 milioni di dosi supplementari, oltre le 300 assegnate. Il ministero della salute tedesco si è giustificato dicendo che l’acquisto è stato fatto in un momento in cui il vaccino di Moderna non era stato ancora approvato dall’EMA e si temeva che le dosi comunitarie non fossero sufficienti per raggiungere l’immunità di gregge tedesca in tempi brevi. Tale spiegazione, insieme a una dichiarazione di Stefan De Keersmaecker, portavoce della Commissione, in cui si afferma che le dosi aggiuntive fanno parte dei negoziati collettivi dell’UE, non hanno comunque convinto Bruxelles, dato che l’accordo tedesco è stato portato a termine due mesi prima della firma del contratto Pfizer. Il sospetto di un accordo interno tra governo tedesco e azienda tedesca BioNTech ha destato diversi malumori in Europa.

Dopo un inizio relativamente spedito, specialmente in Italia e Germania, la speranza di una vaccinazione rapida di tutta la popolazione è svanita a causa di problemi di fornitura dalle case farmaceutiche. Il mea culpa è arrivato direttamente dalla presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, che ha dichiarato, tra le altre cose, di aver sovrastimato la capacità di produzione delle case farmaceutiche.

L’appello alla solidarietà e alla trasparenza è stato unanime da parte dei gruppi parlamentari europei democratici e socialisti. La socialista spagnola Iratxe García Pérez ha fatto un appello contro un “nazionalismo sanitario” aggiungendo che solo l’unità potrà portare alla vaccinazione di 380 milioni di abitanti europei prima dell’estate e che questa impresa non può essere rovinata da contratti paralleli e acquisti diretti.

In vista dell’assemblea Organizzazione Mondiale della Sanità, 140 personalità della comunità scientifica e politica si sono uniti per un appello affinché il vaccino Covid sia libero dai brevetti e gratuito; se infatti in ambito europeo la Comunità si fa responsabile di evitare disuguaglianze tra paesi membri più e meno abbienti, tale garanzia non sussiste per i paesi extraeuropei. Il rischio è che paesi più poveri, come alcuni stati africani, vengano esclusi dalla campagna di vaccinazione per ragioni di profitto. La risposta dell’Unione Europea a tale richiesta è la proposta di un meccanismo volontario di negoziazione collettiva delle licenze dei brevetti tra stati e case farmaceutiche e condivisione di dati su test e terapie, che possa abbassare i prezzi per dose e rendere l’accesso al vaccino più facile anche per le popolazioni più povere.

Un segnale positivo in questa direzione lo ha lanciato la presidente von der Leyen, lo scorso 19 febbraio durante il G7, annunciando lo stanziamento di ulteriori 100 milioni di Euro in aiuti umanitari per supportare la campagna vaccinale in Africa. Questa nuova somma si aggiunge ai fondi già forniti dal Team Europa a favore dello strumento COVAX.

Memori di questo ultimo anno di pandemia in un mondo globalizzato e in continua comunicazione è evidente che separazioni e individualismi non contribuiscono alla sconfitta del virus. Solo la cooperazione e la messa da parte di interessi personali ed economici possono portare il mondo all’uscita dalla crisi sanitaria internazionale per riportare benessere e salute nelle nostre vite. L’importanza di una buona politica è universalmente riconosciuta come cruciale nel gestire la crisi sanitaria. La lungimiranza della classe dirigente è fondamentale per decidere misure contenitive e organizzare strategie. Mai come oggi è evidente l’impatto che l’operato degli amministratori può avere sulla salute e sul benessere della popolazione. La speranza è che le classi politiche del futuro, memori della storia recente, riconoscano il bisogno di agire nella tutela delle prossime generazioni dando la giusta attenzione a beni primari e strutturali, come sanità e educazione mettendo al centro il valore della persona.

L’isola di Cipro è attraversata da una crisi politica e sociale molto particolare, le cui motivazioni sono radicate nel tempo e nelle generazioni. Nei secoli, il territorio è passato di mano in mano, dalla divisione dell’Impero Romano, che l’ha lasciato in mano bizantina, da cui la presenza greca, fino al dominio ottomano tra il sedicesimo e il diciannovesimo secolo, al quale invece si deve la presenza turca, per poi finire sotto il controllo inglese. Questo è un contesto di cui non si sente spesso parlare in Italia, nonostante la sua importanza geostrategica e il complesso rapporto presente tra le sue due “anime” contrapposte. La presenza di una doppia etnia (78% greca, 18% turca) ha fatto sì che si creasse una condizione politica particolare, vissuta spesso in sordina tra avvenimenti che hanno visto casi di pulizia etnica, fratture internazionali evitate all’ultimo momento e minacce militari delinearsi e a volte concretizzarsi con violenza (cfr. questo documento).

Cipro è la terza isola del mar Mediterraneo per estensione. Il 59% della sua superficie si trova sotto il controllo della Repubblica di Cipro, mentre la zona turco-cipriota a nord copre circa il 36% del territorio; il 5% è ancora sotto il controllo inglese. Per comprendere meglio la situazione attuale che caratterizza l’isola di Cipro è necessario tornare all’origine di quella che viene definita la “questione di Cipro”.

Nel 1960 l’isola raggiunse l’indipendenza dalla potenza coloniale britannica. L’accordo coinvolgeva Turchia, Grecia e Regno Unito e prevedeva la collaborazione tra la comunità turca e la comunità greca, che coabitavano nella stessa realtà, affiancando a un presidente greco-cipriota un vicepresidente turco-cipriota. Le frizioni tra le due etnie hanno portato, negli anni, alla formazione di due visioni contrapposte: quella dei greco-ciprioti di “ènosis”, ossia la riunificazione con la Grecia, e quella dei turco-ciprioti di “taksim”, che indica la separazione in due entità statali distinte. Queste tensioni sfociarono nel 1974 in un colpo di stato per mano della potenza greca, al quale seguì la risposta della Turchia, che inviò soldati dall’Anatolia nella parte nord dell’isola, tutt’oggi occupata. Le forze armate turche, dunque, sbarcarono per impedire la conquista e l’annessione alla Grecia e per tutelare i concittadini presenti sull’isola. Così nel 1979 la Turchia proclamò la nascita dello “Stato federato turco-cipriota”, attuale Repubblica turca di Cipro del Nord, riconosciuta a livello internazionale come stato a tutti gli effetti solo dalla Turchia. Tutti gli altri paesi membri delle Nazioni Unite non l’hanno riconosciuta, poiché è nata con l’uso della forza armata e della minaccia, violando il diritto internazionale. Al contrario, la Repubblica di Cipro (del Sud) è riconosciuta a livello internazionale e fa parte dell’Ue, oltre che del Commonwealth.

Le continue difficoltà nell’individuazione di un accordo hanno presentato un ostacolo potenziale all’entrata di Cipro nell’Unione europea, a cui il governo si era applicato dal 1997. Nel dicembre 2002, l’UE ha invitato formalmente Cipro ad associarsi dal 2004, insistendo che la partecipazione alla UE si sarebbe applicata all’isola intera, sperando che ciò fornisse un incentivo significativo per la riunificazione. Un piano delle Nazioni Unite promosso dal segretario generale Kofi Annan è stato sottoposto a entrambi i lati in referendum separati il 24 aprile 2004. Il lato greco in modo schiacciante ha rifiutato il programma di Annan (75,8% voti contrari) ed il lato turco ha votato in favore (64,9% voti favorevoli). La motivazione preponderante contro l’unificazione addotta da parte del lato greco è stata che il programma di Annan non prevedeva né il ritorno di tutti i rifugiati greco-ciprioti nelle loro case, né il rinvio in Turchia di tutti i coloni turchi, né il ritiro di tutte le truppe turche di occupazione, né la smilitarizzazione dell’isola. Nel valutare il risultato è interessante notare che mentre ai coloni turchi è stato permesso di votare, i rifugiati che erano fuggiti da Cipro non hanno avuto diritto di votare in un referendum che infine avrebbe determinato il loro futuro. Nel maggio 2004, Cipro è entrata nell’UE, anche se in pratica ciò si applica soltanto alla parte sud dell’isola.

Ad oggi, la situazione è in stallo e gli equilibri politici interni sono sempre delicati. L’ONU continua a lasciare sull’isola forza militare di mantenimento della pace, i militari presidiano stabilmente la “Linea Verde”, ovvero quell’area di circa 350 km2 che divide il nord turco e il sud greco, tagliando in due anche la capitale Nicosia. Tuttavia, dall’aprile del 2003 è possibile attraversare questa linea di separazione e nel 2008 è stato aperto il primo passaggio nel centro storico della capitale, in Ledra Street.

Un aspetto davvero importante riguardo la questione cipriota è la disomogeneità che caratterizza le due parti in cui l’isola si trova ad essere divisa.

Dopo la crisi degli anni ‘60, seguita alla secessione turca, l’economia cipriota ha vissuto un periodo di forte espansione, soprattutto nella parte greco-cipriota, grazie in primis al settore del turismo.

Tuttavia, la ricchezza non si è distribuita in modo omogeneo: la vita nella parte greca dell’isola risulta essere molto più agevole e vantaggiosa, rispetto a quanto accade invece nella parte nord (ad esempio i greco–ciprioti hanno un reddito pro capite annuo pari a 13.500 $ contro i 3.300 $ dei turco-ciprioti).

Un altro aspetto importante è il fatto che secondo i greco-ciprioti, il regime turco, nell’area occupata, sta deliberatamente e metodicamente sradicando ogni traccia dei 9.000 anni di cultura. Tanto per fare alcuni esempi, tutti i nomi greci delle località sono stati sostituiti con nomi turchi e le chiese, i monumenti, i cimiteri sono stati distrutti o dissacrati.

Come se non bastasse è in corso la costruzione di una barriera fisica atta a fermare i migranti siriani e afgani che si spostano dal nord dell’isola verso il sud (come si legge qui). Questo inasprisce ancora di più i rapporti tra le due fazioni, in un contesto che negli ultimi anni ha visto l’Europa esternalizzare i propri confini tramite diversi accordi con paesi come Libia e Turchia.

Dopo aver analizzato l’importante situazione ancora in corso che si trova dietro quest’isola, fatta di predominanze e conflitti riportiamo le parole del Papa, il quale guarda in alto alla ricerca della “migliore politica”, invitando a lavorare per il bene comune di ogni membro presente sulla terra, senza privilegi o esclusioni.

Nel paragrafo 154 dell’Enciclica “Fratelli tutti” spiega:

“Per rendere possibile lo sviluppo della comunità mondiale […] è necessaria la migliore politica posta al servizio del vero bene comune. […] Dio ha dato la Terra a tutto il genere umano, perché essa sostenti tutti i suoi membri, senza escludere né privilegiare nessuno […] la società mondiale non è il risultato della somma dei vari paesi, ma piuttosto è la comunione stessa che esiste tra essi, è la reciproca inclusione”.

La storia di Cipro ci racconta di una terra sempre in balia delle potenze continentali, e di un popolo che si trova ad essere oggetto di contese che lo deprivano di una vera identità, e della possibilità di essere padrone di sé stesso.

In Libano lo scorso 4 febbraio, sei mesi dopo l’esplosione del porto di Beirut, è stato ritrovato il corpo senza vita di Lokman Slim, celebre intellettuale libanese e feroce critico di Hezbollah. Nonostante la sua attività di critica, Slim non rappresentava certo una minaccia per Hezbollah, la quale non trae beneficio dalla sua morte, in un momento segnato dal rinnovamento diplomatico dovuto al cambio di amministrazione statunitense.
Non abbiamo la pretesa di fare luce sulla morte di Lokman Slim, né di rintracciare quelle che possono essere le motivazioni che hanno portato al suo omicidio, che la sorella attribuisce direttamente ad Hezbollah, la quale respinge l’accusa. La vicenda ci porta però ad interrogarci proprio su Hezbollah, probabilmente una delle più potenti milizie in questo momento, e al contempo importante partito politico libanese, e quindi organizzazione che al fianco della lotta fisica (principalmente rivolta verso il vicino stato israeliano) ha posto l’impegno politico. L’impegno militare e quello politico sono spesso molto vicini nel panorama mediorientale e sono molteplici le milizie, o le organizzazioni paramilitari, che nel tempo si sono dotate di un apparato politico, come ad esempio la Fratellanza Musulmana in Egitto, o il Fronte Islamico di Salvezza in Algeria.

Ma di cosa parliamo quando nominiamo il gruppo di milizie armate Hezbollah? La traduzione letterale della parola “Hezbollah” è “Partito di Dio”. Il gruppo è di stampo musulmano sciita (avevamo già parlato del legame tra politica e comunità religiose del Libano qua) ed ha fra i principali obiettivi quello di cacciare Israele dal Libano per poter stabilire uno stato indipendente islamico. L’organizzazione nasce infatti negli anni ‘80 quando lo stato di Israele invade il Libano. Il gruppo sferra numerosi attacchi contro lo stato israeliano con l’appoggio di altri stati confinanti come la Siria. Contemporaneamente il gruppo di milizie riesce a diventare una vera e propria forza politica con un grande consenso da parte della popolazione che si trova nella zona sud del paese. Negli anni 2000 la situazione peggiora, soprattutto dopo la guerra del Libano del 2006, nella quale Hezbollah (assieme ad altre milizie libanesi come Amal) ha risposto all’attacco israeliano. La guerra genera consensi per il gruppo armato e verso il suo leader Hassan Nasrallah, il quale cerca di rovesciare il governo libanese e prendere il potere.
Il gruppo nel corso degli anni continua ad avere sempre più successo fino alle ultime elezioni del 2018 alle quali Hezbollah è riuscita a conquistare ben 13 seggi su 128 nel parlamento libanese; in seguito inoltre Hezbollah è entrata a far parte della coalizione di governo. Ad oggi l’organizzazione viene classificata dagli Stati Uniti come un gruppo terroristico, mentre l’Unione Europea considera terroristica solo la sua ala militare, intrattenendo contatti diplomatici con la parte politica.

Nel più ampio quadro regionale, Hezbollah gode di una stretta e salda relazione con l’Iran, e sebbene Teheran abbia contribuito alla creazione e finanzi cospicuamente Hezbollah, il rapporto non è di sudditanza e anzi Hezbollah gestisce autonomamente i propri affari interni e opera con autonomia rispetto alle questioni importanti per l’Iran, anche se in pratica sempre in concerto con quest’ultimo. Assieme questi importanti attori mediorientali costituiscono, con il governo siriano di Assad, il battezzato “Resistance Axis”: un’alleanza politica e militare non ufficiale, che si contrappone al potere di Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita e ai loro alleati.
La relazione fra i due, inoltre, è caratterizzata dalla continuità valoriale e dal rifarsi alla religione sciita, dai nemici comuni e dalla confluenza di interessi economici, securitari e politici. Essi sono infine necessari l’uno all’altro, infatti, l’Iran ricerca punti di appoggio e partner nella regione per affermare la propria influenza e garantire anche in questo modo la propria sicurezza, mentre nonostante la credibilità e l’influenza che Hezbollah esercita in Libano, esso è fortemente dipendente dalle risorse iraniane (fondi e armi), che difficilmente riuscirebbe a rimpiazzare qualora perdesse l’Iran come alleato.
Inoltre, anche il regime di Assad è considerato un alleato chiave di Hezbollah; durante le primavere arabe Hezbollah si è schierata quasi sempre a favore delle rivolte popolari contro le vecchie élite al potere, mentre in Siria, proprio in virtù del legame con Assad, Hezbollah ha sostenuto quest’ultimo sia in termini di forniture militari sia di combattenti, cooperando anche in maniera autonoma con l’Iran.

Hezbollah e altre organizzazioni similari del Medio Oriente, come Hamas, raccolgono molto consenso, per una pluralità di motivi: in primis, poiché non si limitano alla mera propaganda politica, ma si impegnano al contempo in una esperienza concreta di assistenza presso gli ultimi delle rispettive popolazioni, sostituendosi spesso dove lo stato non può (o in alcuni casi non vuole) intervenire, e attivando una serie di iniziative e servizi, sociali e assistenziali (come assistenza sanitaria, ambulatori, sussidi, aiuti alle vedove, assistenza legale, distribuzione di beni alimentari ecc.). Inoltre, si ergono a difensori dell’etica e dei costumi tradizionali, contro la degenerazione morale che proviene dalla contaminazione con l’Occidente e con i passati colonizzatori. A ciò si aggiunge la critica delle
inefficienze statuali e la lotta alla corruzione delle rispettive amministrazioni, che purtroppo risulta essere un fenomeno diffuso e motivo di risentimento nelle popolazioni (è stato infatti anche parte delle cause che hanno portato, un decennio fa, al fenomeno delle primavere arabe), cosicché esse si mostrino anche in questo modo al fianco dei più deboli. Infine, queste organizzazioni sostengono la
causa palestinese, causa che raccoglie sempre grande sostegno nel panorama mediorientale.

In conclusione, possiamo affermare che la visione che i paesi occidentali hanno rispetto ad Hezbollah o altri gruppi militari è molto discordante rispetto a quella che ne hanno i popoli a più stretto contatto.
Quello che può essere visto come un terrorista da una parte, può essere considerato un combattente per la libertà da un’altra.
Si tratta infatti di visioni diverse di partecipazione politica che riflettono il diverso sviluppo storico, sia dei singoli stati sia della rispettiva regione, gli attuali equilibri regionali, e la percezione della propria sicurezza, che nel contesto mediorientale è particolarmente influenzata dalla tensione fra stati arabi ed Israele.
Inoltre, queste organizzazioni danno alle popolazioni sotto il loro controllo assistenza ed aiuto, riempiendo i vuoti lasciati dallo stato nell’aiutare o ascoltare la popolazione.
È proprio nel quadro delle inefficienze statali, forse nemmeno lontanamente paragonabili a quelle che sperimentiamo noi, che possiamo chiederci quali possibilità rimangano agli individui per far sentire la propria voce e i propri bisogni; le primavere arabe ci hanno certo mostrato una strada, che può non essere l’unica. Infatti, quando ai molti mancano i servizi essenziali, o si vedono negati i propri diritti, queste strutture emergono anche per aiutare i più bisognosi; non bisogna tuttavia dimenticare che oltre a tali attività, spesso tali organizzazioni sono usate e agiscono anche per meri, e meno nobili, scopi personali.

Fonti:

Cambanis, Esfandiary, Ghaddar, Hanna, Lund e Mansour, Hybrid Actors: armed groups and state fragmentation in the Middle East, The Century Fox Foundation Press, New York, 2019

https://www.internazionale.it/opinione/pierre-haski/2021/02/05/libano-omicidio-lokman-slim

https://en.wikipedia.org/wiki/Hezbollah

https://ilbolive.unipd.it/it/news/hezbollah-origine-gruppo-politico-armato-libanese

Dopo mesi di attesa, continui rinvii e speranza è iniziata in Europa la distribuzione del vaccino contro il Covid. Quando sulle prime pagine dei giornali è apparsa questa notizia l’intera Comunità Europea ha pensato di essere ad una svolta che determinasse l’inizio della sconfitta del virus.

Il 9 novembre 2020 venne pubblicamente annunciato che l’americana Pfizer e la tedesca BioNTech erano riuscite a mettere a punto un vaccino efficace al 90% e da lì, nel giro di poche settimane, si inaugurarono in molti paesi i V-Day, prima fra tutti la Gran Bretagna che regalò al mondo l’emblematica immagine della novantenne Margaret Keenan, la prima persona in Occidente a ricevere il vaccino.

La rapidità con cui si era giunti alla sintesi di un vaccino risultato efficace, dopo i vari test di routine, ha talora sollevato dubbi e perplessità nell’opinione pubblica. Di norma “il tempo impiegato a sviluppare un vaccino è molto lungo e prevede un alto tasso di insuccessi. Il periodo di ricerca preliminare, infatti, può andare dai due ai cinque anni e, per arrivare allo sviluppo completo del prodotto, possono passare anche dieci anni” afferma il professore A. Mantovani, direttore scientifico di Humanitas. Al netto però dell’inarrestabile ed incontrollabile diffusione del virus Sars-cov-2, la corsa al vaccino ha accelerato e drasticamente ridotto le tempistiche di creazione e sperimentazione.

Nonostante le prime perplessità il vaccino però è stato somministrato e addirittura, finora, le dosi non sono state sufficienti per poter vaccinare tutti coloro che lo richiedevano. Al di là di casi isolati di effetti collaterali dopo la prima dose, la campagna di distribuzione delle dosi in Europa è decollata seguendo un preciso piano di controllo strategico promulgato dalla Commissione Europea già il 15 ottobre 2020. Ursula von der Leyen ha dichiarato che nell’ambito della sua strategia si era adoperata al fine di stringere accordi con le singole case farmaceutiche produttrici dei vaccini, i quali, una volta disponibili, sicuri ed efficaci sarebbero stati resi accessibili a tutti gli stati membri contemporaneamente. Le scoperte dei vaccini sono “luci di speranza” se sono “a disposizione di tutti”. Lo ha detto il Papa nella benedizione Urbi et Orbi del 25 dicembre chiedendo di evitare che “le leggi di mercato e dei brevetti siano sopra le leggi della salute e dell’umanità”. Il Papa invita a pensare che “il dolore e il male non sono l’ultima parola.”

Il Papa ha esortato tutti, fedeli o meno, a considerare con serietà e responsabilità l’opportunità di essere vaccinati per consentire a sé stessi, ma soprattutto agli altri, di potersi tutelare e tornare a vivere pienamente. In modo particolare il Papa si è rivolto ai responsabili degli Stati, alle imprese, agli organismi internazionali chiedendo loro di “promuovere la cooperazione e non la concorrenza, e di cercare una soluzione per tutti” per evitare che questa malattia assuma la forma di un “virus dell’individualismo radicale” ed egoista che ci rende indifferenti davanti “alla sofferenza di altri fratelli e sorelle” (Messaggio Urbi et Orbi del Santo Padre Francesco del 25 dicembre 2020).

Con l’approvazione da parte dell’EMA, l’agenzia europea dei medicinali, del vaccino Pfizer, seguita da quelle di Moderna e AstraZeneca, agli stati membri è stato chiesto un inizio sincronizzato simbolico della vaccinazione il 27 dicembre. Il grande clamore mediatico di tale avvenimento ha portato alla luce le prime divisioni. L’Ungheria ha deciso di ignorare la richiesta di un inizio coordinato, cominciando a somministrare ai volontari le prime dosi ricevute dallo stabilimento Pfizer immediatamente dopo la consegna. A gennaio 2021, a vaccinazione di massa iniziata, le differenze di strategie di ogni paese membro sono state messe in evidenza da una diversa velocità delle somministrazioni.

È stata solo questione di tempo perché le prime controversie venissero allo scoperto: la Germania, promotrice con Italia, Francia e Olanda dell’acquisto centralizzato europeo, è stata accusata di aver precedentemente stilato un accordo con Pfizer per 30 milioni di dosi supplementari, oltre le 300 assegnate. Il ministero della salute tedesco si è giustificato dicendo che l’acquisto è stato fatto in un momento in cui il vaccino di Moderna non era stato ancora approvato dall’EMA e si temeva che le dosi comunitarie non fossero sufficienti per raggiungere l’immunità di gregge tedesca in tempi brevi. Tale spiegazione, insieme a una dichiarazione di Stefan De Keersmaecker, portavoce della Commissione, in cui si afferma che le dosi aggiuntive fanno parte dei negoziati collettivi dell’UE, non hanno comunque convinto Bruxelles, dato che l’accordo tedesco è stato portato a termine due mesi prima della firma del contratto Pfizer. Il sospetto di un accordo interno tra governo tedesco e azienda tedesca BioNTech ha destato diversi malumori in Europa.

Dopo un inizio relativamente spedito, specialmente in Italia e Germania, la speranza di una vaccinazione rapida di tutta la popolazione è svanita a causa di problemi di fornitura dalle case farmaceutiche. Il mea culpa è arrivato direttamente dalla presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, che ha dichiarato, tra le altre cose, di aver sovrastimato la capacità di produzione delle case farmaceutiche.

L’appello alla solidarietà e alla trasparenza è stato unanime da parte dei gruppi parlamentari europei democratici e socialisti. La socialista spagnola Iratxe García Pérez ha fatto un appello contro un “nazionalismo sanitario” aggiungendo che solo l’unità potrà portare alla vaccinazione di 380 milioni di abitanti europei prima dell’estate e che questa impresa non può essere rovinata da contratti paralleli e acquisti diretti.

In vista dell’assemblea Organizzazione Mondiale della Sanità, 140 personalità della comunità scientifica e politica si sono uniti per un appello affinché il vaccino Covid sia libero dai brevetti e gratuito; se infatti in ambito europeo la Comunità si fa responsabile di evitare disuguaglianze tra paesi membri più e meno abbienti, tale garanzia non sussiste per i paesi extraeuropei. Il rischio è che paesi più poveri, come alcuni stati africani, vengano esclusi dalla campagna di vaccinazione per ragioni di profitto. La risposta dell’Unione Europea a tale richiesta è la proposta di un meccanismo volontario di negoziazione collettiva delle licenze dei brevetti tra stati e case farmaceutiche e condivisione di dati su test e terapie, che possa abbassare i prezzi per dose e rendere l’accesso al vaccino più facile anche per le popolazioni più povere.

Un segnale positivo in questa direzione lo ha lanciato la presidente von der Leyen, lo scorso 19 febbraio durante il G7, annunciando lo stanziamento di ulteriori 100 milioni di Euro in aiuti umanitari per supportare la campagna vaccinale in Africa. Questa nuova somma si aggiunge ai fondi già forniti dal Team Europa a favore dello strumento COVAX.

Memori di questo ultimo anno di pandemia in un mondo globalizzato e in continua comunicazione è evidente che separazioni e individualismi non contribuiscono alla sconfitta del virus. Solo la cooperazione e la messa da parte di interessi personali ed economici possono portare il mondo all’uscita dalla crisi sanitaria internazionale per riportare benessere e salute nelle nostre vite. L’importanza di una buona politica è universalmente riconosciuta come cruciale nel gestire la crisi sanitaria. La lungimiranza della classe dirigente è fondamentale per decidere misure contenitive e organizzare strategie. Mai come oggi è evidente l’impatto che l’operato degli amministratori può avere sulla salute e sul benessere della popolazione. La speranza è che le classi politiche del futuro, memori della storia recente, riconoscano il bisogno di agire nella tutela delle prossime generazioni dando la giusta attenzione a beni primari e strutturali, come sanità e educazione mettendo al centro il valore della persona.

L’isola di Cipro è attraversata da una crisi politica e sociale molto particolare, le cui motivazioni sono radicate nel tempo e nelle generazioni. Nei secoli, il territorio è passato di mano in mano, dalla divisione dell’Impero Romano, che l’ha lasciato in mano bizantina, da cui la presenza greca, fino al dominio ottomano tra il sedicesimo e il diciannovesimo secolo, al quale invece si deve la presenza turca, per poi finire sotto il controllo inglese. Questo è un contesto di cui non si sente spesso parlare in Italia, nonostante la sua importanza geostrategica e il complesso rapporto presente tra le sue due “anime” contrapposte. La presenza di una doppia etnia (78% greca, 18% turca) ha fatto sì che si creasse una condizione politica particolare, vissuta spesso in sordina tra avvenimenti che hanno visto casi di pulizia etnica, fratture internazionali evitate all’ultimo momento e minacce militari delinearsi e a volte concretizzarsi con violenza (cfr. questo documento).

Cipro è la terza isola del mar Mediterraneo per estensione. Il 59% della sua superficie si trova sotto il controllo della Repubblica di Cipro, mentre la zona turco-cipriota a nord copre circa il 36% del territorio; il 5% è ancora sotto il controllo inglese. Per comprendere meglio la situazione attuale che caratterizza l’isola di Cipro è necessario tornare all’origine di quella che viene definita la “questione di Cipro”.

Nel 1960 l’isola raggiunse l’indipendenza dalla potenza coloniale britannica. L’accordo coinvolgeva Turchia, Grecia e Regno Unito e prevedeva la collaborazione tra la comunità turca e la comunità greca, che coabitavano nella stessa realtà, affiancando a un presidente greco-cipriota un vicepresidente turco-cipriota. Le frizioni tra le due etnie hanno portato, negli anni, alla formazione di due visioni contrapposte: quella dei greco-ciprioti di “ènosis”, ossia la riunificazione con la Grecia, e quella dei turco-ciprioti di “taksim”, che indica la separazione in due entità statali distinte. Queste tensioni sfociarono nel 1974 in un colpo di stato per mano della potenza greca, al quale seguì la risposta della Turchia, che inviò soldati dall’Anatolia nella parte nord dell’isola, tutt’oggi occupata. Le forze armate turche, dunque, sbarcarono per impedire la conquista e l’annessione alla Grecia e per tutelare i concittadini presenti sull’isola. Così nel 1979 la Turchia proclamò la nascita dello “Stato federato turco-cipriota”, attuale Repubblica turca di Cipro del Nord, riconosciuta a livello internazionale come stato a tutti gli effetti solo dalla Turchia. Tutti gli altri paesi membri delle Nazioni Unite non l’hanno riconosciuta, poiché è nata con l’uso della forza armata e della minaccia, violando il diritto internazionale. Al contrario, la Repubblica di Cipro (del Sud) è riconosciuta a livello internazionale e fa parte dell’Ue, oltre che del Commonwealth.

Le continue difficoltà nell’individuazione di un accordo hanno presentato un ostacolo potenziale all’entrata di Cipro nell’Unione europea, a cui il governo si era applicato dal 1997. Nel dicembre 2002, l’UE ha invitato formalmente Cipro ad associarsi dal 2004, insistendo che la partecipazione alla UE si sarebbe applicata all’isola intera, sperando che ciò fornisse un incentivo significativo per la riunificazione. Un piano delle Nazioni Unite promosso dal segretario generale Kofi Annan è stato sottoposto a entrambi i lati in referendum separati il 24 aprile 2004. Il lato greco in modo schiacciante ha rifiutato il programma di Annan (75,8% voti contrari) ed il lato turco ha votato in favore (64,9% voti favorevoli). La motivazione preponderante contro l’unificazione addotta da parte del lato greco è stata che il programma di Annan non prevedeva né il ritorno di tutti i rifugiati greco-ciprioti nelle loro case, né il rinvio in Turchia di tutti i coloni turchi, né il ritiro di tutte le truppe turche di occupazione, né la smilitarizzazione dell’isola. Nel valutare il risultato è interessante notare che mentre ai coloni turchi è stato permesso di votare, i rifugiati che erano fuggiti da Cipro non hanno avuto diritto di votare in un referendum che infine avrebbe determinato il loro futuro. Nel maggio 2004, Cipro è entrata nell’UE, anche se in pratica ciò si applica soltanto alla parte sud dell’isola.

Ad oggi, la situazione è in stallo e gli equilibri politici interni sono sempre delicati. L’ONU continua a lasciare sull’isola forza militare di mantenimento della pace, i militari presidiano stabilmente la “Linea Verde”, ovvero quell’area di circa 350 km2 che divide il nord turco e il sud greco, tagliando in due anche la capitale Nicosia. Tuttavia, dall’aprile del 2003 è possibile attraversare questa linea di separazione e nel 2008 è stato aperto il primo passaggio nel centro storico della capitale, in Ledra Street.

Un aspetto davvero importante riguardo la questione cipriota è la disomogeneità che caratterizza le due parti in cui l’isola si trova ad essere divisa.

Dopo la crisi degli anni ‘60, seguita alla secessione turca, l’economia cipriota ha vissuto un periodo di forte espansione, soprattutto nella parte greco-cipriota, grazie in primis al settore del turismo.

Tuttavia, la ricchezza non si è distribuita in modo omogeneo: la vita nella parte greca dell’isola risulta essere molto più agevole e vantaggiosa, rispetto a quanto accade invece nella parte nord (ad esempio i greco–ciprioti hanno un reddito pro capite annuo pari a 13.500 $ contro i 3.300 $ dei turco-ciprioti).

Un altro aspetto importante è il fatto che secondo i greco-ciprioti, il regime turco, nell’area occupata, sta deliberatamente e metodicamente sradicando ogni traccia dei 9.000 anni di cultura. Tanto per fare alcuni esempi, tutti i nomi greci delle località sono stati sostituiti con nomi turchi e le chiese, i monumenti, i cimiteri sono stati distrutti o dissacrati.

Come se non bastasse è in corso la costruzione di una barriera fisica atta a fermare i migranti siriani e afgani che si spostano dal nord dell’isola verso il sud (come si legge qui). Questo inasprisce ancora di più i rapporti tra le due fazioni, in un contesto che negli ultimi anni ha visto l’Europa esternalizzare i propri confini tramite diversi accordi con paesi come Libia e Turchia.

Dopo aver analizzato l’importante situazione ancora in corso che si trova dietro quest’isola, fatta di predominanze e conflitti riportiamo le parole del Papa, il quale guarda in alto alla ricerca della “migliore politica”, invitando a lavorare per il bene comune di ogni membro presente sulla terra, senza privilegi o esclusioni.

Nel paragrafo 154 dell’Enciclica “Fratelli tutti” spiega:

“Per rendere possibile lo sviluppo della comunità mondiale […] è necessaria la migliore politica posta al servizio del vero bene comune. […] Dio ha dato la Terra a tutto il genere umano, perché essa sostenti tutti i suoi membri, senza escludere né privilegiare nessuno […] la società mondiale non è il risultato della somma dei vari paesi, ma piuttosto è la comunione stessa che esiste tra essi, è la reciproca inclusione”.

La storia di Cipro ci racconta di una terra sempre in balia delle potenze continentali, e di un popolo che si trova ad essere oggetto di contese che lo deprivano di una vera identità, e della possibilità di essere padrone di sé stesso.

In Libano lo scorso 4 febbraio, sei mesi dopo l’esplosione del porto di Beirut, è stato ritrovato il corpo senza vita di Lokman Slim, celebre intellettuale libanese e feroce critico di Hezbollah. Nonostante la sua attività di critica, Slim non rappresentava certo una minaccia per Hezbollah, la quale non trae beneficio dalla sua morte, in un momento segnato dal rinnovamento diplomatico dovuto al cambio di amministrazione statunitense.
Non abbiamo la pretesa di fare luce sulla morte di Lokman Slim, né di rintracciare quelle che possono essere le motivazioni che hanno portato al suo omicidio, che la sorella attribuisce direttamente ad Hezbollah, la quale respinge l’accusa. La vicenda ci porta però ad interrogarci proprio su Hezbollah, probabilmente una delle più potenti milizie in questo momento, e al contempo importante partito politico libanese, e quindi organizzazione che al fianco della lotta fisica (principalmente rivolta verso il vicino stato israeliano) ha posto l’impegno politico. L’impegno militare e quello politico sono spesso molto vicini nel panorama mediorientale e sono molteplici le milizie, o le organizzazioni paramilitari, che nel tempo si sono dotate di un apparato politico, come ad esempio la Fratellanza Musulmana in Egitto, o il Fronte Islamico di Salvezza in Algeria.

Ma di cosa parliamo quando nominiamo il gruppo di milizie armate Hezbollah? La traduzione letterale della parola “Hezbollah” è “Partito di Dio”. Il gruppo è di stampo musulmano sciita (avevamo già parlato del legame tra politica e comunità religiose del Libano qua) ed ha fra i principali obiettivi quello di cacciare Israele dal Libano per poter stabilire uno stato indipendente islamico. L’organizzazione nasce infatti negli anni ‘80 quando lo stato di Israele invade il Libano. Il gruppo sferra numerosi attacchi contro lo stato israeliano con l’appoggio di altri stati confinanti come la Siria. Contemporaneamente il gruppo di milizie riesce a diventare una vera e propria forza politica con un grande consenso da parte della popolazione che si trova nella zona sud del paese. Negli anni 2000 la situazione peggiora, soprattutto dopo la guerra del Libano del 2006, nella quale Hezbollah (assieme ad altre milizie libanesi come Amal) ha risposto all’attacco israeliano. La guerra genera consensi per il gruppo armato e verso il suo leader Hassan Nasrallah, il quale cerca di rovesciare il governo libanese e prendere il potere.
Il gruppo nel corso degli anni continua ad avere sempre più successo fino alle ultime elezioni del 2018 alle quali Hezbollah è riuscita a conquistare ben 13 seggi su 128 nel parlamento libanese; in seguito inoltre Hezbollah è entrata a far parte della coalizione di governo. Ad oggi l’organizzazione viene classificata dagli Stati Uniti come un gruppo terroristico, mentre l’Unione Europea considera terroristica solo la sua ala militare, intrattenendo contatti diplomatici con la parte politica.

Nel più ampio quadro regionale, Hezbollah gode di una stretta e salda relazione con l’Iran, e sebbene Teheran abbia contribuito alla creazione e finanzi cospicuamente Hezbollah, il rapporto non è di sudditanza e anzi Hezbollah gestisce autonomamente i propri affari interni e opera con autonomia rispetto alle questioni importanti per l’Iran, anche se in pratica sempre in concerto con quest’ultimo. Assieme questi importanti attori mediorientali costituiscono, con il governo siriano di Assad, il battezzato “Resistance Axis”: un’alleanza politica e militare non ufficiale, che si contrappone al potere di Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita e ai loro alleati.
La relazione fra i due, inoltre, è caratterizzata dalla continuità valoriale e dal rifarsi alla religione sciita, dai nemici comuni e dalla confluenza di interessi economici, securitari e politici. Essi sono infine necessari l’uno all’altro, infatti, l’Iran ricerca punti di appoggio e partner nella regione per affermare la propria influenza e garantire anche in questo modo la propria sicurezza, mentre nonostante la credibilità e l’influenza che Hezbollah esercita in Libano, esso è fortemente dipendente dalle risorse iraniane (fondi e armi), che difficilmente riuscirebbe a rimpiazzare qualora perdesse l’Iran come alleato.
Inoltre, anche il regime di Assad è considerato un alleato chiave di Hezbollah; durante le primavere arabe Hezbollah si è schierata quasi sempre a favore delle rivolte popolari contro le vecchie élite al potere, mentre in Siria, proprio in virtù del legame con Assad, Hezbollah ha sostenuto quest’ultimo sia in termini di forniture militari sia di combattenti, cooperando anche in maniera autonoma con l’Iran.

Hezbollah e altre organizzazioni similari del Medio Oriente, come Hamas, raccolgono molto consenso, per una pluralità di motivi: in primis, poiché non si limitano alla mera propaganda politica, ma si impegnano al contempo in una esperienza concreta di assistenza presso gli ultimi delle rispettive popolazioni, sostituendosi spesso dove lo stato non può (o in alcuni casi non vuole) intervenire, e attivando una serie di iniziative e servizi, sociali e assistenziali (come assistenza sanitaria, ambulatori, sussidi, aiuti alle vedove, assistenza legale, distribuzione di beni alimentari ecc.). Inoltre, si ergono a difensori dell’etica e dei costumi tradizionali, contro la degenerazione morale che proviene dalla contaminazione con l’Occidente e con i passati colonizzatori. A ciò si aggiunge la critica delle
inefficienze statuali e la lotta alla corruzione delle rispettive amministrazioni, che purtroppo risulta essere un fenomeno diffuso e motivo di risentimento nelle popolazioni (è stato infatti anche parte delle cause che hanno portato, un decennio fa, al fenomeno delle primavere arabe), cosicché esse si mostrino anche in questo modo al fianco dei più deboli. Infine, queste organizzazioni sostengono la
causa palestinese, causa che raccoglie sempre grande sostegno nel panorama mediorientale.

In conclusione, possiamo affermare che la visione che i paesi occidentali hanno rispetto ad Hezbollah o altri gruppi militari è molto discordante rispetto a quella che ne hanno i popoli a più stretto contatto.
Quello che può essere visto come un terrorista da una parte, può essere considerato un combattente per la libertà da un’altra.
Si tratta infatti di visioni diverse di partecipazione politica che riflettono il diverso sviluppo storico, sia dei singoli stati sia della rispettiva regione, gli attuali equilibri regionali, e la percezione della propria sicurezza, che nel contesto mediorientale è particolarmente influenzata dalla tensione fra stati arabi ed Israele.
Inoltre, queste organizzazioni danno alle popolazioni sotto il loro controllo assistenza ed aiuto, riempiendo i vuoti lasciati dallo stato nell’aiutare o ascoltare la popolazione.
È proprio nel quadro delle inefficienze statali, forse nemmeno lontanamente paragonabili a quelle che sperimentiamo noi, che possiamo chiederci quali possibilità rimangano agli individui per far sentire la propria voce e i propri bisogni; le primavere arabe ci hanno certo mostrato una strada, che può non essere l’unica. Infatti, quando ai molti mancano i servizi essenziali, o si vedono negati i propri diritti, queste strutture emergono anche per aiutare i più bisognosi; non bisogna tuttavia dimenticare che oltre a tali attività, spesso tali organizzazioni sono usate e agiscono anche per meri, e meno nobili, scopi personali.

Fonti:

Cambanis, Esfandiary, Ghaddar, Hanna, Lund e Mansour, Hybrid Actors: armed groups and state fragmentation in the Middle East, The Century Fox Foundation Press, New York, 2019

https://www.internazionale.it/opinione/pierre-haski/2021/02/05/libano-omicidio-lokman-slim

https://en.wikipedia.org/wiki/Hezbollah

https://ilbolive.unipd.it/it/news/hezbollah-origine-gruppo-politico-armato-libanese

Dopo mesi di attesa, continui rinvii e speranza è iniziata in Europa la distribuzione del vaccino contro il Covid. Quando sulle prime pagine dei giornali è apparsa questa notizia l’intera Comunità Europea ha pensato di essere ad una svolta che determinasse l’inizio della sconfitta del virus.

Il 9 novembre 2020 venne pubblicamente annunciato che l’americana Pfizer e la tedesca BioNTech erano riuscite a mettere a punto un vaccino efficace al 90% e da lì, nel giro di poche settimane, si inaugurarono in molti paesi i V-Day, prima fra tutti la Gran Bretagna che regalò al mondo l’emblematica immagine della novantenne Margaret Keenan, la prima persona in Occidente a ricevere il vaccino.

La rapidità con cui si era giunti alla sintesi di un vaccino risultato efficace, dopo i vari test di routine, ha talora sollevato dubbi e perplessità nell’opinione pubblica. Di norma “il tempo impiegato a sviluppare un vaccino è molto lungo e prevede un alto tasso di insuccessi. Il periodo di ricerca preliminare, infatti, può andare dai due ai cinque anni e, per arrivare allo sviluppo completo del prodotto, possono passare anche dieci anni” afferma il professore A. Mantovani, direttore scientifico di Humanitas. Al netto però dell’inarrestabile ed incontrollabile diffusione del virus Sars-cov-2, la corsa al vaccino ha accelerato e drasticamente ridotto le tempistiche di creazione e sperimentazione.

Nonostante le prime perplessità il vaccino però è stato somministrato e addirittura, finora, le dosi non sono state sufficienti per poter vaccinare tutti coloro che lo richiedevano. Al di là di casi isolati di effetti collaterali dopo la prima dose, la campagna di distribuzione delle dosi in Europa è decollata seguendo un preciso piano di controllo strategico promulgato dalla Commissione Europea già il 15 ottobre 2020. Ursula von der Leyen ha dichiarato che nell’ambito della sua strategia si era adoperata al fine di stringere accordi con le singole case farmaceutiche produttrici dei vaccini, i quali, una volta disponibili, sicuri ed efficaci sarebbero stati resi accessibili a tutti gli stati membri contemporaneamente. Le scoperte dei vaccini sono “luci di speranza” se sono “a disposizione di tutti”. Lo ha detto il Papa nella benedizione Urbi et Orbi del 25 dicembre chiedendo di evitare che “le leggi di mercato e dei brevetti siano sopra le leggi della salute e dell’umanità”. Il Papa invita a pensare che “il dolore e il male non sono l’ultima parola.”

Il Papa ha esortato tutti, fedeli o meno, a considerare con serietà e responsabilità l’opportunità di essere vaccinati per consentire a sé stessi, ma soprattutto agli altri, di potersi tutelare e tornare a vivere pienamente. In modo particolare il Papa si è rivolto ai responsabili degli Stati, alle imprese, agli organismi internazionali chiedendo loro di “promuovere la cooperazione e non la concorrenza, e di cercare una soluzione per tutti” per evitare che questa malattia assuma la forma di un “virus dell’individualismo radicale” ed egoista che ci rende indifferenti davanti “alla sofferenza di altri fratelli e sorelle” (Messaggio Urbi et Orbi del Santo Padre Francesco del 25 dicembre 2020).

Con l’approvazione da parte dell’EMA, l’agenzia europea dei medicinali, del vaccino Pfizer, seguita da quelle di Moderna e AstraZeneca, agli stati membri è stato chiesto un inizio sincronizzato simbolico della vaccinazione il 27 dicembre. Il grande clamore mediatico di tale avvenimento ha portato alla luce le prime divisioni. L’Ungheria ha deciso di ignorare la richiesta di un inizio coordinato, cominciando a somministrare ai volontari le prime dosi ricevute dallo stabilimento Pfizer immediatamente dopo la consegna. A gennaio 2021, a vaccinazione di massa iniziata, le differenze di strategie di ogni paese membro sono state messe in evidenza da una diversa velocità delle somministrazioni.

È stata solo questione di tempo perché le prime controversie venissero allo scoperto: la Germania, promotrice con Italia, Francia e Olanda dell’acquisto centralizzato europeo, è stata accusata di aver precedentemente stilato un accordo con Pfizer per 30 milioni di dosi supplementari, oltre le 300 assegnate. Il ministero della salute tedesco si è giustificato dicendo che l’acquisto è stato fatto in un momento in cui il vaccino di Moderna non era stato ancora approvato dall’EMA e si temeva che le dosi comunitarie non fossero sufficienti per raggiungere l’immunità di gregge tedesca in tempi brevi. Tale spiegazione, insieme a una dichiarazione di Stefan De Keersmaecker, portavoce della Commissione, in cui si afferma che le dosi aggiuntive fanno parte dei negoziati collettivi dell’UE, non hanno comunque convinto Bruxelles, dato che l’accordo tedesco è stato portato a termine due mesi prima della firma del contratto Pfizer. Il sospetto di un accordo interno tra governo tedesco e azienda tedesca BioNTech ha destato diversi malumori in Europa.

Dopo un inizio relativamente spedito, specialmente in Italia e Germania, la speranza di una vaccinazione rapida di tutta la popolazione è svanita a causa di problemi di fornitura dalle case farmaceutiche. Il mea culpa è arrivato direttamente dalla presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, che ha dichiarato, tra le altre cose, di aver sovrastimato la capacità di produzione delle case farmaceutiche.

L’appello alla solidarietà e alla trasparenza è stato unanime da parte dei gruppi parlamentari europei democratici e socialisti. La socialista spagnola Iratxe García Pérez ha fatto un appello contro un “nazionalismo sanitario” aggiungendo che solo l’unità potrà portare alla vaccinazione di 380 milioni di abitanti europei prima dell’estate e che questa impresa non può essere rovinata da contratti paralleli e acquisti diretti.

In vista dell’assemblea Organizzazione Mondiale della Sanità, 140 personalità della comunità scientifica e politica si sono uniti per un appello affinché il vaccino Covid sia libero dai brevetti e gratuito; se infatti in ambito europeo la Comunità si fa responsabile di evitare disuguaglianze tra paesi membri più e meno abbienti, tale garanzia non sussiste per i paesi extraeuropei. Il rischio è che paesi più poveri, come alcuni stati africani, vengano esclusi dalla campagna di vaccinazione per ragioni di profitto. La risposta dell’Unione Europea a tale richiesta è la proposta di un meccanismo volontario di negoziazione collettiva delle licenze dei brevetti tra stati e case farmaceutiche e condivisione di dati su test e terapie, che possa abbassare i prezzi per dose e rendere l’accesso al vaccino più facile anche per le popolazioni più povere.

Un segnale positivo in questa direzione lo ha lanciato la presidente von der Leyen, lo scorso 19 febbraio durante il G7, annunciando lo stanziamento di ulteriori 100 milioni di Euro in aiuti umanitari per supportare la campagna vaccinale in Africa. Questa nuova somma si aggiunge ai fondi già forniti dal Team Europa a favore dello strumento COVAX.

Memori di questo ultimo anno di pandemia in un mondo globalizzato e in continua comunicazione è evidente che separazioni e individualismi non contribuiscono alla sconfitta del virus. Solo la cooperazione e la messa da parte di interessi personali ed economici possono portare il mondo all’uscita dalla crisi sanitaria internazionale per riportare benessere e salute nelle nostre vite. L’importanza di una buona politica è universalmente riconosciuta come cruciale nel gestire la crisi sanitaria. La lungimiranza della classe dirigente è fondamentale per decidere misure contenitive e organizzare strategie. Mai come oggi è evidente l’impatto che l’operato degli amministratori può avere sulla salute e sul benessere della popolazione. La speranza è che le classi politiche del futuro, memori della storia recente, riconoscano il bisogno di agire nella tutela delle prossime generazioni dando la giusta attenzione a beni primari e strutturali, come sanità e educazione mettendo al centro il valore della persona.

L’isola di Cipro è attraversata da una crisi politica e sociale molto particolare, le cui motivazioni sono radicate nel tempo e nelle generazioni. Nei secoli, il territorio è passato di mano in mano, dalla divisione dell’Impero Romano, che l’ha lasciato in mano bizantina, da cui la presenza greca, fino al dominio ottomano tra il sedicesimo e il diciannovesimo secolo, al quale invece si deve la presenza turca, per poi finire sotto il controllo inglese. Questo è un contesto di cui non si sente spesso parlare in Italia, nonostante la sua importanza geostrategica e il complesso rapporto presente tra le sue due “anime” contrapposte. La presenza di una doppia etnia (78% greca, 18% turca) ha fatto sì che si creasse una condizione politica particolare, vissuta spesso in sordina tra avvenimenti che hanno visto casi di pulizia etnica, fratture internazionali evitate all’ultimo momento e minacce militari delinearsi e a volte concretizzarsi con violenza (cfr. questo documento).

Cipro è la terza isola del mar Mediterraneo per estensione. Il 59% della sua superficie si trova sotto il controllo della Repubblica di Cipro, mentre la zona turco-cipriota a nord copre circa il 36% del territorio; il 5% è ancora sotto il controllo inglese. Per comprendere meglio la situazione attuale che caratterizza l’isola di Cipro è necessario tornare all’origine di quella che viene definita la “questione di Cipro”.

Nel 1960 l’isola raggiunse l’indipendenza dalla potenza coloniale britannica. L’accordo coinvolgeva Turchia, Grecia e Regno Unito e prevedeva la collaborazione tra la comunità turca e la comunità greca, che coabitavano nella stessa realtà, affiancando a un presidente greco-cipriota un vicepresidente turco-cipriota. Le frizioni tra le due etnie hanno portato, negli anni, alla formazione di due visioni contrapposte: quella dei greco-ciprioti di “ènosis”, ossia la riunificazione con la Grecia, e quella dei turco-ciprioti di “taksim”, che indica la separazione in due entità statali distinte. Queste tensioni sfociarono nel 1974 in un colpo di stato per mano della potenza greca, al quale seguì la risposta della Turchia, che inviò soldati dall’Anatolia nella parte nord dell’isola, tutt’oggi occupata. Le forze armate turche, dunque, sbarcarono per impedire la conquista e l’annessione alla Grecia e per tutelare i concittadini presenti sull’isola. Così nel 1979 la Turchia proclamò la nascita dello “Stato federato turco-cipriota”, attuale Repubblica turca di Cipro del Nord, riconosciuta a livello internazionale come stato a tutti gli effetti solo dalla Turchia. Tutti gli altri paesi membri delle Nazioni Unite non l’hanno riconosciuta, poiché è nata con l’uso della forza armata e della minaccia, violando il diritto internazionale. Al contrario, la Repubblica di Cipro (del Sud) è riconosciuta a livello internazionale e fa parte dell’Ue, oltre che del Commonwealth.

Le continue difficoltà nell’individuazione di un accordo hanno presentato un ostacolo potenziale all’entrata di Cipro nell’Unione europea, a cui il governo si era applicato dal 1997. Nel dicembre 2002, l’UE ha invitato formalmente Cipro ad associarsi dal 2004, insistendo che la partecipazione alla UE si sarebbe applicata all’isola intera, sperando che ciò fornisse un incentivo significativo per la riunificazione. Un piano delle Nazioni Unite promosso dal segretario generale Kofi Annan è stato sottoposto a entrambi i lati in referendum separati il 24 aprile 2004. Il lato greco in modo schiacciante ha rifiutato il programma di Annan (75,8% voti contrari) ed il lato turco ha votato in favore (64,9% voti favorevoli). La motivazione preponderante contro l’unificazione addotta da parte del lato greco è stata che il programma di Annan non prevedeva né il ritorno di tutti i rifugiati greco-ciprioti nelle loro case, né il rinvio in Turchia di tutti i coloni turchi, né il ritiro di tutte le truppe turche di occupazione, né la smilitarizzazione dell’isola. Nel valutare il risultato è interessante notare che mentre ai coloni turchi è stato permesso di votare, i rifugiati che erano fuggiti da Cipro non hanno avuto diritto di votare in un referendum che infine avrebbe determinato il loro futuro. Nel maggio 2004, Cipro è entrata nell’UE, anche se in pratica ciò si applica soltanto alla parte sud dell’isola.

Ad oggi, la situazione è in stallo e gli equilibri politici interni sono sempre delicati. L’ONU continua a lasciare sull’isola forza militare di mantenimento della pace, i militari presidiano stabilmente la “Linea Verde”, ovvero quell’area di circa 350 km2 che divide il nord turco e il sud greco, tagliando in due anche la capitale Nicosia. Tuttavia, dall’aprile del 2003 è possibile attraversare questa linea di separazione e nel 2008 è stato aperto il primo passaggio nel centro storico della capitale, in Ledra Street.

Un aspetto davvero importante riguardo la questione cipriota è la disomogeneità che caratterizza le due parti in cui l’isola si trova ad essere divisa.

Dopo la crisi degli anni ‘60, seguita alla secessione turca, l’economia cipriota ha vissuto un periodo di forte espansione, soprattutto nella parte greco-cipriota, grazie in primis al settore del turismo.

Tuttavia, la ricchezza non si è distribuita in modo omogeneo: la vita nella parte greca dell’isola risulta essere molto più agevole e vantaggiosa, rispetto a quanto accade invece nella parte nord (ad esempio i greco–ciprioti hanno un reddito pro capite annuo pari a 13.500 $ contro i 3.300 $ dei turco-ciprioti).

Un altro aspetto importante è il fatto che secondo i greco-ciprioti, il regime turco, nell’area occupata, sta deliberatamente e metodicamente sradicando ogni traccia dei 9.000 anni di cultura. Tanto per fare alcuni esempi, tutti i nomi greci delle località sono stati sostituiti con nomi turchi e le chiese, i monumenti, i cimiteri sono stati distrutti o dissacrati.

Come se non bastasse è in corso la costruzione di una barriera fisica atta a fermare i migranti siriani e afgani che si spostano dal nord dell’isola verso il sud (come si legge qui). Questo inasprisce ancora di più i rapporti tra le due fazioni, in un contesto che negli ultimi anni ha visto l’Europa esternalizzare i propri confini tramite diversi accordi con paesi come Libia e Turchia.

Dopo aver analizzato l’importante situazione ancora in corso che si trova dietro quest’isola, fatta di predominanze e conflitti riportiamo le parole del Papa, il quale guarda in alto alla ricerca della “migliore politica”, invitando a lavorare per il bene comune di ogni membro presente sulla terra, senza privilegi o esclusioni.

Nel paragrafo 154 dell’Enciclica “Fratelli tutti” spiega:

“Per rendere possibile lo sviluppo della comunità mondiale […] è necessaria la migliore politica posta al servizio del vero bene comune. […] Dio ha dato la Terra a tutto il genere umano, perché essa sostenti tutti i suoi membri, senza escludere né privilegiare nessuno […] la società mondiale non è il risultato della somma dei vari paesi, ma piuttosto è la comunione stessa che esiste tra essi, è la reciproca inclusione”.

La storia di Cipro ci racconta di una terra sempre in balia delle potenze continentali, e di un popolo che si trova ad essere oggetto di contese che lo deprivano di una vera identità, e della possibilità di essere padrone di sé stesso.

In Libano lo scorso 4 febbraio, sei mesi dopo l’esplosione del porto di Beirut, è stato ritrovato il corpo senza vita di Lokman Slim, celebre intellettuale libanese e feroce critico di Hezbollah. Nonostante la sua attività di critica, Slim non rappresentava certo una minaccia per Hezbollah, la quale non trae beneficio dalla sua morte, in un momento segnato dal rinnovamento diplomatico dovuto al cambio di amministrazione statunitense.
Non abbiamo la pretesa di fare luce sulla morte di Lokman Slim, né di rintracciare quelle che possono essere le motivazioni che hanno portato al suo omicidio, che la sorella attribuisce direttamente ad Hezbollah, la quale respinge l’accusa. La vicenda ci porta però ad interrogarci proprio su Hezbollah, probabilmente una delle più potenti milizie in questo momento, e al contempo importante partito politico libanese, e quindi organizzazione che al fianco della lotta fisica (principalmente rivolta verso il vicino stato israeliano) ha posto l’impegno politico. L’impegno militare e quello politico sono spesso molto vicini nel panorama mediorientale e sono molteplici le milizie, o le organizzazioni paramilitari, che nel tempo si sono dotate di un apparato politico, come ad esempio la Fratellanza Musulmana in Egitto, o il Fronte Islamico di Salvezza in Algeria.

Ma di cosa parliamo quando nominiamo il gruppo di milizie armate Hezbollah? La traduzione letterale della parola “Hezbollah” è “Partito di Dio”. Il gruppo è di stampo musulmano sciita (avevamo già parlato del legame tra politica e comunità religiose del Libano qua) ed ha fra i principali obiettivi quello di cacciare Israele dal Libano per poter stabilire uno stato indipendente islamico. L’organizzazione nasce infatti negli anni ‘80 quando lo stato di Israele invade il Libano. Il gruppo sferra numerosi attacchi contro lo stato israeliano con l’appoggio di altri stati confinanti come la Siria. Contemporaneamente il gruppo di milizie riesce a diventare una vera e propria forza politica con un grande consenso da parte della popolazione che si trova nella zona sud del paese. Negli anni 2000 la situazione peggiora, soprattutto dopo la guerra del Libano del 2006, nella quale Hezbollah (assieme ad altre milizie libanesi come Amal) ha risposto all’attacco israeliano. La guerra genera consensi per il gruppo armato e verso il suo leader Hassan Nasrallah, il quale cerca di rovesciare il governo libanese e prendere il potere.
Il gruppo nel corso degli anni continua ad avere sempre più successo fino alle ultime elezioni del 2018 alle quali Hezbollah è riuscita a conquistare ben 13 seggi su 128 nel parlamento libanese; in seguito inoltre Hezbollah è entrata a far parte della coalizione di governo. Ad oggi l’organizzazione viene classificata dagli Stati Uniti come un gruppo terroristico, mentre l’Unione Europea considera terroristica solo la sua ala militare, intrattenendo contatti diplomatici con la parte politica.

Nel più ampio quadro regionale, Hezbollah gode di una stretta e salda relazione con l’Iran, e sebbene Teheran abbia contribuito alla creazione e finanzi cospicuamente Hezbollah, il rapporto non è di sudditanza e anzi Hezbollah gestisce autonomamente i propri affari interni e opera con autonomia rispetto alle questioni importanti per l’Iran, anche se in pratica sempre in concerto con quest’ultimo. Assieme questi importanti attori mediorientali costituiscono, con il governo siriano di Assad, il battezzato “Resistance Axis”: un’alleanza politica e militare non ufficiale, che si contrappone al potere di Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita e ai loro alleati.
La relazione fra i due, inoltre, è caratterizzata dalla continuità valoriale e dal rifarsi alla religione sciita, dai nemici comuni e dalla confluenza di interessi economici, securitari e politici. Essi sono infine necessari l’uno all’altro, infatti, l’Iran ricerca punti di appoggio e partner nella regione per affermare la propria influenza e garantire anche in questo modo la propria sicurezza, mentre nonostante la credibilità e l’influenza che Hezbollah esercita in Libano, esso è fortemente dipendente dalle risorse iraniane (fondi e armi), che difficilmente riuscirebbe a rimpiazzare qualora perdesse l’Iran come alleato.
Inoltre, anche il regime di Assad è considerato un alleato chiave di Hezbollah; durante le primavere arabe Hezbollah si è schierata quasi sempre a favore delle rivolte popolari contro le vecchie élite al potere, mentre in Siria, proprio in virtù del legame con Assad, Hezbollah ha sostenuto quest’ultimo sia in termini di forniture militari sia di combattenti, cooperando anche in maniera autonoma con l’Iran.

Hezbollah e altre organizzazioni similari del Medio Oriente, come Hamas, raccolgono molto consenso, per una pluralità di motivi: in primis, poiché non si limitano alla mera propaganda politica, ma si impegnano al contempo in una esperienza concreta di assistenza presso gli ultimi delle rispettive popolazioni, sostituendosi spesso dove lo stato non può (o in alcuni casi non vuole) intervenire, e attivando una serie di iniziative e servizi, sociali e assistenziali (come assistenza sanitaria, ambulatori, sussidi, aiuti alle vedove, assistenza legale, distribuzione di beni alimentari ecc.). Inoltre, si ergono a difensori dell’etica e dei costumi tradizionali, contro la degenerazione morale che proviene dalla contaminazione con l’Occidente e con i passati colonizzatori. A ciò si aggiunge la critica delle
inefficienze statuali e la lotta alla corruzione delle rispettive amministrazioni, che purtroppo risulta essere un fenomeno diffuso e motivo di risentimento nelle popolazioni (è stato infatti anche parte delle cause che hanno portato, un decennio fa, al fenomeno delle primavere arabe), cosicché esse si mostrino anche in questo modo al fianco dei più deboli. Infine, queste organizzazioni sostengono la
causa palestinese, causa che raccoglie sempre grande sostegno nel panorama mediorientale.

In conclusione, possiamo affermare che la visione che i paesi occidentali hanno rispetto ad Hezbollah o altri gruppi militari è molto discordante rispetto a quella che ne hanno i popoli a più stretto contatto.
Quello che può essere visto come un terrorista da una parte, può essere considerato un combattente per la libertà da un’altra.
Si tratta infatti di visioni diverse di partecipazione politica che riflettono il diverso sviluppo storico, sia dei singoli stati sia della rispettiva regione, gli attuali equilibri regionali, e la percezione della propria sicurezza, che nel contesto mediorientale è particolarmente influenzata dalla tensione fra stati arabi ed Israele.
Inoltre, queste organizzazioni danno alle popolazioni sotto il loro controllo assistenza ed aiuto, riempiendo i vuoti lasciati dallo stato nell’aiutare o ascoltare la popolazione.
È proprio nel quadro delle inefficienze statali, forse nemmeno lontanamente paragonabili a quelle che sperimentiamo noi, che possiamo chiederci quali possibilità rimangano agli individui per far sentire la propria voce e i propri bisogni; le primavere arabe ci hanno certo mostrato una strada, che può non essere l’unica. Infatti, quando ai molti mancano i servizi essenziali, o si vedono negati i propri diritti, queste strutture emergono anche per aiutare i più bisognosi; non bisogna tuttavia dimenticare che oltre a tali attività, spesso tali organizzazioni sono usate e agiscono anche per meri, e meno nobili, scopi personali.

Fonti:

Cambanis, Esfandiary, Ghaddar, Hanna, Lund e Mansour, Hybrid Actors: armed groups and state fragmentation in the Middle East, The Century Fox Foundation Press, New York, 2019

https://www.internazionale.it/opinione/pierre-haski/2021/02/05/libano-omicidio-lokman-slim

https://en.wikipedia.org/wiki/Hezbollah

https://ilbolive.unipd.it/it/news/hezbollah-origine-gruppo-politico-armato-libanese

Dopo mesi di attesa, continui rinvii e speranza è iniziata in Europa la distribuzione del vaccino contro il Covid. Quando sulle prime pagine dei giornali è apparsa questa notizia l’intera Comunità Europea ha pensato di essere ad una svolta che determinasse l’inizio della sconfitta del virus.

Il 9 novembre 2020 venne pubblicamente annunciato che l’americana Pfizer e la tedesca BioNTech erano riuscite a mettere a punto un vaccino efficace al 90% e da lì, nel giro di poche settimane, si inaugurarono in molti paesi i V-Day, prima fra tutti la Gran Bretagna che regalò al mondo l’emblematica immagine della novantenne Margaret Keenan, la prima persona in Occidente a ricevere il vaccino.

La rapidità con cui si era giunti alla sintesi di un vaccino risultato efficace, dopo i vari test di routine, ha talora sollevato dubbi e perplessità nell’opinione pubblica. Di norma “il tempo impiegato a sviluppare un vaccino è molto lungo e prevede un alto tasso di insuccessi. Il periodo di ricerca preliminare, infatti, può andare dai due ai cinque anni e, per arrivare allo sviluppo completo del prodotto, possono passare anche dieci anni” afferma il professore A. Mantovani, direttore scientifico di Humanitas. Al netto però dell’inarrestabile ed incontrollabile diffusione del virus Sars-cov-2, la corsa al vaccino ha accelerato e drasticamente ridotto le tempistiche di creazione e sperimentazione.

Nonostante le prime perplessità il vaccino però è stato somministrato e addirittura, finora, le dosi non sono state sufficienti per poter vaccinare tutti coloro che lo richiedevano. Al di là di casi isolati di effetti collaterali dopo la prima dose, la campagna di distribuzione delle dosi in Europa è decollata seguendo un preciso piano di controllo strategico promulgato dalla Commissione Europea già il 15 ottobre 2020. Ursula von der Leyen ha dichiarato che nell’ambito della sua strategia si era adoperata al fine di stringere accordi con le singole case farmaceutiche produttrici dei vaccini, i quali, una volta disponibili, sicuri ed efficaci sarebbero stati resi accessibili a tutti gli stati membri contemporaneamente. Le scoperte dei vaccini sono “luci di speranza” se sono “a disposizione di tutti”. Lo ha detto il Papa nella benedizione Urbi et Orbi del 25 dicembre chiedendo di evitare che “le leggi di mercato e dei brevetti siano sopra le leggi della salute e dell’umanità”. Il Papa invita a pensare che “il dolore e il male non sono l’ultima parola.”

Il Papa ha esortato tutti, fedeli o meno, a considerare con serietà e responsabilità l’opportunità di essere vaccinati per consentire a sé stessi, ma soprattutto agli altri, di potersi tutelare e tornare a vivere pienamente. In modo particolare il Papa si è rivolto ai responsabili degli Stati, alle imprese, agli organismi internazionali chiedendo loro di “promuovere la cooperazione e non la concorrenza, e di cercare una soluzione per tutti” per evitare che questa malattia assuma la forma di un “virus dell’individualismo radicale” ed egoista che ci rende indifferenti davanti “alla sofferenza di altri fratelli e sorelle” (Messaggio Urbi et Orbi del Santo Padre Francesco del 25 dicembre 2020).

Con l’approvazione da parte dell’EMA, l’agenzia europea dei medicinali, del vaccino Pfizer, seguita da quelle di Moderna e AstraZeneca, agli stati membri è stato chiesto un inizio sincronizzato simbolico della vaccinazione il 27 dicembre. Il grande clamore mediatico di tale avvenimento ha portato alla luce le prime divisioni. L’Ungheria ha deciso di ignorare la richiesta di un inizio coordinato, cominciando a somministrare ai volontari le prime dosi ricevute dallo stabilimento Pfizer immediatamente dopo la consegna. A gennaio 2021, a vaccinazione di massa iniziata, le differenze di strategie di ogni paese membro sono state messe in evidenza da una diversa velocità delle somministrazioni.

È stata solo questione di tempo perché le prime controversie venissero allo scoperto: la Germania, promotrice con Italia, Francia e Olanda dell’acquisto centralizzato europeo, è stata accusata di aver precedentemente stilato un accordo con Pfizer per 30 milioni di dosi supplementari, oltre le 300 assegnate. Il ministero della salute tedesco si è giustificato dicendo che l’acquisto è stato fatto in un momento in cui il vaccino di Moderna non era stato ancora approvato dall’EMA e si temeva che le dosi comunitarie non fossero sufficienti per raggiungere l’immunità di gregge tedesca in tempi brevi. Tale spiegazione, insieme a una dichiarazione di Stefan De Keersmaecker, portavoce della Commissione, in cui si afferma che le dosi aggiuntive fanno parte dei negoziati collettivi dell’UE, non hanno comunque convinto Bruxelles, dato che l’accordo tedesco è stato portato a termine due mesi prima della firma del contratto Pfizer. Il sospetto di un accordo interno tra governo tedesco e azienda tedesca BioNTech ha destato diversi malumori in Europa.

Dopo un inizio relativamente spedito, specialmente in Italia e Germania, la speranza di una vaccinazione rapida di tutta la popolazione è svanita a causa di problemi di fornitura dalle case farmaceutiche. Il mea culpa è arrivato direttamente dalla presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, che ha dichiarato, tra le altre cose, di aver sovrastimato la capacità di produzione delle case farmaceutiche.

L’appello alla solidarietà e alla trasparenza è stato unanime da parte dei gruppi parlamentari europei democratici e socialisti. La socialista spagnola Iratxe García Pérez ha fatto un appello contro un “nazionalismo sanitario” aggiungendo che solo l’unità potrà portare alla vaccinazione di 380 milioni di abitanti europei prima dell’estate e che questa impresa non può essere rovinata da contratti paralleli e acquisti diretti.

In vista dell’assemblea Organizzazione Mondiale della Sanità, 140 personalità della comunità scientifica e politica si sono uniti per un appello affinché il vaccino Covid sia libero dai brevetti e gratuito; se infatti in ambito europeo la Comunità si fa responsabile di evitare disuguaglianze tra paesi membri più e meno abbienti, tale garanzia non sussiste per i paesi extraeuropei. Il rischio è che paesi più poveri, come alcuni stati africani, vengano esclusi dalla campagna di vaccinazione per ragioni di profitto. La risposta dell’Unione Europea a tale richiesta è la proposta di un meccanismo volontario di negoziazione collettiva delle licenze dei brevetti tra stati e case farmaceutiche e condivisione di dati su test e terapie, che possa abbassare i prezzi per dose e rendere l’accesso al vaccino più facile anche per le popolazioni più povere.

Un segnale positivo in questa direzione lo ha lanciato la presidente von der Leyen, lo scorso 19 febbraio durante il G7, annunciando lo stanziamento di ulteriori 100 milioni di Euro in aiuti umanitari per supportare la campagna vaccinale in Africa. Questa nuova somma si aggiunge ai fondi già forniti dal Team Europa a favore dello strumento COVAX.

Memori di questo ultimo anno di pandemia in un mondo globalizzato e in continua comunicazione è evidente che separazioni e individualismi non contribuiscono alla sconfitta del virus. Solo la cooperazione e la messa da parte di interessi personali ed economici possono portare il mondo all’uscita dalla crisi sanitaria internazionale per riportare benessere e salute nelle nostre vite. L’importanza di una buona politica è universalmente riconosciuta come cruciale nel gestire la crisi sanitaria. La lungimiranza della classe dirigente è fondamentale per decidere misure contenitive e organizzare strategie. Mai come oggi è evidente l’impatto che l’operato degli amministratori può avere sulla salute e sul benessere della popolazione. La speranza è che le classi politiche del futuro, memori della storia recente, riconoscano il bisogno di agire nella tutela delle prossime generazioni dando la giusta attenzione a beni primari e strutturali, come sanità e educazione mettendo al centro il valore della persona.

L’isola di Cipro è attraversata da una crisi politica e sociale molto particolare, le cui motivazioni sono radicate nel tempo e nelle generazioni. Nei secoli, il territorio è passato di mano in mano, dalla divisione dell’Impero Romano, che l’ha lasciato in mano bizantina, da cui la presenza greca, fino al dominio ottomano tra il sedicesimo e il diciannovesimo secolo, al quale invece si deve la presenza turca, per poi finire sotto il controllo inglese. Questo è un contesto di cui non si sente spesso parlare in Italia, nonostante la sua importanza geostrategica e il complesso rapporto presente tra le sue due “anime” contrapposte. La presenza di una doppia etnia (78% greca, 18% turca) ha fatto sì che si creasse una condizione politica particolare, vissuta spesso in sordina tra avvenimenti che hanno visto casi di pulizia etnica, fratture internazionali evitate all’ultimo momento e minacce militari delinearsi e a volte concretizzarsi con violenza (cfr. questo documento).

Cipro è la terza isola del mar Mediterraneo per estensione. Il 59% della sua superficie si trova sotto il controllo della Repubblica di Cipro, mentre la zona turco-cipriota a nord copre circa il 36% del territorio; il 5% è ancora sotto il controllo inglese. Per comprendere meglio la situazione attuale che caratterizza l’isola di Cipro è necessario tornare all’origine di quella che viene definita la “questione di Cipro”.

Nel 1960 l’isola raggiunse l’indipendenza dalla potenza coloniale britannica. L’accordo coinvolgeva Turchia, Grecia e Regno Unito e prevedeva la collaborazione tra la comunità turca e la comunità greca, che coabitavano nella stessa realtà, affiancando a un presidente greco-cipriota un vicepresidente turco-cipriota. Le frizioni tra le due etnie hanno portato, negli anni, alla formazione di due visioni contrapposte: quella dei greco-ciprioti di “ènosis”, ossia la riunificazione con la Grecia, e quella dei turco-ciprioti di “taksim”, che indica la separazione in due entità statali distinte. Queste tensioni sfociarono nel 1974 in un colpo di stato per mano della potenza greca, al quale seguì la risposta della Turchia, che inviò soldati dall’Anatolia nella parte nord dell’isola, tutt’oggi occupata. Le forze armate turche, dunque, sbarcarono per impedire la conquista e l’annessione alla Grecia e per tutelare i concittadini presenti sull’isola. Così nel 1979 la Turchia proclamò la nascita dello “Stato federato turco-cipriota”, attuale Repubblica turca di Cipro del Nord, riconosciuta a livello internazionale come stato a tutti gli effetti solo dalla Turchia. Tutti gli altri paesi membri delle Nazioni Unite non l’hanno riconosciuta, poiché è nata con l’uso della forza armata e della minaccia, violando il diritto internazionale. Al contrario, la Repubblica di Cipro (del Sud) è riconosciuta a livello internazionale e fa parte dell’Ue, oltre che del Commonwealth.

Le continue difficoltà nell’individuazione di un accordo hanno presentato un ostacolo potenziale all’entrata di Cipro nell’Unione europea, a cui il governo si era applicato dal 1997. Nel dicembre 2002, l’UE ha invitato formalmente Cipro ad associarsi dal 2004, insistendo che la partecipazione alla UE si sarebbe applicata all’isola intera, sperando che ciò fornisse un incentivo significativo per la riunificazione. Un piano delle Nazioni Unite promosso dal segretario generale Kofi Annan è stato sottoposto a entrambi i lati in referendum separati il 24 aprile 2004. Il lato greco in modo schiacciante ha rifiutato il programma di Annan (75,8% voti contrari) ed il lato turco ha votato in favore (64,9% voti favorevoli). La motivazione preponderante contro l’unificazione addotta da parte del lato greco è stata che il programma di Annan non prevedeva né il ritorno di tutti i rifugiati greco-ciprioti nelle loro case, né il rinvio in Turchia di tutti i coloni turchi, né il ritiro di tutte le truppe turche di occupazione, né la smilitarizzazione dell’isola. Nel valutare il risultato è interessante notare che mentre ai coloni turchi è stato permesso di votare, i rifugiati che erano fuggiti da Cipro non hanno avuto diritto di votare in un referendum che infine avrebbe determinato il loro futuro. Nel maggio 2004, Cipro è entrata nell’UE, anche se in pratica ciò si applica soltanto alla parte sud dell’isola.

Ad oggi, la situazione è in stallo e gli equilibri politici interni sono sempre delicati. L’ONU continua a lasciare sull’isola forza militare di mantenimento della pace, i militari presidiano stabilmente la “Linea Verde”, ovvero quell’area di circa 350 km2 che divide il nord turco e il sud greco, tagliando in due anche la capitale Nicosia. Tuttavia, dall’aprile del 2003 è possibile attraversare questa linea di separazione e nel 2008 è stato aperto il primo passaggio nel centro storico della capitale, in Ledra Street.

Un aspetto davvero importante riguardo la questione cipriota è la disomogeneità che caratterizza le due parti in cui l’isola si trova ad essere divisa.

Dopo la crisi degli anni ‘60, seguita alla secessione turca, l’economia cipriota ha vissuto un periodo di forte espansione, soprattutto nella parte greco-cipriota, grazie in primis al settore del turismo.

Tuttavia, la ricchezza non si è distribuita in modo omogeneo: la vita nella parte greca dell’isola risulta essere molto più agevole e vantaggiosa, rispetto a quanto accade invece nella parte nord (ad esempio i greco–ciprioti hanno un reddito pro capite annuo pari a 13.500 $ contro i 3.300 $ dei turco-ciprioti).

Un altro aspetto importante è il fatto che secondo i greco-ciprioti, il regime turco, nell’area occupata, sta deliberatamente e metodicamente sradicando ogni traccia dei 9.000 anni di cultura. Tanto per fare alcuni esempi, tutti i nomi greci delle località sono stati sostituiti con nomi turchi e le chiese, i monumenti, i cimiteri sono stati distrutti o dissacrati.

Come se non bastasse è in corso la costruzione di una barriera fisica atta a fermare i migranti siriani e afgani che si spostano dal nord dell’isola verso il sud (come si legge qui). Questo inasprisce ancora di più i rapporti tra le due fazioni, in un contesto che negli ultimi anni ha visto l’Europa esternalizzare i propri confini tramite diversi accordi con paesi come Libia e Turchia.

Dopo aver analizzato l’importante situazione ancora in corso che si trova dietro quest’isola, fatta di predominanze e conflitti riportiamo le parole del Papa, il quale guarda in alto alla ricerca della “migliore politica”, invitando a lavorare per il bene comune di ogni membro presente sulla terra, senza privilegi o esclusioni.

Nel paragrafo 154 dell’Enciclica “Fratelli tutti” spiega:

“Per rendere possibile lo sviluppo della comunità mondiale […] è necessaria la migliore politica posta al servizio del vero bene comune. […] Dio ha dato la Terra a tutto il genere umano, perché essa sostenti tutti i suoi membri, senza escludere né privilegiare nessuno […] la società mondiale non è il risultato della somma dei vari paesi, ma piuttosto è la comunione stessa che esiste tra essi, è la reciproca inclusione”.

La storia di Cipro ci racconta di una terra sempre in balia delle potenze continentali, e di un popolo che si trova ad essere oggetto di contese che lo deprivano di una vera identità, e della possibilità di essere padrone di sé stesso.

In Libano lo scorso 4 febbraio, sei mesi dopo l’esplosione del porto di Beirut, è stato ritrovato il corpo senza vita di Lokman Slim, celebre intellettuale libanese e feroce critico di Hezbollah. Nonostante la sua attività di critica, Slim non rappresentava certo una minaccia per Hezbollah, la quale non trae beneficio dalla sua morte, in un momento segnato dal rinnovamento diplomatico dovuto al cambio di amministrazione statunitense.
Non abbiamo la pretesa di fare luce sulla morte di Lokman Slim, né di rintracciare quelle che possono essere le motivazioni che hanno portato al suo omicidio, che la sorella attribuisce direttamente ad Hezbollah, la quale respinge l’accusa. La vicenda ci porta però ad interrogarci proprio su Hezbollah, probabilmente una delle più potenti milizie in questo momento, e al contempo importante partito politico libanese, e quindi organizzazione che al fianco della lotta fisica (principalmente rivolta verso il vicino stato israeliano) ha posto l’impegno politico. L’impegno militare e quello politico sono spesso molto vicini nel panorama mediorientale e sono molteplici le milizie, o le organizzazioni paramilitari, che nel tempo si sono dotate di un apparato politico, come ad esempio la Fratellanza Musulmana in Egitto, o il Fronte Islamico di Salvezza in Algeria.

Ma di cosa parliamo quando nominiamo il gruppo di milizie armate Hezbollah? La traduzione letterale della parola “Hezbollah” è “Partito di Dio”. Il gruppo è di stampo musulmano sciita (avevamo già parlato del legame tra politica e comunità religiose del Libano qua) ed ha fra i principali obiettivi quello di cacciare Israele dal Libano per poter stabilire uno stato indipendente islamico. L’organizzazione nasce infatti negli anni ‘80 quando lo stato di Israele invade il Libano. Il gruppo sferra numerosi attacchi contro lo stato israeliano con l’appoggio di altri stati confinanti come la Siria. Contemporaneamente il gruppo di milizie riesce a diventare una vera e propria forza politica con un grande consenso da parte della popolazione che si trova nella zona sud del paese. Negli anni 2000 la situazione peggiora, soprattutto dopo la guerra del Libano del 2006, nella quale Hezbollah (assieme ad altre milizie libanesi come Amal) ha risposto all’attacco israeliano. La guerra genera consensi per il gruppo armato e verso il suo leader Hassan Nasrallah, il quale cerca di rovesciare il governo libanese e prendere il potere.
Il gruppo nel corso degli anni continua ad avere sempre più successo fino alle ultime elezioni del 2018 alle quali Hezbollah è riuscita a conquistare ben 13 seggi su 128 nel parlamento libanese; in seguito inoltre Hezbollah è entrata a far parte della coalizione di governo. Ad oggi l’organizzazione viene classificata dagli Stati Uniti come un gruppo terroristico, mentre l’Unione Europea considera terroristica solo la sua ala militare, intrattenendo contatti diplomatici con la parte politica.

Nel più ampio quadro regionale, Hezbollah gode di una stretta e salda relazione con l’Iran, e sebbene Teheran abbia contribuito alla creazione e finanzi cospicuamente Hezbollah, il rapporto non è di sudditanza e anzi Hezbollah gestisce autonomamente i propri affari interni e opera con autonomia rispetto alle questioni importanti per l’Iran, anche se in pratica sempre in concerto con quest’ultimo. Assieme questi importanti attori mediorientali costituiscono, con il governo siriano di Assad, il battezzato “Resistance Axis”: un’alleanza politica e militare non ufficiale, che si contrappone al potere di Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita e ai loro alleati.
La relazione fra i due, inoltre, è caratterizzata dalla continuità valoriale e dal rifarsi alla religione sciita, dai nemici comuni e dalla confluenza di interessi economici, securitari e politici. Essi sono infine necessari l’uno all’altro, infatti, l’Iran ricerca punti di appoggio e partner nella regione per affermare la propria influenza e garantire anche in questo modo la propria sicurezza, mentre nonostante la credibilità e l’influenza che Hezbollah esercita in Libano, esso è fortemente dipendente dalle risorse iraniane (fondi e armi), che difficilmente riuscirebbe a rimpiazzare qualora perdesse l’Iran come alleato.
Inoltre, anche il regime di Assad è considerato un alleato chiave di Hezbollah; durante le primavere arabe Hezbollah si è schierata quasi sempre a favore delle rivolte popolari contro le vecchie élite al potere, mentre in Siria, proprio in virtù del legame con Assad, Hezbollah ha sostenuto quest’ultimo sia in termini di forniture militari sia di combattenti, cooperando anche in maniera autonoma con l’Iran.

Hezbollah e altre organizzazioni similari del Medio Oriente, come Hamas, raccolgono molto consenso, per una pluralità di motivi: in primis, poiché non si limitano alla mera propaganda politica, ma si impegnano al contempo in una esperienza concreta di assistenza presso gli ultimi delle rispettive popolazioni, sostituendosi spesso dove lo stato non può (o in alcuni casi non vuole) intervenire, e attivando una serie di iniziative e servizi, sociali e assistenziali (come assistenza sanitaria, ambulatori, sussidi, aiuti alle vedove, assistenza legale, distribuzione di beni alimentari ecc.). Inoltre, si ergono a difensori dell’etica e dei costumi tradizionali, contro la degenerazione morale che proviene dalla contaminazione con l’Occidente e con i passati colonizzatori. A ciò si aggiunge la critica delle
inefficienze statuali e la lotta alla corruzione delle rispettive amministrazioni, che purtroppo risulta essere un fenomeno diffuso e motivo di risentimento nelle popolazioni (è stato infatti anche parte delle cause che hanno portato, un decennio fa, al fenomeno delle primavere arabe), cosicché esse si mostrino anche in questo modo al fianco dei più deboli. Infine, queste organizzazioni sostengono la
causa palestinese, causa che raccoglie sempre grande sostegno nel panorama mediorientale.

In conclusione, possiamo affermare che la visione che i paesi occidentali hanno rispetto ad Hezbollah o altri gruppi militari è molto discordante rispetto a quella che ne hanno i popoli a più stretto contatto.
Quello che può essere visto come un terrorista da una parte, può essere considerato un combattente per la libertà da un’altra.
Si tratta infatti di visioni diverse di partecipazione politica che riflettono il diverso sviluppo storico, sia dei singoli stati sia della rispettiva regione, gli attuali equilibri regionali, e la percezione della propria sicurezza, che nel contesto mediorientale è particolarmente influenzata dalla tensione fra stati arabi ed Israele.
Inoltre, queste organizzazioni danno alle popolazioni sotto il loro controllo assistenza ed aiuto, riempiendo i vuoti lasciati dallo stato nell’aiutare o ascoltare la popolazione.
È proprio nel quadro delle inefficienze statali, forse nemmeno lontanamente paragonabili a quelle che sperimentiamo noi, che possiamo chiederci quali possibilità rimangano agli individui per far sentire la propria voce e i propri bisogni; le primavere arabe ci hanno certo mostrato una strada, che può non essere l’unica. Infatti, quando ai molti mancano i servizi essenziali, o si vedono negati i propri diritti, queste strutture emergono anche per aiutare i più bisognosi; non bisogna tuttavia dimenticare che oltre a tali attività, spesso tali organizzazioni sono usate e agiscono anche per meri, e meno nobili, scopi personali.

Fonti:

Cambanis, Esfandiary, Ghaddar, Hanna, Lund e Mansour, Hybrid Actors: armed groups and state fragmentation in the Middle East, The Century Fox Foundation Press, New York, 2019

https://www.internazionale.it/opinione/pierre-haski/2021/02/05/libano-omicidio-lokman-slim

https://en.wikipedia.org/wiki/Hezbollah

https://ilbolive.unipd.it/it/news/hezbollah-origine-gruppo-politico-armato-libanese

Dopo mesi di attesa, continui rinvii e speranza è iniziata in Europa la distribuzione del vaccino contro il Covid. Quando sulle prime pagine dei giornali è apparsa questa notizia l’intera Comunità Europea ha pensato di essere ad una svolta che determinasse l’inizio della sconfitta del virus.

Il 9 novembre 2020 venne pubblicamente annunciato che l’americana Pfizer e la tedesca BioNTech erano riuscite a mettere a punto un vaccino efficace al 90% e da lì, nel giro di poche settimane, si inaugurarono in molti paesi i V-Day, prima fra tutti la Gran Bretagna che regalò al mondo l’emblematica immagine della novantenne Margaret Keenan, la prima persona in Occidente a ricevere il vaccino.

La rapidità con cui si era giunti alla sintesi di un vaccino risultato efficace, dopo i vari test di routine, ha talora sollevato dubbi e perplessità nell’opinione pubblica. Di norma “il tempo impiegato a sviluppare un vaccino è molto lungo e prevede un alto tasso di insuccessi. Il periodo di ricerca preliminare, infatti, può andare dai due ai cinque anni e, per arrivare allo sviluppo completo del prodotto, possono passare anche dieci anni” afferma il professore A. Mantovani, direttore scientifico di Humanitas. Al netto però dell’inarrestabile ed incontrollabile diffusione del virus Sars-cov-2, la corsa al vaccino ha accelerato e drasticamente ridotto le tempistiche di creazione e sperimentazione.

Nonostante le prime perplessità il vaccino però è stato somministrato e addirittura, finora, le dosi non sono state sufficienti per poter vaccinare tutti coloro che lo richiedevano. Al di là di casi isolati di effetti collaterali dopo la prima dose, la campagna di distribuzione delle dosi in Europa è decollata seguendo un preciso piano di controllo strategico promulgato dalla Commissione Europea già il 15 ottobre 2020. Ursula von der Leyen ha dichiarato che nell’ambito della sua strategia si era adoperata al fine di stringere accordi con le singole case farmaceutiche produttrici dei vaccini, i quali, una volta disponibili, sicuri ed efficaci sarebbero stati resi accessibili a tutti gli stati membri contemporaneamente. Le scoperte dei vaccini sono “luci di speranza” se sono “a disposizione di tutti”. Lo ha detto il Papa nella benedizione Urbi et Orbi del 25 dicembre chiedendo di evitare che “le leggi di mercato e dei brevetti siano sopra le leggi della salute e dell’umanità”. Il Papa invita a pensare che “il dolore e il male non sono l’ultima parola.”

Il Papa ha esortato tutti, fedeli o meno, a considerare con serietà e responsabilità l’opportunità di essere vaccinati per consentire a sé stessi, ma soprattutto agli altri, di potersi tutelare e tornare a vivere pienamente. In modo particolare il Papa si è rivolto ai responsabili degli Stati, alle imprese, agli organismi internazionali chiedendo loro di “promuovere la cooperazione e non la concorrenza, e di cercare una soluzione per tutti” per evitare che questa malattia assuma la forma di un “virus dell’individualismo radicale” ed egoista che ci rende indifferenti davanti “alla sofferenza di altri fratelli e sorelle” (Messaggio Urbi et Orbi del Santo Padre Francesco del 25 dicembre 2020).

Con l’approvazione da parte dell’EMA, l’agenzia europea dei medicinali, del vaccino Pfizer, seguita da quelle di Moderna e AstraZeneca, agli stati membri è stato chiesto un inizio sincronizzato simbolico della vaccinazione il 27 dicembre. Il grande clamore mediatico di tale avvenimento ha portato alla luce le prime divisioni. L’Ungheria ha deciso di ignorare la richiesta di un inizio coordinato, cominciando a somministrare ai volontari le prime dosi ricevute dallo stabilimento Pfizer immediatamente dopo la consegna. A gennaio 2021, a vaccinazione di massa iniziata, le differenze di strategie di ogni paese membro sono state messe in evidenza da una diversa velocità delle somministrazioni.

È stata solo questione di tempo perché le prime controversie venissero allo scoperto: la Germania, promotrice con Italia, Francia e Olanda dell’acquisto centralizzato europeo, è stata accusata di aver precedentemente stilato un accordo con Pfizer per 30 milioni di dosi supplementari, oltre le 300 assegnate. Il ministero della salute tedesco si è giustificato dicendo che l’acquisto è stato fatto in un momento in cui il vaccino di Moderna non era stato ancora approvato dall’EMA e si temeva che le dosi comunitarie non fossero sufficienti per raggiungere l’immunità di gregge tedesca in tempi brevi. Tale spiegazione, insieme a una dichiarazione di Stefan De Keersmaecker, portavoce della Commissione, in cui si afferma che le dosi aggiuntive fanno parte dei negoziati collettivi dell’UE, non hanno comunque convinto Bruxelles, dato che l’accordo tedesco è stato portato a termine due mesi prima della firma del contratto Pfizer. Il sospetto di un accordo interno tra governo tedesco e azienda tedesca BioNTech ha destato diversi malumori in Europa.

Dopo un inizio relativamente spedito, specialmente in Italia e Germania, la speranza di una vaccinazione rapida di tutta la popolazione è svanita a causa di problemi di fornitura dalle case farmaceutiche. Il mea culpa è arrivato direttamente dalla presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, che ha dichiarato, tra le altre cose, di aver sovrastimato la capacità di produzione delle case farmaceutiche.

L’appello alla solidarietà e alla trasparenza è stato unanime da parte dei gruppi parlamentari europei democratici e socialisti. La socialista spagnola Iratxe García Pérez ha fatto un appello contro un “nazionalismo sanitario” aggiungendo che solo l’unità potrà portare alla vaccinazione di 380 milioni di abitanti europei prima dell’estate e che questa impresa non può essere rovinata da contratti paralleli e acquisti diretti.

In vista dell’assemblea Organizzazione Mondiale della Sanità, 140 personalità della comunità scientifica e politica si sono uniti per un appello affinché il vaccino Covid sia libero dai brevetti e gratuito; se infatti in ambito europeo la Comunità si fa responsabile di evitare disuguaglianze tra paesi membri più e meno abbienti, tale garanzia non sussiste per i paesi extraeuropei. Il rischio è che paesi più poveri, come alcuni stati africani, vengano esclusi dalla campagna di vaccinazione per ragioni di profitto. La risposta dell’Unione Europea a tale richiesta è la proposta di un meccanismo volontario di negoziazione collettiva delle licenze dei brevetti tra stati e case farmaceutiche e condivisione di dati su test e terapie, che possa abbassare i prezzi per dose e rendere l’accesso al vaccino più facile anche per le popolazioni più povere.

Un segnale positivo in questa direzione lo ha lanciato la presidente von der Leyen, lo scorso 19 febbraio durante il G7, annunciando lo stanziamento di ulteriori 100 milioni di Euro in aiuti umanitari per supportare la campagna vaccinale in Africa. Questa nuova somma si aggiunge ai fondi già forniti dal Team Europa a favore dello strumento COVAX.

Memori di questo ultimo anno di pandemia in un mondo globalizzato e in continua comunicazione è evidente che separazioni e individualismi non contribuiscono alla sconfitta del virus. Solo la cooperazione e la messa da parte di interessi personali ed economici possono portare il mondo all’uscita dalla crisi sanitaria internazionale per riportare benessere e salute nelle nostre vite. L’importanza di una buona politica è universalmente riconosciuta come cruciale nel gestire la crisi sanitaria. La lungimiranza della classe dirigente è fondamentale per decidere misure contenitive e organizzare strategie. Mai come oggi è evidente l’impatto che l’operato degli amministratori può avere sulla salute e sul benessere della popolazione. La speranza è che le classi politiche del futuro, memori della storia recente, riconoscano il bisogno di agire nella tutela delle prossime generazioni dando la giusta attenzione a beni primari e strutturali, come sanità e educazione mettendo al centro il valore della persona.

L’isola di Cipro è attraversata da una crisi politica e sociale molto particolare, le cui motivazioni sono radicate nel tempo e nelle generazioni. Nei secoli, il territorio è passato di mano in mano, dalla divisione dell’Impero Romano, che l’ha lasciato in mano bizantina, da cui la presenza greca, fino al dominio ottomano tra il sedicesimo e il diciannovesimo secolo, al quale invece si deve la presenza turca, per poi finire sotto il controllo inglese. Questo è un contesto di cui non si sente spesso parlare in Italia, nonostante la sua importanza geostrategica e il complesso rapporto presente tra le sue due “anime” contrapposte. La presenza di una doppia etnia (78% greca, 18% turca) ha fatto sì che si creasse una condizione politica particolare, vissuta spesso in sordina tra avvenimenti che hanno visto casi di pulizia etnica, fratture internazionali evitate all’ultimo momento e minacce militari delinearsi e a volte concretizzarsi con violenza (cfr. questo documento).

Cipro è la terza isola del mar Mediterraneo per estensione. Il 59% della sua superficie si trova sotto il controllo della Repubblica di Cipro, mentre la zona turco-cipriota a nord copre circa il 36% del territorio; il 5% è ancora sotto il controllo inglese. Per comprendere meglio la situazione attuale che caratterizza l’isola di Cipro è necessario tornare all’origine di quella che viene definita la “questione di Cipro”.

Nel 1960 l’isola raggiunse l’indipendenza dalla potenza coloniale britannica. L’accordo coinvolgeva Turchia, Grecia e Regno Unito e prevedeva la collaborazione tra la comunità turca e la comunità greca, che coabitavano nella stessa realtà, affiancando a un presidente greco-cipriota un vicepresidente turco-cipriota. Le frizioni tra le due etnie hanno portato, negli anni, alla formazione di due visioni contrapposte: quella dei greco-ciprioti di “ènosis”, ossia la riunificazione con la Grecia, e quella dei turco-ciprioti di “taksim”, che indica la separazione in due entità statali distinte. Queste tensioni sfociarono nel 1974 in un colpo di stato per mano della potenza greca, al quale seguì la risposta della Turchia, che inviò soldati dall’Anatolia nella parte nord dell’isola, tutt’oggi occupata. Le forze armate turche, dunque, sbarcarono per impedire la conquista e l’annessione alla Grecia e per tutelare i concittadini presenti sull’isola. Così nel 1979 la Turchia proclamò la nascita dello “Stato federato turco-cipriota”, attuale Repubblica turca di Cipro del Nord, riconosciuta a livello internazionale come stato a tutti gli effetti solo dalla Turchia. Tutti gli altri paesi membri delle Nazioni Unite non l’hanno riconosciuta, poiché è nata con l’uso della forza armata e della minaccia, violando il diritto internazionale. Al contrario, la Repubblica di Cipro (del Sud) è riconosciuta a livello internazionale e fa parte dell’Ue, oltre che del Commonwealth.

Le continue difficoltà nell’individuazione di un accordo hanno presentato un ostacolo potenziale all’entrata di Cipro nell’Unione europea, a cui il governo si era applicato dal 1997. Nel dicembre 2002, l’UE ha invitato formalmente Cipro ad associarsi dal 2004, insistendo che la partecipazione alla UE si sarebbe applicata all’isola intera, sperando che ciò fornisse un incentivo significativo per la riunificazione. Un piano delle Nazioni Unite promosso dal segretario generale Kofi Annan è stato sottoposto a entrambi i lati in referendum separati il 24 aprile 2004. Il lato greco in modo schiacciante ha rifiutato il programma di Annan (75,8% voti contrari) ed il lato turco ha votato in favore (64,9% voti favorevoli). La motivazione preponderante contro l’unificazione addotta da parte del lato greco è stata che il programma di Annan non prevedeva né il ritorno di tutti i rifugiati greco-ciprioti nelle loro case, né il rinvio in Turchia di tutti i coloni turchi, né il ritiro di tutte le truppe turche di occupazione, né la smilitarizzazione dell’isola. Nel valutare il risultato è interessante notare che mentre ai coloni turchi è stato permesso di votare, i rifugiati che erano fuggiti da Cipro non hanno avuto diritto di votare in un referendum che infine avrebbe determinato il loro futuro. Nel maggio 2004, Cipro è entrata nell’UE, anche se in pratica ciò si applica soltanto alla parte sud dell’isola.

Ad oggi, la situazione è in stallo e gli equilibri politici interni sono sempre delicati. L’ONU continua a lasciare sull’isola forza militare di mantenimento della pace, i militari presidiano stabilmente la “Linea Verde”, ovvero quell’area di circa 350 km2 che divide il nord turco e il sud greco, tagliando in due anche la capitale Nicosia. Tuttavia, dall’aprile del 2003 è possibile attraversare questa linea di separazione e nel 2008 è stato aperto il primo passaggio nel centro storico della capitale, in Ledra Street.

Un aspetto davvero importante riguardo la questione cipriota è la disomogeneità che caratterizza le due parti in cui l’isola si trova ad essere divisa.

Dopo la crisi degli anni ‘60, seguita alla secessione turca, l’economia cipriota ha vissuto un periodo di forte espansione, soprattutto nella parte greco-cipriota, grazie in primis al settore del turismo.

Tuttavia, la ricchezza non si è distribuita in modo omogeneo: la vita nella parte greca dell’isola risulta essere molto più agevole e vantaggiosa, rispetto a quanto accade invece nella parte nord (ad esempio i greco–ciprioti hanno un reddito pro capite annuo pari a 13.500 $ contro i 3.300 $ dei turco-ciprioti).

Un altro aspetto importante è il fatto che secondo i greco-ciprioti, il regime turco, nell’area occupata, sta deliberatamente e metodicamente sradicando ogni traccia dei 9.000 anni di cultura. Tanto per fare alcuni esempi, tutti i nomi greci delle località sono stati sostituiti con nomi turchi e le chiese, i monumenti, i cimiteri sono stati distrutti o dissacrati.

Come se non bastasse è in corso la costruzione di una barriera fisica atta a fermare i migranti siriani e afgani che si spostano dal nord dell’isola verso il sud (come si legge qui). Questo inasprisce ancora di più i rapporti tra le due fazioni, in un contesto che negli ultimi anni ha visto l’Europa esternalizzare i propri confini tramite diversi accordi con paesi come Libia e Turchia.

Dopo aver analizzato l’importante situazione ancora in corso che si trova dietro quest’isola, fatta di predominanze e conflitti riportiamo le parole del Papa, il quale guarda in alto alla ricerca della “migliore politica”, invitando a lavorare per il bene comune di ogni membro presente sulla terra, senza privilegi o esclusioni.

Nel paragrafo 154 dell’Enciclica “Fratelli tutti” spiega:

“Per rendere possibile lo sviluppo della comunità mondiale […] è necessaria la migliore politica posta al servizio del vero bene comune. […] Dio ha dato la Terra a tutto il genere umano, perché essa sostenti tutti i suoi membri, senza escludere né privilegiare nessuno […] la società mondiale non è il risultato della somma dei vari paesi, ma piuttosto è la comunione stessa che esiste tra essi, è la reciproca inclusione”.

La storia di Cipro ci racconta di una terra sempre in balia delle potenze continentali, e di un popolo che si trova ad essere oggetto di contese che lo deprivano di una vera identità, e della possibilità di essere padrone di sé stesso.

In Libano lo scorso 4 febbraio, sei mesi dopo l’esplosione del porto di Beirut, è stato ritrovato il corpo senza vita di Lokman Slim, celebre intellettuale libanese e feroce critico di Hezbollah. Nonostante la sua attività di critica, Slim non rappresentava certo una minaccia per Hezbollah, la quale non trae beneficio dalla sua morte, in un momento segnato dal rinnovamento diplomatico dovuto al cambio di amministrazione statunitense.
Non abbiamo la pretesa di fare luce sulla morte di Lokman Slim, né di rintracciare quelle che possono essere le motivazioni che hanno portato al suo omicidio, che la sorella attribuisce direttamente ad Hezbollah, la quale respinge l’accusa. La vicenda ci porta però ad interrogarci proprio su Hezbollah, probabilmente una delle più potenti milizie in questo momento, e al contempo importante partito politico libanese, e quindi organizzazione che al fianco della lotta fisica (principalmente rivolta verso il vicino stato israeliano) ha posto l’impegno politico. L’impegno militare e quello politico sono spesso molto vicini nel panorama mediorientale e sono molteplici le milizie, o le organizzazioni paramilitari, che nel tempo si sono dotate di un apparato politico, come ad esempio la Fratellanza Musulmana in Egitto, o il Fronte Islamico di Salvezza in Algeria.

Ma di cosa parliamo quando nominiamo il gruppo di milizie armate Hezbollah? La traduzione letterale della parola “Hezbollah” è “Partito di Dio”. Il gruppo è di stampo musulmano sciita (avevamo già parlato del legame tra politica e comunità religiose del Libano qua) ed ha fra i principali obiettivi quello di cacciare Israele dal Libano per poter stabilire uno stato indipendente islamico. L’organizzazione nasce infatti negli anni ‘80 quando lo stato di Israele invade il Libano. Il gruppo sferra numerosi attacchi contro lo stato israeliano con l’appoggio di altri stati confinanti come la Siria. Contemporaneamente il gruppo di milizie riesce a diventare una vera e propria forza politica con un grande consenso da parte della popolazione che si trova nella zona sud del paese. Negli anni 2000 la situazione peggiora, soprattutto dopo la guerra del Libano del 2006, nella quale Hezbollah (assieme ad altre milizie libanesi come Amal) ha risposto all’attacco israeliano. La guerra genera consensi per il gruppo armato e verso il suo leader Hassan Nasrallah, il quale cerca di rovesciare il governo libanese e prendere il potere.
Il gruppo nel corso degli anni continua ad avere sempre più successo fino alle ultime elezioni del 2018 alle quali Hezbollah è riuscita a conquistare ben 13 seggi su 128 nel parlamento libanese; in seguito inoltre Hezbollah è entrata a far parte della coalizione di governo. Ad oggi l’organizzazione viene classificata dagli Stati Uniti come un gruppo terroristico, mentre l’Unione Europea considera terroristica solo la sua ala militare, intrattenendo contatti diplomatici con la parte politica.

Nel più ampio quadro regionale, Hezbollah gode di una stretta e salda relazione con l’Iran, e sebbene Teheran abbia contribuito alla creazione e finanzi cospicuamente Hezbollah, il rapporto non è di sudditanza e anzi Hezbollah gestisce autonomamente i propri affari interni e opera con autonomia rispetto alle questioni importanti per l’Iran, anche se in pratica sempre in concerto con quest’ultimo. Assieme questi importanti attori mediorientali costituiscono, con il governo siriano di Assad, il battezzato “Resistance Axis”: un’alleanza politica e militare non ufficiale, che si contrappone al potere di Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita e ai loro alleati.
La relazione fra i due, inoltre, è caratterizzata dalla continuità valoriale e dal rifarsi alla religione sciita, dai nemici comuni e dalla confluenza di interessi economici, securitari e politici. Essi sono infine necessari l’uno all’altro, infatti, l’Iran ricerca punti di appoggio e partner nella regione per affermare la propria influenza e garantire anche in questo modo la propria sicurezza, mentre nonostante la credibilità e l’influenza che Hezbollah esercita in Libano, esso è fortemente dipendente dalle risorse iraniane (fondi e armi), che difficilmente riuscirebbe a rimpiazzare qualora perdesse l’Iran come alleato.
Inoltre, anche il regime di Assad è considerato un alleato chiave di Hezbollah; durante le primavere arabe Hezbollah si è schierata quasi sempre a favore delle rivolte popolari contro le vecchie élite al potere, mentre in Siria, proprio in virtù del legame con Assad, Hezbollah ha sostenuto quest’ultimo sia in termini di forniture militari sia di combattenti, cooperando anche in maniera autonoma con l’Iran.

Hezbollah e altre organizzazioni similari del Medio Oriente, come Hamas, raccolgono molto consenso, per una pluralità di motivi: in primis, poiché non si limitano alla mera propaganda politica, ma si impegnano al contempo in una esperienza concreta di assistenza presso gli ultimi delle rispettive popolazioni, sostituendosi spesso dove lo stato non può (o in alcuni casi non vuole) intervenire, e attivando una serie di iniziative e servizi, sociali e assistenziali (come assistenza sanitaria, ambulatori, sussidi, aiuti alle vedove, assistenza legale, distribuzione di beni alimentari ecc.). Inoltre, si ergono a difensori dell’etica e dei costumi tradizionali, contro la degenerazione morale che proviene dalla contaminazione con l’Occidente e con i passati colonizzatori. A ciò si aggiunge la critica delle
inefficienze statuali e la lotta alla corruzione delle rispettive amministrazioni, che purtroppo risulta essere un fenomeno diffuso e motivo di risentimento nelle popolazioni (è stato infatti anche parte delle cause che hanno portato, un decennio fa, al fenomeno delle primavere arabe), cosicché esse si mostrino anche in questo modo al fianco dei più deboli. Infine, queste organizzazioni sostengono la
causa palestinese, causa che raccoglie sempre grande sostegno nel panorama mediorientale.

In conclusione, possiamo affermare che la visione che i paesi occidentali hanno rispetto ad Hezbollah o altri gruppi militari è molto discordante rispetto a quella che ne hanno i popoli a più stretto contatto.
Quello che può essere visto come un terrorista da una parte, può essere considerato un combattente per la libertà da un’altra.
Si tratta infatti di visioni diverse di partecipazione politica che riflettono il diverso sviluppo storico, sia dei singoli stati sia della rispettiva regione, gli attuali equilibri regionali, e la percezione della propria sicurezza, che nel contesto mediorientale è particolarmente influenzata dalla tensione fra stati arabi ed Israele.
Inoltre, queste organizzazioni danno alle popolazioni sotto il loro controllo assistenza ed aiuto, riempiendo i vuoti lasciati dallo stato nell’aiutare o ascoltare la popolazione.
È proprio nel quadro delle inefficienze statali, forse nemmeno lontanamente paragonabili a quelle che sperimentiamo noi, che possiamo chiederci quali possibilità rimangano agli individui per far sentire la propria voce e i propri bisogni; le primavere arabe ci hanno certo mostrato una strada, che può non essere l’unica. Infatti, quando ai molti mancano i servizi essenziali, o si vedono negati i propri diritti, queste strutture emergono anche per aiutare i più bisognosi; non bisogna tuttavia dimenticare che oltre a tali attività, spesso tali organizzazioni sono usate e agiscono anche per meri, e meno nobili, scopi personali.

Fonti:

Cambanis, Esfandiary, Ghaddar, Hanna, Lund e Mansour, Hybrid Actors: armed groups and state fragmentation in the Middle East, The Century Fox Foundation Press, New York, 2019

https://www.internazionale.it/opinione/pierre-haski/2021/02/05/libano-omicidio-lokman-slim

https://en.wikipedia.org/wiki/Hezbollah

https://ilbolive.unipd.it/it/news/hezbollah-origine-gruppo-politico-armato-libanese

Dopo mesi di attesa, continui rinvii e speranza è iniziata in Europa la distribuzione del vaccino contro il Covid. Quando sulle prime pagine dei giornali è apparsa questa notizia l’intera Comunità Europea ha pensato di essere ad una svolta che determinasse l’inizio della sconfitta del virus.

Il 9 novembre 2020 venne pubblicamente annunciato che l’americana Pfizer e la tedesca BioNTech erano riuscite a mettere a punto un vaccino efficace al 90% e da lì, nel giro di poche settimane, si inaugurarono in molti paesi i V-Day, prima fra tutti la Gran Bretagna che regalò al mondo l’emblematica immagine della novantenne Margaret Keenan, la prima persona in Occidente a ricevere il vaccino.

La rapidità con cui si era giunti alla sintesi di un vaccino risultato efficace, dopo i vari test di routine, ha talora sollevato dubbi e perplessità nell’opinione pubblica. Di norma “il tempo impiegato a sviluppare un vaccino è molto lungo e prevede un alto tasso di insuccessi. Il periodo di ricerca preliminare, infatti, può andare dai due ai cinque anni e, per arrivare allo sviluppo completo del prodotto, possono passare anche dieci anni” afferma il professore A. Mantovani, direttore scientifico di Humanitas. Al netto però dell’inarrestabile ed incontrollabile diffusione del virus Sars-cov-2, la corsa al vaccino ha accelerato e drasticamente ridotto le tempistiche di creazione e sperimentazione.

Nonostante le prime perplessità il vaccino però è stato somministrato e addirittura, finora, le dosi non sono state sufficienti per poter vaccinare tutti coloro che lo richiedevano. Al di là di casi isolati di effetti collaterali dopo la prima dose, la campagna di distribuzione delle dosi in Europa è decollata seguendo un preciso piano di controllo strategico promulgato dalla Commissione Europea già il 15 ottobre 2020. Ursula von der Leyen ha dichiarato che nell’ambito della sua strategia si era adoperata al fine di stringere accordi con le singole case farmaceutiche produttrici dei vaccini, i quali, una volta disponibili, sicuri ed efficaci sarebbero stati resi accessibili a tutti gli stati membri contemporaneamente. Le scoperte dei vaccini sono “luci di speranza” se sono “a disposizione di tutti”. Lo ha detto il Papa nella benedizione Urbi et Orbi del 25 dicembre chiedendo di evitare che “le leggi di mercato e dei brevetti siano sopra le leggi della salute e dell’umanità”. Il Papa invita a pensare che “il dolore e il male non sono l’ultima parola.”

Il Papa ha esortato tutti, fedeli o meno, a considerare con serietà e responsabilità l’opportunità di essere vaccinati per consentire a sé stessi, ma soprattutto agli altri, di potersi tutelare e tornare a vivere pienamente. In modo particolare il Papa si è rivolto ai responsabili degli Stati, alle imprese, agli organismi internazionali chiedendo loro di “promuovere la cooperazione e non la concorrenza, e di cercare una soluzione per tutti” per evitare che questa malattia assuma la forma di un “virus dell’individualismo radicale” ed egoista che ci rende indifferenti davanti “alla sofferenza di altri fratelli e sorelle” (Messaggio Urbi et Orbi del Santo Padre Francesco del 25 dicembre 2020).

Con l’approvazione da parte dell’EMA, l’agenzia europea dei medicinali, del vaccino Pfizer, seguita da quelle di Moderna e AstraZeneca, agli stati membri è stato chiesto un inizio sincronizzato simbolico della vaccinazione il 27 dicembre. Il grande clamore mediatico di tale avvenimento ha portato alla luce le prime divisioni. L’Ungheria ha deciso di ignorare la richiesta di un inizio coordinato, cominciando a somministrare ai volontari le prime dosi ricevute dallo stabilimento Pfizer immediatamente dopo la consegna. A gennaio 2021, a vaccinazione di massa iniziata, le differenze di strategie di ogni paese membro sono state messe in evidenza da una diversa velocità delle somministrazioni.

È stata solo questione di tempo perché le prime controversie venissero allo scoperto: la Germania, promotrice con Italia, Francia e Olanda dell’acquisto centralizzato europeo, è stata accusata di aver precedentemente stilato un accordo con Pfizer per 30 milioni di dosi supplementari, oltre le 300 assegnate. Il ministero della salute tedesco si è giustificato dicendo che l’acquisto è stato fatto in un momento in cui il vaccino di Moderna non era stato ancora approvato dall’EMA e si temeva che le dosi comunitarie non fossero sufficienti per raggiungere l’immunità di gregge tedesca in tempi brevi. Tale spiegazione, insieme a una dichiarazione di Stefan De Keersmaecker, portavoce della Commissione, in cui si afferma che le dosi aggiuntive fanno parte dei negoziati collettivi dell’UE, non hanno comunque convinto Bruxelles, dato che l’accordo tedesco è stato portato a termine due mesi prima della firma del contratto Pfizer. Il sospetto di un accordo interno tra governo tedesco e azienda tedesca BioNTech ha destato diversi malumori in Europa.

Dopo un inizio relativamente spedito, specialmente in Italia e Germania, la speranza di una vaccinazione rapida di tutta la popolazione è svanita a causa di problemi di fornitura dalle case farmaceutiche. Il mea culpa è arrivato direttamente dalla presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, che ha dichiarato, tra le altre cose, di aver sovrastimato la capacità di produzione delle case farmaceutiche.

L’appello alla solidarietà e alla trasparenza è stato unanime da parte dei gruppi parlamentari europei democratici e socialisti. La socialista spagnola Iratxe García Pérez ha fatto un appello contro un “nazionalismo sanitario” aggiungendo che solo l’unità potrà portare alla vaccinazione di 380 milioni di abitanti europei prima dell’estate e che questa impresa non può essere rovinata da contratti paralleli e acquisti diretti.

In vista dell’assemblea Organizzazione Mondiale della Sanità, 140 personalità della comunità scientifica e politica si sono uniti per un appello affinché il vaccino Covid sia libero dai brevetti e gratuito; se infatti in ambito europeo la Comunità si fa responsabile di evitare disuguaglianze tra paesi membri più e meno abbienti, tale garanzia non sussiste per i paesi extraeuropei. Il rischio è che paesi più poveri, come alcuni stati africani, vengano esclusi dalla campagna di vaccinazione per ragioni di profitto. La risposta dell’Unione Europea a tale richiesta è la proposta di un meccanismo volontario di negoziazione collettiva delle licenze dei brevetti tra stati e case farmaceutiche e condivisione di dati su test e terapie, che possa abbassare i prezzi per dose e rendere l’accesso al vaccino più facile anche per le popolazioni più povere.

Un segnale positivo in questa direzione lo ha lanciato la presidente von der Leyen, lo scorso 19 febbraio durante il G7, annunciando lo stanziamento di ulteriori 100 milioni di Euro in aiuti umanitari per supportare la campagna vaccinale in Africa. Questa nuova somma si aggiunge ai fondi già forniti dal Team Europa a favore dello strumento COVAX.

Memori di questo ultimo anno di pandemia in un mondo globalizzato e in continua comunicazione è evidente che separazioni e individualismi non contribuiscono alla sconfitta del virus. Solo la cooperazione e la messa da parte di interessi personali ed economici possono portare il mondo all’uscita dalla crisi sanitaria internazionale per riportare benessere e salute nelle nostre vite. L’importanza di una buona politica è universalmente riconosciuta come cruciale nel gestire la crisi sanitaria. La lungimiranza della classe dirigente è fondamentale per decidere misure contenitive e organizzare strategie. Mai come oggi è evidente l’impatto che l’operato degli amministratori può avere sulla salute e sul benessere della popolazione. La speranza è che le classi politiche del futuro, memori della storia recente, riconoscano il bisogno di agire nella tutela delle prossime generazioni dando la giusta attenzione a beni primari e strutturali, come sanità e educazione mettendo al centro il valore della persona.

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