Vaccino contro il Covid-19: la distribuzione in Europa

Europa
0
Dopo mesi di attesa, continui rinvii e speranza è iniziata in Europa la distribuzione del vaccino contro il Covid. Quando sulle prime pagine dei giornali è apparsa questa notizia l’intera Comunità Europea ha pensato di essere ad una svolta che determinasse l’inizio della sconfitta del virus. Il 9 novembre 2020…

Fragili nella fragilità: c’era una volta un’ostetrica

Israele e Palestina
0
Il Medio Oriente è da sempre una terra teatro di conflitti e dolori la cui eco talvolta arriva alle nostre orecchie dall’uno o dall’altro giornale. Tra questi scontri, sicuramente una questione centrale emerge quando guardiamo alla terra contesa da israeliani e palestinesi, sulla quale la guerra si consuma ormai da…

Vaccino contro il Covid-19: la distribuzione in Europa

Dopo mesi di attesa, continui rinvii e speranza è iniziata in Europa la distribuzione del vaccino contro il Covid. Quando sulle prime pagine dei giornali è apparsa questa notizia l’intera Comunità Europea ha pensato di essere ad una svolta che determinasse l’inizio della sconfitta del virus.

Il 9 novembre 2020 venne pubblicamente annunciato che l’americana Pfizer e la tedesca BioNTech erano riuscite a mettere a punto un vaccino efficace al 90% e da lì, nel giro di poche settimane, si inaugurarono in molti paesi i V-Day, prima fra tutti la Gran Bretagna che regalò al mondo l’emblematica immagine della novantenne Margaret Keenan, la prima persona in Occidente a ricevere il vaccino.

La rapidità con cui si era giunti alla sintesi di un vaccino risultato efficace, dopo i vari test di routine, ha talora sollevato dubbi e perplessità nell’opinione pubblica. Di norma “il tempo impiegato a sviluppare un vaccino è molto lungo e prevede un alto tasso di insuccessi. Il periodo di ricerca preliminare, infatti, può andare dai due ai cinque anni e, per arrivare allo sviluppo completo del prodotto, possono passare anche dieci anni” afferma il professore A. Mantovani, direttore scientifico di Humanitas. Al netto però dell’inarrestabile ed incontrollabile diffusione del virus Sars-cov-2, la corsa al vaccino ha accelerato e drasticamente ridotto le tempistiche di creazione e sperimentazione.

Nonostante le prime perplessità il vaccino però è stato somministrato e addirittura, finora, le dosi non sono state sufficienti per poter vaccinare tutti coloro che lo richiedevano. Al di là di casi isolati di effetti collaterali dopo la prima dose, la campagna di distribuzione delle dosi in Europa è decollata seguendo un preciso piano di controllo strategico promulgato dalla Commissione Europea già il 15 ottobre 2020. Ursula von der Leyen ha dichiarato che nell’ambito della sua strategia si era adoperata al fine di stringere accordi con le singole case farmaceutiche produttrici dei vaccini, i quali, una volta disponibili, sicuri ed efficaci sarebbero stati resi accessibili a tutti gli stati membri contemporaneamente. Le scoperte dei vaccini sono “luci di speranza” se sono “a disposizione di tutti”. Lo ha detto il Papa nella benedizione Urbi et Orbi del 25 dicembre chiedendo di evitare che “le leggi di mercato e dei brevetti siano sopra le leggi della salute e dell’umanità”. Il Papa invita a pensare che “il dolore e il male non sono l’ultima parola.”

Il Papa ha esortato tutti, fedeli o meno, a considerare con serietà e responsabilità l’opportunità di essere vaccinati per consentire a sé stessi, ma soprattutto agli altri, di potersi tutelare e tornare a vivere pienamente. In modo particolare il Papa si è rivolto ai responsabili degli Stati, alle imprese, agli organismi internazionali chiedendo loro di “promuovere la cooperazione e non la concorrenza, e di cercare una soluzione per tutti” per evitare che questa malattia assuma la forma di un “virus dell’individualismo radicale” ed egoista che ci rende indifferenti davanti “alla sofferenza di altri fratelli e sorelle” (Messaggio Urbi et Orbi del Santo Padre Francesco del 25 dicembre 2020).

Con l’approvazione da parte dell’EMA, l’agenzia europea dei medicinali, del vaccino Pfizer, seguita da quelle di Moderna e AstraZeneca, agli stati membri è stato chiesto un inizio sincronizzato simbolico della vaccinazione il 27 dicembre. Il grande clamore mediatico di tale avvenimento ha portato alla luce le prime divisioni. L’Ungheria ha deciso di ignorare la richiesta di un inizio coordinato, cominciando a somministrare ai volontari le prime dosi ricevute dallo stabilimento Pfizer immediatamente dopo la consegna. A gennaio 2021, a vaccinazione di massa iniziata, le differenze di strategie di ogni paese membro sono state messe in evidenza da una diversa velocità delle somministrazioni.

È stata solo questione di tempo perché le prime controversie venissero allo scoperto: la Germania, promotrice con Italia, Francia e Olanda dell’acquisto centralizzato europeo, è stata accusata di aver precedentemente stilato un accordo con Pfizer per 30 milioni di dosi supplementari, oltre le 300 assegnate. Il ministero della salute tedesco si è giustificato dicendo che l’acquisto è stato fatto in un momento in cui il vaccino di Moderna non era stato ancora approvato dall’EMA e si temeva che le dosi comunitarie non fossero sufficienti per raggiungere l’immunità di gregge tedesca in tempi brevi. Tale spiegazione, insieme a una dichiarazione di Stefan De Keersmaecker, portavoce della Commissione, in cui si afferma che le dosi aggiuntive fanno parte dei negoziati collettivi dell’UE, non hanno comunque convinto Bruxelles, dato che l’accordo tedesco è stato portato a termine due mesi prima della firma del contratto Pfizer. Il sospetto di un accordo interno tra governo tedesco e azienda tedesca BioNTech ha destato diversi malumori in Europa.

Dopo un inizio relativamente spedito, specialmente in Italia e Germania, la speranza di una vaccinazione rapida di tutta la popolazione è svanita a causa di problemi di fornitura dalle cause farmaceutiche. Il mea culpa è arrivato direttamente dalla presidente della Commissione Europea Ursula Von Der Leyen, che ha dichiarato, tra le altre cose, di aver sovrastimato la capacità di produzione delle cause farmaceutiche.

L’appello alla solidarietà e alla trasparenza è stato unanime da parte dei gruppi parlamentari europei democratici e socialisti. La socialista spagnola Iratxe García Pérez ha fatto un appello contro un “nazionalismo sanitario” aggiungendo che solo l’unità potrà portare alla vaccinazione di 380 milioni di abitanti europei prima dell’estate e che questa impresa non può essere rovinata da contratti paralleli e acquisti diretti.

In vista dell’assemblea Organizzazione Mondiale della Sanità, 140 personalità della comunità scientifica e politica si sono uniti per un appello affinché il vaccino Covid sia libero dai brevetti e gratuito; se infatti in ambito europeo la Comunità si fa responsabile di evitare disuguaglianze tra paesi membri più e meno abbienti, tale garanzia non sussiste per i paesi extraeuropei. Il rischio è che paesi più poveri, come alcuni stati africani, vengano esclusi dalla campagna di vaccinazione per ragioni di profitto. La risposta dell’Unione Europea a tale richiesta è la proposta di un meccanismo volontario di negoziazione collettiva delle licenze dei brevetti tra stati e case farmaceutiche e condivisione di dati su test e terapie, che possa abbassare i prezzi per dose e rendere l’accesso al vaccino più facile anche per le popolazioni più povere.

Un segnale positivo in questa direzione lo ha lanciato la presidente Von der Leyen, lo scorso 19 febbraio durante il G7, annunciando lo stanziamento di ulteriori 100 milioni di Euro in aiuti umanitari per supportare la campagna vaccinale in Africa. Questa nuova somma si aggiunge ai fondi già forniti dal Team Europa a favore dello strumento COVAX.

Memori di questo ultimo anno di pandemia in un mondo globalizzato e in continua comunicazione è evidente che separazioni e individualismi non contribuiscono alla sconfitta del virus. Solo la cooperazione e la messa da parte di interessi personali ed economici possono portare il mondo all’uscita dalla crisi sanitaria internazionale per riportare benessere e salute nelle nostre vite. L’importanza di una buona politica è universalmente riconosciuta come cruciale nel gestire la crisi sanitaria. La lungimiranza della classe dirigente è fondamentale per decidere misure contenitive e organizzare strategie. Mai come oggi è evidente l’impatto che l’operato degli amministratori può avere sulla salute e sul benessere della popolazione. La speranza è che le classi politiche del futuro, memori della storia recente, riconoscano il bisogno di agire nella tutela delle prossime generazioni dando la giusta attenzione a beni primari e strutturali, come sanità e educazione mettendo al centro il valore della persona.

Fragili nella fragilità: c’era una volta un’ostetrica

Il Medio Oriente è da sempre una terra teatro di conflitti e dolori la cui eco talvolta arriva alle nostre orecchie dall’uno o dall’altro giornale. Tra questi scontri, sicuramente una questione centrale emerge quando guardiamo alla terra contesa da israeliani e palestinesi, sulla quale la guerra si consuma ormai da decenni e dove ancora oggi la strada da percorrere verso la pace è lunga e faticosa.

Ci piace raccontare in questo contesto la storia di Valentina Sala. La nostra storia inizia quando lei, giovane studentessa laureata alla facoltà di ostetricia, si trova di fronte a tante domande e dubbi su quale futuro la accoglierà. Fu in quel momento che si fece sentire il forte desiderio di intraprendere il noviziato per dedicarsi alla vita religiosa. La consapevolezza della sua vocazione la portarono ad accantonare quell’immagine di sé in sala parto, circondata dal profumo della vita nuova, per intraprendere un percorso che fino ad allora non era affatto rientrato nei suoi piani, ma sicuramenti in quelli di Dio.

Per tanti anni suor Valentina si è chiesta cosa ne fosse stato della sua prima vocazione, aiutare le donne nel momento del parto. Qualcosa le diceva che non le restava altro che aspettare ed affidarsi, che prima o poi sarebbe riuscita a “riutilizzare” quel dono che aveva ricevuto. Nove anni dopo aver accolto il Signore nella sua vita, e sicura che Egli non avesse in serbo per lei nuovi stravolgimenti, dovette ricredersi. Ad attenderla c’era una nuova missione che la portò in una delle terre più martoriate da conflitti, ma anche culla delle tre religioni monoteiste: la Terra Santa.

La congregazione di cui suor Valentina fa parte, quella delle suore di San Giuseppe dell’Apparizione, è presente in Terra Santa dal 1856, fornendo ai residenti supporto educativo e medico. In particolare, l’ospedale Saint Joseph, nella parte est della città di Gerusalemme, era stato fondato nel 1956 nell’allora territorio giordano, per consentire l’accesso ai sistemi sanitari alle popolazioni arabe della West Bank (Cisgiordania) e di Gaza.

Dopo la guerra dei sei giorni del 1967, Gerusalemme est e il Saint Joseph passano sotto il controllo israeliano, rispondendo quindi al ministero della sanità dello stato ebraico. L’ospedale rimane, però, parte di una realtà araba, con personale e pazienti palestinesi.

È con l’apertura del nuovo reparto di maternità a metà anni 2010 che la storia del Saint Joseph si lega a quella di suor Valentina. Le sue due vocazioni, quella di dedizione al Signore e quella di amore per il miracolo della vita, la rendono la persona adatta per dirigere il reparto. Da subito viene colta da stupore, paura ed incertezza, soprattutto per i tanti anni di lontananza da un ospedale e dalla professione ostetrica, ma suor Valentina non si lascia scoraggiare e decide nuovamente di affidarsi alle mani del Signore per lasciarsi plasmare. Ecco che da allora porta avanti la sua missione che quotidianamente la vede coinvolta in tante sfide. Questo ospedale, infatti, ha saputo distinguersi da pochi anni, precisamente dal 2017, per nuovi approcci al parto rispetto alla tradizione araba che hanno catturato l’attenzione di alcune famiglie ebree particolarmente incuriosite dalla proposta del parto in acqua. Questo ha fatto sì che la maternità del St. Joseph diventasse terreno d’incontro tra arabi, musulmani e cristiani, ed ebrei, due popoli profondamente divisi da barriere politiche, economiche e religiose, che inaspettatamente si trovano a condividere un momento così travolgente e delicato della vita.

La nuova dimensione di condivisione porta personale e pazienti a conoscersi in un contesto totalmente differente da quello che in cui normalmente le loro strade si incrocerebbero. In Israele e in Palestina, le poche interazioni tra i due popoli hanno generalmente luogo in situazioni di tensione, come i checkpoint per i palestinesi o il servizio militare per gli israeliani. In sala parto, invece, un’attiva collaborazione è necessaria e il dialogo indispensabile. Non mancano certo momenti di attrito, che solitamente scaturiscono da una diversa visione del parto. Le due popolazioni, infatti, adottano approcci medici differenti, ai quali si aggiungono le difficoltà legate alle barriere linguistiche, che spesso nascondono ferite ben più profonde: il peso delle memorie traumatiche di una vita passata in contrapposizione. Suor Valentina agisce come naturale mediatrice, ascoltando gli uni e gli altri e mitigando reazioni e incomprensioni.

La situazione di conflitto tra Israele e Palestina è lontana dall’essere risolta e quasi mezzo milione di israeliani vive nei territori palestinesi occupati della Cisgiordania. Nonostante ciò, suor Valentina non perde la speranza e ogni giorno dà il suo contributo ricordando la parabola del granello di senape e consapevole che molto spesso sono proprio i piccoli a gesti quotidiani a creare i più solidi ponti.

Il miracolo del Saint Joseph è che gli stereotipi più radicati cadono nel momento più straordinariamente potente e fragile della vita di una donna. I muri, reali o immaginari, crollano, ci si trova a gioire insieme per una nuova fragile vita. E chissà che da queste nuove vite non nascano operatori di pace che porteranno i nostri figli e nipoti a sentire parlare di Terra Santa come luogo di serenità e prosperità per le popolazioni che lo abitano.

Questa testimonianza ci invita a non cadere nel baratro dell’indifferenza. Anche noi, riconoscendoci come esseri fragili in un contesto di fragilità, abbiamo nelle nostre mani il dovere e il potere di metterci a servizio del prossimo: siamo chiamati a seguire il progetto che Dio ha pensato per noi, affinché possiamo essere protagonisti di piccole grandi rivoluzioni, gocce di speranza in oceani in tempesta.

 

Video integrale della testimonianza di suor Valentina:

Clicca qui per vedere il video integrale

Vaccino contro il Covid-19: la distribuzione in Europa

Fragili nella fragilità: c’era una volta un’ostetrica

Tra tante fragilità, un popolo che cerca riscatto

Vaccino contro il Covid-19: la distribuzione in Europa

Fragili nella fragilità: c’era una volta un’ostetrica

Tra tante fragilità, un popolo che cerca riscatto

Vaccino contro il Covid-19: la distribuzione in Europa

Fragili nella fragilità: c’era una volta un’ostetrica

Tra tante fragilità, un popolo che cerca riscatto

Vaccino contro il Covid-19: la distribuzione in Europa

Fragili nella fragilità: c’era una volta un’ostetrica

Tra tante fragilità, un popolo che cerca riscatto

Vaccino contro il Covid-19: la distribuzione in Europa

Fragili nella fragilità: c’era una volta un’ostetrica

Tra tante fragilità, un popolo che cerca riscatto

Vaccino contro il Covid-19: la distribuzione in Europa

Fragili nella fragilità: c’era una volta un’ostetrica

Tra tante fragilità, un popolo che cerca riscatto

Vaccino contro il Covid-19: la distribuzione in Europa

Fragili nella fragilità: c’era una volta un’ostetrica

Tra tante fragilità, un popolo che cerca riscatto

Vaccino contro il Covid-19: la distribuzione in Europa

Fragili nella fragilità: c’era una volta un’ostetrica

Tra tante fragilità, un popolo che cerca riscatto

Vaccino contro il Covid-19: la distribuzione in Europa

Fragili nella fragilità: c’era una volta un’ostetrica

Tra tante fragilità, un popolo che cerca riscatto

Vaccino contro il Covid-19: la distribuzione in Europa

Fragili nella fragilità: c’era una volta un’ostetrica

Tra tante fragilità, un popolo che cerca riscatto

Vaccino contro il Covid-19: la distribuzione in Europa

Fragili nella fragilità: c’era una volta un’ostetrica

Tra tante fragilità, un popolo che cerca riscatto

Vaccino contro il Covid-19: la distribuzione in Europa

Fragili nella fragilità: c’era una volta un’ostetrica

Tra tante fragilità, un popolo che cerca riscatto

Vaccino contro il Covid-19: la distribuzione in Europa

Fragili nella fragilità: c’era una volta un’ostetrica

Tra tante fragilità, un popolo che cerca riscatto

Vaccino contro il Covid-19: la distribuzione in Europa

Fragili nella fragilità: c’era una volta un’ostetrica

Tra tante fragilità, un popolo che cerca riscatto

Vaccino contro il Covid-19: la distribuzione in Europa

Fragili nella fragilità: c’era una volta un’ostetrica

Tra tante fragilità, un popolo che cerca riscatto

Vaccino contro il Covid-19: la distribuzione in Europa

Fragili nella fragilità: c’era una volta un’ostetrica

Tra tante fragilità, un popolo che cerca riscatto

Vaccino contro il Covid-19: la distribuzione in Europa

Fragili nella fragilità: c’era una volta un’ostetrica

Tra tante fragilità, un popolo che cerca riscatto

Vaccino contro il Covid-19: la distribuzione in Europa

Fragili nella fragilità: c’era una volta un’ostetrica

Tra tante fragilità, un popolo che cerca riscatto

Vaccino contro il Covid-19: la distribuzione in Europa

Fragili nella fragilità: c’era una volta un’ostetrica

Tra tante fragilità, un popolo che cerca riscatto

Il popolo dimenticato

Un’unione per il cambiamento

Per un’umanità un po’ più vicina: uno sguardo alla Grecia

Iraq: ritrovare il paradiso perduto

La terra delle contraddizioni

Tra dolore e speranza

Dopo mesi di attesa, continui rinvii e speranza è iniziata in Europa la distribuzione del vaccino contro il Covid. Quando sulle prime pagine dei giornali è apparsa questa notizia l’intera Comunità Europea ha pensato di essere ad una svolta che determinasse l’inizio della sconfitta del virus.

Il 9 novembre 2020 venne pubblicamente annunciato che l’americana Pfizer e la tedesca BioNTech erano riuscite a mettere a punto un vaccino efficace al 90% e da lì, nel giro di poche settimane, si inaugurarono in molti paesi i V-Day, prima fra tutti la Gran Bretagna che regalò al mondo l’emblematica immagine della novantenne Margaret Keenan, la prima persona in Occidente a ricevere il vaccino.

La rapidità con cui si era giunti alla sintesi di un vaccino risultato efficace, dopo i vari test di routine, ha talora sollevato dubbi e perplessità nell’opinione pubblica. Di norma “il tempo impiegato a sviluppare un vaccino è molto lungo e prevede un alto tasso di insuccessi. Il periodo di ricerca preliminare, infatti, può andare dai due ai cinque anni e, per arrivare allo sviluppo completo del prodotto, possono passare anche dieci anni” afferma il professore A. Mantovani, direttore scientifico di Humanitas. Al netto però dell’inarrestabile ed incontrollabile diffusione del virus Sars-cov-2, la corsa al vaccino ha accelerato e drasticamente ridotto le tempistiche di creazione e sperimentazione.

Nonostante le prime perplessità il vaccino però è stato somministrato e addirittura, finora, le dosi non sono state sufficienti per poter vaccinare tutti coloro che lo richiedevano. Al di là di casi isolati di effetti collaterali dopo la prima dose, la campagna di distribuzione delle dosi in Europa è decollata seguendo un preciso piano di controllo strategico promulgato dalla Commissione Europea già il 15 ottobre 2020. Ursula von der Leyen ha dichiarato che nell’ambito della sua strategia si era adoperata al fine di stringere accordi con le singole case farmaceutiche produttrici dei vaccini, i quali, una volta disponibili, sicuri ed efficaci sarebbero stati resi accessibili a tutti gli stati membri contemporaneamente. Le scoperte dei vaccini sono “luci di speranza” se sono “a disposizione di tutti”. Lo ha detto il Papa nella benedizione Urbi et Orbi del 25 dicembre chiedendo di evitare che “le leggi di mercato e dei brevetti siano sopra le leggi della salute e dell’umanità”. Il Papa invita a pensare che “il dolore e il male non sono l’ultima parola.”

Il Papa ha esortato tutti, fedeli o meno, a considerare con serietà e responsabilità l’opportunità di essere vaccinati per consentire a sé stessi, ma soprattutto agli altri, di potersi tutelare e tornare a vivere pienamente. In modo particolare il Papa si è rivolto ai responsabili degli Stati, alle imprese, agli organismi internazionali chiedendo loro di “promuovere la cooperazione e non la concorrenza, e di cercare una soluzione per tutti” per evitare che questa malattia assuma la forma di un “virus dell’individualismo radicale” ed egoista che ci rende indifferenti davanti “alla sofferenza di altri fratelli e sorelle” (Messaggio Urbi et Orbi del Santo Padre Francesco del 25 dicembre 2020).

Con l’approvazione da parte dell’EMA, l’agenzia europea dei medicinali, del vaccino Pfizer, seguita da quelle di Moderna e AstraZeneca, agli stati membri è stato chiesto un inizio sincronizzato simbolico della vaccinazione il 27 dicembre. Il grande clamore mediatico di tale avvenimento ha portato alla luce le prime divisioni. L’Ungheria ha deciso di ignorare la richiesta di un inizio coordinato, cominciando a somministrare ai volontari le prime dosi ricevute dallo stabilimento Pfizer immediatamente dopo la consegna. A gennaio 2021, a vaccinazione di massa iniziata, le differenze di strategie di ogni paese membro sono state messe in evidenza da una diversa velocità delle somministrazioni.

È stata solo questione di tempo perché le prime controversie venissero allo scoperto: la Germania, promotrice con Italia, Francia e Olanda dell’acquisto centralizzato europeo, è stata accusata di aver precedentemente stilato un accordo con Pfizer per 30 milioni di dosi supplementari, oltre le 300 assegnate. Il ministero della salute tedesco si è giustificato dicendo che l’acquisto è stato fatto in un momento in cui il vaccino di Moderna non era stato ancora approvato dall’EMA e si temeva che le dosi comunitarie non fossero sufficienti per raggiungere l’immunità di gregge tedesca in tempi brevi. Tale spiegazione, insieme a una dichiarazione di Stefan De Keersmaecker, portavoce della Commissione, in cui si afferma che le dosi aggiuntive fanno parte dei negoziati collettivi dell’UE, non hanno comunque convinto Bruxelles, dato che l’accordo tedesco è stato portato a termine due mesi prima della firma del contratto Pfizer. Il sospetto di un accordo interno tra governo tedesco e azienda tedesca BioNTech ha destato diversi malumori in Europa.

Dopo un inizio relativamente spedito, specialmente in Italia e Germania, la speranza di una vaccinazione rapida di tutta la popolazione è svanita a causa di problemi di fornitura dalle cause farmaceutiche. Il mea culpa è arrivato direttamente dalla presidente della Commissione Europea Ursula Von Der Leyen, che ha dichiarato, tra le altre cose, di aver sovrastimato la capacità di produzione delle cause farmaceutiche.

L’appello alla solidarietà e alla trasparenza è stato unanime da parte dei gruppi parlamentari europei democratici e socialisti. La socialista spagnola Iratxe García Pérez ha fatto un appello contro un “nazionalismo sanitario” aggiungendo che solo l’unità potrà portare alla vaccinazione di 380 milioni di abitanti europei prima dell’estate e che questa impresa non può essere rovinata da contratti paralleli e acquisti diretti.

In vista dell’assemblea Organizzazione Mondiale della Sanità, 140 personalità della comunità scientifica e politica si sono uniti per un appello affinché il vaccino Covid sia libero dai brevetti e gratuito; se infatti in ambito europeo la Comunità si fa responsabile di evitare disuguaglianze tra paesi membri più e meno abbienti, tale garanzia non sussiste per i paesi extraeuropei. Il rischio è che paesi più poveri, come alcuni stati africani, vengano esclusi dalla campagna di vaccinazione per ragioni di profitto. La risposta dell’Unione Europea a tale richiesta è la proposta di un meccanismo volontario di negoziazione collettiva delle licenze dei brevetti tra stati e case farmaceutiche e condivisione di dati su test e terapie, che possa abbassare i prezzi per dose e rendere l’accesso al vaccino più facile anche per le popolazioni più povere.

Un segnale positivo in questa direzione lo ha lanciato la presidente Von der Leyen, lo scorso 19 febbraio durante il G7, annunciando lo stanziamento di ulteriori 100 milioni di Euro in aiuti umanitari per supportare la campagna vaccinale in Africa. Questa nuova somma si aggiunge ai fondi già forniti dal Team Europa a favore dello strumento COVAX.

Memori di questo ultimo anno di pandemia in un mondo globalizzato e in continua comunicazione è evidente che separazioni e individualismi non contribuiscono alla sconfitta del virus. Solo la cooperazione e la messa da parte di interessi personali ed economici possono portare il mondo all’uscita dalla crisi sanitaria internazionale per riportare benessere e salute nelle nostre vite. L’importanza di una buona politica è universalmente riconosciuta come cruciale nel gestire la crisi sanitaria. La lungimiranza della classe dirigente è fondamentale per decidere misure contenitive e organizzare strategie. Mai come oggi è evidente l’impatto che l’operato degli amministratori può avere sulla salute e sul benessere della popolazione. La speranza è che le classi politiche del futuro, memori della storia recente, riconoscano il bisogno di agire nella tutela delle prossime generazioni dando la giusta attenzione a beni primari e strutturali, come sanità e educazione mettendo al centro il valore della persona.

Il Medio Oriente è da sempre una terra teatro di conflitti e dolori la cui eco talvolta arriva alle nostre orecchie dall’uno o dall’altro giornale. Tra questi scontri, sicuramente una questione centrale emerge quando guardiamo alla terra contesa da israeliani e palestinesi, sulla quale la guerra si consuma ormai da decenni e dove ancora oggi la strada da percorrere verso la pace è lunga e faticosa.

Ci piace raccontare in questo contesto la storia di Valentina Sala. La nostra storia inizia quando lei, giovane studentessa laureata alla facoltà di ostetricia, si trova di fronte a tante domande e dubbi su quale futuro la accoglierà. Fu in quel momento che si fece sentire il forte desiderio di intraprendere il noviziato per dedicarsi alla vita religiosa. La consapevolezza della sua vocazione la portarono ad accantonare quell’immagine di sé in sala parto, circondata dal profumo della vita nuova, per intraprendere un percorso che fino ad allora non era affatto rientrato nei suoi piani, ma sicuramenti in quelli di Dio.

Per tanti anni suor Valentina si è chiesta cosa ne fosse stato della sua prima vocazione, aiutare le donne nel momento del parto. Qualcosa le diceva che non le restava altro che aspettare ed affidarsi, che prima o poi sarebbe riuscita a “riutilizzare” quel dono che aveva ricevuto. Nove anni dopo aver accolto il Signore nella sua vita, e sicura che Egli non avesse in serbo per lei nuovi stravolgimenti, dovette ricredersi. Ad attenderla c’era una nuova missione che la portò in una delle terre più martoriate da conflitti, ma anche culla delle tre religioni monoteiste: la Terra Santa.

La congregazione di cui suor Valentina fa parte, quella delle suore di San Giuseppe dell’Apparizione, è presente in Terra Santa dal 1856, fornendo ai residenti supporto educativo e medico. In particolare, l’ospedale Saint Joseph, nella parte est della città di Gerusalemme, era stato fondato nel 1956 nell’allora territorio giordano, per consentire l’accesso ai sistemi sanitari alle popolazioni arabe della West Bank (Cisgiordania) e di Gaza.

Dopo la guerra dei sei giorni del 1967, Gerusalemme est e il Saint Joseph passano sotto il controllo israeliano, rispondendo quindi al ministero della sanità dello stato ebraico. L’ospedale rimane, però, parte di una realtà araba, con personale e pazienti palestinesi.

È con l’apertura del nuovo reparto di maternità a metà anni 2010 che la storia del Saint Joseph si lega a quella di suor Valentina. Le sue due vocazioni, quella di dedizione al Signore e quella di amore per il miracolo della vita, la rendono la persona adatta per dirigere il reparto. Da subito viene colta da stupore, paura ed incertezza, soprattutto per i tanti anni di lontananza da un ospedale e dalla professione ostetrica, ma suor Valentina non si lascia scoraggiare e decide nuovamente di affidarsi alle mani del Signore per lasciarsi plasmare. Ecco che da allora porta avanti la sua missione che quotidianamente la vede coinvolta in tante sfide. Questo ospedale, infatti, ha saputo distinguersi da pochi anni, precisamente dal 2017, per nuovi approcci al parto rispetto alla tradizione araba che hanno catturato l’attenzione di alcune famiglie ebree particolarmente incuriosite dalla proposta del parto in acqua. Questo ha fatto sì che la maternità del St. Joseph diventasse terreno d’incontro tra arabi, musulmani e cristiani, ed ebrei, due popoli profondamente divisi da barriere politiche, economiche e religiose, che inaspettatamente si trovano a condividere un momento così travolgente e delicato della vita.

La nuova dimensione di condivisione porta personale e pazienti a conoscersi in un contesto totalmente differente da quello che in cui normalmente le loro strade si incrocerebbero. In Israele e in Palestina, le poche interazioni tra i due popoli hanno generalmente luogo in situazioni di tensione, come i checkpoint per i palestinesi o il servizio militare per gli israeliani. In sala parto, invece, un’attiva collaborazione è necessaria e il dialogo indispensabile. Non mancano certo momenti di attrito, che solitamente scaturiscono da una diversa visione del parto. Le due popolazioni, infatti, adottano approcci medici differenti, ai quali si aggiungono le difficoltà legate alle barriere linguistiche, che spesso nascondono ferite ben più profonde: il peso delle memorie traumatiche di una vita passata in contrapposizione. Suor Valentina agisce come naturale mediatrice, ascoltando gli uni e gli altri e mitigando reazioni e incomprensioni.

La situazione di conflitto tra Israele e Palestina è lontana dall’essere risolta e quasi mezzo milione di israeliani vive nei territori palestinesi occupati della Cisgiordania. Nonostante ciò, suor Valentina non perde la speranza e ogni giorno dà il suo contributo ricordando la parabola del granello di senape e consapevole che molto spesso sono proprio i piccoli a gesti quotidiani a creare i più solidi ponti.

Il miracolo del Saint Joseph è che gli stereotipi più radicati cadono nel momento più straordinariamente potente e fragile della vita di una donna. I muri, reali o immaginari, crollano, ci si trova a gioire insieme per una nuova fragile vita. E chissà che da queste nuove vite non nascano operatori di pace che porteranno i nostri figli e nipoti a sentire parlare di Terra Santa come luogo di serenità e prosperità per le popolazioni che lo abitano.

Questa testimonianza ci invita a non cadere nel baratro dell’indifferenza. Anche noi, riconoscendoci come esseri fragili in un contesto di fragilità, abbiamo nelle nostre mani il dovere e il potere di metterci a servizio del prossimo: siamo chiamati a seguire il progetto che Dio ha pensato per noi, affinché possiamo essere protagonisti di piccole grandi rivoluzioni, gocce di speranza in oceani in tempesta.

 

Video integrale della testimonianza di suor Valentina:

Clicca qui per vedere il video integrale

Ti sei lavato le mani oggi?

Immaginiamo di sì, mentre invece i ragazzi siriani costretti a fuggire dalle loro case bombardate, molto probabilmente questa banale possibilità non l’hanno avuta. E forse neanche ieri, o il giorno prima. E certamente, sarebbe comunque l’ultimo dei loro problemi.

Come loro, sono moltissime le persone che vivono in condizioni di fragilità sotto tanti punti di vista.

La Siria è infatti un paese devastato dalla guerra civile ormai da più di dieci anni (ne abbiamo parlato qui) e mentre i riflettori di tutto il mondo sono puntati sull’avanzare della pandemia, ci siamo scordati che in Siria i conflitti armati non si sono mai fermati.

Con i nostri telegiornali impegnati nella cronaca di pandemia, potremmo esserci persi alcuni passaggi importanti avvenuti nel corso dell’ultimo anno.

Centrale soprattutto la questione di Idlib, situata nel nord-ovest vicino al confine con la Turchia, che è stata a lungo teatro di scontri tra i ribelli e l’esercito di Assad, forte di un alleato come la Russia. La città è tutt’oggi l’unica zona ancora in mano alle forze d’opposizione. I bombardamenti delle forze congiunte di Damasco e Mosca si sono protratti per mesi fino a quando un incontro tra Putin ed Erdoğan ha posto le basi per una tregua che entra in vigore nel marzo 2020.

Il conflitto però è tutt’altro che estinto: negli ultimi mesi, infatti, sul confine iracheno sono aumentate le tensioni. È infatti aumentata la presenza delle truppe iraniane nella zona, con un Iran che appare sempre più isolato sia dal mondo sunnita che da Israele, specie dopo i recenti Accordi di Abramo tra quest’ultimo e alcuni paesi arabi. Proprio Israele, infatti, negli ultimi mesi ha intensificato l’offensiva verso le truppe iraniane con numerosi raid aerei.

Il conflitto ha portato ad un milione di sfollati solo in questa zona. Idlib è di fatto una vera e propria prigione a cielo aperto in cui è impossibile anche solo far pervenire assistenza e aiuto umanitario per i civili.

Sono attualmente 6,6 milioni gli sfollati all’interno del territorio siriano e dal 2011 ad oggi sono almeno 5 milioni coloro che hanno cercato rifugio fuori dai confini. Giordania e Turchia, che pur sono tra gli stati ospitanti la maggior parte dei profughi, hanno spesso respinto l’ingresso di nuovi richiedenti asilo, esponendoli così ad un ulteriore rischio di violenze e persecuzioni.

Un milione e mezzo invece si trovano, ufficiosamente, in Libano, paese che non ha mai firmato la Convenzione di Ginevra del 1951, che regola le procedure ed il riconoscimento dello status di rifugiato e degli obblighi gravanti sugli stati firmatari.

Non vedendosi riconosciuta alcuna forma di protezione e tutela, ancora una volta i profughi sono costretti a vivere per strada, nelle tende o negli edifici abbandonati.

Di fronte a tali fatti e a questi numeri il rischio maggiore, oltre a quello di rimanere indifferenti, è quello di dimenticarsi l’umanità che sta dietro a tutti quei volti che fuggono dal proprio Paese. Come siamo toccati da queste storie di fragilità?

Probabilmente il primo concetto che ci viene in mente è il senso di sradicamento, non solo dall’ambito geografico ma anche da quello etnico, culturale e sociale. Molto spesso, infatti, i profughi provenienti dalla Siria, così come tutti coloro che fuggono da guerre o altre condizioni di fragilità, si trovano catapultati in ambienti che tendono ad annichilire le differenze culturali portando tutti al semplice e vuoto termine di “profughi”. Anche il concetto di umanità inizia a stravolgersi. Essere profughi, che sia a Lesbo, ad Amman o a Beirut, significa solamente una cosa: essere un peso per le casse dello stato e un problema per la comunità ospitante che di questi tempi sta già affrontando un grave periodo di crisi. Basti pensare a quanto accaduto di recente in Bosnia, a Lipa: di fronte ad immagini di persone a piedi scalzi, immersi nella neve alta, parole come fragilità sembrano solo eufemismi ai nostri occhi se non fosse che, per loro, tutto questo rischia di diventare normale quotidianità.

È anche vero che in certi casi l’esigenza di normalità e di piantare nuove radici supera un passato fatto di odio e rancore, permettendo di guardare oltre la disperazione. Anche in un presente di privazioni, dove tutto sembra consigliare di arrendersi, è sempre possibile risollevare la testa. Ne è un esempio la storia di Anwar al-Bunny che, come riporta The Guardian in una sua inchiesta, era stato arrestato e incarcerato in Siria poiché sostenitore della forza politica che si contrapponeva al regime.

Ecco che, dieci anni dopo, in esilio in Germania, incontra per caso lo stesso uomo che lo aveva interrogato e fatto arrestare. Ma in Anwar non c’è spazio per il rancore e la vendetta. Egli afferma infatti di non provare odio nei confronti quell’uomo a causa di quanto subito, poiché riconosce come vero responsabile delle violenze quel sistema più vasto e corrotto che tentava di cambiare. Oggi Anwar al-Bunni non è “solamente” un noto avvocato che si batte per i diritti umani in Siria, ma rappresenta un simbolo di speranza per tutti coloro che ancora cercano un nuovo inizio lontano dalla propria terra.

Dopo mesi di attesa, continui rinvii e speranza è iniziata in Europa la distribuzione del vaccino contro il Covid. Quando sulle prime pagine dei giornali è apparsa questa notizia l’intera Comunità Europea ha pensato di essere ad una svolta che determinasse l’inizio della sconfitta del virus.

Il 9 novembre 2020 venne pubblicamente annunciato che l’americana Pfizer e la tedesca BioNTech erano riuscite a mettere a punto un vaccino efficace al 90% e da lì, nel giro di poche settimane, si inaugurarono in molti paesi i V-Day, prima fra tutti la Gran Bretagna che regalò al mondo l’emblematica immagine della novantenne Margaret Keenan, la prima persona in Occidente a ricevere il vaccino.

La rapidità con cui si era giunti alla sintesi di un vaccino risultato efficace, dopo i vari test di routine, ha talora sollevato dubbi e perplessità nell’opinione pubblica. Di norma “il tempo impiegato a sviluppare un vaccino è molto lungo e prevede un alto tasso di insuccessi. Il periodo di ricerca preliminare, infatti, può andare dai due ai cinque anni e, per arrivare allo sviluppo completo del prodotto, possono passare anche dieci anni” afferma il professore A. Mantovani, direttore scientifico di Humanitas. Al netto però dell’inarrestabile ed incontrollabile diffusione del virus Sars-cov-2, la corsa al vaccino ha accelerato e drasticamente ridotto le tempistiche di creazione e sperimentazione.

Nonostante le prime perplessità il vaccino però è stato somministrato e addirittura, finora, le dosi non sono state sufficienti per poter vaccinare tutti coloro che lo richiedevano. Al di là di casi isolati di effetti collaterali dopo la prima dose, la campagna di distribuzione delle dosi in Europa è decollata seguendo un preciso piano di controllo strategico promulgato dalla Commissione Europea già il 15 ottobre 2020. Ursula von der Leyen ha dichiarato che nell’ambito della sua strategia si era adoperata al fine di stringere accordi con le singole case farmaceutiche produttrici dei vaccini, i quali, una volta disponibili, sicuri ed efficaci sarebbero stati resi accessibili a tutti gli stati membri contemporaneamente. Le scoperte dei vaccini sono “luci di speranza” se sono “a disposizione di tutti”. Lo ha detto il Papa nella benedizione Urbi et Orbi del 25 dicembre chiedendo di evitare che “le leggi di mercato e dei brevetti siano sopra le leggi della salute e dell’umanità”. Il Papa invita a pensare che “il dolore e il male non sono l’ultima parola.”

Il Papa ha esortato tutti, fedeli o meno, a considerare con serietà e responsabilità l’opportunità di essere vaccinati per consentire a sé stessi, ma soprattutto agli altri, di potersi tutelare e tornare a vivere pienamente. In modo particolare il Papa si è rivolto ai responsabili degli Stati, alle imprese, agli organismi internazionali chiedendo loro di “promuovere la cooperazione e non la concorrenza, e di cercare una soluzione per tutti” per evitare che questa malattia assuma la forma di un “virus dell’individualismo radicale” ed egoista che ci rende indifferenti davanti “alla sofferenza di altri fratelli e sorelle” (Messaggio Urbi et Orbi del Santo Padre Francesco del 25 dicembre 2020).

Con l’approvazione da parte dell’EMA, l’agenzia europea dei medicinali, del vaccino Pfizer, seguita da quelle di Moderna e AstraZeneca, agli stati membri è stato chiesto un inizio sincronizzato simbolico della vaccinazione il 27 dicembre. Il grande clamore mediatico di tale avvenimento ha portato alla luce le prime divisioni. L’Ungheria ha deciso di ignorare la richiesta di un inizio coordinato, cominciando a somministrare ai volontari le prime dosi ricevute dallo stabilimento Pfizer immediatamente dopo la consegna. A gennaio 2021, a vaccinazione di massa iniziata, le differenze di strategie di ogni paese membro sono state messe in evidenza da una diversa velocità delle somministrazioni.

È stata solo questione di tempo perché le prime controversie venissero allo scoperto: la Germania, promotrice con Italia, Francia e Olanda dell’acquisto centralizzato europeo, è stata accusata di aver precedentemente stilato un accordo con Pfizer per 30 milioni di dosi supplementari, oltre le 300 assegnate. Il ministero della salute tedesco si è giustificato dicendo che l’acquisto è stato fatto in un momento in cui il vaccino di Moderna non era stato ancora approvato dall’EMA e si temeva che le dosi comunitarie non fossero sufficienti per raggiungere l’immunità di gregge tedesca in tempi brevi. Tale spiegazione, insieme a una dichiarazione di Stefan De Keersmaecker, portavoce della Commissione, in cui si afferma che le dosi aggiuntive fanno parte dei negoziati collettivi dell’UE, non hanno comunque convinto Bruxelles, dato che l’accordo tedesco è stato portato a termine due mesi prima della firma del contratto Pfizer. Il sospetto di un accordo interno tra governo tedesco e azienda tedesca BioNTech ha destato diversi malumori in Europa.

Dopo un inizio relativamente spedito, specialmente in Italia e Germania, la speranza di una vaccinazione rapida di tutta la popolazione è svanita a causa di problemi di fornitura dalle cause farmaceutiche. Il mea culpa è arrivato direttamente dalla presidente della Commissione Europea Ursula Von Der Leyen, che ha dichiarato, tra le altre cose, di aver sovrastimato la capacità di produzione delle cause farmaceutiche.

L’appello alla solidarietà e alla trasparenza è stato unanime da parte dei gruppi parlamentari europei democratici e socialisti. La socialista spagnola Iratxe García Pérez ha fatto un appello contro un “nazionalismo sanitario” aggiungendo che solo l’unità potrà portare alla vaccinazione di 380 milioni di abitanti europei prima dell’estate e che questa impresa non può essere rovinata da contratti paralleli e acquisti diretti.

In vista dell’assemblea Organizzazione Mondiale della Sanità, 140 personalità della comunità scientifica e politica si sono uniti per un appello affinché il vaccino Covid sia libero dai brevetti e gratuito; se infatti in ambito europeo la Comunità si fa responsabile di evitare disuguaglianze tra paesi membri più e meno abbienti, tale garanzia non sussiste per i paesi extraeuropei. Il rischio è che paesi più poveri, come alcuni stati africani, vengano esclusi dalla campagna di vaccinazione per ragioni di profitto. La risposta dell’Unione Europea a tale richiesta è la proposta di un meccanismo volontario di negoziazione collettiva delle licenze dei brevetti tra stati e case farmaceutiche e condivisione di dati su test e terapie, che possa abbassare i prezzi per dose e rendere l’accesso al vaccino più facile anche per le popolazioni più povere.

Un segnale positivo in questa direzione lo ha lanciato la presidente Von der Leyen, lo scorso 19 febbraio durante il G7, annunciando lo stanziamento di ulteriori 100 milioni di Euro in aiuti umanitari per supportare la campagna vaccinale in Africa. Questa nuova somma si aggiunge ai fondi già forniti dal Team Europa a favore dello strumento COVAX.

Memori di questo ultimo anno di pandemia in un mondo globalizzato e in continua comunicazione è evidente che separazioni e individualismi non contribuiscono alla sconfitta del virus. Solo la cooperazione e la messa da parte di interessi personali ed economici possono portare il mondo all’uscita dalla crisi sanitaria internazionale per riportare benessere e salute nelle nostre vite. L’importanza di una buona politica è universalmente riconosciuta come cruciale nel gestire la crisi sanitaria. La lungimiranza della classe dirigente è fondamentale per decidere misure contenitive e organizzare strategie. Mai come oggi è evidente l’impatto che l’operato degli amministratori può avere sulla salute e sul benessere della popolazione. La speranza è che le classi politiche del futuro, memori della storia recente, riconoscano il bisogno di agire nella tutela delle prossime generazioni dando la giusta attenzione a beni primari e strutturali, come sanità e educazione mettendo al centro il valore della persona.

Il Medio Oriente è da sempre una terra teatro di conflitti e dolori la cui eco talvolta arriva alle nostre orecchie dall’uno o dall’altro giornale. Tra questi scontri, sicuramente una questione centrale emerge quando guardiamo alla terra contesa da israeliani e palestinesi, sulla quale la guerra si consuma ormai da decenni e dove ancora oggi la strada da percorrere verso la pace è lunga e faticosa.

Ci piace raccontare in questo contesto la storia di Valentina Sala. La nostra storia inizia quando lei, giovane studentessa laureata alla facoltà di ostetricia, si trova di fronte a tante domande e dubbi su quale futuro la accoglierà. Fu in quel momento che si fece sentire il forte desiderio di intraprendere il noviziato per dedicarsi alla vita religiosa. La consapevolezza della sua vocazione la portarono ad accantonare quell’immagine di sé in sala parto, circondata dal profumo della vita nuova, per intraprendere un percorso che fino ad allora non era affatto rientrato nei suoi piani, ma sicuramenti in quelli di Dio.

Per tanti anni suor Valentina si è chiesta cosa ne fosse stato della sua prima vocazione, aiutare le donne nel momento del parto. Qualcosa le diceva che non le restava altro che aspettare ed affidarsi, che prima o poi sarebbe riuscita a “riutilizzare” quel dono che aveva ricevuto. Nove anni dopo aver accolto il Signore nella sua vita, e sicura che Egli non avesse in serbo per lei nuovi stravolgimenti, dovette ricredersi. Ad attenderla c’era una nuova missione che la portò in una delle terre più martoriate da conflitti, ma anche culla delle tre religioni monoteiste: la Terra Santa.

La congregazione di cui suor Valentina fa parte, quella delle suore di San Giuseppe dell’Apparizione, è presente in Terra Santa dal 1856, fornendo ai residenti supporto educativo e medico. In particolare, l’ospedale Saint Joseph, nella parte est della città di Gerusalemme, era stato fondato nel 1956 nell’allora territorio giordano, per consentire l’accesso ai sistemi sanitari alle popolazioni arabe della West Bank (Cisgiordania) e di Gaza.

Dopo la guerra dei sei giorni del 1967, Gerusalemme est e il Saint Joseph passano sotto il controllo israeliano, rispondendo quindi al ministero della sanità dello stato ebraico. L’ospedale rimane, però, parte di una realtà araba, con personale e pazienti palestinesi.

È con l’apertura del nuovo reparto di maternità a metà anni 2010 che la storia del Saint Joseph si lega a quella di suor Valentina. Le sue due vocazioni, quella di dedizione al Signore e quella di amore per il miracolo della vita, la rendono la persona adatta per dirigere il reparto. Da subito viene colta da stupore, paura ed incertezza, soprattutto per i tanti anni di lontananza da un ospedale e dalla professione ostetrica, ma suor Valentina non si lascia scoraggiare e decide nuovamente di affidarsi alle mani del Signore per lasciarsi plasmare. Ecco che da allora porta avanti la sua missione che quotidianamente la vede coinvolta in tante sfide. Questo ospedale, infatti, ha saputo distinguersi da pochi anni, precisamente dal 2017, per nuovi approcci al parto rispetto alla tradizione araba che hanno catturato l’attenzione di alcune famiglie ebree particolarmente incuriosite dalla proposta del parto in acqua. Questo ha fatto sì che la maternità del St. Joseph diventasse terreno d’incontro tra arabi, musulmani e cristiani, ed ebrei, due popoli profondamente divisi da barriere politiche, economiche e religiose, che inaspettatamente si trovano a condividere un momento così travolgente e delicato della vita.

La nuova dimensione di condivisione porta personale e pazienti a conoscersi in un contesto totalmente differente da quello che in cui normalmente le loro strade si incrocerebbero. In Israele e in Palestina, le poche interazioni tra i due popoli hanno generalmente luogo in situazioni di tensione, come i checkpoint per i palestinesi o il servizio militare per gli israeliani. In sala parto, invece, un’attiva collaborazione è necessaria e il dialogo indispensabile. Non mancano certo momenti di attrito, che solitamente scaturiscono da una diversa visione del parto. Le due popolazioni, infatti, adottano approcci medici differenti, ai quali si aggiungono le difficoltà legate alle barriere linguistiche, che spesso nascondono ferite ben più profonde: il peso delle memorie traumatiche di una vita passata in contrapposizione. Suor Valentina agisce come naturale mediatrice, ascoltando gli uni e gli altri e mitigando reazioni e incomprensioni.

La situazione di conflitto tra Israele e Palestina è lontana dall’essere risolta e quasi mezzo milione di israeliani vive nei territori palestinesi occupati della Cisgiordania. Nonostante ciò, suor Valentina non perde la speranza e ogni giorno dà il suo contributo ricordando la parabola del granello di senape e consapevole che molto spesso sono proprio i piccoli a gesti quotidiani a creare i più solidi ponti.

Il miracolo del Saint Joseph è che gli stereotipi più radicati cadono nel momento più straordinariamente potente e fragile della vita di una donna. I muri, reali o immaginari, crollano, ci si trova a gioire insieme per una nuova fragile vita. E chissà che da queste nuove vite non nascano operatori di pace che porteranno i nostri figli e nipoti a sentire parlare di Terra Santa come luogo di serenità e prosperità per le popolazioni che lo abitano.

Questa testimonianza ci invita a non cadere nel baratro dell’indifferenza. Anche noi, riconoscendoci come esseri fragili in un contesto di fragilità, abbiamo nelle nostre mani il dovere e il potere di metterci a servizio del prossimo: siamo chiamati a seguire il progetto che Dio ha pensato per noi, affinché possiamo essere protagonisti di piccole grandi rivoluzioni, gocce di speranza in oceani in tempesta.

 

Video integrale della testimonianza di suor Valentina:

Clicca qui per vedere il video integrale

Ti sei lavato le mani oggi?

Immaginiamo di sì, mentre invece i ragazzi siriani costretti a fuggire dalle loro case bombardate, molto probabilmente questa banale possibilità non l’hanno avuta. E forse neanche ieri, o il giorno prima. E certamente, sarebbe comunque l’ultimo dei loro problemi.

Come loro, sono moltissime le persone che vivono in condizioni di fragilità sotto tanti punti di vista.

La Siria è infatti un paese devastato dalla guerra civile ormai da più di dieci anni (ne abbiamo parlato qui) e mentre i riflettori di tutto il mondo sono puntati sull’avanzare della pandemia, ci siamo scordati che in Siria i conflitti armati non si sono mai fermati.

Con i nostri telegiornali impegnati nella cronaca di pandemia, potremmo esserci persi alcuni passaggi importanti avvenuti nel corso dell’ultimo anno.

Centrale soprattutto la questione di Idlib, situata nel nord-ovest vicino al confine con la Turchia, che è stata a lungo teatro di scontri tra i ribelli e l’esercito di Assad, forte di un alleato come la Russia. La città è tutt’oggi l’unica zona ancora in mano alle forze d’opposizione. I bombardamenti delle forze congiunte di Damasco e Mosca si sono protratti per mesi fino a quando un incontro tra Putin ed Erdoğan ha posto le basi per una tregua che entra in vigore nel marzo 2020.

Il conflitto però è tutt’altro che estinto: negli ultimi mesi, infatti, sul confine iracheno sono aumentate le tensioni. È infatti aumentata la presenza delle truppe iraniane nella zona, con un Iran che appare sempre più isolato sia dal mondo sunnita che da Israele, specie dopo i recenti Accordi di Abramo tra quest’ultimo e alcuni paesi arabi. Proprio Israele, infatti, negli ultimi mesi ha intensificato l’offensiva verso le truppe iraniane con numerosi raid aerei.

Il conflitto ha portato ad un milione di sfollati solo in questa zona. Idlib è di fatto una vera e propria prigione a cielo aperto in cui è impossibile anche solo far pervenire assistenza e aiuto umanitario per i civili.

Sono attualmente 6,6 milioni gli sfollati all’interno del territorio siriano e dal 2011 ad oggi sono almeno 5 milioni coloro che hanno cercato rifugio fuori dai confini. Giordania e Turchia, che pur sono tra gli stati ospitanti la maggior parte dei profughi, hanno spesso respinto l’ingresso di nuovi richiedenti asilo, esponendoli così ad un ulteriore rischio di violenze e persecuzioni.

Un milione e mezzo invece si trovano, ufficiosamente, in Libano, paese che non ha mai firmato la Convenzione di Ginevra del 1951, che regola le procedure ed il riconoscimento dello status di rifugiato e degli obblighi gravanti sugli stati firmatari.

Non vedendosi riconosciuta alcuna forma di protezione e tutela, ancora una volta i profughi sono costretti a vivere per strada, nelle tende o negli edifici abbandonati.

Di fronte a tali fatti e a questi numeri il rischio maggiore, oltre a quello di rimanere indifferenti, è quello di dimenticarsi l’umanità che sta dietro a tutti quei volti che fuggono dal proprio Paese. Come siamo toccati da queste storie di fragilità?

Probabilmente il primo concetto che ci viene in mente è il senso di sradicamento, non solo dall’ambito geografico ma anche da quello etnico, culturale e sociale. Molto spesso, infatti, i profughi provenienti dalla Siria, così come tutti coloro che fuggono da guerre o altre condizioni di fragilità, si trovano catapultati in ambienti che tendono ad annichilire le differenze culturali portando tutti al semplice e vuoto termine di “profughi”. Anche il concetto di umanità inizia a stravolgersi. Essere profughi, che sia a Lesbo, ad Amman o a Beirut, significa solamente una cosa: essere un peso per le casse dello stato e un problema per la comunità ospitante che di questi tempi sta già affrontando un grave periodo di crisi. Basti pensare a quanto accaduto di recente in Bosnia, a Lipa: di fronte ad immagini di persone a piedi scalzi, immersi nella neve alta, parole come fragilità sembrano solo eufemismi ai nostri occhi se non fosse che, per loro, tutto questo rischia di diventare normale quotidianità.

È anche vero che in certi casi l’esigenza di normalità e di piantare nuove radici supera un passato fatto di odio e rancore, permettendo di guardare oltre la disperazione. Anche in un presente di privazioni, dove tutto sembra consigliare di arrendersi, è sempre possibile risollevare la testa. Ne è un esempio la storia di Anwar al-Bunny che, come riporta The Guardian in una sua inchiesta, era stato arrestato e incarcerato in Siria poiché sostenitore della forza politica che si contrapponeva al regime.

Ecco che, dieci anni dopo, in esilio in Germania, incontra per caso lo stesso uomo che lo aveva interrogato e fatto arrestare. Ma in Anwar non c’è spazio per il rancore e la vendetta. Egli afferma infatti di non provare odio nei confronti quell’uomo a causa di quanto subito, poiché riconosce come vero responsabile delle violenze quel sistema più vasto e corrotto che tentava di cambiare. Oggi Anwar al-Bunni non è “solamente” un noto avvocato che si batte per i diritti umani in Siria, ma rappresenta un simbolo di speranza per tutti coloro che ancora cercano un nuovo inizio lontano dalla propria terra.

Dopo mesi di attesa, continui rinvii e speranza è iniziata in Europa la distribuzione del vaccino contro il Covid. Quando sulle prime pagine dei giornali è apparsa questa notizia l’intera Comunità Europea ha pensato di essere ad una svolta che determinasse l’inizio della sconfitta del virus.

Il 9 novembre 2020 venne pubblicamente annunciato che l’americana Pfizer e la tedesca BioNTech erano riuscite a mettere a punto un vaccino efficace al 90% e da lì, nel giro di poche settimane, si inaugurarono in molti paesi i V-Day, prima fra tutti la Gran Bretagna che regalò al mondo l’emblematica immagine della novantenne Margaret Keenan, la prima persona in Occidente a ricevere il vaccino.

La rapidità con cui si era giunti alla sintesi di un vaccino risultato efficace, dopo i vari test di routine, ha talora sollevato dubbi e perplessità nell’opinione pubblica. Di norma “il tempo impiegato a sviluppare un vaccino è molto lungo e prevede un alto tasso di insuccessi. Il periodo di ricerca preliminare, infatti, può andare dai due ai cinque anni e, per arrivare allo sviluppo completo del prodotto, possono passare anche dieci anni” afferma il professore A. Mantovani, direttore scientifico di Humanitas. Al netto però dell’inarrestabile ed incontrollabile diffusione del virus Sars-cov-2, la corsa al vaccino ha accelerato e drasticamente ridotto le tempistiche di creazione e sperimentazione.

Nonostante le prime perplessità il vaccino però è stato somministrato e addirittura, finora, le dosi non sono state sufficienti per poter vaccinare tutti coloro che lo richiedevano. Al di là di casi isolati di effetti collaterali dopo la prima dose, la campagna di distribuzione delle dosi in Europa è decollata seguendo un preciso piano di controllo strategico promulgato dalla Commissione Europea già il 15 ottobre 2020. Ursula von der Leyen ha dichiarato che nell’ambito della sua strategia si era adoperata al fine di stringere accordi con le singole case farmaceutiche produttrici dei vaccini, i quali, una volta disponibili, sicuri ed efficaci sarebbero stati resi accessibili a tutti gli stati membri contemporaneamente. Le scoperte dei vaccini sono “luci di speranza” se sono “a disposizione di tutti”. Lo ha detto il Papa nella benedizione Urbi et Orbi del 25 dicembre chiedendo di evitare che “le leggi di mercato e dei brevetti siano sopra le leggi della salute e dell’umanità”. Il Papa invita a pensare che “il dolore e il male non sono l’ultima parola.”

Il Papa ha esortato tutti, fedeli o meno, a considerare con serietà e responsabilità l’opportunità di essere vaccinati per consentire a sé stessi, ma soprattutto agli altri, di potersi tutelare e tornare a vivere pienamente. In modo particolare il Papa si è rivolto ai responsabili degli Stati, alle imprese, agli organismi internazionali chiedendo loro di “promuovere la cooperazione e non la concorrenza, e di cercare una soluzione per tutti” per evitare che questa malattia assuma la forma di un “virus dell’individualismo radicale” ed egoista che ci rende indifferenti davanti “alla sofferenza di altri fratelli e sorelle” (Messaggio Urbi et Orbi del Santo Padre Francesco del 25 dicembre 2020).

Con l’approvazione da parte dell’EMA, l’agenzia europea dei medicinali, del vaccino Pfizer, seguita da quelle di Moderna e AstraZeneca, agli stati membri è stato chiesto un inizio sincronizzato simbolico della vaccinazione il 27 dicembre. Il grande clamore mediatico di tale avvenimento ha portato alla luce le prime divisioni. L’Ungheria ha deciso di ignorare la richiesta di un inizio coordinato, cominciando a somministrare ai volontari le prime dosi ricevute dallo stabilimento Pfizer immediatamente dopo la consegna. A gennaio 2021, a vaccinazione di massa iniziata, le differenze di strategie di ogni paese membro sono state messe in evidenza da una diversa velocità delle somministrazioni.

È stata solo questione di tempo perché le prime controversie venissero allo scoperto: la Germania, promotrice con Italia, Francia e Olanda dell’acquisto centralizzato europeo, è stata accusata di aver precedentemente stilato un accordo con Pfizer per 30 milioni di dosi supplementari, oltre le 300 assegnate. Il ministero della salute tedesco si è giustificato dicendo che l’acquisto è stato fatto in un momento in cui il vaccino di Moderna non era stato ancora approvato dall’EMA e si temeva che le dosi comunitarie non fossero sufficienti per raggiungere l’immunità di gregge tedesca in tempi brevi. Tale spiegazione, insieme a una dichiarazione di Stefan De Keersmaecker, portavoce della Commissione, in cui si afferma che le dosi aggiuntive fanno parte dei negoziati collettivi dell’UE, non hanno comunque convinto Bruxelles, dato che l’accordo tedesco è stato portato a termine due mesi prima della firma del contratto Pfizer. Il sospetto di un accordo interno tra governo tedesco e azienda tedesca BioNTech ha destato diversi malumori in Europa.

Dopo un inizio relativamente spedito, specialmente in Italia e Germania, la speranza di una vaccinazione rapida di tutta la popolazione è svanita a causa di problemi di fornitura dalle cause farmaceutiche. Il mea culpa è arrivato direttamente dalla presidente della Commissione Europea Ursula Von Der Leyen, che ha dichiarato, tra le altre cose, di aver sovrastimato la capacità di produzione delle cause farmaceutiche.

L’appello alla solidarietà e alla trasparenza è stato unanime da parte dei gruppi parlamentari europei democratici e socialisti. La socialista spagnola Iratxe García Pérez ha fatto un appello contro un “nazionalismo sanitario” aggiungendo che solo l’unità potrà portare alla vaccinazione di 380 milioni di abitanti europei prima dell’estate e che questa impresa non può essere rovinata da contratti paralleli e acquisti diretti.

In vista dell’assemblea Organizzazione Mondiale della Sanità, 140 personalità della comunità scientifica e politica si sono uniti per un appello affinché il vaccino Covid sia libero dai brevetti e gratuito; se infatti in ambito europeo la Comunità si fa responsabile di evitare disuguaglianze tra paesi membri più e meno abbienti, tale garanzia non sussiste per i paesi extraeuropei. Il rischio è che paesi più poveri, come alcuni stati africani, vengano esclusi dalla campagna di vaccinazione per ragioni di profitto. La risposta dell’Unione Europea a tale richiesta è la proposta di un meccanismo volontario di negoziazione collettiva delle licenze dei brevetti tra stati e case farmaceutiche e condivisione di dati su test e terapie, che possa abbassare i prezzi per dose e rendere l’accesso al vaccino più facile anche per le popolazioni più povere.

Un segnale positivo in questa direzione lo ha lanciato la presidente Von der Leyen, lo scorso 19 febbraio durante il G7, annunciando lo stanziamento di ulteriori 100 milioni di Euro in aiuti umanitari per supportare la campagna vaccinale in Africa. Questa nuova somma si aggiunge ai fondi già forniti dal Team Europa a favore dello strumento COVAX.

Memori di questo ultimo anno di pandemia in un mondo globalizzato e in continua comunicazione è evidente che separazioni e individualismi non contribuiscono alla sconfitta del virus. Solo la cooperazione e la messa da parte di interessi personali ed economici possono portare il mondo all’uscita dalla crisi sanitaria internazionale per riportare benessere e salute nelle nostre vite. L’importanza di una buona politica è universalmente riconosciuta come cruciale nel gestire la crisi sanitaria. La lungimiranza della classe dirigente è fondamentale per decidere misure contenitive e organizzare strategie. Mai come oggi è evidente l’impatto che l’operato degli amministratori può avere sulla salute e sul benessere della popolazione. La speranza è che le classi politiche del futuro, memori della storia recente, riconoscano il bisogno di agire nella tutela delle prossime generazioni dando la giusta attenzione a beni primari e strutturali, come sanità e educazione mettendo al centro il valore della persona.

Il Medio Oriente è da sempre una terra teatro di conflitti e dolori la cui eco talvolta arriva alle nostre orecchie dall’uno o dall’altro giornale. Tra questi scontri, sicuramente una questione centrale emerge quando guardiamo alla terra contesa da israeliani e palestinesi, sulla quale la guerra si consuma ormai da decenni e dove ancora oggi la strada da percorrere verso la pace è lunga e faticosa.

Ci piace raccontare in questo contesto la storia di Valentina Sala. La nostra storia inizia quando lei, giovane studentessa laureata alla facoltà di ostetricia, si trova di fronte a tante domande e dubbi su quale futuro la accoglierà. Fu in quel momento che si fece sentire il forte desiderio di intraprendere il noviziato per dedicarsi alla vita religiosa. La consapevolezza della sua vocazione la portarono ad accantonare quell’immagine di sé in sala parto, circondata dal profumo della vita nuova, per intraprendere un percorso che fino ad allora non era affatto rientrato nei suoi piani, ma sicuramenti in quelli di Dio.

Per tanti anni suor Valentina si è chiesta cosa ne fosse stato della sua prima vocazione, aiutare le donne nel momento del parto. Qualcosa le diceva che non le restava altro che aspettare ed affidarsi, che prima o poi sarebbe riuscita a “riutilizzare” quel dono che aveva ricevuto. Nove anni dopo aver accolto il Signore nella sua vita, e sicura che Egli non avesse in serbo per lei nuovi stravolgimenti, dovette ricredersi. Ad attenderla c’era una nuova missione che la portò in una delle terre più martoriate da conflitti, ma anche culla delle tre religioni monoteiste: la Terra Santa.

La congregazione di cui suor Valentina fa parte, quella delle suore di San Giuseppe dell’Apparizione, è presente in Terra Santa dal 1856, fornendo ai residenti supporto educativo e medico. In particolare, l’ospedale Saint Joseph, nella parte est della città di Gerusalemme, era stato fondato nel 1956 nell’allora territorio giordano, per consentire l’accesso ai sistemi sanitari alle popolazioni arabe della West Bank (Cisgiordania) e di Gaza.

Dopo la guerra dei sei giorni del 1967, Gerusalemme est e il Saint Joseph passano sotto il controllo israeliano, rispondendo quindi al ministero della sanità dello stato ebraico. L’ospedale rimane, però, parte di una realtà araba, con personale e pazienti palestinesi.

È con l’apertura del nuovo reparto di maternità a metà anni 2010 che la storia del Saint Joseph si lega a quella di suor Valentina. Le sue due vocazioni, quella di dedizione al Signore e quella di amore per il miracolo della vita, la rendono la persona adatta per dirigere il reparto. Da subito viene colta da stupore, paura ed incertezza, soprattutto per i tanti anni di lontananza da un ospedale e dalla professione ostetrica, ma suor Valentina non si lascia scoraggiare e decide nuovamente di affidarsi alle mani del Signore per lasciarsi plasmare. Ecco che da allora porta avanti la sua missione che quotidianamente la vede coinvolta in tante sfide. Questo ospedale, infatti, ha saputo distinguersi da pochi anni, precisamente dal 2017, per nuovi approcci al parto rispetto alla tradizione araba che hanno catturato l’attenzione di alcune famiglie ebree particolarmente incuriosite dalla proposta del parto in acqua. Questo ha fatto sì che la maternità del St. Joseph diventasse terreno d’incontro tra arabi, musulmani e cristiani, ed ebrei, due popoli profondamente divisi da barriere politiche, economiche e religiose, che inaspettatamente si trovano a condividere un momento così travolgente e delicato della vita.

La nuova dimensione di condivisione porta personale e pazienti a conoscersi in un contesto totalmente differente da quello che in cui normalmente le loro strade si incrocerebbero. In Israele e in Palestina, le poche interazioni tra i due popoli hanno generalmente luogo in situazioni di tensione, come i checkpoint per i palestinesi o il servizio militare per gli israeliani. In sala parto, invece, un’attiva collaborazione è necessaria e il dialogo indispensabile. Non mancano certo momenti di attrito, che solitamente scaturiscono da una diversa visione del parto. Le due popolazioni, infatti, adottano approcci medici differenti, ai quali si aggiungono le difficoltà legate alle barriere linguistiche, che spesso nascondono ferite ben più profonde: il peso delle memorie traumatiche di una vita passata in contrapposizione. Suor Valentina agisce come naturale mediatrice, ascoltando gli uni e gli altri e mitigando reazioni e incomprensioni.

La situazione di conflitto tra Israele e Palestina è lontana dall’essere risolta e quasi mezzo milione di israeliani vive nei territori palestinesi occupati della Cisgiordania. Nonostante ciò, suor Valentina non perde la speranza e ogni giorno dà il suo contributo ricordando la parabola del granello di senape e consapevole che molto spesso sono proprio i piccoli a gesti quotidiani a creare i più solidi ponti.

Il miracolo del Saint Joseph è che gli stereotipi più radicati cadono nel momento più straordinariamente potente e fragile della vita di una donna. I muri, reali o immaginari, crollano, ci si trova a gioire insieme per una nuova fragile vita. E chissà che da queste nuove vite non nascano operatori di pace che porteranno i nostri figli e nipoti a sentire parlare di Terra Santa come luogo di serenità e prosperità per le popolazioni che lo abitano.

Questa testimonianza ci invita a non cadere nel baratro dell’indifferenza. Anche noi, riconoscendoci come esseri fragili in un contesto di fragilità, abbiamo nelle nostre mani il dovere e il potere di metterci a servizio del prossimo: siamo chiamati a seguire il progetto che Dio ha pensato per noi, affinché possiamo essere protagonisti di piccole grandi rivoluzioni, gocce di speranza in oceani in tempesta.

 

Video integrale della testimonianza di suor Valentina:

Clicca qui per vedere il video integrale

Ti sei lavato le mani oggi?

Immaginiamo di sì, mentre invece i ragazzi siriani costretti a fuggire dalle loro case bombardate, molto probabilmente questa banale possibilità non l’hanno avuta. E forse neanche ieri, o il giorno prima. E certamente, sarebbe comunque l’ultimo dei loro problemi.

Come loro, sono moltissime le persone che vivono in condizioni di fragilità sotto tanti punti di vista.

La Siria è infatti un paese devastato dalla guerra civile ormai da più di dieci anni (ne abbiamo parlato qui) e mentre i riflettori di tutto il mondo sono puntati sull’avanzare della pandemia, ci siamo scordati che in Siria i conflitti armati non si sono mai fermati.

Con i nostri telegiornali impegnati nella cronaca di pandemia, potremmo esserci persi alcuni passaggi importanti avvenuti nel corso dell’ultimo anno.

Centrale soprattutto la questione di Idlib, situata nel nord-ovest vicino al confine con la Turchia, che è stata a lungo teatro di scontri tra i ribelli e l’esercito di Assad, forte di un alleato come la Russia. La città è tutt’oggi l’unica zona ancora in mano alle forze d’opposizione. I bombardamenti delle forze congiunte di Damasco e Mosca si sono protratti per mesi fino a quando un incontro tra Putin ed Erdoğan ha posto le basi per una tregua che entra in vigore nel marzo 2020.

Il conflitto però è tutt’altro che estinto: negli ultimi mesi, infatti, sul confine iracheno sono aumentate le tensioni. È infatti aumentata la presenza delle truppe iraniane nella zona, con un Iran che appare sempre più isolato sia dal mondo sunnita che da Israele, specie dopo i recenti Accordi di Abramo tra quest’ultimo e alcuni paesi arabi. Proprio Israele, infatti, negli ultimi mesi ha intensificato l’offensiva verso le truppe iraniane con numerosi raid aerei.

Il conflitto ha portato ad un milione di sfollati solo in questa zona. Idlib è di fatto una vera e propria prigione a cielo aperto in cui è impossibile anche solo far pervenire assistenza e aiuto umanitario per i civili.

Sono attualmente 6,6 milioni gli sfollati all’interno del territorio siriano e dal 2011 ad oggi sono almeno 5 milioni coloro che hanno cercato rifugio fuori dai confini. Giordania e Turchia, che pur sono tra gli stati ospitanti la maggior parte dei profughi, hanno spesso respinto l’ingresso di nuovi richiedenti asilo, esponendoli così ad un ulteriore rischio di violenze e persecuzioni.

Un milione e mezzo invece si trovano, ufficiosamente, in Libano, paese che non ha mai firmato la Convenzione di Ginevra del 1951, che regola le procedure ed il riconoscimento dello status di rifugiato e degli obblighi gravanti sugli stati firmatari.

Non vedendosi riconosciuta alcuna forma di protezione e tutela, ancora una volta i profughi sono costretti a vivere per strada, nelle tende o negli edifici abbandonati.

Di fronte a tali fatti e a questi numeri il rischio maggiore, oltre a quello di rimanere indifferenti, è quello di dimenticarsi l’umanità che sta dietro a tutti quei volti che fuggono dal proprio Paese. Come siamo toccati da queste storie di fragilità?

Probabilmente il primo concetto che ci viene in mente è il senso di sradicamento, non solo dall’ambito geografico ma anche da quello etnico, culturale e sociale. Molto spesso, infatti, i profughi provenienti dalla Siria, così come tutti coloro che fuggono da guerre o altre condizioni di fragilità, si trovano catapultati in ambienti che tendono ad annichilire le differenze culturali portando tutti al semplice e vuoto termine di “profughi”. Anche il concetto di umanità inizia a stravolgersi. Essere profughi, che sia a Lesbo, ad Amman o a Beirut, significa solamente una cosa: essere un peso per le casse dello stato e un problema per la comunità ospitante che di questi tempi sta già affrontando un grave periodo di crisi. Basti pensare a quanto accaduto di recente in Bosnia, a Lipa: di fronte ad immagini di persone a piedi scalzi, immersi nella neve alta, parole come fragilità sembrano solo eufemismi ai nostri occhi se non fosse che, per loro, tutto questo rischia di diventare normale quotidianità.

È anche vero che in certi casi l’esigenza di normalità e di piantare nuove radici supera un passato fatto di odio e rancore, permettendo di guardare oltre la disperazione. Anche in un presente di privazioni, dove tutto sembra consigliare di arrendersi, è sempre possibile risollevare la testa. Ne è un esempio la storia di Anwar al-Bunny che, come riporta The Guardian in una sua inchiesta, era stato arrestato e incarcerato in Siria poiché sostenitore della forza politica che si contrapponeva al regime.

Ecco che, dieci anni dopo, in esilio in Germania, incontra per caso lo stesso uomo che lo aveva interrogato e fatto arrestare. Ma in Anwar non c’è spazio per il rancore e la vendetta. Egli afferma infatti di non provare odio nei confronti quell’uomo a causa di quanto subito, poiché riconosce come vero responsabile delle violenze quel sistema più vasto e corrotto che tentava di cambiare. Oggi Anwar al-Bunni non è “solamente” un noto avvocato che si batte per i diritti umani in Siria, ma rappresenta un simbolo di speranza per tutti coloro che ancora cercano un nuovo inizio lontano dalla propria terra.

Dopo mesi di attesa, continui rinvii e speranza è iniziata in Europa la distribuzione del vaccino contro il Covid. Quando sulle prime pagine dei giornali è apparsa questa notizia l’intera Comunità Europea ha pensato di essere ad una svolta che determinasse l’inizio della sconfitta del virus.

Il 9 novembre 2020 venne pubblicamente annunciato che l’americana Pfizer e la tedesca BioNTech erano riuscite a mettere a punto un vaccino efficace al 90% e da lì, nel giro di poche settimane, si inaugurarono in molti paesi i V-Day, prima fra tutti la Gran Bretagna che regalò al mondo l’emblematica immagine della novantenne Margaret Keenan, la prima persona in Occidente a ricevere il vaccino.

La rapidità con cui si era giunti alla sintesi di un vaccino risultato efficace, dopo i vari test di routine, ha talora sollevato dubbi e perplessità nell’opinione pubblica. Di norma “il tempo impiegato a sviluppare un vaccino è molto lungo e prevede un alto tasso di insuccessi. Il periodo di ricerca preliminare, infatti, può andare dai due ai cinque anni e, per arrivare allo sviluppo completo del prodotto, possono passare anche dieci anni” afferma il professore A. Mantovani, direttore scientifico di Humanitas. Al netto però dell’inarrestabile ed incontrollabile diffusione del virus Sars-cov-2, la corsa al vaccino ha accelerato e drasticamente ridotto le tempistiche di creazione e sperimentazione.

Nonostante le prime perplessità il vaccino però è stato somministrato e addirittura, finora, le dosi non sono state sufficienti per poter vaccinare tutti coloro che lo richiedevano. Al di là di casi isolati di effetti collaterali dopo la prima dose, la campagna di distribuzione delle dosi in Europa è decollata seguendo un preciso piano di controllo strategico promulgato dalla Commissione Europea già il 15 ottobre 2020. Ursula von der Leyen ha dichiarato che nell’ambito della sua strategia si era adoperata al fine di stringere accordi con le singole case farmaceutiche produttrici dei vaccini, i quali, una volta disponibili, sicuri ed efficaci sarebbero stati resi accessibili a tutti gli stati membri contemporaneamente. Le scoperte dei vaccini sono “luci di speranza” se sono “a disposizione di tutti”. Lo ha detto il Papa nella benedizione Urbi et Orbi del 25 dicembre chiedendo di evitare che “le leggi di mercato e dei brevetti siano sopra le leggi della salute e dell’umanità”. Il Papa invita a pensare che “il dolore e il male non sono l’ultima parola.”

Il Papa ha esortato tutti, fedeli o meno, a considerare con serietà e responsabilità l’opportunità di essere vaccinati per consentire a sé stessi, ma soprattutto agli altri, di potersi tutelare e tornare a vivere pienamente. In modo particolare il Papa si è rivolto ai responsabili degli Stati, alle imprese, agli organismi internazionali chiedendo loro di “promuovere la cooperazione e non la concorrenza, e di cercare una soluzione per tutti” per evitare che questa malattia assuma la forma di un “virus dell’individualismo radicale” ed egoista che ci rende indifferenti davanti “alla sofferenza di altri fratelli e sorelle” (Messaggio Urbi et Orbi del Santo Padre Francesco del 25 dicembre 2020).

Con l’approvazione da parte dell’EMA, l’agenzia europea dei medicinali, del vaccino Pfizer, seguita da quelle di Moderna e AstraZeneca, agli stati membri è stato chiesto un inizio sincronizzato simbolico della vaccinazione il 27 dicembre. Il grande clamore mediatico di tale avvenimento ha portato alla luce le prime divisioni. L’Ungheria ha deciso di ignorare la richiesta di un inizio coordinato, cominciando a somministrare ai volontari le prime dosi ricevute dallo stabilimento Pfizer immediatamente dopo la consegna. A gennaio 2021, a vaccinazione di massa iniziata, le differenze di strategie di ogni paese membro sono state messe in evidenza da una diversa velocità delle somministrazioni.

È stata solo questione di tempo perché le prime controversie venissero allo scoperto: la Germania, promotrice con Italia, Francia e Olanda dell’acquisto centralizzato europeo, è stata accusata di aver precedentemente stilato un accordo con Pfizer per 30 milioni di dosi supplementari, oltre le 300 assegnate. Il ministero della salute tedesco si è giustificato dicendo che l’acquisto è stato fatto in un momento in cui il vaccino di Moderna non era stato ancora approvato dall’EMA e si temeva che le dosi comunitarie non fossero sufficienti per raggiungere l’immunità di gregge tedesca in tempi brevi. Tale spiegazione, insieme a una dichiarazione di Stefan De Keersmaecker, portavoce della Commissione, in cui si afferma che le dosi aggiuntive fanno parte dei negoziati collettivi dell’UE, non hanno comunque convinto Bruxelles, dato che l’accordo tedesco è stato portato a termine due mesi prima della firma del contratto Pfizer. Il sospetto di un accordo interno tra governo tedesco e azienda tedesca BioNTech ha destato diversi malumori in Europa.

Dopo un inizio relativamente spedito, specialmente in Italia e Germania, la speranza di una vaccinazione rapida di tutta la popolazione è svanita a causa di problemi di fornitura dalle cause farmaceutiche. Il mea culpa è arrivato direttamente dalla presidente della Commissione Europea Ursula Von Der Leyen, che ha dichiarato, tra le altre cose, di aver sovrastimato la capacità di produzione delle cause farmaceutiche.

L’appello alla solidarietà e alla trasparenza è stato unanime da parte dei gruppi parlamentari europei democratici e socialisti. La socialista spagnola Iratxe García Pérez ha fatto un appello contro un “nazionalismo sanitario” aggiungendo che solo l’unità potrà portare alla vaccinazione di 380 milioni di abitanti europei prima dell’estate e che questa impresa non può essere rovinata da contratti paralleli e acquisti diretti.

In vista dell’assemblea Organizzazione Mondiale della Sanità, 140 personalità della comunità scientifica e politica si sono uniti per un appello affinché il vaccino Covid sia libero dai brevetti e gratuito; se infatti in ambito europeo la Comunità si fa responsabile di evitare disuguaglianze tra paesi membri più e meno abbienti, tale garanzia non sussiste per i paesi extraeuropei. Il rischio è che paesi più poveri, come alcuni stati africani, vengano esclusi dalla campagna di vaccinazione per ragioni di profitto. La risposta dell’Unione Europea a tale richiesta è la proposta di un meccanismo volontario di negoziazione collettiva delle licenze dei brevetti tra stati e case farmaceutiche e condivisione di dati su test e terapie, che possa abbassare i prezzi per dose e rendere l’accesso al vaccino più facile anche per le popolazioni più povere.

Un segnale positivo in questa direzione lo ha lanciato la presidente Von der Leyen, lo scorso 19 febbraio durante il G7, annunciando lo stanziamento di ulteriori 100 milioni di Euro in aiuti umanitari per supportare la campagna vaccinale in Africa. Questa nuova somma si aggiunge ai fondi già forniti dal Team Europa a favore dello strumento COVAX.

Memori di questo ultimo anno di pandemia in un mondo globalizzato e in continua comunicazione è evidente che separazioni e individualismi non contribuiscono alla sconfitta del virus. Solo la cooperazione e la messa da parte di interessi personali ed economici possono portare il mondo all’uscita dalla crisi sanitaria internazionale per riportare benessere e salute nelle nostre vite. L’importanza di una buona politica è universalmente riconosciuta come cruciale nel gestire la crisi sanitaria. La lungimiranza della classe dirigente è fondamentale per decidere misure contenitive e organizzare strategie. Mai come oggi è evidente l’impatto che l’operato degli amministratori può avere sulla salute e sul benessere della popolazione. La speranza è che le classi politiche del futuro, memori della storia recente, riconoscano il bisogno di agire nella tutela delle prossime generazioni dando la giusta attenzione a beni primari e strutturali, come sanità e educazione mettendo al centro il valore della persona.

Il Medio Oriente è da sempre una terra teatro di conflitti e dolori la cui eco talvolta arriva alle nostre orecchie dall’uno o dall’altro giornale. Tra questi scontri, sicuramente una questione centrale emerge quando guardiamo alla terra contesa da israeliani e palestinesi, sulla quale la guerra si consuma ormai da decenni e dove ancora oggi la strada da percorrere verso la pace è lunga e faticosa.

Ci piace raccontare in questo contesto la storia di Valentina Sala. La nostra storia inizia quando lei, giovane studentessa laureata alla facoltà di ostetricia, si trova di fronte a tante domande e dubbi su quale futuro la accoglierà. Fu in quel momento che si fece sentire il forte desiderio di intraprendere il noviziato per dedicarsi alla vita religiosa. La consapevolezza della sua vocazione la portarono ad accantonare quell’immagine di sé in sala parto, circondata dal profumo della vita nuova, per intraprendere un percorso che fino ad allora non era affatto rientrato nei suoi piani, ma sicuramenti in quelli di Dio.

Per tanti anni suor Valentina si è chiesta cosa ne fosse stato della sua prima vocazione, aiutare le donne nel momento del parto. Qualcosa le diceva che non le restava altro che aspettare ed affidarsi, che prima o poi sarebbe riuscita a “riutilizzare” quel dono che aveva ricevuto. Nove anni dopo aver accolto il Signore nella sua vita, e sicura che Egli non avesse in serbo per lei nuovi stravolgimenti, dovette ricredersi. Ad attenderla c’era una nuova missione che la portò in una delle terre più martoriate da conflitti, ma anche culla delle tre religioni monoteiste: la Terra Santa.

La congregazione di cui suor Valentina fa parte, quella delle suore di San Giuseppe dell’Apparizione, è presente in Terra Santa dal 1856, fornendo ai residenti supporto educativo e medico. In particolare, l’ospedale Saint Joseph, nella parte est della città di Gerusalemme, era stato fondato nel 1956 nell’allora territorio giordano, per consentire l’accesso ai sistemi sanitari alle popolazioni arabe della West Bank (Cisgiordania) e di Gaza.

Dopo la guerra dei sei giorni del 1967, Gerusalemme est e il Saint Joseph passano sotto il controllo israeliano, rispondendo quindi al ministero della sanità dello stato ebraico. L’ospedale rimane, però, parte di una realtà araba, con personale e pazienti palestinesi.

È con l’apertura del nuovo reparto di maternità a metà anni 2010 che la storia del Saint Joseph si lega a quella di suor Valentina. Le sue due vocazioni, quella di dedizione al Signore e quella di amore per il miracolo della vita, la rendono la persona adatta per dirigere il reparto. Da subito viene colta da stupore, paura ed incertezza, soprattutto per i tanti anni di lontananza da un ospedale e dalla professione ostetrica, ma suor Valentina non si lascia scoraggiare e decide nuovamente di affidarsi alle mani del Signore per lasciarsi plasmare. Ecco che da allora porta avanti la sua missione che quotidianamente la vede coinvolta in tante sfide. Questo ospedale, infatti, ha saputo distinguersi da pochi anni, precisamente dal 2017, per nuovi approcci al parto rispetto alla tradizione araba che hanno catturato l’attenzione di alcune famiglie ebree particolarmente incuriosite dalla proposta del parto in acqua. Questo ha fatto sì che la maternità del St. Joseph diventasse terreno d’incontro tra arabi, musulmani e cristiani, ed ebrei, due popoli profondamente divisi da barriere politiche, economiche e religiose, che inaspettatamente si trovano a condividere un momento così travolgente e delicato della vita.

La nuova dimensione di condivisione porta personale e pazienti a conoscersi in un contesto totalmente differente da quello che in cui normalmente le loro strade si incrocerebbero. In Israele e in Palestina, le poche interazioni tra i due popoli hanno generalmente luogo in situazioni di tensione, come i checkpoint per i palestinesi o il servizio militare per gli israeliani. In sala parto, invece, un’attiva collaborazione è necessaria e il dialogo indispensabile. Non mancano certo momenti di attrito, che solitamente scaturiscono da una diversa visione del parto. Le due popolazioni, infatti, adottano approcci medici differenti, ai quali si aggiungono le difficoltà legate alle barriere linguistiche, che spesso nascondono ferite ben più profonde: il peso delle memorie traumatiche di una vita passata in contrapposizione. Suor Valentina agisce come naturale mediatrice, ascoltando gli uni e gli altri e mitigando reazioni e incomprensioni.

La situazione di conflitto tra Israele e Palestina è lontana dall’essere risolta e quasi mezzo milione di israeliani vive nei territori palestinesi occupati della Cisgiordania. Nonostante ciò, suor Valentina non perde la speranza e ogni giorno dà il suo contributo ricordando la parabola del granello di senape e consapevole che molto spesso sono proprio i piccoli a gesti quotidiani a creare i più solidi ponti.

Il miracolo del Saint Joseph è che gli stereotipi più radicati cadono nel momento più straordinariamente potente e fragile della vita di una donna. I muri, reali o immaginari, crollano, ci si trova a gioire insieme per una nuova fragile vita. E chissà che da queste nuove vite non nascano operatori di pace che porteranno i nostri figli e nipoti a sentire parlare di Terra Santa come luogo di serenità e prosperità per le popolazioni che lo abitano.

Questa testimonianza ci invita a non cadere nel baratro dell’indifferenza. Anche noi, riconoscendoci come esseri fragili in un contesto di fragilità, abbiamo nelle nostre mani il dovere e il potere di metterci a servizio del prossimo: siamo chiamati a seguire il progetto che Dio ha pensato per noi, affinché possiamo essere protagonisti di piccole grandi rivoluzioni, gocce di speranza in oceani in tempesta.

 

Video integrale della testimonianza di suor Valentina:

Clicca qui per vedere il video integrale

Ti sei lavato le mani oggi?

Immaginiamo di sì, mentre invece i ragazzi siriani costretti a fuggire dalle loro case bombardate, molto probabilmente questa banale possibilità non l’hanno avuta. E forse neanche ieri, o il giorno prima. E certamente, sarebbe comunque l’ultimo dei loro problemi.

Come loro, sono moltissime le persone che vivono in condizioni di fragilità sotto tanti punti di vista.

La Siria è infatti un paese devastato dalla guerra civile ormai da più di dieci anni (ne abbiamo parlato qui) e mentre i riflettori di tutto il mondo sono puntati sull’avanzare della pandemia, ci siamo scordati che in Siria i conflitti armati non si sono mai fermati.

Con i nostri telegiornali impegnati nella cronaca di pandemia, potremmo esserci persi alcuni passaggi importanti avvenuti nel corso dell’ultimo anno.

Centrale soprattutto la questione di Idlib, situata nel nord-ovest vicino al confine con la Turchia, che è stata a lungo teatro di scontri tra i ribelli e l’esercito di Assad, forte di un alleato come la Russia. La città è tutt’oggi l’unica zona ancora in mano alle forze d’opposizione. I bombardamenti delle forze congiunte di Damasco e Mosca si sono protratti per mesi fino a quando un incontro tra Putin ed Erdoğan ha posto le basi per una tregua che entra in vigore nel marzo 2020.

Il conflitto però è tutt’altro che estinto: negli ultimi mesi, infatti, sul confine iracheno sono aumentate le tensioni. È infatti aumentata la presenza delle truppe iraniane nella zona, con un Iran che appare sempre più isolato sia dal mondo sunnita che da Israele, specie dopo i recenti Accordi di Abramo tra quest’ultimo e alcuni paesi arabi. Proprio Israele, infatti, negli ultimi mesi ha intensificato l’offensiva verso le truppe iraniane con numerosi raid aerei.

Il conflitto ha portato ad un milione di sfollati solo in questa zona. Idlib è di fatto una vera e propria prigione a cielo aperto in cui è impossibile anche solo far pervenire assistenza e aiuto umanitario per i civili.

Sono attualmente 6,6 milioni gli sfollati all’interno del territorio siriano e dal 2011 ad oggi sono almeno 5 milioni coloro che hanno cercato rifugio fuori dai confini. Giordania e Turchia, che pur sono tra gli stati ospitanti la maggior parte dei profughi, hanno spesso respinto l’ingresso di nuovi richiedenti asilo, esponendoli così ad un ulteriore rischio di violenze e persecuzioni.

Un milione e mezzo invece si trovano, ufficiosamente, in Libano, paese che non ha mai firmato la Convenzione di Ginevra del 1951, che regola le procedure ed il riconoscimento dello status di rifugiato e degli obblighi gravanti sugli stati firmatari.

Non vedendosi riconosciuta alcuna forma di protezione e tutela, ancora una volta i profughi sono costretti a vivere per strada, nelle tende o negli edifici abbandonati.

Di fronte a tali fatti e a questi numeri il rischio maggiore, oltre a quello di rimanere indifferenti, è quello di dimenticarsi l’umanità che sta dietro a tutti quei volti che fuggono dal proprio Paese. Come siamo toccati da queste storie di fragilità?

Probabilmente il primo concetto che ci viene in mente è il senso di sradicamento, non solo dall’ambito geografico ma anche da quello etnico, culturale e sociale. Molto spesso, infatti, i profughi provenienti dalla Siria, così come tutti coloro che fuggono da guerre o altre condizioni di fragilità, si trovano catapultati in ambienti che tendono ad annichilire le differenze culturali portando tutti al semplice e vuoto termine di “profughi”. Anche il concetto di umanità inizia a stravolgersi. Essere profughi, che sia a Lesbo, ad Amman o a Beirut, significa solamente una cosa: essere un peso per le casse dello stato e un problema per la comunità ospitante che di questi tempi sta già affrontando un grave periodo di crisi. Basti pensare a quanto accaduto di recente in Bosnia, a Lipa: di fronte ad immagini di persone a piedi scalzi, immersi nella neve alta, parole come fragilità sembrano solo eufemismi ai nostri occhi se non fosse che, per loro, tutto questo rischia di diventare normale quotidianità.

È anche vero che in certi casi l’esigenza di normalità e di piantare nuove radici supera un passato fatto di odio e rancore, permettendo di guardare oltre la disperazione. Anche in un presente di privazioni, dove tutto sembra consigliare di arrendersi, è sempre possibile risollevare la testa. Ne è un esempio la storia di Anwar al-Bunny che, come riporta The Guardian in una sua inchiesta, era stato arrestato e incarcerato in Siria poiché sostenitore della forza politica che si contrapponeva al regime.

Ecco che, dieci anni dopo, in esilio in Germania, incontra per caso lo stesso uomo che lo aveva interrogato e fatto arrestare. Ma in Anwar non c’è spazio per il rancore e la vendetta. Egli afferma infatti di non provare odio nei confronti quell’uomo a causa di quanto subito, poiché riconosce come vero responsabile delle violenze quel sistema più vasto e corrotto che tentava di cambiare. Oggi Anwar al-Bunni non è “solamente” un noto avvocato che si batte per i diritti umani in Siria, ma rappresenta un simbolo di speranza per tutti coloro che ancora cercano un nuovo inizio lontano dalla propria terra.

Dopo mesi di attesa, continui rinvii e speranza è iniziata in Europa la distribuzione del vaccino contro il Covid. Quando sulle prime pagine dei giornali è apparsa questa notizia l’intera Comunità Europea ha pensato di essere ad una svolta che determinasse l’inizio della sconfitta del virus.

Il 9 novembre 2020 venne pubblicamente annunciato che l’americana Pfizer e la tedesca BioNTech erano riuscite a mettere a punto un vaccino efficace al 90% e da lì, nel giro di poche settimane, si inaugurarono in molti paesi i V-Day, prima fra tutti la Gran Bretagna che regalò al mondo l’emblematica immagine della novantenne Margaret Keenan, la prima persona in Occidente a ricevere il vaccino.

La rapidità con cui si era giunti alla sintesi di un vaccino risultato efficace, dopo i vari test di routine, ha talora sollevato dubbi e perplessità nell’opinione pubblica. Di norma “il tempo impiegato a sviluppare un vaccino è molto lungo e prevede un alto tasso di insuccessi. Il periodo di ricerca preliminare, infatti, può andare dai due ai cinque anni e, per arrivare allo sviluppo completo del prodotto, possono passare anche dieci anni” afferma il professore A. Mantovani, direttore scientifico di Humanitas. Al netto però dell’inarrestabile ed incontrollabile diffusione del virus Sars-cov-2, la corsa al vaccino ha accelerato e drasticamente ridotto le tempistiche di creazione e sperimentazione.

Nonostante le prime perplessità il vaccino però è stato somministrato e addirittura, finora, le dosi non sono state sufficienti per poter vaccinare tutti coloro che lo richiedevano. Al di là di casi isolati di effetti collaterali dopo la prima dose, la campagna di distribuzione delle dosi in Europa è decollata seguendo un preciso piano di controllo strategico promulgato dalla Commissione Europea già il 15 ottobre 2020. Ursula von der Leyen ha dichiarato che nell’ambito della sua strategia si era adoperata al fine di stringere accordi con le singole case farmaceutiche produttrici dei vaccini, i quali, una volta disponibili, sicuri ed efficaci sarebbero stati resi accessibili a tutti gli stati membri contemporaneamente. Le scoperte dei vaccini sono “luci di speranza” se sono “a disposizione di tutti”. Lo ha detto il Papa nella benedizione Urbi et Orbi del 25 dicembre chiedendo di evitare che “le leggi di mercato e dei brevetti siano sopra le leggi della salute e dell’umanità”. Il Papa invita a pensare che “il dolore e il male non sono l’ultima parola.”

Il Papa ha esortato tutti, fedeli o meno, a considerare con serietà e responsabilità l’opportunità di essere vaccinati per consentire a sé stessi, ma soprattutto agli altri, di potersi tutelare e tornare a vivere pienamente. In modo particolare il Papa si è rivolto ai responsabili degli Stati, alle imprese, agli organismi internazionali chiedendo loro di “promuovere la cooperazione e non la concorrenza, e di cercare una soluzione per tutti” per evitare che questa malattia assuma la forma di un “virus dell’individualismo radicale” ed egoista che ci rende indifferenti davanti “alla sofferenza di altri fratelli e sorelle” (Messaggio Urbi et Orbi del Santo Padre Francesco del 25 dicembre 2020).

Con l’approvazione da parte dell’EMA, l’agenzia europea dei medicinali, del vaccino Pfizer, seguita da quelle di Moderna e AstraZeneca, agli stati membri è stato chiesto un inizio sincronizzato simbolico della vaccinazione il 27 dicembre. Il grande clamore mediatico di tale avvenimento ha portato alla luce le prime divisioni. L’Ungheria ha deciso di ignorare la richiesta di un inizio coordinato, cominciando a somministrare ai volontari le prime dosi ricevute dallo stabilimento Pfizer immediatamente dopo la consegna. A gennaio 2021, a vaccinazione di massa iniziata, le differenze di strategie di ogni paese membro sono state messe in evidenza da una diversa velocità delle somministrazioni.

È stata solo questione di tempo perché le prime controversie venissero allo scoperto: la Germania, promotrice con Italia, Francia e Olanda dell’acquisto centralizzato europeo, è stata accusata di aver precedentemente stilato un accordo con Pfizer per 30 milioni di dosi supplementari, oltre le 300 assegnate. Il ministero della salute tedesco si è giustificato dicendo che l’acquisto è stato fatto in un momento in cui il vaccino di Moderna non era stato ancora approvato dall’EMA e si temeva che le dosi comunitarie non fossero sufficienti per raggiungere l’immunità di gregge tedesca in tempi brevi. Tale spiegazione, insieme a una dichiarazione di Stefan De Keersmaecker, portavoce della Commissione, in cui si afferma che le dosi aggiuntive fanno parte dei negoziati collettivi dell’UE, non hanno comunque convinto Bruxelles, dato che l’accordo tedesco è stato portato a termine due mesi prima della firma del contratto Pfizer. Il sospetto di un accordo interno tra governo tedesco e azienda tedesca BioNTech ha destato diversi malumori in Europa.

Dopo un inizio relativamente spedito, specialmente in Italia e Germania, la speranza di una vaccinazione rapida di tutta la popolazione è svanita a causa di problemi di fornitura dalle cause farmaceutiche. Il mea culpa è arrivato direttamente dalla presidente della Commissione Europea Ursula Von Der Leyen, che ha dichiarato, tra le altre cose, di aver sovrastimato la capacità di produzione delle cause farmaceutiche.

L’appello alla solidarietà e alla trasparenza è stato unanime da parte dei gruppi parlamentari europei democratici e socialisti. La socialista spagnola Iratxe García Pérez ha fatto un appello contro un “nazionalismo sanitario” aggiungendo che solo l’unità potrà portare alla vaccinazione di 380 milioni di abitanti europei prima dell’estate e che questa impresa non può essere rovinata da contratti paralleli e acquisti diretti.

In vista dell’assemblea Organizzazione Mondiale della Sanità, 140 personalità della comunità scientifica e politica si sono uniti per un appello affinché il vaccino Covid sia libero dai brevetti e gratuito; se infatti in ambito europeo la Comunità si fa responsabile di evitare disuguaglianze tra paesi membri più e meno abbienti, tale garanzia non sussiste per i paesi extraeuropei. Il rischio è che paesi più poveri, come alcuni stati africani, vengano esclusi dalla campagna di vaccinazione per ragioni di profitto. La risposta dell’Unione Europea a tale richiesta è la proposta di un meccanismo volontario di negoziazione collettiva delle licenze dei brevetti tra stati e case farmaceutiche e condivisione di dati su test e terapie, che possa abbassare i prezzi per dose e rendere l’accesso al vaccino più facile anche per le popolazioni più povere.

Un segnale positivo in questa direzione lo ha lanciato la presidente Von der Leyen, lo scorso 19 febbraio durante il G7, annunciando lo stanziamento di ulteriori 100 milioni di Euro in aiuti umanitari per supportare la campagna vaccinale in Africa. Questa nuova somma si aggiunge ai fondi già forniti dal Team Europa a favore dello strumento COVAX.

Memori di questo ultimo anno di pandemia in un mondo globalizzato e in continua comunicazione è evidente che separazioni e individualismi non contribuiscono alla sconfitta del virus. Solo la cooperazione e la messa da parte di interessi personali ed economici possono portare il mondo all’uscita dalla crisi sanitaria internazionale per riportare benessere e salute nelle nostre vite. L’importanza di una buona politica è universalmente riconosciuta come cruciale nel gestire la crisi sanitaria. La lungimiranza della classe dirigente è fondamentale per decidere misure contenitive e organizzare strategie. Mai come oggi è evidente l’impatto che l’operato degli amministratori può avere sulla salute e sul benessere della popolazione. La speranza è che le classi politiche del futuro, memori della storia recente, riconoscano il bisogno di agire nella tutela delle prossime generazioni dando la giusta attenzione a beni primari e strutturali, come sanità e educazione mettendo al centro il valore della persona.

Il Medio Oriente è da sempre una terra teatro di conflitti e dolori la cui eco talvolta arriva alle nostre orecchie dall’uno o dall’altro giornale. Tra questi scontri, sicuramente una questione centrale emerge quando guardiamo alla terra contesa da israeliani e palestinesi, sulla quale la guerra si consuma ormai da decenni e dove ancora oggi la strada da percorrere verso la pace è lunga e faticosa.

Ci piace raccontare in questo contesto la storia di Valentina Sala. La nostra storia inizia quando lei, giovane studentessa laureata alla facoltà di ostetricia, si trova di fronte a tante domande e dubbi su quale futuro la accoglierà. Fu in quel momento che si fece sentire il forte desiderio di intraprendere il noviziato per dedicarsi alla vita religiosa. La consapevolezza della sua vocazione la portarono ad accantonare quell’immagine di sé in sala parto, circondata dal profumo della vita nuova, per intraprendere un percorso che fino ad allora non era affatto rientrato nei suoi piani, ma sicuramenti in quelli di Dio.

Per tanti anni suor Valentina si è chiesta cosa ne fosse stato della sua prima vocazione, aiutare le donne nel momento del parto. Qualcosa le diceva che non le restava altro che aspettare ed affidarsi, che prima o poi sarebbe riuscita a “riutilizzare” quel dono che aveva ricevuto. Nove anni dopo aver accolto il Signore nella sua vita, e sicura che Egli non avesse in serbo per lei nuovi stravolgimenti, dovette ricredersi. Ad attenderla c’era una nuova missione che la portò in una delle terre più martoriate da conflitti, ma anche culla delle tre religioni monoteiste: la Terra Santa.

La congregazione di cui suor Valentina fa parte, quella delle suore di San Giuseppe dell’Apparizione, è presente in Terra Santa dal 1856, fornendo ai residenti supporto educativo e medico. In particolare, l’ospedale Saint Joseph, nella parte est della città di Gerusalemme, era stato fondato nel 1956 nell’allora territorio giordano, per consentire l’accesso ai sistemi sanitari alle popolazioni arabe della West Bank (Cisgiordania) e di Gaza.

Dopo la guerra dei sei giorni del 1967, Gerusalemme est e il Saint Joseph passano sotto il controllo israeliano, rispondendo quindi al ministero della sanità dello stato ebraico. L’ospedale rimane, però, parte di una realtà araba, con personale e pazienti palestinesi.

È con l’apertura del nuovo reparto di maternità a metà anni 2010 che la storia del Saint Joseph si lega a quella di suor Valentina. Le sue due vocazioni, quella di dedizione al Signore e quella di amore per il miracolo della vita, la rendono la persona adatta per dirigere il reparto. Da subito viene colta da stupore, paura ed incertezza, soprattutto per i tanti anni di lontananza da un ospedale e dalla professione ostetrica, ma suor Valentina non si lascia scoraggiare e decide nuovamente di affidarsi alle mani del Signore per lasciarsi plasmare. Ecco che da allora porta avanti la sua missione che quotidianamente la vede coinvolta in tante sfide. Questo ospedale, infatti, ha saputo distinguersi da pochi anni, precisamente dal 2017, per nuovi approcci al parto rispetto alla tradizione araba che hanno catturato l’attenzione di alcune famiglie ebree particolarmente incuriosite dalla proposta del parto in acqua. Questo ha fatto sì che la maternità del St. Joseph diventasse terreno d’incontro tra arabi, musulmani e cristiani, ed ebrei, due popoli profondamente divisi da barriere politiche, economiche e religiose, che inaspettatamente si trovano a condividere un momento così travolgente e delicato della vita.

La nuova dimensione di condivisione porta personale e pazienti a conoscersi in un contesto totalmente differente da quello che in cui normalmente le loro strade si incrocerebbero. In Israele e in Palestina, le poche interazioni tra i due popoli hanno generalmente luogo in situazioni di tensione, come i checkpoint per i palestinesi o il servizio militare per gli israeliani. In sala parto, invece, un’attiva collaborazione è necessaria e il dialogo indispensabile. Non mancano certo momenti di attrito, che solitamente scaturiscono da una diversa visione del parto. Le due popolazioni, infatti, adottano approcci medici differenti, ai quali si aggiungono le difficoltà legate alle barriere linguistiche, che spesso nascondono ferite ben più profonde: il peso delle memorie traumatiche di una vita passata in contrapposizione. Suor Valentina agisce come naturale mediatrice, ascoltando gli uni e gli altri e mitigando reazioni e incomprensioni.

La situazione di conflitto tra Israele e Palestina è lontana dall’essere risolta e quasi mezzo milione di israeliani vive nei territori palestinesi occupati della Cisgiordania. Nonostante ciò, suor Valentina non perde la speranza e ogni giorno dà il suo contributo ricordando la parabola del granello di senape e consapevole che molto spesso sono proprio i piccoli a gesti quotidiani a creare i più solidi ponti.

Il miracolo del Saint Joseph è che gli stereotipi più radicati cadono nel momento più straordinariamente potente e fragile della vita di una donna. I muri, reali o immaginari, crollano, ci si trova a gioire insieme per una nuova fragile vita. E chissà che da queste nuove vite non nascano operatori di pace che porteranno i nostri figli e nipoti a sentire parlare di Terra Santa come luogo di serenità e prosperità per le popolazioni che lo abitano.

Questa testimonianza ci invita a non cadere nel baratro dell’indifferenza. Anche noi, riconoscendoci come esseri fragili in un contesto di fragilità, abbiamo nelle nostre mani il dovere e il potere di metterci a servizio del prossimo: siamo chiamati a seguire il progetto che Dio ha pensato per noi, affinché possiamo essere protagonisti di piccole grandi rivoluzioni, gocce di speranza in oceani in tempesta.

 

Video integrale della testimonianza di suor Valentina:

Clicca qui per vedere il video integrale

Ti sei lavato le mani oggi?

Immaginiamo di sì, mentre invece i ragazzi siriani costretti a fuggire dalle loro case bombardate, molto probabilmente questa banale possibilità non l’hanno avuta. E forse neanche ieri, o il giorno prima. E certamente, sarebbe comunque l’ultimo dei loro problemi.

Come loro, sono moltissime le persone che vivono in condizioni di fragilità sotto tanti punti di vista.

La Siria è infatti un paese devastato dalla guerra civile ormai da più di dieci anni (ne abbiamo parlato qui) e mentre i riflettori di tutto il mondo sono puntati sull’avanzare della pandemia, ci siamo scordati che in Siria i conflitti armati non si sono mai fermati.

Con i nostri telegiornali impegnati nella cronaca di pandemia, potremmo esserci persi alcuni passaggi importanti avvenuti nel corso dell’ultimo anno.

Centrale soprattutto la questione di Idlib, situata nel nord-ovest vicino al confine con la Turchia, che è stata a lungo teatro di scontri tra i ribelli e l’esercito di Assad, forte di un alleato come la Russia. La città è tutt’oggi l’unica zona ancora in mano alle forze d’opposizione. I bombardamenti delle forze congiunte di Damasco e Mosca si sono protratti per mesi fino a quando un incontro tra Putin ed Erdoğan ha posto le basi per una tregua che entra in vigore nel marzo 2020.

Il conflitto però è tutt’altro che estinto: negli ultimi mesi, infatti, sul confine iracheno sono aumentate le tensioni. È infatti aumentata la presenza delle truppe iraniane nella zona, con un Iran che appare sempre più isolato sia dal mondo sunnita che da Israele, specie dopo i recenti Accordi di Abramo tra quest’ultimo e alcuni paesi arabi. Proprio Israele, infatti, negli ultimi mesi ha intensificato l’offensiva verso le truppe iraniane con numerosi raid aerei.

Il conflitto ha portato ad un milione di sfollati solo in questa zona. Idlib è di fatto una vera e propria prigione a cielo aperto in cui è impossibile anche solo far pervenire assistenza e aiuto umanitario per i civili.

Sono attualmente 6,6 milioni gli sfollati all’interno del territorio siriano e dal 2011 ad oggi sono almeno 5 milioni coloro che hanno cercato rifugio fuori dai confini. Giordania e Turchia, che pur sono tra gli stati ospitanti la maggior parte dei profughi, hanno spesso respinto l’ingresso di nuovi richiedenti asilo, esponendoli così ad un ulteriore rischio di violenze e persecuzioni.

Un milione e mezzo invece si trovano, ufficiosamente, in Libano, paese che non ha mai firmato la Convenzione di Ginevra del 1951, che regola le procedure ed il riconoscimento dello status di rifugiato e degli obblighi gravanti sugli stati firmatari.

Non vedendosi riconosciuta alcuna forma di protezione e tutela, ancora una volta i profughi sono costretti a vivere per strada, nelle tende o negli edifici abbandonati.

Di fronte a tali fatti e a questi numeri il rischio maggiore, oltre a quello di rimanere indifferenti, è quello di dimenticarsi l’umanità che sta dietro a tutti quei volti che fuggono dal proprio Paese. Come siamo toccati da queste storie di fragilità?

Probabilmente il primo concetto che ci viene in mente è il senso di sradicamento, non solo dall’ambito geografico ma anche da quello etnico, culturale e sociale. Molto spesso, infatti, i profughi provenienti dalla Siria, così come tutti coloro che fuggono da guerre o altre condizioni di fragilità, si trovano catapultati in ambienti che tendono ad annichilire le differenze culturali portando tutti al semplice e vuoto termine di “profughi”. Anche il concetto di umanità inizia a stravolgersi. Essere profughi, che sia a Lesbo, ad Amman o a Beirut, significa solamente una cosa: essere un peso per le casse dello stato e un problema per la comunità ospitante che di questi tempi sta già affrontando un grave periodo di crisi. Basti pensare a quanto accaduto di recente in Bosnia, a Lipa: di fronte ad immagini di persone a piedi scalzi, immersi nella neve alta, parole come fragilità sembrano solo eufemismi ai nostri occhi se non fosse che, per loro, tutto questo rischia di diventare normale quotidianità.

È anche vero che in certi casi l’esigenza di normalità e di piantare nuove radici supera un passato fatto di odio e rancore, permettendo di guardare oltre la disperazione. Anche in un presente di privazioni, dove tutto sembra consigliare di arrendersi, è sempre possibile risollevare la testa. Ne è un esempio la storia di Anwar al-Bunny che, come riporta The Guardian in una sua inchiesta, era stato arrestato e incarcerato in Siria poiché sostenitore della forza politica che si contrapponeva al regime.

Ecco che, dieci anni dopo, in esilio in Germania, incontra per caso lo stesso uomo che lo aveva interrogato e fatto arrestare. Ma in Anwar non c’è spazio per il rancore e la vendetta. Egli afferma infatti di non provare odio nei confronti quell’uomo a causa di quanto subito, poiché riconosce come vero responsabile delle violenze quel sistema più vasto e corrotto che tentava di cambiare. Oggi Anwar al-Bunni non è “solamente” un noto avvocato che si batte per i diritti umani in Siria, ma rappresenta un simbolo di speranza per tutti coloro che ancora cercano un nuovo inizio lontano dalla propria terra.

Dopo mesi di attesa, continui rinvii e speranza è iniziata in Europa la distribuzione del vaccino contro il Covid. Quando sulle prime pagine dei giornali è apparsa questa notizia l’intera Comunità Europea ha pensato di essere ad una svolta che determinasse l’inizio della sconfitta del virus.

Il 9 novembre 2020 venne pubblicamente annunciato che l’americana Pfizer e la tedesca BioNTech erano riuscite a mettere a punto un vaccino efficace al 90% e da lì, nel giro di poche settimane, si inaugurarono in molti paesi i V-Day, prima fra tutti la Gran Bretagna che regalò al mondo l’emblematica immagine della novantenne Margaret Keenan, la prima persona in Occidente a ricevere il vaccino.

La rapidità con cui si era giunti alla sintesi di un vaccino risultato efficace, dopo i vari test di routine, ha talora sollevato dubbi e perplessità nell’opinione pubblica. Di norma “il tempo impiegato a sviluppare un vaccino è molto lungo e prevede un alto tasso di insuccessi. Il periodo di ricerca preliminare, infatti, può andare dai due ai cinque anni e, per arrivare allo sviluppo completo del prodotto, possono passare anche dieci anni” afferma il professore A. Mantovani, direttore scientifico di Humanitas. Al netto però dell’inarrestabile ed incontrollabile diffusione del virus Sars-cov-2, la corsa al vaccino ha accelerato e drasticamente ridotto le tempistiche di creazione e sperimentazione.

Nonostante le prime perplessità il vaccino però è stato somministrato e addirittura, finora, le dosi non sono state sufficienti per poter vaccinare tutti coloro che lo richiedevano. Al di là di casi isolati di effetti collaterali dopo la prima dose, la campagna di distribuzione delle dosi in Europa è decollata seguendo un preciso piano di controllo strategico promulgato dalla Commissione Europea già il 15 ottobre 2020. Ursula von der Leyen ha dichiarato che nell’ambito della sua strategia si era adoperata al fine di stringere accordi con le singole case farmaceutiche produttrici dei vaccini, i quali, una volta disponibili, sicuri ed efficaci sarebbero stati resi accessibili a tutti gli stati membri contemporaneamente. Le scoperte dei vaccini sono “luci di speranza” se sono “a disposizione di tutti”. Lo ha detto il Papa nella benedizione Urbi et Orbi del 25 dicembre chiedendo di evitare che “le leggi di mercato e dei brevetti siano sopra le leggi della salute e dell’umanità”. Il Papa invita a pensare che “il dolore e il male non sono l’ultima parola.”

Il Papa ha esortato tutti, fedeli o meno, a considerare con serietà e responsabilità l’opportunità di essere vaccinati per consentire a sé stessi, ma soprattutto agli altri, di potersi tutelare e tornare a vivere pienamente. In modo particolare il Papa si è rivolto ai responsabili degli Stati, alle imprese, agli organismi internazionali chiedendo loro di “promuovere la cooperazione e non la concorrenza, e di cercare una soluzione per tutti” per evitare che questa malattia assuma la forma di un “virus dell’individualismo radicale” ed egoista che ci rende indifferenti davanti “alla sofferenza di altri fratelli e sorelle” (Messaggio Urbi et Orbi del Santo Padre Francesco del 25 dicembre 2020).

Con l’approvazione da parte dell’EMA, l’agenzia europea dei medicinali, del vaccino Pfizer, seguita da quelle di Moderna e AstraZeneca, agli stati membri è stato chiesto un inizio sincronizzato simbolico della vaccinazione il 27 dicembre. Il grande clamore mediatico di tale avvenimento ha portato alla luce le prime divisioni. L’Ungheria ha deciso di ignorare la richiesta di un inizio coordinato, cominciando a somministrare ai volontari le prime dosi ricevute dallo stabilimento Pfizer immediatamente dopo la consegna. A gennaio 2021, a vaccinazione di massa iniziata, le differenze di strategie di ogni paese membro sono state messe in evidenza da una diversa velocità delle somministrazioni.

È stata solo questione di tempo perché le prime controversie venissero allo scoperto: la Germania, promotrice con Italia, Francia e Olanda dell’acquisto centralizzato europeo, è stata accusata di aver precedentemente stilato un accordo con Pfizer per 30 milioni di dosi supplementari, oltre le 300 assegnate. Il ministero della salute tedesco si è giustificato dicendo che l’acquisto è stato fatto in un momento in cui il vaccino di Moderna non era stato ancora approvato dall’EMA e si temeva che le dosi comunitarie non fossero sufficienti per raggiungere l’immunità di gregge tedesca in tempi brevi. Tale spiegazione, insieme a una dichiarazione di Stefan De Keersmaecker, portavoce della Commissione, in cui si afferma che le dosi aggiuntive fanno parte dei negoziati collettivi dell’UE, non hanno comunque convinto Bruxelles, dato che l’accordo tedesco è stato portato a termine due mesi prima della firma del contratto Pfizer. Il sospetto di un accordo interno tra governo tedesco e azienda tedesca BioNTech ha destato diversi malumori in Europa.

Dopo un inizio relativamente spedito, specialmente in Italia e Germania, la speranza di una vaccinazione rapida di tutta la popolazione è svanita a causa di problemi di fornitura dalle cause farmaceutiche. Il mea culpa è arrivato direttamente dalla presidente della Commissione Europea Ursula Von Der Leyen, che ha dichiarato, tra le altre cose, di aver sovrastimato la capacità di produzione delle cause farmaceutiche.

L’appello alla solidarietà e alla trasparenza è stato unanime da parte dei gruppi parlamentari europei democratici e socialisti. La socialista spagnola Iratxe García Pérez ha fatto un appello contro un “nazionalismo sanitario” aggiungendo che solo l’unità potrà portare alla vaccinazione di 380 milioni di abitanti europei prima dell’estate e che questa impresa non può essere rovinata da contratti paralleli e acquisti diretti.

In vista dell’assemblea Organizzazione Mondiale della Sanità, 140 personalità della comunità scientifica e politica si sono uniti per un appello affinché il vaccino Covid sia libero dai brevetti e gratuito; se infatti in ambito europeo la Comunità si fa responsabile di evitare disuguaglianze tra paesi membri più e meno abbienti, tale garanzia non sussiste per i paesi extraeuropei. Il rischio è che paesi più poveri, come alcuni stati africani, vengano esclusi dalla campagna di vaccinazione per ragioni di profitto. La risposta dell’Unione Europea a tale richiesta è la proposta di un meccanismo volontario di negoziazione collettiva delle licenze dei brevetti tra stati e case farmaceutiche e condivisione di dati su test e terapie, che possa abbassare i prezzi per dose e rendere l’accesso al vaccino più facile anche per le popolazioni più povere.

Un segnale positivo in questa direzione lo ha lanciato la presidente Von der Leyen, lo scorso 19 febbraio durante il G7, annunciando lo stanziamento di ulteriori 100 milioni di Euro in aiuti umanitari per supportare la campagna vaccinale in Africa. Questa nuova somma si aggiunge ai fondi già forniti dal Team Europa a favore dello strumento COVAX.

Memori di questo ultimo anno di pandemia in un mondo globalizzato e in continua comunicazione è evidente che separazioni e individualismi non contribuiscono alla sconfitta del virus. Solo la cooperazione e la messa da parte di interessi personali ed economici possono portare il mondo all’uscita dalla crisi sanitaria internazionale per riportare benessere e salute nelle nostre vite. L’importanza di una buona politica è universalmente riconosciuta come cruciale nel gestire la crisi sanitaria. La lungimiranza della classe dirigente è fondamentale per decidere misure contenitive e organizzare strategie. Mai come oggi è evidente l’impatto che l’operato degli amministratori può avere sulla salute e sul benessere della popolazione. La speranza è che le classi politiche del futuro, memori della storia recente, riconoscano il bisogno di agire nella tutela delle prossime generazioni dando la giusta attenzione a beni primari e strutturali, come sanità e educazione mettendo al centro il valore della persona.

Il Medio Oriente è da sempre una terra teatro di conflitti e dolori la cui eco talvolta arriva alle nostre orecchie dall’uno o dall’altro giornale. Tra questi scontri, sicuramente una questione centrale emerge quando guardiamo alla terra contesa da israeliani e palestinesi, sulla quale la guerra si consuma ormai da decenni e dove ancora oggi la strada da percorrere verso la pace è lunga e faticosa.

Ci piace raccontare in questo contesto la storia di Valentina Sala. La nostra storia inizia quando lei, giovane studentessa laureata alla facoltà di ostetricia, si trova di fronte a tante domande e dubbi su quale futuro la accoglierà. Fu in quel momento che si fece sentire il forte desiderio di intraprendere il noviziato per dedicarsi alla vita religiosa. La consapevolezza della sua vocazione la portarono ad accantonare quell’immagine di sé in sala parto, circondata dal profumo della vita nuova, per intraprendere un percorso che fino ad allora non era affatto rientrato nei suoi piani, ma sicuramenti in quelli di Dio.

Per tanti anni suor Valentina si è chiesta cosa ne fosse stato della sua prima vocazione, aiutare le donne nel momento del parto. Qualcosa le diceva che non le restava altro che aspettare ed affidarsi, che prima o poi sarebbe riuscita a “riutilizzare” quel dono che aveva ricevuto. Nove anni dopo aver accolto il Signore nella sua vita, e sicura che Egli non avesse in serbo per lei nuovi stravolgimenti, dovette ricredersi. Ad attenderla c’era una nuova missione che la portò in una delle terre più martoriate da conflitti, ma anche culla delle tre religioni monoteiste: la Terra Santa.

La congregazione di cui suor Valentina fa parte, quella delle suore di San Giuseppe dell’Apparizione, è presente in Terra Santa dal 1856, fornendo ai residenti supporto educativo e medico. In particolare, l’ospedale Saint Joseph, nella parte est della città di Gerusalemme, era stato fondato nel 1956 nell’allora territorio giordano, per consentire l’accesso ai sistemi sanitari alle popolazioni arabe della West Bank (Cisgiordania) e di Gaza.

Dopo la guerra dei sei giorni del 1967, Gerusalemme est e il Saint Joseph passano sotto il controllo israeliano, rispondendo quindi al ministero della sanità dello stato ebraico. L’ospedale rimane, però, parte di una realtà araba, con personale e pazienti palestinesi.

È con l’apertura del nuovo reparto di maternità a metà anni 2010 che la storia del Saint Joseph si lega a quella di suor Valentina. Le sue due vocazioni, quella di dedizione al Signore e quella di amore per il miracolo della vita, la rendono la persona adatta per dirigere il reparto. Da subito viene colta da stupore, paura ed incertezza, soprattutto per i tanti anni di lontananza da un ospedale e dalla professione ostetrica, ma suor Valentina non si lascia scoraggiare e decide nuovamente di affidarsi alle mani del Signore per lasciarsi plasmare. Ecco che da allora porta avanti la sua missione che quotidianamente la vede coinvolta in tante sfide. Questo ospedale, infatti, ha saputo distinguersi da pochi anni, precisamente dal 2017, per nuovi approcci al parto rispetto alla tradizione araba che hanno catturato l’attenzione di alcune famiglie ebree particolarmente incuriosite dalla proposta del parto in acqua. Questo ha fatto sì che la maternità del St. Joseph diventasse terreno d’incontro tra arabi, musulmani e cristiani, ed ebrei, due popoli profondamente divisi da barriere politiche, economiche e religiose, che inaspettatamente si trovano a condividere un momento così travolgente e delicato della vita.

La nuova dimensione di condivisione porta personale e pazienti a conoscersi in un contesto totalmente differente da quello che in cui normalmente le loro strade si incrocerebbero. In Israele e in Palestina, le poche interazioni tra i due popoli hanno generalmente luogo in situazioni di tensione, come i checkpoint per i palestinesi o il servizio militare per gli israeliani. In sala parto, invece, un’attiva collaborazione è necessaria e il dialogo indispensabile. Non mancano certo momenti di attrito, che solitamente scaturiscono da una diversa visione del parto. Le due popolazioni, infatti, adottano approcci medici differenti, ai quali si aggiungono le difficoltà legate alle barriere linguistiche, che spesso nascondono ferite ben più profonde: il peso delle memorie traumatiche di una vita passata in contrapposizione. Suor Valentina agisce come naturale mediatrice, ascoltando gli uni e gli altri e mitigando reazioni e incomprensioni.

La situazione di conflitto tra Israele e Palestina è lontana dall’essere risolta e quasi mezzo milione di israeliani vive nei territori palestinesi occupati della Cisgiordania. Nonostante ciò, suor Valentina non perde la speranza e ogni giorno dà il suo contributo ricordando la parabola del granello di senape e consapevole che molto spesso sono proprio i piccoli a gesti quotidiani a creare i più solidi ponti.

Il miracolo del Saint Joseph è che gli stereotipi più radicati cadono nel momento più straordinariamente potente e fragile della vita di una donna. I muri, reali o immaginari, crollano, ci si trova a gioire insieme per una nuova fragile vita. E chissà che da queste nuove vite non nascano operatori di pace che porteranno i nostri figli e nipoti a sentire parlare di Terra Santa come luogo di serenità e prosperità per le popolazioni che lo abitano.

Questa testimonianza ci invita a non cadere nel baratro dell’indifferenza. Anche noi, riconoscendoci come esseri fragili in un contesto di fragilità, abbiamo nelle nostre mani il dovere e il potere di metterci a servizio del prossimo: siamo chiamati a seguire il progetto che Dio ha pensato per noi, affinché possiamo essere protagonisti di piccole grandi rivoluzioni, gocce di speranza in oceani in tempesta.

 

Video integrale della testimonianza di suor Valentina:

Clicca qui per vedere il video integrale

Ti sei lavato le mani oggi?

Immaginiamo di sì, mentre invece i ragazzi siriani costretti a fuggire dalle loro case bombardate, molto probabilmente questa banale possibilità non l’hanno avuta. E forse neanche ieri, o il giorno prima. E certamente, sarebbe comunque l’ultimo dei loro problemi.

Come loro, sono moltissime le persone che vivono in condizioni di fragilità sotto tanti punti di vista.

La Siria è infatti un paese devastato dalla guerra civile ormai da più di dieci anni (ne abbiamo parlato qui) e mentre i riflettori di tutto il mondo sono puntati sull’avanzare della pandemia, ci siamo scordati che in Siria i conflitti armati non si sono mai fermati.

Con i nostri telegiornali impegnati nella cronaca di pandemia, potremmo esserci persi alcuni passaggi importanti avvenuti nel corso dell’ultimo anno.

Centrale soprattutto la questione di Idlib, situata nel nord-ovest vicino al confine con la Turchia, che è stata a lungo teatro di scontri tra i ribelli e l’esercito di Assad, forte di un alleato come la Russia. La città è tutt’oggi l’unica zona ancora in mano alle forze d’opposizione. I bombardamenti delle forze congiunte di Damasco e Mosca si sono protratti per mesi fino a quando un incontro tra Putin ed Erdoğan ha posto le basi per una tregua che entra in vigore nel marzo 2020.

Il conflitto però è tutt’altro che estinto: negli ultimi mesi, infatti, sul confine iracheno sono aumentate le tensioni. È infatti aumentata la presenza delle truppe iraniane nella zona, con un Iran che appare sempre più isolato sia dal mondo sunnita che da Israele, specie dopo i recenti Accordi di Abramo tra quest’ultimo e alcuni paesi arabi. Proprio Israele, infatti, negli ultimi mesi ha intensificato l’offensiva verso le truppe iraniane con numerosi raid aerei.

Il conflitto ha portato ad un milione di sfollati solo in questa zona. Idlib è di fatto una vera e propria prigione a cielo aperto in cui è impossibile anche solo far pervenire assistenza e aiuto umanitario per i civili.

Sono attualmente 6,6 milioni gli sfollati all’interno del territorio siriano e dal 2011 ad oggi sono almeno 5 milioni coloro che hanno cercato rifugio fuori dai confini. Giordania e Turchia, che pur sono tra gli stati ospitanti la maggior parte dei profughi, hanno spesso respinto l’ingresso di nuovi richiedenti asilo, esponendoli così ad un ulteriore rischio di violenze e persecuzioni.

Un milione e mezzo invece si trovano, ufficiosamente, in Libano, paese che non ha mai firmato la Convenzione di Ginevra del 1951, che regola le procedure ed il riconoscimento dello status di rifugiato e degli obblighi gravanti sugli stati firmatari.

Non vedendosi riconosciuta alcuna forma di protezione e tutela, ancora una volta i profughi sono costretti a vivere per strada, nelle tende o negli edifici abbandonati.

Di fronte a tali fatti e a questi numeri il rischio maggiore, oltre a quello di rimanere indifferenti, è quello di dimenticarsi l’umanità che sta dietro a tutti quei volti che fuggono dal proprio Paese. Come siamo toccati da queste storie di fragilità?

Probabilmente il primo concetto che ci viene in mente è il senso di sradicamento, non solo dall’ambito geografico ma anche da quello etnico, culturale e sociale. Molto spesso, infatti, i profughi provenienti dalla Siria, così come tutti coloro che fuggono da guerre o altre condizioni di fragilità, si trovano catapultati in ambienti che tendono ad annichilire le differenze culturali portando tutti al semplice e vuoto termine di “profughi”. Anche il concetto di umanità inizia a stravolgersi. Essere profughi, che sia a Lesbo, ad Amman o a Beirut, significa solamente una cosa: essere un peso per le casse dello stato e un problema per la comunità ospitante che di questi tempi sta già affrontando un grave periodo di crisi. Basti pensare a quanto accaduto di recente in Bosnia, a Lipa: di fronte ad immagini di persone a piedi scalzi, immersi nella neve alta, parole come fragilità sembrano solo eufemismi ai nostri occhi se non fosse che, per loro, tutto questo rischia di diventare normale quotidianità.

È anche vero che in certi casi l’esigenza di normalità e di piantare nuove radici supera un passato fatto di odio e rancore, permettendo di guardare oltre la disperazione. Anche in un presente di privazioni, dove tutto sembra consigliare di arrendersi, è sempre possibile risollevare la testa. Ne è un esempio la storia di Anwar al-Bunny che, come riporta The Guardian in una sua inchiesta, era stato arrestato e incarcerato in Siria poiché sostenitore della forza politica che si contrapponeva al regime.

Ecco che, dieci anni dopo, in esilio in Germania, incontra per caso lo stesso uomo che lo aveva interrogato e fatto arrestare. Ma in Anwar non c’è spazio per il rancore e la vendetta. Egli afferma infatti di non provare odio nei confronti quell’uomo a causa di quanto subito, poiché riconosce come vero responsabile delle violenze quel sistema più vasto e corrotto che tentava di cambiare. Oggi Anwar al-Bunni non è “solamente” un noto avvocato che si batte per i diritti umani in Siria, ma rappresenta un simbolo di speranza per tutti coloro che ancora cercano un nuovo inizio lontano dalla propria terra.

Menu