Una Finestra sul Mediterraneo

La nuova Siria verso il futuro, dove sta la speranza? 

È una domanda che ci siamo trovati a porci, poche settimane dopo aver intrapreso il nostro percorso come gruppo di Finestra sul Mediterraneo. Le notizie provenienti dalla Siria, tra novembre e dicembre, hanno fatto nascere in noi da subito la voglia di provare a capirne di più. Di fronte a una situazione in rapida evoluzione e rispetto alla quale avevamo lacune per una parte consistente della storia. La Siria, infatti, è tornata prepotentemente alla ribalta dell’informazione globale a fine 2024, in seguito alla caduta di Bashar Al Assad. Eppure negli anni della guerra civile – scoppiata nel lontano 2011 – e della repressione del regime, il popolo siriano ha vissuto sconvolgimenti profondi che hanno determinato la situazione attuale che la Siria vive adesso. Sarebbe ingenuo da parte nostra pensare di averla compresa o, ancora più presuntuosamente, essere in grado di spiegarla. Quello che troverete in questo articolo è piuttosto un compendio della rete di relazioni che abbiamo cercato di intessere e che rappresenta la vera risorsa, la risposta alla sete di speranza dalla quale ci siamo mossi. Spes contra Spem. Ce l’hanno restituita gli stessi ragazzi siriani con cui abbiamo preso contatto o che abbiamo conosciuto personalmente nel corso degli anni: Ibrahim, Salloum, Maher, Shaman (la loro voce)

Come 13 giorni hanno messo fine a 13 anni di guerra

Tanti i volti e le storie che abbiamo incrociato in questi mesi. A cominciare da quelli del Professor Gianni Maria Piccinelli, socio dell’Opera La Pira ed esperto di Siria, dove ha vissuto e lavorato. Ci siamo confrontati con lui, professore ordinario di Diritto Privato comparato e preside della Facoltà “Jean Monnet” della seconda università di Napoli, dove insegna “Sistemi giuridici comparati” e “Diritto Musulmano e dei Paesi Islamici”. Abbiamo avuto un dialogo con lui e Suor Deema della comunità di Deir Mar Musa. Era il 18 dicembre 2024 e in Siria era caduto da pochi giorni il regime di Assad. Come 13 giorni hanno messo fine a 13 anni di guerra? Ci siamo fatti aiutare da loro per provare a dar forma ad una risposta. Dal 27 novembre, quando i ribelli da Idlib avanzano fino a giungere ad Aleppo, fino all’8 dicembre. Il giorno in cui Assad lascia la Siria e vola in Russia, determinando così la caduta del regime assadista che durava da oltre 50 anni; prima col padre Hafez (dal 1971 al 2000) e poi con Bashar (dal 2000 al 2024).

La densità della popolazione siriana nel Levante

Il sapore della libertà

Centinaia di migliaia di ragazzi hanno celebrato in piazza la caduta del regime. Per la prima volta nella storia del paese lo hanno fatto per volontà propria. La folla, l’11 dicembre, si è radunata davanti alla moschea degli Omayyadi, importante simbolo del mondo islamico, sciita. Il campo libero lasciato dal dittatore genera da subito grande giubilo nel popolo siriano, ma allo stesso tempo grande incertezza sul futuro e sul nuovo governo che avrebbe potuto assumere il potere, guidato dai ribelli formati da milizie islamiste. La coalizione guidata da Abu Mohammed al-Jolani, capo del gruppo ex jihadista HTS (Hayat Tahrir al Sham). “Organizzazione per la liberazione del Levante”, dove il Levante sta ad indicare proprio la Siria. Una rivoluzione così rapida può avvenire solo se c’è un sentimento comune nella popolazione: l’attesa della liberazione. Coesistono negli osservatori due visioni opposte: tra timori di un nuovo Afghanistan, nell’opinione pubblica internazionale, e l’ottimismo che si possa sviluppare nella nuova Siria un dialogo tra le tendenze religiose (sciiti, alawiti, cristiani e ortodossi etc). Nei giorni immediatamente successivi riaprono scuole e università; sembra un ritorno alla “normalità” – mai conosciuta prima dai siriani – da parte delle nuove autorità . Lo stesso giorno la comunità cristiana celebra la prima messa sotto il nuovo governo transitorio. Sebbene ai cristiani fosse garantita libertà di culto durante il regime di Assad, il loro numero sul totale della popolazione è passata dal 10% al 5% nel 2022 (New York Times). Tuttavia la necessità di rassicurazioni permane e l’integrazione delle varie realtà etniche e religiose sarà una delle sfide della “nuova Siria“. 

La complessità etno-religiosa 

Siria, carta etno-religiosa a cura di Limes – rivista italiana di geopolitica

Un dialogo – che ci spiega suor Deema – è inteso come “ricostruzione dell’armonia“. Dopo 50 anni di feroce dittatura è difficile per i siriani anche riuscire a credere alla caduta del governo. Uno dei suoi simboli è stata la liberazione delle prigioni da dove sono arrivate le immagini più forti. Un simbolo di libertà; della fine della censura sistematica. Prima si doveva stare attenti a ciò che si scriveva, ora si riesce a dire ciò che si pensa senza avere paura di ritorsioni. Una libertà che per europei ed occidentali è difficile anche reputare tale, tanto è scontata nel nostro vivere quotidiano. Altre immagini che si sono susseguite, come per altre cadute di regimi, sono gli abbattimenti delle statue di Assad. Erano ad ogni metro, in ciascun ogni palazzo. Avevano una triplice funzione: il culto della personalità, l’onnipresenza faceva ricordare la sorveglianza, lo sguardo del presidente e della polizia segreta su tutto. E infine radicare l’immagine del presidente che simbolicamente rappresenta tutto.

La verità e la giustizia 

I siriani hanno sofferto per anni della mancanza delle cose essenziali. Deema ha raccontato che la madre finalmente riesce a comprare prodotti basici che prima non si trovavano. Ciò che è successo è stato un trauma, anche chi non aveva problemi con il regime ha scoperto la verità. Ha traumatizzato la gente -racconta Deema – che non si riesce ad accettare le immagini terribili delle carceri. Per questa ragione «pensare alla pace dopo tutti gli anni di guerra significa pensare alla giustizia: creare processi per portare alla luce la verità». 

La transizione non può essere sinonimo di vendetta o la insensata rimozione del passato

Da dove si riparte per ricostruire la comunità dopo un regime? Come non trasformare il senso di giustizia in vendetta? Occorre una giustizia transizionale – spiega Piccinelli. Una fase di transizione dove la giustizia pensa ad essere uno strumento di riconnessione tra la responsabilità di ciò che è successo con le persone che hanno vissuto da vittime. Servono dei giudici che la sappiano gestire, un governo che accompagni il percorso (come è successo in Sudafrica). Si devono dare le opportunità perché si capiscano le responsabilità e non si dimentichi il passato. Anche il silenzio è una forma di complicità: il paese intero era complice? Non si può pensare di punire tutti: bisogna ricostruire il tessuto sociale del paese. Bisogna avere il coraggio di denunciare; una nuova cittadinanza deve rimettere in moto un meccanismo di solidarietà civile che prima non c’era. «Deve emergere il sentimento di partecipazione delle persone». 

Come si accompagna la Siria alla rinascita?

La popolazione della Siria al 2019, suddivisione per genere e fasce di età

«La solidarietà verso i siriani non può bastare, questo valore di “liberazione” va affrontato insieme: vanno ricordati, ascoltati, sostenuti per superare il dolore». La transizione non può essere breve, al di là di come sarà; ma saranno i siriani – ha auspicato il prof Piccinelli – che decideranno il proprio futuro. La Siria va accompagnata per uscire dal baratro economico in cui è caduta a causa anche delle sanzioni; 80/90 % della popolazione vive sotto la soglia della povertà. Il cambio della lira siriana è subito salito. Per assecondare questo ottimismo economico, le sanzioni internazionali vanno tolte, nonostante la paura: la situazione economica deve essere favorevole, le persone devono poter trovare lavoro, le case vanno ricostruite. Le strutture, così come le anime delle persone. È necessario un contesto sociale dove la nuova società civile possa essere protagonista del futuro della Siria. È fondamentale affinché il modello governativo non sia antieuropeo, antidemocratico, antiamericano: bisogna scommettere. «La più grande difficoltà su cui lavorare – ci confessa suor Deema – è la paura». Da quella di parlare a quella dell’instaurarsi di un nuovo  regime. Per arginare la paura non si deve credere a tutto, ma comprovare la correttezza delle informazioni: «costruire la civiltà è un processo lungo». 

 

Chiamata speranza: una nuova Siria

Un articolo di “L’Orient-Le Jour” evidenzia come le maggiori preoccupazioni derivano dalla comunità alawita: a Latakia, infatti, dove si concentra la maggioranza degli Alawiti, molti soldati e poliziotti, che prestavano servizio sotto il regime saranno schedati e privati del porto d’armi. Situazione di preoccupazione questa che coinvolge anche la minoranza curda, che aveva istituito una provincia autonoma, Rojava, nel nord est della Siria, dove rappresentavano un centro di resistenza contro i jihadisti. Dopo la caduta del regime la Turchia ha approfittato del caos generato per attaccare le forze curde, con l’obiettivo di aumentare le zone “cuscinetto”, nelle quali sfollare i profughi siriani. 

La comunità, che nonostante l’arrivo del nuovo governo sembra essere quella meno intaccata è quella Drusa: ora prende parte ai festeggiamenti per la caduta del dittatore, ma che anche nel lungo periodo sotto Assad non versava in cattive condizioni. Il dittatore, pur di guadagnarsi il loro favore, li aveva esentati dal servizio militare. La sfida attuale per i drusi è quella di doversi integrare con le nuove forze territoriali. La minaccia maggiore per la comunità drusa risiede nel Golan, dove Israele ha occupato ulteriori territori di confine, con la giustificazione di una ricerca di garanzie per la propria sicurezza interna. Diversi esperti però denunciano il tentativo di Israele come un espediente per attuare un “cambiamento demografico” nell’area.

La Siria ha approvato la sua Costituzione provvisoria

Giovedì 13 marzo Ahmed al Sharaa, il presidente ad interim della Siria, ha approvato una Costituzione provvisoria per il paese: è basata sulla giurisprudenza islamica e resterà in vigore per i cinque anni di quello che il governo definisce il «periodo di transizione», durante i quali sarà stilata una Costituzione definitiva. La Costituzione provvisoria è stata scritta da una commissione di sette esperti nominata all’inizio di marzo dallo stesso governo. Un componente della commissione ha detto che il testo riprende alcuni elementi della precedente Costituzione, quella in vigore durante il regime del dittatore Bashar al Assad, rovesciato a dicembre: per esempio, rimane valido il fatto che il capo di stato debba essere musulmano. Anche il nome ufficiale del paese rimarrà Repubblica Araba di Siria. A differenza della precedente però stabilisce la separazione dei poteri, anche se non è chiaro in che forma.

Quattro giorni di rivolte e massacri di civili in Siria

Il 10 marzo il ministero della difesa siriano aveva annunciato la fine di un’operazione militare nell’ovest del paese, dove i combattimenti con i miliziani fedeli al presidente deposto Bashar al Assad e le esecuzioni di massa di civili hanno causato quasi 1.500 morti dal 6 marzo. “Le forze di sicurezza hanno raggiunto tutti gli obiettivi”, ha dichiarato Hassan Abdel Ghani, un portavoce del ministero della difesa, citato dall’agenzia ufficiale Sana.

Il 6 marzo centinaia di miliziani fedeli ad Assad avevano attaccato le forze di sicurezza a Jable, nella regione di Latakia, una roccaforte della minoranza alawita a cui appartiene anche il presidente deposto. Secondo l’ONG Osservatorio siriano per i diritti umani, i combattimenti hanno causato quasi cinquecento morti, mentre almeno 973 civili, in maggioranza alawiti, sono stati uccisi “in esecuzioni sommarie e operazioni di pulizia etnica”.

Il presidente ad interim siriano Ahmed al Sharaa si è impegnato il 9 marzo a “perseguire i responsabili delle uccisioni di civili”. In un discorso tenuto in una moschea della capitale Damasco, Al Sharaa ha lanciato un appello al “mantenimento dell’unità nazionale e della pace civile” e annunciato una commissione d’inchiesta per fare luce sui massacri. Intanto, il 10 marzo l’Iran, grande alleato dell’ex regime, ha smentito qualunque coinvolgimento nelle violenze degli ultimi giorni in Siria.

La caduta del regime e l’asse con l’Iran

Il corridoio iraniano che permetteva a Teheran, con le alleanze e “l’asse della resistenza”, di avere uno sbocco sul mare Mediterraneo

Articoli e fonti consultate

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