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Iran: l’anima delle proteste

Il 13 settembre 2022, a Teheran, Mahsa Amini è stata arrestata dalla polizia religiosa iraniana per non aver correttamente osservato la normativa sull’obbligo di portare il velo. La ragazza è stata portata in una stazione di polizia ed è deceduta, in circostanze non chiarite, il 16 settembre 2022. Mahsa, 22 anni, era di origine curda e proveniva dalla provincia del Kurdistan, dove i controlli sui comportamenti sociali sono meno severi rispetto a Teheran.

La morte di Mahsa Amini è stata descritta da molti come “la goccia che ha fatto traboccare il vaso”. Dopo il suo arresto, molti iraniani sono scesi in piazza e, da settembre, stanno portando avanti quella che è la rivolta più duratura della storia dell’Iran dopo quella del 1979 (vedi il report dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale – ISPI).

Mappa dei principali focolai di protesta in Iran nel periodo 16 Settembre – 7 Dicembre. Fonte: ISW – Institute for the Study of War

Il leitmotiv che guida le proteste pone le sue basi sulle parole chiave: “donne, vita, libertà”.

Come accade per ogni evento storico, non esiste un motivo specifico per cui sia stata proprio la morte di Mahsa, e non un altro evento, a segnare l’inizio delle rivolte. Infatti, andando ad esaminare la situazione del Paese, emerge come la morte di Mahsa Amini e l’obbligo di portare il velo siano solo la punta dell’iceberg di un malumore sociale che ha radici ben più profonde e complesse.

L’Iran non è un Paese nuovo a sommosse popolari che spesso appaiono di dimensioni enormi a noi occidentali. Partendo a ritroso, la protesta dalle conseguenze più rilevanti è sicuramente quella con cui il popolo Iraniano, nel 1979, riuscì a costringere all’esilio lo Scià di Persia.

L’ordine di grandezza delle proteste scatenatesi anche a seguito della morte di Mahsa Amini richiama obbligatoriamente alla mente la rivoluzione del 1979, sebbene siano necessari dei paragoni e delle precisazioni.

La rivolta che portò all’esilio dello Scià fu indubbiamente la somma di molteplici fattori. I moti di protesta infatti avevano come obiettivo la liberazione da un regime ormai corrotto. Anche nelle proteste odierne una fetta dei rivoltosi persegue la stessa meta, sebbene ancora non abbiano raggiunto la dimensione “rivoluzionaria” che caratterizzò quelle del ’79. Si noti che la generazione che guidò quelle proteste crede ancora, anche solo parzialmente, nell’ideale della repubblica Islamica. Dunque, tale generazione non è schierata a favore delle proteste in atto.

Provando a leggere fra le righe delle proteste odierne, si possono individuare diversi fattori che le animano e le differenziano dalla rivoluzione del ’79.

In primo luogo, le rivolte sono alimentate da motivi politici e da una richiesta di maggior libertà e dignità. Nell’estate del 2022, da parte del Governo Iraniano, vi è stato un inasprimento delle misure di controllo sulle regole di abbigliamento, con conseguenti proteste delle popolazioni giovanili. Tali misure hanno previsto, tra le altre cose, l’istituzione di una “Giornata dell’Hijab e della castità”. Inoltre, è stato stilato un nuovo codice di abbigliamento dedicato solamente al genere femminile. È stata poi definita la possibilità di utilizzare il riconoscimento facciale per individuare le donne vestite in modo improprio nei luoghi pubblici. Segue dunque che lo scontro con il Governo per una maggior libertà sia una delle cause principali delle rivolte.

Anche la religione ha poi un ruolo fondamentale nelle proteste. Tuttavia, è importante sottolineare che quelle iraniane non sono proteste contro la religione, quanto piuttosto contro un’interpretazione radicale dell’Islam. I giovani iraniani, infatti, si sentono privati non soltanto delle libertà personali, ma anche di speranza per il loro futuro. Il potere religioso, in opposizione, utilizza a titolo di esempio i disagi sociali presenti in Occidente (come prostituzione, tossicodipendenza…) come conseguenza necessaria di uno stile di vita più libero.

Un’altra motivazione, più nascosta, alla base delle rivolte risiede anche nel malcontento provocato dalla disastrosa situazione economica in cui vive gran parte della popolazione iraniana, essendo il Paese gravato da molteplici sanzioni economiche imposte dall’Occidente.

Dalle proteste emerge poi che lo scontro, oltre ad essere politico e religioso, è anche generazionale. Sono i giovani, in primo luogo, a portare avanti le proteste e a non rispecchiarsi nei valori incarnati dal Governo. Si tratta di un punto di forza delle rivolte, che ha consentito una propagazione che non sarebbe mai stata possibile in un Paese occidentale. L’Iran infatti è un Paese giovane e più della metà della popolazione ha meno di 30 anni. Le rivolte in effetti stanno avendo una diffusione ed una durata che ha pochi eguali. Inoltre, l’eccezionale durata delle proteste è dovuta anche al fatto che si tratta di un’azione di rivolta spontanea. In altre parole non c’è, ad oggi, una leadership chiara. Questa assenza di un leader risulta essere per certi versi un timore per la classe dirigente, ma comporta anche dei limiti. Da una parte infatti, se ci fosse un leader, il Governo avrebbe un obiettivo preciso e sarebbe più facile mettere a tacere le rivolte. Dall’altra, tuttavia, l’assenza di una figura di riferimento e di una strutturazione organica delle rivolte, conduce al rischio che l’energia che le contraddistingue possa esaurirsi nel tempo. Aleggia quindi la possibilità che le proteste non riescano a trovare un canalizzazione istituzionale, o che altre strutture già organizzate approfittino di questo vuoto, come avvenne in Egitto per i Fratelli Musulmani durante la Primavera Araba nel 2010-2011.

Un altro elemento di forza delle rivolte è la grande identità collettiva. L’Iran ha una storia millenaria, in cui hanno governato grandissime istituzioni come l’Impero Romano e l’Impero Persiano. Nel corso della storia, dunque, il popolo iraniano ha sviluppato una cultura e dei costumi fortemente radicati e condivisi da gran parte della popolazione. Questa coscienza di massa è inevitabilmente terreno fertile per la nascita di moti popolari.

Oltre alla diffusione che hanno avuto in loco le proteste, un ruolo importante è stato giocato anche dai social media. Le notizie delle proteste in Iran oggi sono arrivate in tutto il mondo, con tanto di hashtag e trend di ragazze che si tagliano ciocche di capelli come supporto simbolico alle donne iraniane. È proprio grazie alla comunicazione in tempo reale che le proteste odierne sono riuscite ad avere una così vasta estensione anche dal punto di vista territoriale. Tuttavia è importante non confondere lo strumento con il fine: infatti, è fondamentale avere un messaggio da comunicare (fine), in modo tale da usare i media (mezzo) in modo proficuo.

La risposta del regime alle rivolte per ora è stata notevolmente severa. La direzione intrapresa dalle proteste difficilmente sembra poter portare ad un dialogo a livello governativo. Si è creata una situazione di “muro di gomma”, nella quale le richieste dei rivoltosi non possono trovare una sponda tra nessuno dei membri dell’establishment. Essendo impraticabile la via negoziale, il Governo ha risposto con la violenza. Fino ad oggi si annoverano più di 500 morti, nonché arresti di massa, minacce di esecuzione ed esecuzioni vere e proprie.

Un’altra abile mossa messa in atto dall’establishment è stata quella di insinuare che le proteste siano manovrate dai “nemici della Repubblica Islamica” (Stati Uniti e Israele). Accusare i rivoltosi di essere “strumenti di agende esterne” da una parte delegittima le proteste e, dall’altra, stringe il popolo contro un nemico esterno comune: non si vuole ammettere, chiaramente, che la popolazione sia scontenta del regime.

Nessuna di tali azioni tuttavia è riuscita a sedare il dissenso che continua a crescere. Ad oggi fare una previsione sull’esito delle rivolte è pressoché impossibile, data la varietà di anime che le alimentano. Ipotizzando anche un’eventuale caduta del regime, è difficile prevedere cosa seguirà. Una vera transizione non sembra possibile al momento, non essendoci corpi intermedi (associazioni, partiti…) ma, come in ogni regime autoritario, soltanto i singoli cittadini e il potere.

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