Sahara Occidentale

Il popolo dimenticato

Negli ultimi mesi, sull’onda degli Accordi di Abramo, che vedono la normalizzazione delle relazioni diplomatiche fra Israele e sempre più stati arabi (Emirati Arabi, Bahrein, Sudan e Marocco), è tornata alla luce una questione troppo spesso dimenticata e ignorata, ovvero la storia del popolo saharawi, che è stato privato di uno stato e al quale sembra negato il diritto all’autodeterminazione.

Spesso nelle mappe politiche si nota una piccola area a sud del Marocco colorata di grigio; si tratta del Sahara Occidentale, paese natale dei saharawi, la cui storia è segnata da lotta, precarietà, fragilità e contraddizioni, dalla decolonizzazione spagnola fino ad oggi. Questo è il territorio dei saharawi, e paradossalmente potremmo averne sentito parlare di più a causa degli Accordi di Abramo (poiché contestualmente Washington ha riconosciuto per primo la sovranità marocchina sull’area) che per i recenti scontri che si sono verificati da novembre, dopo 29 anni di tregua. Infatti, dopo manifestazioni pacifiche da parte del popolo saharawi, iniziate in ottobre e tenutesi nella zona cuscinetto del Guerguerat (monitorata dalle Nazioni Unite), che bloccavano il commercio marocchino passante per il loro territorio, il Marocco ha reagito sparando sulla folla.

Il contesto storico

Nel 1973 viene creato il Fronte Polisario con lo scopo di porre fine al colonialismo spagnolo e combattere per l’indipendenza del popolo saharawi; tuttavia, oltre a Spagna e Polisario, anche Marocco e Mauritania iniziarono a rivendicare l’area. Le truppe saharawi, appoggiate dalla vicina Algeria, combatterono contro i coloni spagnoli, ottenendo (grazie anche alla pressione internazionale) che la Spagna tenesse un referendum perché il popolo saharawi potesse decidere se unirsi a uno dei propri vicini o diventare indipendente. Tuttavia, quel referendum ad oggi non si è mai tenuto, a causa del “rocambolesco” (e incurante delle conseguenze) ritiro spagnolo delle azioni marocchine che puntualmente ne richiedono il rinvio se non la cancellazione. Infatti, nel 1975 il Marocco fece pressione sulla Spagna perché gli trasferisse la sovranità del Sahara Occidentale e al contempo penetrò nel territorio, scontrandosi con il Fronte Polisario fino al 1991. Alla fine del conflitto l’operazione delle Nazioni Unite MINURSO avrebbe dovuto far rispettare il cessate il fuoco e organizzare il referendum, che però nuovamente non si tenne; il ruolo delle Nazioni Unite è molto ridotto, si tratta infatti di una operazione di peace keeping, ancora presente sul territorio, che stranamente nel suo mandato non prevede né il monitoraggio né il far rispettare i diritti umani.

Dal 1991 è stata perseguita la via diplomatica e pacifica per ottenere l’indipendenza, che tuttavia non ha portato i risultati sperati. Il Sahara Occidentale è infatti ancora sotto il controllo marocchino, che trae beneficio dall’occupazione sfruttando le riserve di fosfati e le aree di pesca. La popolazione saharawi ha dovuto progressivamente allontanarsi dai propri territori ed è oggi divisa fra coloro che rimangono nella terra natia e le persone fuggite nei campi profughi in Algeria (circa 173.600 persone nel 2018) dove vivono, anzi sopravvivono, in dure e difficili condizioni.

 Alla già fragile situazione dei saharawi si sono aggiunti quest’anno due importanti avvenimenti. Il primo che, come purtroppo ben sappiamo, ha colpito tutto il mondo: il COVID-19. Per i saharawi ha comportato non tanto un peggioramento della situazione sanitaria, anche se l’epidemia è generalmente poco monitorata e solo recentemente si è iniziato a fare test più attendibili grazie ad apparecchiature fornite da ONG occidentali, ma soprattutto un peggioramento delle già precarie condizioni generali, dovuto al blocco dei flussi umanitari provenienti anche dalle piccole realtà.

Il secondo evento è invece il riconoscimento americano della sovranità marocchina sul Sahara Occidentale, avvenuto parallelamente alla normalizzazione delle relazioni diplomatiche del Marocco con Israele. Sebbene nessun altro stato abbia finora seguito l’esempio di Washington, la mancata neutralità della superpotenza statunitense ha fatto crollare le aspettative e le speranze di molti verso l’autodeterminazione dei saharawi.

SaharawInsieme

È in tale contesto che si collocano gli sforzi dell’associazione “SaharawInsieme”raccontatici da Claudia Maurri e Costanza Baggiani. Su spinta delle attività dell’associazione il comune di Pontassieve ha stretto un patto di amicizia con la tendopoli di Tifariti dal 1987 e da ben prima SaharawInsieme si impegna ad aiutare le famiglie saharawi attraverso varie iniziative di solidarietà. Sono stati avviati diversi progetti di sostegno verso il popolo saharawi, e in particolare due di questi sono quelli che da più tempo caratterizzano l’impegno dell’associazione.

Progetto “Piccoli ambasciatori di pace”: dal 1987 ogni anno SaharawInsieme, insieme al comune di Pontassieve (e ad altri comuni e associazioni della Valdisieve e del Valdarno), ospita nel periodo estivo un gruppo di bambini saharawi dai 6 ai 12 anni, chiamati in base ad alcuni criteri: prima di tutto che non siano mai usciti dal campo, e poi si rivolge a coloro che abbiano una buona media scolastica, con un’attenzione anche a coloro che presentano gravi problemi di salute. Infatti, durante l’accoglienza estiva, i bambini vengono sottoposti alle visite mediche di routine; purtroppo, le condizioni climatiche del luogo e gli alimenti usati portano a malattie comuni fra i bambini come celiachia, calcolosi renale e problemi agli occhi, derivanti soprattutto da scarse condizioni igieniche, mancanze alimentari e inadeguata copertura dalle tempeste di sabbia.

L’accoglienza dei bambini nel comune di Pontassieve ha lo scopo di sensibilizzare la cittadinanza al riconoscimento dell’identità del popolo  saharawi in una modalità pacifica. Ai bambini ospiti viene riconosciuta anche la cittadinanza onoraria. I bambini hanno la possibilità di svolgere attività ludico ricreative e partecipano a feste locali offrendo momenti di socializzazione. Nel 2020 a causa dell’emergenza sanitaria, non è stato possibile accogliere i giovani saharawi, ma l’associazione è già pronta per la loro accoglienza già dalla prossima estate.

Progetto “Un sorriso per la pace”: dal 1999 SaharawInsieme ha attivato il progetto per l’adozione a distanza di figli di famiglie che vivono in condizioni molto povere. L’associazione gestisce più di 140 adozioni di bambini. In questo modo gli affidatari italiani possono avvicinarsi alla causa saharawi. Le adozioni avvengono principalmente nei campi profughi del deserto di Tindouf il quale si trova nel Sahara algerino.

SaharawInsieme si occupa inoltre di portare aiuti umanitari nei campi profughi che si trovano nel Sahara algerino: ogni anno vengono fatte delle spedizioni nel deserto di Tindouf per poter portare le risorse raccolte dagli affidatari italiani. L’ultimo viaggio fatto dall’associazione è stato fatto a gennaio 2020, dopo di che, a causa della pandemia, sono stati costretti ad interrompere le spedizioni. Purtroppo, anche tutte le altre associazioni di volontariato legate a questa causa sono state costrette ad interrompere i viaggi dai saharawi per i quali gli aiuti umanitari dei volontari erano fondamentali.

Claudia e Costanza ci hanno raccontato della loro esperienza nei campi profughi dei saharawi e di come la vita nelle tendopoli sia difficile. Una delle cose che più ci ha colpito della loro esperienza sul posto è stato il racconto del muro di sabbia che separa i territori occupati dal Marocco da quelli controllati dal Polisario; questa enorme duna di oltre 2700 km, che racchiude le terre fertili del Sahara occidentale, è stata costruita a partire dagli anni ’80 e in seguito è stata progressivamente spostata verso l’interno (con lo scopo di escludere i combattenti saharawi dal proprio territorio e di garantire la sicurezza del flusso di merci) e militarizzata, con tanto di basi militari, vedette sulla sommità e campi minati nelle vicinanze.

Come abbiamo visto – e come ci hanno raccontato Claudia e Costanza – il percorso del popolo saharawi è stato, ed è tuttora, caratterizzato dalla fragilità e dall’incertezza, sin dalle sue origini, da quel più volte mancato referendum che avrebbe dovuto garantirgli l’indipendenza e la sovranità sul proprio territorio; diritti che forse troppo spesso diamo per scontati, ma che così vicino a noi vengono negati; di questa vicenda non siamo che inconsapevoli complici tutte le volte che decidiamo di guardare da un’altra parte.

Fonti e approfondimenti:

https://www.saharawinsieme.it/

https://www.internazionale.it/opinione/pierre-haski/2020/12/11/trump-marocco-israele-sahara-occidentale

https://www.eurasia-rivista.com/il-marocco-e-la-questione-saharawi-tra-storia-ed-interessi-economici/ 

https://www.spsrasd.info/news/en 

https://www.bbc.com/news/topics/cz4pr2gdg3yt/western-sahara

https://www.aljazeera.com/news/2021/1/11/western-sahara-whats-at-stake-for-joe-biden

https://www.aljazeera.com/news/2020/12/10/israel-morocco-agree-to-normalise-relations-in-us-brokered-deal

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