Siria

Siria: la vita difficile di un popolo stanco

La liberazione di Raqqa, invece di mettere fine al conflitto in Siria, sembra avere aperto una nuova fase di scontri, con il paese trasformato in un’arena in cui Stati Uniti, Turchia, Russia e Iran cercano di affermare la propria supremazia. Il territorio è ancora diviso, restano aree in mano ai ribelli, altre ai curdi e altre ancora in mano ad Assad.
Le zone di de-escalation stabilite a Ginevra si sono in parte trasformate in aree di bombardamento. Le aree di crisi sono molte; una è Afrin, nel nordovest del paese, dove la Turchia ha lanciato un’operazione contro le milizie curde e oltre 15mila persone sono state sfollate; e quella nella Ghuta orientale, alle porte di Damasco, l’enclave tenuta dai ribelli in cui 400mila persone sono sotto assedio: almeno 750 di loro dovrebbero essere trasferite urgentemente o ricevere cure mediche, ma i soccorsi non possono arrivare.
Il 29 gennaio è stato bombardato dall’esercito di Assad l’ospedale di Saraqab, sempre nella regione di Idlib, sostenuto da Medici senza frontiere: gli attacchi sono arrivati mentre l’ospedale riceveva i feriti di un precedente raid contro il mercato della città che aveva causato undici vittime.
Questi bombardamenti prendono di mira soprattutto zone civili, ospedali compresi, in totale violazione del diritto internazionale umanitario. L’8 febbraio un nuovo attacco riportato dal quotidiano Al Araby al Jadid parla di 24 morti nella Ghuta orientale sotto i bombardamenti intesivi del regime siriano e della Russia: “Il numero delle vittime rischia ancora di aumentare”, scrive il giornale, “data l’intensità dei bombardamenti in zone civili e il sovraffollamento nei centri medici”. Scrive Egeland su Twitter: “Idlib in Siria è un gigantesco campo profughi. Ci sono 1,3 milioni di donne, bambini e uomini sfollati in tutta la provincia. Non possiamo tollerare una guerra contro profughi e ospedali”.

Migliaia di bambini sono stati uccisi dal 2011, ma anche per quelli sopravvissuti la situazione resta desolante. Il numero di bambini in età scolare è drasticamente diminuito, visto l’esodo di numerose famiglie verso paesi più sicuri – un milione in meno che nel 2010. E di questi, più del 40% non va più a scuola. Il sistema di educazione siriano è stato distrutto dalla guerra, con una scuola su quattro che è stata danneggiata o distrutta, usata come rifugio, o convertita in edificio militare. Anche se le scuole fossero intatte, molte non sarebbero in grado di restare aperte, visto che un quarto del personale insegnante del paese – circa 52.000 insegnanti – non si trovano più al loro posto.
In alcune zone non è permesso l’ingresso di beni di prima necessità, e nel paese cresce il livello di inflazione.
La situazione non migliora, però, neanche per i milioni di siriani che hanno cercato rifugio in altri paesi. Dopo la presa di Raqqa, infatti, è iniziato il rientro, volontario o forzato, di migliaia di esuli. Secondo quanto emerge dal rapporto (disponibile a questo link), il numero di siriani ritornati nelle loro case in Siria, principalmente sfollati interni, è passato da 560.000 nel 2016 a 721mila nel 2017, ma per ogni persona rientrata ci sono stati almeno tre nuovi sfollati a causa del conflitto in corso in molte aree del Paese. Nei primi 10 mesi del 2017 già circa 250mila persone sono state forzatamente respinte in Siria al confine con la Turchia. Attualmente, inoltre, quasi 35.000 persone sono ancora bloccate alla frontiera con la Giordania dove stanno affrontando il rigido inverno quasi privi di assistenza. Dall’inizio del 2017, le autorità giordane hanno rimandato in Siria circa 400 rifugiati al mese, mentre si stima che in Libano circa 10.000 rifugiati siano stati rimpatriati in Siria a bordo dei bus.
Le Ong presenti sul territorio esprimono quindi grande preoccupazione per il generale clima di ostilità nei confronti dei rifugiati, le condizioni sempre più difficili nei Paesi limitrofi che li ospitano e il fatto che le recenti vittorie del governo siriano nel conflitto abbiano alimentato la retorica fuorviante secondo cui la Siria sarebbe un luogo sicuro per il rientro delle persone.

Un paese che non trova requie, diviso all’interno e conteso da troppi. Scrive Khaled Khalifa, scrittore siriano che ha deciso di non lasciare la sua terra: “Questi sono i pensieri di uno scrittore solitario – uno che non ha più niente da perdere, avendo osservato, per lungo tempo, gli sforzi dei siriani per riconquistare il loro paese per poi perdere tutto. È come se il prezzo che i siriani devono pagare per riconquistare la propria dignità e libertà includa ogni pietra, albero, nicchia e fessura, così che i siriani non possono, in realtà, togliere la loro terra alle grinfie della dittatura. Hanno vissuto all’ombra di una dittatura per 50 anni, durante i quali hanno trovato modi infiniti per resistervi e convivere col suo declino – anche se solo trattenendo la lingua e aspettando, difendendo una cultura che vive da migliaia di anni.”

 

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