Egitto

La crisi alimentare egiziana: ragioni e conseguenze

La crisi economica che attanaglia l’Egitto dal 2011 non sembra avere fine.
La svalutazione della Lira egiziana dello scorso novembre, conditio sine qua non per dare il via al prestito da 12 miliardi del Fondo Monetario Internazionale, insieme all’inflazione galoppante, hanno portato il cambio con il dollaro a 16 Lire. Le ripercussioni sul mercato degli alimenti non hanno tardato a manifestarsi. Solo nel corso degli ultimi tre mesi, il governo ha alzato due volte i prezzi degli alimenti di base, tra cui zucchero e olio. Questi venivano tenuti ad un valore ragionevole grazie a sussidi statali, che oggi sono stati ridotti a causa della crescente crisi economica in cui imperversa il paese. Dopo la decisione della Corte egiziana di negare la cessione delle isole all’Arabia Saudita, i rapporti tra i due paesi si sono raffreddati, e così si sono ridotti anche i movimenti di dollari verso l’Egitto, con i quali il governo finanziava i sussidi.

I prezzi di zucchero e olio hanno registrato negli ultimi mesi importanti aumenti, mentre la differenza di prezzo tra i prodotti convenzionati e quelli sul libero mercato si riduce sempre più. Solo la farina non è stata toccata. L’ultima volta che il suo prezzo aumentò era il 2011 e le proteste popolari portarono alla primavera araba.

 

Il ministro Karim Gomaa ha avvertito anche che “questi aumenti non saranno gli ultimi”, visto che il prezzo delle materie prime nel mondo punta sempre in alto. Con l’inflazione che non accenna a ridursi, il differenziale tra salari e costo della vita riduce invece il potere di acquisto delle famiglie, soprattutto delle più povere.

 

Ricordiamo come il paese sia fortemente dipendente dalle importazioni, specialmente per quanto riguarda le materie prime (primo importatore mondiale di zucchero), e che la popolazione cresce di due milioni all’anno. L’Egitto rappresenta infatti il paese arabo più popoloso, ma anche quello con meno risorse naturali. Solo per gli alimenti il deficit si avvicina al 50%, per non parlare di altre risorse, come ad esempio il gas, che lo stato deve importare in maniera massiva, almeno fino a quando il giacimento Zohr sviluppato da ENI non partirà.

 

Sicuramente il presidente Abdel Fatah al-Sisi, eletto nel maggio del 2014, oltre alla minaccia islamista dell’ISIS, deve fronteggiare una crisi economica-alimentare interna di pari se non superiore importanza.

 

 

Fonti:
www.lastampa.it
www.euronews.com
www.internazionale.it

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