Turchia

Il futuro politico della Turchia: la riforma costituzionale ed il referendum sul presidenzialismo

Il 19 gennaio il Parlamento turco di Ankara, dopo più di due settimane di consultazioni e intensi dibattiti, ha approvato con 339 sì e 142 no gli emendamenti alla Costituzione che cambieranno di fatto il volto della Turchia, mutandola in una Repubblica presidenziale. Resta solo il referendum popolare per concludere l’iter previsto, che si terrà il 16 aprile.

Il premier Binali Yıldırım si è espresso con entusiasmo riguardo gli esiti della riforma. “Il partito è rimasto compatto come una roccia, abbiamo fatto il nostro dovere, ora la parola spetta al popolo, che è il vero padrone della nazione” commenta inaugurando la seconda fase nella quale il governo “spiegherà alle piazze come questa riforma faccia bene alla democrazia”.

D’altro canto l’opposizione, tramite il segretario Kemal Kılıçdaroğlu, rivolge il proprio appello alla popolazione turca affinché venga corretto il grave errore commesso dal parlamento.

Dopo  aver vissuto momenti di tensione a seguito di numerosi arresti tra intellettuali, giornalisti, giuristi e tra le fila dell’opposizione, il portavoce dell’Hdp (il partito filo-curdo), Ayhan Bilgen, facendo appello al sostegno dei “circoli democratici, della società civile e dell’opinione pubblica internazionale”, ha riferito che gli arresti con accuse di “terrorismo” di almeno 11 deputati del suo partito, compresi i leader Selahattin Demirtaş e Figen Yüksekdağ, “resteranno come una macchia nera nella storia della Turchia e della politica”. Ulteriori momenti di tensione si sono concretizzati in una rissa poco dopo la protesta portata avanti dalla deputata Aylin Nazlıaka, incatenatasi al microfono.

Con violenza, quindi, entra in vigore la riforma, apportando diversi cambiamenti nel sistema di potere in Turchia. Cambierà la regolamentazione relativa allo stato di emergenza aggiungendo, inoltre, un’eventuale leva di massa.

Il presidente della repubblica potrà proporre la sospensione o la limitazione di diritti civili e libertà fondamentali, argomento particolarmente importante, dibattuto lo scorso 13 gennaio nel convegno incentrato sulle conseguenze dello stato d’emergenza sul sistema giuridico del paese.

Doveva parteciparvi anche l’avvocata Barbara Spinelli del Foro di Bologna, bloccata all’aeroporto di Istanbul ed espulsa a causa della sua attività di denuncia delle violazioni dei diritti umani, contro la popolazione del Kurdistan, e della repressione degli avvocati in Turchia. “Espulsa per motivi di sicurezza”, riferisce a “RadioRadicale”, dopo l’essersi opposta alla consegna del proprio telefono cellulare, nel rispetto della propria privacy e di quella dei clienti.

Sono stati modificati i meccanismi che portano alla messa in stato di accusa del presidente della Repubblica assieme ai vicepresidenti e agli esponenti del governo, per la quale è richiesta la maggioranza assoluta dei voti del Parlamento, che avrà 600 parlamentari. La proposta dovrà essere discussa entro un mese e approvata dai tre quinti dell’Assemblea; in base alla composizione di quest’ultima sarà poi riunita una commissione di 15 parlamentari che in due mesi (con la possibile proroga di un mese) dovrà produrre un’informativa per il parlamento cui spetterà, nei 10 giorni successivi, la pronuncia definitiva e la conseguente messa in stato d’accusa. In caso di sentenza di condanna per un crimine che comporta ineleggibilità, l’imputato decadrà automaticamente dalla carica.

Il presidente Erdoğan potrebbe governare il paese fino al 2029 con poteri superiori a quelli attuali poiché l’introduzione della riforma permetterà due successivi mandati, contrariamente a quanto previsto dalle precedenti regole costituzionali (sancendo due mandati da cinque anni per il presidente), che avrebbero comportato il termine del mandato nel 2019. Nel nuovo ordinamento sarà consentito il contemporaneo svolgimento delle elezioni presidenziali e parlamentari, prevedendo legislature della durata di 5 anni per Capo dello Stato e deputati; con la maggioranza dei due terzi dei parlamentari, il presidente potrà anche svolgere un secondo mandato.

Modificata anche la composizione dell’organico del Consiglio Superiore della Magistratura, che diventa “Consiglio dei giudici e magistrati” e passa da 22 a soli 13 membri e che si riunirà sotto la presidenza del ministro della Giustizia. Tre dei tredici membri saranno scelti da presidente della Repubblica, gli altri 10 saranno eletti dal parlamento ogni 4 anni.

Negli anni passati era stata istituita una commissione mista tra il partito di Erdoğan, il partito repubblicano del popolo ed il movimento nazionalista per lavorare a delle modifiche costituzionali. Ricordiamo che si tratta di una costituzione emanata nel 1982, due anni dopo il golpe militare del 1980, quindi parliamo di una costituzione di forte impronta militare, non più al passo con l’evoluzione che la Turchia ha avuto nei decenni successivi e sta avendo negli ultimi anni.

Il processo di riforma era già in cantiere da tempo, la spinta presidenzialista sostenuta dall’ Akp cozzava contro le opinioni delle fazioni opposte; negli ultimi mesi si era trovato un accordo con il partito nazionalista, una convergenza che ha dato all’Akp la possibilità di ottenere i voti necessari, appunto 330, per far approvare in parlamento un testo di riforma costituzionale poi sottoposto a Referendum.

La riforma è di stampo presidenziale volta a far cambiare volto alla Repubblica, da parlamentare in presidenziale con tutto quel che comporta in termini di assunzione di poteri da parte del presidente, che avrà una forte concentrazione di potere esecutivo nelle sue mani.

Qui il rischio potrebbe derivare da una possibile eccessiva concentrazione di poteri nelle mani di un leader come Erdoğan, che da quando è stato eletto, ha portato avanti un processo di trasformazione del sistema giuridico volto a questo.

Assumendo più poteri di quelli previsti dalla costituzione stessa, ha gradualmente generato un’erosione del sistema di pesi e contrappesi, i cosiddetti checks and balances, fondamentali per garantire gli equilibri costituzionali; in ultima istanza la svolta autoritaria in Turchia c’è stata.

La stabilità in termini politici non si dissocia e cammina di pari passo con la gestione della sicurezza, nonostante da anni le opposizioni deboli continuino a proporre un programma alternativo a quello proposto dall’Akp, con non poche difficoltà organizzative e d’attuazione.

La stabilità della Turchia oggi è strettamente legata e minacciata dal terrorismo, da un lato di matrice Jihadista, dall’altro curdo. Continua a risultare una questione irrisolta quella riguardante la parte curda del paese, che nel tempo si è lentamente trasformata in uno scontro aperto con l’amministrazione dell’Akp. L’obiettivo dovrebbe quindi essere il riportare la stabilità affrontando questi problemi, contrastando al contempo la minaccia del terrorismo. Inoltre le epurazioni avvenute nei mesi passati, poco dopo il golpe, han colpito l’apparato di sicurezza, lasciando la Turchia in una situazione difficile con parte dell’organico venuto a mancare e ci vorrà del tempo perché le strutture di sicurezza tornino a funzionare a pieno regime; si può tranquillamente affermare che una maggiore stabilità può essere difficile da raggiungere in breve tempo.

La figura di Erdoğan è vista come il Rais incontrastato in Turchia; bisognerà vedere come Erdoğan avrà intenzione di portare avanti il proprio progetto e considerato quanto avvenuto fino ad ora, non appare impensabile credere che possa esserci una linea di continuità.

Per quanto ancora Bruxelles potrà continuare ad ignorare la situazione della Turchia e non procedere con il blocco delle trattative? Per quanto riguarda i legami internazionali tra USA, Russia, Europa e paesi del medio oriente, bisogna ricordare che trovano origine da una serie di legami di interessi ed accordi conseguenti, convergenze strategiche che spesso esulano da un discorso di politica interna.

La candidatura della Turchia all’Unione Europea ha visto e subito numerose battute d’arresto, non da ultimo il parlamento europeo, a fine novembre, si è espresso per una sospensione della candidatura che comunque negli anni si era rivelata già piuttosto altalenante.

Anche l’ipotesi di reintrodurre la pena di morte in Turchia, dopo il tentativo di golpe, aveva destato allarme negli ambienti europei ed avrebbe portato automaticamente ad un arresto dei negoziati.

Parlando più in generale anche degli arresti susseguitisi negli anni e negli ultimi mesi c’è e continua una politica di pugno duro che va oltre l’epurazione dei soli membri filogulenisti, andando a conformarsi come una forma di repressione del dissenso al regime a tutti gli effetti. In un’atmosfera segnata da una caccia alle streghe di enormi dimensioni, quest’evoluzione legislativa potrebbe non permettere un futuro stabile ma per saperlo bisognerà attendere ed osservare i movimenti di una rinnovata Turchia.

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