Turchia

Un’identità negata

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“Mi chiamo Mario Poggi, ho ventiquattro anni e vengo da Firenze. Sono un cittadino italiano, nonché cittadino europeo”. Perfino una fotografia superficiale della propria identità, sebbene possa sembrarci scontata, non lo è affatto. L’appartenenza ad una regione geografica e ad una comunità può perdere molta della sua valenza se non è associata ad un’entità statale che ne rappresenti i valori, ne tuteli i diritti, e ne definisca i doveri. Questo sembra essere il destino di un gruppo etnico iranico, la cui popolazione è stimata tra i trenta e i quarantacinque milioni di individui: il popolo curdo. I curdi infatti risultano essere uno dei più grandi gruppi etnici privi di unità nazionale. Provengono da una zona prevalentemente montuosa, nota come Kurdistan, che comprende gran parte della Turchia sud-orientale, l’Iran nord-occidentale, l’Iraq settentrionale e la Siria settentrionale.

In seguito alla prima guerra mondiale e alla sconfitta dell’Impero ottomano, gli stati vincitori avevano previsto uno stato curdo nel Trattato di Sèvres del 1920. Tuttavia, questa promessa fu annullata tre anni dopo, quando il Trattato di Losanna fissò i confini della moderna Turchia e non previde tale disposizione, lasciando ai curdi lo status di minoranza nei rispettivi paesi. Questo fatto ha portato a numerose rivendicazioni nazionaliste sfociate in numerose ribellioni e guerriglie e in seguito anche a sistematici genocidi (in particolare in Iraq).

Negli ultimi decenni, si sono formati gruppi organizzati con l’obiettivo di difendere i diritti del popolo curdo, in particolare in Turchia e in Siria.

In Turchia negli anni settanta nacque il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK – Partîya Karkerén Kurdîstan, in curdo), che a partire dal 1990 ha avuto anche rappresentanti in parlamento. Sebbene sia nato ufficialmente come un movimento, trasformatosi poi in un partito, la situazione politica della Turchia e le repressioni nei confronti del popolo curdo hanno spinto il PKK a prendere un’impronta violenta già dalla prima metà degli anni ottanta.

Nel 2004 invece è stata fondata l’Unità di Protezione Popolare (Yekîneyên Parastina Gel – YPG, in curdo), che è un’organizzazione militare.

Lo YPG ha svolto un ruolo centrale nella costituzione del Rojava nel 2012, che è una regione autonoma de facto nel nord e nord-est della Siria, non ufficialmente riconosciuta da parte del governo siriano. La costituzione del Contratto Sociale del Rojava è avvenuta contestualmente alla cruenta guerra civile siriana, con l’aiuto dell’esercito americano. Sia lo YPG che i turchi sono stati preziosi alleati degli Stati Uniti nel conflitto siriano tant’è che i primi combattevano addirittura con armi americane (fatto che ha disturbato il presidente turco, Erdoğan). Tuttavia i turchi non hanno mai accettato il fatto di combattere dalla stessa parte dei curdi e da quando gli americani hanno allentato la presa in Siria hanno pensato di poter far valere le proprie ragioni sulle milizie dello YPG.

Dunque, lo YPG combatte sia l’ISIS, che il governo turco. Quest’ultimo infatti dal 2018 ha iniziato una pesante operazione militare nel Rojava chiamata “Operazione ramoscello d’olivo”, nonostante le ripetute minacce del presidente Trump. In particolare, l’obiettivo dell’ultimo periodo da parte del governo turco è quello di creare una striscia larga 30 km che faccia da “cuscinetto” fra la Turchia e la regione autonoma.  Quest’ultima operazione ha preso campo specialmente dopo l’annuncio di ottobre 2019 del presidente Trump di ritirare le truppe americane dal Nord-Est della Siria, sebbene gli avesse garantito protezione, dal momento in cui ha constatato di non aver più probabilità di successo, in favore della Russia e del governo di Assad.

In questo contesto, risulta interessante cercare di analizzare la problematica interna allo stato turco.

In Turchia la lotta ai terroristi, che per il governo sono indistintamente l’ISIS, il PKK, e i curdi siriani dello YPG, è la motivazione ufficiale per arresti e repressioni, che sono all’ordine del giorno. Talvolta, c’è chi sostiene che il governo utilizzi questi pretesti mosso però da altri fini.

L’Espresso ha raccolto alcune testimonianze di alcuni cittadini di Sur, un distretto della provincia di Diyarbakır, città curda in Turchia.  Dal 2016 tale distretto ha subito radicali modifiche, demolizioni e nuove ricostruzioni, in seguito alla nomina da parte del governo di un commissario che ha sostituito i due co-sindaci,  dopo il loro arresto.

«L’obiettivo del governo», spiega Çiğdem (nome di fantasia), responsabile dell’ufficio stampa del precedente governatore, oggi disoccupata, «è distruggere l’identità curda, di cui il centro cittadino era un esempio importante, con le mura fortificate e i giardini di Hevsel. Il progetto di riqualificazione prevede palazzi con vista sul Tigri, fontane e prati tagliati all’inglese. Il centro diventerà inaccessibile ai locali, per essere venduto a turchi facoltosi».

Parlare di integrazione, in un contesto simile, è probabilmente privo di ogni senso.  A livello ufficiale, i curdi in Turchia sono stati storicamente denominati “turchi di montagna”, e poi in tempi più recenti “turchi d’oriente”. Quindi, di fatto, non solo il popolo curdo è senza identità nazionale, ma addirittura è considerato inesistente ufficialmente dal governo turco. Ciò che dice Çiğdem, dunque, non è dettato soltanto dai sentimenti, dalla rabbia, ma ha anche una solida base di atti ufficiali.  Sorgono tante domande in modo spontaneo, leggendo le sue parole, e osservando gli avvenimenti sia remoti che più recenti che hanno interessato i curdi.  Sorgono domande riguardo alla naturale necessità di un popolo di tramandare le proprie tradizioni, la propria cultura. Sorgono domande riguardo ai media, uno strumento fondamentale. Esiste una TV curda, chiamata inizialmente MED TV, poi MEDYA TV, e ostacolata fortemente dal governo turco. Sorge il desiderio di scoprire le sfumature di questo popolo condannato ad un destino che non merita, contro il quale viene costantemente puntato il dito, come se una minoranza violenta si ergesse ad esempio di tutta la popolazione.

Nasce il desiderio di sapere di più riguardo alla figura della donna in  questo popolo, che ricopre un ruolo centrale, partecipe alla vita sociale, e talvolta anche alla guerra, oltre che nella propria casa.

Cercando di immedesimarsi in queste persone, dobbiamo immaginare come precario ogni minimo aspetto della vita che condiziona la nostra crescita e la nostra formazione come cittadini, ogni libertà di cui godiamo.

È chiaro che ogni domanda, ogni supposizione, andrebbe verificata vivendola in prima persona.  Da cittadini responsabili, quello che possiamo fare è informarci più che possiamo, senza fermarci ai titoli dei giornali. Non possiamo sapere quale sarà il destino di questo popolo “maledetto” dalla storia; lo sforzo che possiamo fare, però, è quello di mettersi i vestiti di Çiğdem, o di qualsiasi altro suo fratello, ogni volta che leggiamo una notizia riguardante i “turchi d’oriente”.

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