Yemen

Io sono Amal: la guerra silenziosa dello Yemen

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“Io non sono né Huthi né sunnita, sono una bambina di 7 anni morta di fame. 

Mi chiamo Amal Hussain e ho vissuto, con la mia famiglia, in un campo profughi in una città dello Yemen, di cui non so il nome. Sono stata in ospedale per tre giorni e sono dovuta andar via perché il mio posto serviva ad altri feriti di guerra, in condizioni peggiori delle mie. Io sono morta tre giorni dopo nella mia tenda. Ora mia mamma è preoccupata per i miei fratelli e non sa come poter sopravvivere.” 

Abbiamo provato ad immaginare i pensieri di Amal, bambina denutrita morta nel 2018, diventata il simbolo della terribile guerra che sta devastando lo Yemen. 

Lo Yemen è un paese coinvolto in una guerra civile da anni. Nel corso del ventesimo secolo questo paese ha vissuto la divisione tra un governo dinastico a nord ed uno democratico a sud. Nel 1960 il sud si è ribellato alla colonizzazione britannica ed è riuscito a creare un vero e proprio regime comunista di stampo marxista (unico in tutto il mondo arabo). L’unificazione tra la parte settentrionale e meridionale del paese è avvenuta nel 1990 (a seguito del cedimento del blocco sovietico) dopo molti tentativi iniziati negli anni ’70. È stata voluta dai paesi occidentali ma è avvenuta solo su carta.

Lo Yemen, infatti, continua ad essere diviso in tre regioni ben distinte, ognuna delle quali con un’identità ed una storia differenti. La parte occidentale è suddivisa ancora tra nord e sud mentre nella regione orientale, chiamata “Hadramawt”, si trovano Al-Qaida ed il gruppo estremista noto come ISIS.

Nel 2015 è nata, nel nord dello Yemen, la fazione Huthi che crede nella grandezza della religione islamica e vuole diffonderla. È formata da sciiti zayditi e una minoranza sunnita. Gli Huthi si ribellano al governo centrale di Hadi, presidente dello Yemen, cercando di mettere in atto un colpo di stato. Hadi è scappato da Sana’a (la capitale) ad Aden (città portuale nel sud dello Yemen) e poi in Arabia Saudita. Arabia Saudita e paesi del golfo come Giordania, Marocco, Egitto ed Sudan sono scesi in guerra contro gli Huthi, sostenuti invece dall’Iran. 

Dal 2015 in poi lo Yemen sta vivendo una guerra civile che lo porterà, nel 2022, ad essere il paese più povero al mondo, con il 78% di popolazione al di sotto della soglia di povertà (Asianews, rapporto del programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo).

Molte famiglie non hanno casa e soldi, vivono in campi profughi lontani da centri di aiuto umanitario. Sono spesso vittime di epidemie, l’ultima delle quali, il colera, ha ucciso 2000 persone in soli 3 mesi. L’Arabia Saudita ha chiuso anche i corridoi umanitari condannando così i civili a una morte certa.

Come Amal Hussain ogni giorno muoiono centinaia di bambini malnutriti, senza un’identità precisa, che faticano a trovare la “parte giusta” da cui stare. Spesso i bambini che possono ricevere un’istruzione sono educati alla guerra e imparano slogan come “Dio è grande, morte all’America, morte a Israele”.

In Occidente non si parla della guerra dello Yemen al punto che per noi è solo una guerra silenziosa o, al più, un’eco lontana. Abbiamo notizie di questa realtà solo dal 14 settembre 2019, quando un drone ha bombardato due città petrolifere dell’Arabia Saudita, facendo così impennare i prezzi del petrolio. 

Il nostro paese, insieme alla Gran Bretagna e agli Stati Uniti continua a fornire armi all’Arabia Saudita, contribuendo così ad una catastrofe inevitabile di morte e sofferenza. 

Gli abitanti di questo paese, dimenticato da tutti, vivono costantemente in condizioni di disagio, senza diritti e senza sapere chi sono. Come possono riuscire a capire “da che parte stare”? Come possono crearsi un’identità personale? E tu che stai leggendo questo articolo, prova a chiudere gli occhi un secondo, immaginati di nascere in un paese come questo, da solo, in un mondo incomprensibile dove non sei libero di scegliere; come puoi costruirti una tua identità?

Non si può raccontare la guerra in poche parole, possiamo solo provare, anche se forse senza successo, a metterci nei panni delle famiglie e delle persone che ogni giorno affrontano fame, epidemie e bombe.

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  • Grazie.

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  • Gabriele Torrini
    28 Dicembre 2019 16:30

    Veramente prezioso il lavoro di questo gruppo. Vi invito a continuare a fare questo servizio di informazione.
    A proposito del dramma del popolo curdo mi ha molto colpito la storia raccontata da Saviano a “Che tempo che fa” con la testimonianza della pittrice arrestata per un dipinto e incarcerata.
    A presto

    Rispondi

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