Libano

Un’unione per il cambiamento

Una tra le caratteristiche più peculiari del Libano è quella di essere costituito da diverse comunità etnico-religiose: ciò comporta un’evidente ricaduta sul suo assetto istituzionale. Come pochi altri paesi al mondo, infatti, è una democrazia parlamentare basata su un principio di consociativismo confessionale nella quale convivono un premier sunnita, un presidente cristiano, un capo del parlamento sciita ed un parlamento con 128 seggi divisi a metà tra cristiani e musulmani (sciiti e sunniti indistintamente). Questa suddivisione si è delineata già all’indomani della Seconda guerra mondiale e si è poi concretizzata negli accordi di Ta’if siglati alla fine della guerra civile, durata dal 1975 al 1990. Tuttavia, dobbiamo tener presente che, sebbene idealmente questa organizzazione istituzionale miri a creare un dialogo tra le comunità, di fatto provoca dei problemi nell’individuare un’unitaria direzione dello stato e negli effetti il potere risulta sempre sbilanciato. Il Libano ha inoltre una peculiare posizione geografica che certamente ha influenzato la sua storia: confina infatti con Israele e con la Siria, con la quale ha costituito un unico stato fino al 1920.

La guerra civile siriana, che ha insanguinato la regione nell’ultimo decennio, ha altresì inasprito i contrasti tra le varie fazioni della popolazione libanese: i sunniti si sono schierati a favore dei ribelli, mentre gli sciiti, in particolare l’organizzazione paramilitare Hezbollah (il “Partito di Dio”), ha appoggiato il governo siriano. Il Libano è stato coinvolto negli anni in vari conflitti e contrasti anche con Israele. Le tensioni nei rapporti tra israeliani e libanesi sono dovute principalmente a Hezbollah che ancora oggi viene visto da Israele come un potenziale pericolo.

Nonostante l’instabilità politica il paese ha vissuto una consistente prosperità economica. Puntuale la definizione che dà del Libano il giornalista de “Il Sole 24 Ore” Roberto Bongiorni: “Se sul fronte politico era conosciuto come il paese più instabile del Medio Oriente, su quello finanziario era in assoluto il più stabile”. Questo periodo di solidità economica è però stato interrotto dalla recente crisi che ha portato al crollo del sistema bancario privato, che da sempre aveva finanziato gran parte del debito pubblico, e a conseguenti problemi che hanno avuto ripercussioni dirette sulla vita della popolazione, la quale ha subito limitazioni nella quotidianità, come restrizioni nella possibilità di prelevare liquidità in banca e nel rifornimento di benzina. Il venir meno della fiducia nella possibilità di accogliere l’ingente quantità di profughi provenienti soprattutto dalla Siria ha innescato e corroborato tale crisi. Inoltre, anche i servizi essenziali quali lo smaltimento dei rifiuti e l’erogazione di energia elettrica sono carenti.

Tutti questi fattori hanno provocato un malcontento diffuso tra i cittadini, riuniti nonostante le differenze etnico-religiose, che sin dallo scorso novembre hanno iniziato a manifestare contro il governo. Queste proteste hanno portato alle dimissioni del primo ministro il 21 gennaio 2020.

Il nuovo primo ministro, Hassan Diab, resosi conto della portata della crisi, lo scorso 9 marzo ha dichiarato la bancarotta affermando: “Come possiamo pagare i creditori quando la gente è in strada senza nemmeno i soldi per comprare una pagnotta?”.

In questo contesto di sollevamenti popolari hanno trovato occasione di far sentire la propria voce anche le donne, spesso vittime in Libano di ingiustizie e soprusi; si pensi ad esempio al fatto che il crimine di molestie sessuali non è definito secondo gli standard internazionali, mentre numerose sono le problematiche legate al diritto di famiglia: le norme inerenti al matrimonio, al divorzio e alla custodia dei figli non pongono i coniugi sullo stesso piano, ma tendono sempre a favorire il padre ed il marito rispetto alla moglie, garantendo ai primi maggiori diritti.

Le libanesi sono scese nelle strade di Beirut gridando: “I diritti delle donne non sono una nota in calce”. Come ha spiegato Rand Hammoud, attivista per i diritti umani, al quotidiano inglese “The Guardian”, “le donne libanesi non hanno timore di scendere in piazza. Non avevamo paura quando ci lanciavano lacrimogeni e non avremo paura quando tenteranno di soffocare il nostro diritto di governare il futuro del Libano”. L’impegno delle donne nelle proteste è stato banalizzato e queste sono state definite dai media locali “dei graziosi volti” quasi per evidenziare il loro scarso potere d’impatto sulle sorti del paese. Al fianco delle donne hanno protestato i giovani, i quali hanno avuto una funzione di stimolo rilevante nei confronti di tutta la società libanese e hanno risvegliato lo spirito di unità nazionale.

Dall’attuale situazione emerge quindi l’immagine di un paese travolto dai problemi economici, ma che spinto dal desiderio di cambiamento si unisce in tutte le sue componenti sociali, rappresentando un valido esempio di come nelle situazioni difficili si possano superare le divisioni in nome del bene comune.

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